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Musica

Canaan: “A Calling to Weakness”

“…l’horrible quantité de force et de science que la sort a toujours éloignée de moi”
(Arthur Rimbaud, da Ouvriers, in Illuminations)

Immagine articolo Fucine Mute“Canaan” è la terra promessa da Dio ad Abramo. Il nome del gruppo e “A Calling to Weakness” non hanno veramente nulla a che fare con tutto questo. L’anafora melanconica di “Everything you say” è la negazione della promessa e la constatazione dell’inganno. E “Prayer for nothing”, a mio avviso uno dei migliori brani del disco, è l’ingresso in un mondo senza Dio o religione, quest’ultima intesa anche in senso etimologico: per queste persone non c’è alcuna possibilità di “religio” — di legame dunque — con nessuno, come testimoniano “Un ultimo patetico addio” e la sua chitarra liquida, memore del tocco di Robert Smith. Difficile comunque negare che nei brani di questo lavoro ci siano gli stessi interrogativi esistenziali che ci mettono in contatto col “sacro”, ma l’album decisamente non apre questo percorso, anzi, dal punto di vista lirico l’ho percepito come una sorta di vicolo cieco. Cercare di andare “oltre” sarebbe la pretesa di un traguardo/ingannevole e bugiardo, come afferma sommessamente Gianni Pedretti dei Colloquio nell’eterea e minimale “Essere nulla”. Il paradosso è che il testo di quest’ultimo brano è stato scritto dallo stesso Gianni Pedretti, un elemento esterno dunque, ma, almeno dal mio discutibilissimo punto di vista, siamo di fronte al pezzo-manifesto dell’album: secondo me “A Calling to Weakness” si trova là, in quel cielo immobile/privo di oggi/privo di ieri. Canzoni lente, separate da tracce ambient, che da un lato sospendono il senso di soffocante pesantezza forse ereditato dal doom — più volte, e non per caso, ho pensato alla “nausea” dei MonumentuM — e dall’altro rappresentano deserti paesaggi interiori. Canzoni che quasi sempre iniziano delicate e malinconiche per inasprirsi col passare dei secondi, e che rimandano al dark degli anni Ottanta pur senza costituire una sterile ripetizione.

Immagine articolo Fucine Mute

Vorrei a questo proposito sottolineare un fatto che mi ha molto colpito, perché ritengo dimostri il lavoro di ricerca, l’ampio background e la capacità (coraggio?) di essere poco conciliante di questa band: anche gruppi come gli importantissimi Cranes hanno ibridato la loro musica con l’elettronica ambientale e minimale, ma in questo caso si trattava di quella di stampo Warp Records oppure del trip hop dei Portishead, mentre i Canaan hanno attinto a risorse interne al loro “genere”, appropriandosi della desolazione sonora della Cold Meat Industry. In sintesi, il senso di questo inciso è che si può dire ancora qualcosa senza cercare per forza nel mainstream, fatta salva l’onestà intellettuale e l’indiscutibile bellezza degli ultimi Cranes.

Al di là della ricerca di influenze, in generale la musica dei Canaan evoca quella debolezza cercata nel titolo e rappresenta in maniera assolutamente credibile sensazioni come l’invecchiamento e, in un certo senso, l’inaridimento. Coerentemente, i colori del disco, e finanche della sua cover, sono il grigio (di “Grey” e della sua iterata tristezza) e il rosso scuro, tonalità raggiunta quando lo spleen e quel crescendo di pesantezza del quale parlavo diventano (red chrome) “overdose”.

Sono emersi temi importanti, dunque. E toni seri. Anche leggendo altre recensioni di questo lavoro, mi accorgo della trappola della retorica. Del resto, a dire di non voler essere retorici, lo si diventa ancora di più… Avere a che fare coi Canaan comporta questo rischio: credo che un ascoltatore non abituato, o magari non assuefatto, a determinate musiche e tematiche, potrebbe tranquillamente pensare che ci sia in loro una sorta di affettazione del dolore, a tratti persino irreale, senza un momento di ironia o di autoironia. E leggendo le loro interviste, compresa quella per Fucine Mute, potrebbe essere comprensibilmente scettico riguardo l’insistenza a ribadire — talvolta quasi indipendentemente dalla domanda posta — alcune concezioni estremamente negative sulla società e la vita.

Immagine articolo Fucine MuteAll’imprescindibile soggettività di ciascuno di noi spetta il giudizio finale; in ogni caso Fucine Mute ha un forum fatto apposta per il confronto e il dibattito. Personalmente guardo all’opera e alla sua capacità di “creare delle atmosfere”, come ha affermato Mauro Berchi in sede d’intervista, senza preoccuparmi se ci sia dell’artificio, cosa della quale dubito fortemente, per una serie di ragioni che non sto ad elencare: basta ascoltare bene.

Chiudo il cerchio (anche questa è retorica): il nome “Canaan” viene dalla progressive band tedesca Amon Düül II, che compose una canzone dal titolo “Kanaan”.

Canaan


Mauro: chitarra, voce, samples, tastiere
Nico: basso, samples
Luca: tastiere. samples
Andrea: batteria
Matteo: chitarra


Discografia:


Blue Fire (1996)
Walk into my open womb (1998)
Brand new Babylon (2000)
A calling to weakness (2002)


Risorse:


Sito Ufficiale
Eibon Records

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