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Scrittura

“Macchina” di Erminia Passannanti

Lo sguardo impietoso ed intransigente è tipico di una letteratura femminile che, secondo una generalizzazione di Paola Mastrocola,[1] con la poesia è alla disperata ricerca di uno spazio per l’autentico. Di questo sguardo si nutre anche la poesia di Erminia Passannanti, italiana nata a Salerno nel 1960 che attualmente vive ed insegna ad Oxford. Nella sua più importante raccolta, intitolata Macchina (pubblicata nel 2000 per Piero Manni Editore, ma già vincitrice nel 1995 del premio Laura Nobile dell’Università di Siena), il motivo dell’occhio e dello sguardo, oltre che metafora di un atteggiamento poetico, è ridondante anche a livello di immaginario: lo dimostra l’uso di espressioni del tipo “rimanere seduti/ nel proprio occhio/ sugli scanni del buio”, “e dal letto alla piazza/ nel mio occhio rifletto”, “cerco un oggetto estraneo/ opaco impersonale/ un occhio clinico lunare” o ancora “ignoro il nuovo/ ho un occhio storto /guardo ricordo tutto”. L’universo invocato non è che un “carrello lungo la pazzia” di cui l’io lirico non può che guardare e fissare nella memoria le visioni assurde e violente. Così in due bellissimi componimenti l’io lirico s’identifica con un’asina che gira sempre intorno alla macina e girando medita, ricorda tutto, scavando un solco, un fossato circolare (Al frantoio) portando sulla groppa un sovraccarico di colpe (Latte d’asina). Si tratta di immagini e metafore che ricordano alcuni versi di Sylvia Plath, “io cammino in un cerchio,/ un solco di vecchie colpe, profondo e doloroso” (Event) o ancora “una donna va trascinando la sua ombra in un cerchio” (A life), sicuramente famigliari alla Passannanti che a questa poetessa americana ha dedicato oltre che la tesi di laurea anche diversi saggi. Si rivela così una predisposizione alla demistificazione, ad una radicale e assoluta indagine di sé e del mondo, da parte di una voce poetica che sa che la vita bisogna inventarla per farsela piacere, ma che comunque questo non basta, perché essa continua a essere frammento e a rovesciarsi nel suo contrario, sino alla assurda “necessità di odiare qualcuno che amo” (Il Re, le Parole). Il filo delle bugie e delle cose si perde, un rapporto autentico tra l’io e il mondo non può esistere: è la Macchina, che diventa metafora di un rapporto monco con il reale. Come afferma Luperini,[2] essa è una protesi che non funziona, uno strumento di mediazione e di percezione che si rivela inefficacie scagliando il lettore nell’assurdo della realtà e nella realtà dell’assurdo. Lo sguardo diventa esso stesso oggetto, allucinazione in mezzo alle altre: è d’improvviso offrire il capezzolo (Aurora), pensare a fare le uova e disseminarle in un campo (Strip-tease), scorgere d’un tratto dentro di sé l’iride aperta come una finestra sul buio (Ente). La realtà si spalanca in folgorazioni ed incubi surreali, mentre “Resta ciò che protegge, marcisce lentamente,/ un amore che va nei bassi fondi” (La zona empirica), una poesia che non può restituire il senso del mondo. Così in Fossato i gironi della scrittura si avvicendano quindi attorno a quelli della vita, attraverso i secoli e le notti, attraverso oscure viscere e tane, il Poema diventa un personaggio grottesco che con la bocca piena di melma invita il lettore a cena.
“La campana di vetro”[3] è esplosa, il rumore del vetro è solo canto fragoroso e stonato, delirio di voci, “non c’è silenzio intorno. Non c’è pace./ Martellate, randellate. Sempre” (Macchina), mentre le immagini distorte, le abnormi visioni e i tremendi sillogismi restano incisi nei pezzetti di vetro seminati sulla pagina.

Al frantoio

ignoro il nuovo
ho un occhio storto
guardo
ricordo tutto
eh, si
ricordo troppo
le storie dei miei avi.

con un basto pesante sulla groppa
vengo alla grossa macina
di cui mi dico l’asina.
fui una stupida,
penso talvolta: sono stata
di qualcuno, appartenevo
a un tarlo, alla mola cigolante
il cui peso apprendevo
scavando in tondo un solco,
a testa bassa.

avevo costantemente
nella testa quell’odore
di sansa, l’intenso
verde-oliva della pietra,
il volo scomposto delle mosche
e mio padre che assaggiava l’olio
con due dita — fuori di li,
l’aria era bianca.

lo chiamano percorso.
se avessero prodotto
vasellame, sarebbe stato,
quel fosso circolare,
una perfetta tomba per l’oggetto.

io vi stampavo l’orma del mio zoccolo…

si riduce, il presente,
a una massa pastosa per il torchio,
anno per anno, un giro dopo l’altro,
e distilla una nenia.
si decanta da sola, sono stanca.

Il Re, le Parole

A me la vita non piace
e non posso cambiarla.

Mi sforzo allora
di farmela piacere
e qualche volta me ne dimentico,

dico: la vita è bella.
Ma la vita degli altri
mi sta sempre davanti,
mi dà una malinconia immensa.

Perché nessuno riesce a mentire
a me che so mentire
così bene da dimenticare
che sto inventando la vita.

Andrà a finire che perderò
il filo delle bugie
e una cosa nascerà simile
alla necessità di odiare qualcuno che amo,
nella speranza che il male e il bene

non mentano più e smettano
di sembrare diversi.

Aurora

Ebbi stanotte un carro rovesciato
sull’erta dell’aurora
da cui rotolavano a valle sacchi
di grano sullo sfondo
di un grande sole arancio, il mulo
s’era tirato in piedi sulle zampe
e se ne andava a testa china zoppicando
lungo la linea vivida del giorno.

Raccolgo
ai piedi di quell’erta
un sacco strepitante, mi slaccio
il corsetto, gli offro il mio capezzolo.

Strip-tease

apritemi buongiorno vi denuncio
(calma. calma. frena la lingua.)

ci dica cosa vuole, Servoschiavo.

e venuto a trovarci? come va, la demenza?
chiederei, senza offesa, che contiene l’essenza.

niente?
vuol dire che oggi non verra’ a punirci.

lo chiamavamo allora l’Angelo Azzurro
giungeva a noi
da una vallata d’erba, inetto di dolcezza nel giudizio
(calma. calma. frena la lingua.)
nella sua peculiare emptiness,
persuasivo e padrone nella sua featurelessness.
bendato. come una mummia mummificata. nel metro.

ecco che avanza cieco e discinto tra la folla

si parte in due fazioni l’acqua biblica
l’attimo e immoto.
(ma che contiene l’icona?)
pure ondeggia qualcosa. non so esprimerla.

a che pensavo?
a fare l’uovo. disseminare il campo d’uova d’oro.

ma non me ne preoccupavo, io
con le mie risposte avventate,
l’enigma irrisolto. non si risolve
(interessante notare come mi si incolpa).
quanto alla garza, arrivederci e grazie.
e lunga lercia lenta
(si disfa mi disfa) né mi dispiace
d’estate farne senza.

[1] P.Mastrocola, G.Davico Bonino (a cura di), L’altro sguardo, Mondadori, Milano, 2001.

[2] R.Luperini, Prefazione a E.Passannanti, Macchina, Piero Manni, Lecce, 2000.

[3] È il titolo del famosissimo romanzo pubblicato da S. Plath nel 1963.

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