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Palcoscenico

Ennio Marchetto

L’incredibile sindrome della carta colorata

Immagine articolo Fucine MuteSi fa presto a dire “divertissement”… un termine tutto sommato minimizzante, che si inserisce pericoloso ogni qual volta compare sulla scena qualcuno o qualcosa di “altro”.
Succede da generazioni, perché non dovrebbe succedere anche per Ennio Marchetto? Le prime volte che apparve, al “Maurizio Costanzo Show”, con pochi minuti a disposizione, fu subito etichettato come un simpatico funambolo scacciapensieri.
Davvero, così non è, visto il lavoro e lo studio che costruiscono l’impalcatura portante di spettacoli evanescenti solo sulla carta (appunto, la carta….)
Dietro quella roboante giravolta di cambi di scena, dietro le canzoni poliglotte e il caleidoscopio di colori ed effetti scenici, si nasconde (e mica tanto) un impegno rigoroso ed un profondo senso dello spettacolo e delle sue proteiformi estremizzazioni.
Anche in sede d’intervista abbiamo stuzzicato il veneziano Marchetto sui suoi presunti padri putativi, Paolo Poli per anzianità ed Arturo Brachetti per, viceversa, facile accostamento anagrafico: ma trattasi di paragoni senza sforzo, e soprattutto parzialmente inerenti: perché Marchetto, autore di un vaudeville che può girare indisturbato le sale dei teatri europei e non con il suo linguaggio universale, è figura muta: non parla, se canta lo fa in playback scimmiottando ed esasperando i tic e le mimiche di cantanti ed artisti che in realtà adora, e costruisce i suoi omaggi grazie a chili di carta colorata che monta e smonta grazie anche alla collaborazione preziosa dei suoi tecnici.
Insomma è figura atipica, unica nel suo genere, e chi lo applaudì durante le prime esibizioni al Carnevale della sua Venezia, racconta che era già così seppure appena maggiorenne: mobilissimo (quasi un uomo di gomma, sceso sulla Terra per organizzare delle magie a beneficio di grandi e piccini) e appunto, muto, inesorabilmente muto…
Detto questo, rimane la curiosità per gli sviluppi futuri che un talento così singolare può avere: il territorio italiano sembra già stargli stretto (e la sua tournée primavera-estate 2003 vede quasi totalmente fondali esteri, la qual cosa ci inorgoglisce e nel contempo ci rattrista) ma anche i moduli espressivi del suo lavoro cercano fiato altrove: forse nella parodia del teatro d’opera o di quello lirico, due chances inedite per il trasformista veneziano; o magari anche un film, visto che il medium cinematografico appare lontano dalle sue corde, ma non si può mai dire.

Immagine articolo Fucine Mute

La caratteristica “umana” più rilevante di Ennio Marchetto rimane la semplicità: non parla volentieri del suo lavoro perché, come si auto-definisce, è un timido “colorato”: un grande cartone animato vivente, lontano anni luce dal teatro di parola ed anche da quello del gesto, in fin dei conti simile soltanto a se stesso: ed è già un gran bel vedere…

Riccardo Visintin (RV): Abbiamo il piacere — ed è veramente un piacere autentico — perché nel corso di queste interviste per Fucine Mute abbiamo incontrato attori e registi di ogni estrazione, e stasera incontriamo una persona veramente simpatica, spumeggiante, ed anche un grande attore: Ennio Marchetto.

Ennio Marchetto (EN): Grazie, ma sono più spumeggiante in scena, senza trucco in fondo sono un pochino timido…

RV: Ennio Marchetto che è a Trieste per solo due serate, con uno spettacolo che si chiama “Cartonissima”, un vero trionfo del colore, dell’invenzione e del teatro, e soprattutto di un modo di fare teatro che adesso cerchiamo di spiegare. Ieri ti sei definito — nel nostro breve e piacevole colloquio — un cartone animato vivente.
Lo spettacolo va visto, è difficile descriverlo, chi conosce Ennio per le esperienze televisive oltre che teatrali sa di chi stiamo parlando e quale sia il livello qualitativo del suo lavoro, però facciamo dire a lui questa prima cosa: Ennio, come si riesce ad andare avanti un’ora e mezza ed anche più senza errori? Come va avanti questo bellissimo circo? Come sei diventato Ennio Marchetto?

Immagine articolo Fucine MuteEM: Mah, io sono diventato Ennio Marchetto per gioco, ed ancora mi diverto e vado avanti per gioco, non voglio pensare a tutto questo come ad un lavoro.
Io sono nato grazie alla mia città, credo che se fossi nato a Roma probabilmente non avrei ideato questo spettacolo, invece sono veneziano, ed ho cominciato con il Carnevale.
Uscivo in strada, e affrontavo il pubblico della strada, che era di tutte le età ed estrazioni sociali. Io preferisco il teatro che ha un pubblico molto misto, e poi i miei spettacoli sono di tutte le epoche con tanti tipi di musica che vanno dal folk al pop e al rock.
Io sono nato per caso facendo appunto dei costumi strani, li indossavo, li sentivo, e poi andavo al Carnevale, per la strada a Venezia, e quindi devo ringraziare la mia città.
Poi l’idea del primo costume di carta mi venne da un sogno, questa è bella e te la racconto. Sognai Marylin Monroe vestita di carta, mi svegliai, presi due cartoncini e nacque il primo costume. Ed era Marylin.
Non ero un suo grande fan, però lei è stata l’attrice icona del cinema e sicuramente, sempre e dovunque, si vede Marylin.

