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Scrittura

Oliver Friggieri

La voce di Malta

Corrado Premuda (CP): Oliver Friggieri, considerato il più importante poeta maltese contemporaneo, ha appena ricevuto il premio letterario Trieste Poesia, che viene assegnato da quattro anni a grandi esponenti della scena poetica mondiale. Cosa significa per lei questo riconoscimento?

Oliver Friggieri (OF): È stata una bella sorpresa venir insignito di questo premio così significativo a livello internazionale. Prima di me lo hanno ricevuto ottimi poeti, tra cui Alvaro Mutis. Ho apprezzato molto la motivazione del riconoscimento: si valuta tutta l’opera di un autore nella sua interezza, è una sorta di premio alla carriera che non relega il poeta a venir giudicato per una singola composizione. Devo inoltre complimentarmi per l’organizzazione della manifestazione con Gaetano Longo: ho partecipato a tanti concorsi e premiazioni in giro per il mondo e qui a Trieste ho riscontrato un ottimo livello di serietà e professionalità.

CP: Lei si dedica alla poesia ma si occupa anche di saggistica, narrativa, critica…

OF: Sì. Scrivo poesie e romanzi in lingua maltese e anche saggi. Ho all’attivo diverse pubblicazioni in Italia, soprattutto di ricerca: studio ad esempio l’influenza della lingua italiana su quella maltese. E poi sul versante della critica letteraria ho operato in italiano, inglese e maltese.

CP: Malta è un paese particolare: una piccola isola nel cuore del Mediterraneo che a molti maltesi, specialmente giovani, sta stretta. Tanto che ci sono più maltesi all’estero, sparsi per il mondo, che non a Malta. Qual è il suo rapporto con Malta?

OF: Provo un grande amore per il mio Paese. Indubbiamente è una realtà che presenta dei limiti ma a me il limite interessa perché tento di tradurlo in letteratura. È vero: da Malta si parte ma poi si ritorna. Anche economicamente la situazione mi affascina: viviamo in un melting pot di razze e culture, europee, africane, arabe e vogliamo entrare a far parte della Comunità Europea. Ma come agire per non perdere l’identità maltese? Io credo che la politica europea da seguire nei riguardi delle isole e dei paesi periferici debba tradursi in sede creativa per far emergere soluzioni che salvaguardino le singole realtà locali.

CP: Studiando la lingua maltese, facendo traduzioni e componendo poesie anche in altri idiomi, a quali considerazioni di massima è arrivato rispetto al maltese?

OF: Il maltese è una lingua di origine araba con influenze romanze, tra cui quelle del siciliano medievale che sono rimaste solo a Malta. L’italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese, l’inglese hanno lasciato tracce evidenti, idiomatiche e sintattiche. Per certi versi possiamo considerare il maltese come una lingua araba occidentalizzata: molti suoni sono propri dell’arabo, mentre la grafia segue l’alfabeto romano. Per me il maltese rappresenta l’universalità e si rifà a una società chiusa, come quella isolana, tipica del Sud Europa. Malta è un’isola che significa già diversità. L’acqua è simbolo di infinità. Il grande limite di questa piccola isola sta nella vicinanza con la cultura europea: la dominazione inglese ha di fatto interrotto il secolare legame con il Sud Europa ma a quel tempo era ormai tardi per lo sviluppo di una nazionalità maltese intesa come coscienza. Questo passaggio è arrivato solo nel secolo scorso. Di tutti i travagli storico-sociali dei maltesi ho parlato nel mio dramma poetico Ribellione.

CP: Come si sente ad essere considerato oggi il maggiore esponente della letteratura maltese?

OF: Ho una responsabilità: quella di fungere da portavoce della cultura e dell’identità del mio paese. Ho dedicato trent’anni alla riscrittura della letteratura maltese e sono orgoglioso di poter diffondere questo lavoro nel mondo.

CP: Il 21 marzo, primo giorno di Primavera, è stato proclamato dall’Unesco come Giornata Internazionale della Poesia e proprio in quella data lei ha ricevuto il premio a Trieste. Crede che la poesia ricopra un ruolo sociale, anche alla luce dei disordini nel mondo e della guerra? Qual è il potere della poesia?

OF: L’arte vera dice sempre le stesse cose: la letteratura aiuta i giovani a prendere coscienza sulla realtà che li circonda e che a volte li spaventa. Secondo me le ultime generazioni hanno beneficiato di un’azione molto positiva, armonizzante della poesia, della narrativa e delle canzoni che hanno rappresentato in questi anni, e continuano a rappresentare, i sogni, le speranze, le sconfitte e le conquiste della gente. La poesia poi contribuisce, per sua propria natura, a valori come la tolleranza, il rispetto per gli altri, sentimenti universali che uniscono oggi più che mai. I letterati devono avere fiducia in se stessi, si trovano a competere con tecnologia e mass media e ciò non è facile ma hanno con loro un’eredità letteraria preziosa di pace e speranza.

CP: Quali sono le sue impressioni su Trieste, città che per alcuni versi ricorda Malta, un po’ isolata da agenti esterni e insieme influenzata da culture diverse, comunque orgogliosa della sua identità?

OF: Vivo Trieste come una città privilegiata, aperta a stimoli culturali diversi. Nell’immaginario collettivo appare come una sintesi tra Svevo e Joyce, un legame tra nord e sud, luogo di incroci. Trieste è un nome pulito, dà impressioni positive. Quando ci penso mi appaiono immagini incantevoli: mare, lampioni, riflessi e bagliori, cappelli…

CP: In conclusione di chiacchierata vorrei conoscere i suoi progetti.

OF: È appena uscito un volume con tutte le mie liriche “Poesie raccolte”, che rappresenta una bel lavoro di ricerca. Il mio ultimo romanzo, dal titolo traducibile come “I bambini arrivano con le navi”, scritto in maltese, uscirà a breve in inglese: parla di Malta degli anni’20 e tratta della condizione del post modernismo, cerco di vedere il presente con la patina del passato. Un tema a me caro, già affrontato nel romanzo “Gelsomino che non si apre mai” (1998) dove protagonista è una giovane madre che assiste alla crescita del figlio, qui analizzo l’imperfezione degli adulti. Adesso sto cercando di terminare una storia ispirata alla Malta degli anni’60 vista come simbolo del Sud del mondo dove prende forma il pericolo dello sradicamento culturale e ideologico.

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