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Omnia

Valentina!

Immagine editoriale Fucine Mute

Arriva, di tanto in tanto, il momento delle ammissioni. Per quanto mi riguarda, sono oggi indotto ad ammettere che il mio approccio con il fumetto di Guido Crepax è stato tardivo, perlomeno nella sistematicità della lettura.

Non che l’annotazione sia degna di particolare biasimo: ho un ricordo di un adesivo raffigurante Valentina tra le mura di casa, nei miei primi anni d’infanzia, con annesso un balloon (semplicemente un “Valentina!”) che rimandava inequivocabilmente ad un linguaggio che avevo già avuto modo di incontrare, ma che in quella forma – percepita a modo mio la maturità del tratto che lo poneva in un ambito estraneo alle mie letture abituali, o più probabilmente spiazzato dalla novità di un volto sconosciuto su qualcosa che non erano i miei giornaletti, ma un oggetto appartenente ai miei genitori – mi appariva fuori posto, sicuramente fuori dalla mia portata.

Più tardi, immagino che i miei sogni di adolescente siano stati piuttosto incarnati dall’opera di Milo Manara (inizialmente sulle pagine di Sette, direzione Claudio Sabelli Fioretti), più abbordabile anche nella lettura della tavola e più adatto all’alfabetizzazione – al fumetto come all’ormone, se hai tredici anni -, mentre il versante Crepax era più rappresentato da Emanuelle che dalla fotografa bruna, anche per tutta quella serie di coincidenze editoriali che avevano portato a casa mia alcuni scritti della Arsan nella forma economica degli allegati a L’Espresso.

Immagine editoriale Fucine MuteCosa devo dire: da un lato nasceva a Cremona, mia città natale, il Centro Fumetto “Andrea Pazienza”, dall’altro erano gli anni in cui le fumetterie si contavano sulle dita di una mano, e la più vicina si trovava a Milano. In quel contesto, grazie anche a queste letture un po’ acritiche, tuttavia foriere di un approccio meno pregiudiziale al medium (e fu così, credo, che arrivai a Comic Art), entrai nell’ordine di idee che un disegnatore potesse essere un artista, che uno sceneggiatore potesse essere uno scrittore, e che di quella forma espressiva che anni addietro mi accompagnava nell’apprezzamento per Altan e per Grazia Nidasio avrei potuto spontaneamente fare una passione.

Le mie letture, orientate più dallo slancio emotivo che dal rigore, talvolta anche oggi mancano di meticolosità: ma certo il fumetto di Crepax, a maggior ragione quando il mio essere fruitore si è accompagnato ad una visione più analitica, ha rappresentato un momento iniziatico di assoluto valore, esperienza che del resto questo mezzo stupefacente ha avuto modo di farmi provare in numerose occasioni – con Pratt come con Miller, con Moebius come con Gaiman, con Jordan come con Tardi, e scusate la confusione di ambiti e di cronologie.

E forse l’incontro con Crepax è avvenuto giustamente più tardi: ciò che l’autore non apprezzava, ossia l’essere etichettato come “quello delle donne”, è il rischio dietro l’angolo per un ragazzino che si chiede il motivo di una vignetta triangolare, del “montaggio analitico” che Gúbern – ricollegandosi a Pudovkin – ravvisava nella tavola, di femminismo e di trotzkismo, di eroine a fumetti che invecchiano invece di ubbidire alla sospensione temporale che congela solitamente i personaggi disegnati… Ed un erotismo troppo sofisticato per l’imberbe che ero: un po’ come il Bart Simpson che, uscito da una proiezione de Il pasto nudo, commenta deluso: “Non ho visto ne l’uno né l’altro”.

Signori, la maturità del fumetto esisteva, semplicemente attendevo la mia.

Non vedremo il “Doppio Sogno” schnitzleriano (che oggi ritorna indirettamente sulle pagine di Fucine Mute nell’intervista a Rade Serbedzija) disegnato dal pennino del maestro, non nuovo ad interpretazioni a fumetti di opere letterarie – la già citata Emanuelle ma anche Histoire d’O, Il dottor Jekyll, Justine, l’ultimo Frankenstein…. Ricorderemo il caschetto nero di Louise Brooks (e la somiglianza finiva lì) e l’enigmatica Bianca, mentre non rimpiangeremo Baba Yaga e la serie con Demetra Hampton, a testimonianza di un rapporto non sempre reciproco tra fumetto e cinema o televisione. E forse, nel fiorire degli approfondimenti che molto probabilmente faranno seguito alla scomparsa dell’autore, avremo la possibilità di rileggere con maggiore attenzione l’attività del Crepax grafico e pubblicitario. Di omaggi più rigorosi in termini biografici è ormai piena la carta stampata, così come i motori di ricerca hanno già iniziato a rendere disponibili le controparti elettroniche, per cui mi fermo, senza tuttavia esimerimi dal rimandarmi alla testi di laurea di Matteo Orlando su Fucine Mute, limitandomi ad un ricordo personale che spero non vi abbia infastidito.

Immagine editoriale Fucine Mute

Anche perché il numero 53 – estivo e, come altre volte è accaduto, doppio – è molto “cinematografico”: Serbedzija, a Trieste per presentare Ilaria Alpi: il più crudele dei giorni, anche se l’intervista verte in buona parte sulla sua interpretazione in Eyes Wide Shut; Ferdinando Vicentini Orgnani, regista del suddetto lungometraggio; Francesco Falaschi per Emma sono io; Giuliano Montaldo, Maria Sole Tognazzi e Paola Cortellesi, ospiti come gli altri della rassegna triestina Maremetraggio nella suggestiva e talvolta un po’ frenetica cornice del Porto Vecchio. E una bella galleria di manifesti cinematografici, con annesso approfondimento a cura di Corrado Premuda, autore – citazione d’obbligo, per la raffinatezza della scelta – di un bel saggio sulla pittrice argentina e triestina d’adozione Leonor Fini.

Vi lascio, come di consueto, alla valutazione del nostro impegno senza indugiare su troppe anticipazioni. E, come è doveroso in questo periodo, con il più sincero augurio di buone vacanze, e con l’appuntamento ad un FM55 su cui stiamo già lavorando alacremente.

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