RV: Per come l’ho vista io, correggimi se sbaglio, la caratteristica principale dello spettacolo è questa: un grande omaggio all’iconografia popolare nel senso più ampio del termine, per cui Ennio si produce in una serie veramente infinita e molto piacevole — non si sente assolutamente il tempo teatrale — di trasformazioni maschili e femminili.
Io ho colto, e te lo voglio dire sinceramente, anche una grande poesia. I francesi usano il termine “divertissement”, cioè un grande senso del gioco e dell’autoironia, e poi c’è anche una grande poesia.
Ti devo sottoporre a questo non sgradevole paragone: sentivo anche il pubblico che diceva: “eh, be’, è nato un nuovo Paolo Poli…”.
Un altro diceva: “in effetti non ce ne sono in Italia come lui, c’è Arturo Brachetti però poi si è messo a fare cose più complicate…”.
Allora ti devo chiedere della tua formazione. Quando senti questi nomi, storci il naso — non il naso di Barbra Streisand e poi spiegheremo perché — o in effetti c’è qualcosa che ti ricollega a questi nomi passati e presenti?

Lindsay KempEM: No, il mio spettacolo è originale … Non credo di rifarmi a nessuno di loro. Poi il mio più grande ispiratore è stato Lindsay Kemp, quindi un mimo, uno che non usa la parola.
Paolo Poli è un bravissimo attore, ed anche Brachetti è un bravissimo trasformista, però molto classico. Io poi non sono per niente classico, sono un surrealista, più divertente e più vicino ad un cartone animato vivente. Voglio essere l’unico e quindi non penso di attingere ad altri.
Mi ricordo che quando ero molto giovane andavo da solo fino in Toscana o a Roma a vedere Lindsay Kemp, che mi ha dato molto. Ho fatto uno stage con lui, come ti dicevo prima, ma non è che mi abbia insegnato molto in quell’occasione, mi ha dato molto di più l’assistere a tutti i suoi spettacoli.
Sì, ho visto anche Paolo Poli, o altri trasformisti se vuoi, però mi hanno ispirato molto più Kemp o forse gli spettacoli di danza moderna. Ho visto sei o sette spettacoli di Pina Bausch alla Fenice.
Tutti questi spettacoli mi hanno dato molta energia e la voglia di dire: “posso fare anch’io queste cose, posso andare anch’io in scena….”.

RV: Ci avviciniamo anche alla conclusione di questo incontro, perché poi, come spesso accade, noi veniamo sempre a disturbare gli attori — ma si spera che sia un disturbo piacevole — a ridosso della recita, per cui Ennio dovrà anche truccarsi nel modo in cui avrete possibilità di scoprire collegandovi al suo sito, nel quale tra le altre cose scoprirete l’esistenza di una valigia particolare in cui sta tutto quello che potrebbe sembrare un grande armamentario, ma che forse nasconde delle sorprese.
A parte questo Ennio, te lo dicevo prima e te lo chiedo anche adesso in conclusione, augurandoti poi naturalmente una buona permanenza a Trieste e poi un lungo viaggio all’estero altrettanto proficuo per te.
E parlando di estero appunto, il teatro di Ennio Marchetto sembra essere poco italiano, nel senso che tu un po’ giri i teatri d’Italia ma molto di più quelli stranieri, ed il tuo è un linguaggio universale che abbiamo visto piace molto anche ai bambini.
Io ti chiedo in conclusione: tu ti senti più un artista estero, da esportazione forse, o italiano. Dove sta la “querelle”?

Immagine articolo Fucine MuteEM: Sì, come ti dicevo prima secondo me lo spettacolo è più anglofono, perché i personaggi come Liza Minnelli od Elvis Presley sinceramente noi non li abbiamo. Io ho bisogno di personaggi che abbiano un look particolare, che si muovano e che ballino, perché il mio è uno show con personaggi che cantano ma che in qualche modo devono muoversi in un certo modo, devono essere riconoscibili con delle grandi acconciature o con dei vestiti strani.
Lo spettacolo è internazionale, poi quando sono in tour in Italia ovviamente metto in scena più personaggi italiani, perché sono italiano ed ho capito che in Italia siamo abbastanza campanilisti. Agli italiani piace vedere anche Dalla, Renato Zero o la Carrà, per cui non potrei mai fare solo personaggi inglesi.
Anche quando vado all’estero, in Giappone, in Francia, devo un pochino adeguarmi. In particolare in Giappone hanno dei personaggi pop che non conosco, ma mi danno la videocassetta, mi scrivono il testo ed io imparo a cantare le loro canzoni, in playback ovviamente. A me non piacciono molto queste canzoni e poi la loro è una lingua difficile, però è un’esperienza molto divertente.

RV: C’è una cosa che vorrei puntualizzare, perché l’atmosfera estremamente eterea non ci deve trarre in confusione: il lavoro che fa Ennio Marchetto sul palcoscenico è molto complesso, non solo per il fattore tempo, ma anche per le coreografie, Ennio è un ballerino, e per i momenti di mimo. Lo spettacolo è veramente completo, il suo essere colorato e spumeggiante, come dicevo in apertura, lo fa scivolare via con una certa omogeneità.
Però il percorso artistico si sente ed il talento si vede, ed è tanto; i molti applausi a scena aperta lo dimostrano ampiamente.
Io ti ringrazio di questa intervista, è stato un bellissimo incontro, e come sempre in conclusione, se c’è e se si può dire, un sogno nel cassetto…..

Immagine articolo Fucine Mute

EM: Mah, tempo fa credevo di poter fare uno show con dell’altro materiale, però poi, vedo che in fondo con la carta ci sono ancora tante possibilità. Il sogno nel cassetto sarebbe quello di fare un’opera lirica con personaggi di carta e scene di carta, fatte da me e dal mio assistente, che è molto bravo.
Ecco, mi piacerebbe fare dei costumi con la carta per altre persone.

RV: Grazie Ennio, e buon viaggio….

EM: Ciao e grazie…

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