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Musica

Alessio Lega

Nel tempo dei folli che cantano

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Immagine articolo Fucine MuteUna voce che esce quasi dagli schemi del tempo e dello spazio. Una musica che può ricordare qualcosa di atavico e passato. O di interiore e rivoluzionario. Alessio Lega è un cantautore italiano che vuole dare spazio ai molti o ai pochi che vogliono ancora ascoltare la musica dal vivo.

Sara Visentin (SV): Le tue idee musicali nascono avendo come sfondo artisti quali Guccini, De Andrè, De Gregori e da un repertorio di canzoni popolari. Ad un qualcosa che quindi resta molto legato, quasi esclusivamente forse, al contesto italiano. Come fa la tua musica a sopravvivere in un mondo che è sempre più attanagliato nella morsa della globalizzazione? Come riesci a ritagliarti spazi in questo contesto?

Alessio Lega (AL): Fermi restando i capisaldi italici, che mi piacciono e stimo molto, sono molti anni che essi non rappresentano il mio riferimento primario.
Mi rifaccio soprattutto ai cantautori francesi, e ne scrivo anche su A rivista anarchica. Inoltre il mio repertorio è zeppo di adattamenti, e non solo di quei giganti riconosciuti anche in Italia (Ferré, Brassens, Brel), ma anche di tutta una serie di straordinarie figure note quasi solo in patria (Perret, Renaud, Leprest, etc.).
Ho poi un amore passionale per la musica andina, milonga soprattutto, che penso emerga dal mio modo di rapportarmi alla chitarra. Recentemente anche la musica greca occupa un posto rilevante nella mia personalissima classifica. Ascolto quasi solo ciò che non è cantato in inglese! E questo penso risponda anche alla domanda sulla globalizzazione!

SV: Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con le tue canzoni?

AL: Quello che l’amore è una forma di rivolta, e che la rivolta è una forma d’amore.

SV: Che spazio ha la musica all’interno della tua vita?

AL: L’altra metà rispetto a quello delle parole. O forse tutto, visto che considero la parola musica.

Immagine articolo Fucine Mute

SV: Tu sei tra coloro che difendono la realtà della musica live. Per te infatti, soprattutto di questi tempi, fare cd non è che fare un documento che in breve tempo morirà. Cosa pensi di riuscire a trasmettere e a farti trasmettere con il live che non si può trasmettere attraverso il cd?

AL: Se ti rispondo di getto mi viene subito da dire che a fare concerti godo come un pazzo, mentre ogni ora passata in studio è un ora di psicodramma. Per essere meno autocentrato ti dirò: rispondere è semplicissimo e impossibile al contempo. Semplicissimo perché basta recarsi a un concerto per rendersi conto delle differenze, non a caso, anche a livello commerciale, i concerti vanno molto più dei dischi, notoriamente in crisi; impossibile perché bisognerebbe spiegare la differenza fra il “vivo” e il non “vivo”. Ma è roba da filosofi e non da saltimbanchi come me! Io dico che la canzone è un genere più teatrale che discografico, la cui vera creazione non è né la scrittura né l’incisione, ma l’esecuzione. Quanto al “documento” non è che sia così radicalmente ostile al disco: centinaia di artisti che non avrei potuto, per ragioni logistiche e anagrafiche, mai ascoltare dal vivo, sono ben contento che abbiano lasciato un patrimonio di incisioni. Come sempre il problema è semmai il mercato che funziona da vera e proprio censura. E in più ha una morale rigidissima che manco i talebani: “più (ti) vendi e più vali”. Per questo sono anche un partigiano del libero accesso — via internet, via duplicazione, via furto, etc. – all’arte.

 SV: Quanto c’è della poesia nella musica? Tu hai lavorato molto per unire i due generi?

Immagine articolo Fucine MuteAL: “Le poesie non sono solo belle, sono ri-belle” dice Julos Beaucarne. Io penso che la magia della musica interna alle parole, che è il nodo cruciale della poesia, sia una vera arma per cambiare il mondo. La poesia — e l’umanesimo in genere — è la più grande nemica della nostra società divistica e spettacolare. Si dice che la poesia è difficile perché nel nostro mondo si ha più paura dell’irrazionale che del tecnologico, dell’amore più che del sesso, della rivoluzione più che della guerra. Si dice che la poesia è un prodotto fallimentare, nel senso che non è commercializzabile. In compenso tutti scrivono poesia: a me questa pare una vittoria grandiosa, sogno un mondo in cui non ci siano artisti e pubblico, ma solamente uomini, ognuno con le proprie cose da dire. La poesia è l’arte che più di ogni altra si avvicina già ora a questo. Nel mio piccolo sono dieci anni che faccio spettacoli sui poeti e con i poeti.

SV: Cosa si aspetta secondo te il nuovo pubblico italiano da un musicista? Trovi che le sue richieste e il suo modo di porsi nei confronti della musica siano cambiati rispetto agli scorsi decenni? Quale potrebbe essere la prossima tappa di questo pubblico?

AL: Non credo che il problema del pubblico sia un problema da porsi, ma non per superbia. L’artista non è che un ricettore di ciò che è già nell’aria, non si crea nulla dal nulla. In particolare la canzone, come le arti popolari in genere, è una “rielaborazione” di linguaggi pre-esistenti. L’originalità è il (falso) problema degli ignoranti. Il vero casino è come far tornare al popolo — sia detto con ironia! – ciò che dal popolo viene, ma che, senza il necessario battage pubblicitario, passa sotto la definizione di “sega mentale”!

SV: Cosa pensi degli attuali cantanti più in voga in Italia.? Chi ti ispira più ammirazione? Con chi ti senti più in linea dal punto di vista musicale?

AL: Oddio! Non saprei. Che intendi per attuale e in voga? A me — a parte i “mostri sacri” citati all’inizio — piacciono quasi esclusivamente degli sconosciuti. Direi che Capossela è l’unico artista di genio, venuto fuori dopo gli anni ’80, ad essere piuttosto noto.

SV: Le tue canzoni sono quasi tutte legate a doppio filo alle questioni politiche. Cosa pensi a questo proposito della situazione politica italiana? C’è ancora un posto, all’interno di questa politica, per il musicista che incanta le folle?

AL: Voglio precisare una cosa: le mie canzoni più politiche non sono la maggior parte, sono solo le più urgenti, perciò mi sono ritrovato a cantarle per prime. La situazione politica italiana mi suscita un arco di sentimenti che va dalla desolazione al disgusto, e questo solo per tenere quest’intervista lontana dal turpiloquio. Non c’è mai stato posto, in nessun angolo di potere, per nessun artista. L’artista è l’anticorpo del potere. Ci sono stati dei “comodi” fraintendimenti nel passato, ma è finito il tempo dell’artista che incanta le folle, oggi è il tempo del folle che incanta.

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SV: Come pensi di muoverti per il tuo percorso musicale futuro?

AL: Penso di incidere più canzoni possibili e diffonderle sempre più via internet, per questo mi servirà una mano anche da voi. E poi continuare sempre di più ad andare a cantare ovunque e comunque. Tanto per rovesciare uno slogan pubblicitario mi piace l’idea di essere “per tutti ma non per molti”.

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