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Musica

Maurizio Solieri

Cinquant’anni on the road

Immagine articolo Fucine MuteMaurizio Solieri, cinquant’anni portati alla grande, è ancora una forza della natura e come chitarrista, in Italia, forse non ha paragoni. Anche nelle date estive da tutto esaurito a Milano, al fianco dell’amico di lunga data Vasco Rossi, non ha deluso i suoi molti estimatori dimostrando di non aver certo perso lo smalto e la grinta di un tempo, passando dalla chitarra ritmica alla solista con una naturalezza sbalorditiva.

Umberto Lisiero: Nella biografia “Io, Vasco” Ivano Gladimiro Casamonti, la definisce così: “Fa lo strafigo con la chitarra doppia rossa, la giacca rossa che poi si toglie dopo due canzoni, per restare in pelle nera come i suoi capelli corvini. Serio professionista, quando si lascia andare è simpatico. Altrimenti è autorevolmente gradevole e austeramente dandy. Becca un casino”. Si riconosce in questa descrizione o preferisce presentarsi in un altro modo?

Maurizio Solieri: Se una persona non mi conosce bene e rimane ferma solo all’aspetto più esteriore è chiaro che non posso rimanere simpatico, anche perché se sei un po’ personaggio e non hai i sorrisi di circostanza sempre pronti, ti dicono subito che sei presuntuoso. Io seguo da sempre la mia personale filosofia e se voglio abbinare il colore della giacca con la chitarra, lo faccio per mio divertimento.

UL: Lei è un grandissimo chitarrista (vincitore per vari anni del Reader’s Poll delle riviste specializzate) che, a parte i primi rudimenti musicali impartiti dal maestro della banda del suo paese, è un musicista autodidatta. Qual è il suo segreto e quali sono stati, e tuttora sono, i modelli che ha seguito nel corso degli anni per affinare la sua tecnica?

MS: Ho sempre amato la musica, che ho sempre considerato Cultura e, essendo autodidatta, ho fatto da solo, imparando dai dischi dei grandi ma cercando di metterci un pizzico di personalità: inizialmente sono stato influenzato da gruppi come Shadows, Beatles, Rolling Stones e Yarbirds… poi è seguito il periodo blues con Clapton, Beck, Hendrix, Page, Winter…

Immagine articolo Fucine Mute

UL: In un suo video, Da Hendrix a Vasco, lei analizza e commenta il modo di suonare di una serie di grandi nomi della sei corde, da Van Halen a Beck: come vede oggi la scena musicale e quale crede sarà il futuro del rock? Alcuni, forse per provocazione, dicono sia morto…

MS: Il futuro del rock è, come avviene adesso, la riproposizione di quello che è stato il passato. L’hip-hop, soprattutto in America, ha surclassato come vendite il rock e, comunque, i grandi classici tengono sempre molto bene. Vedremo cosa succederà…

UL: Ha conosciuto Vasco Rossi nel 1977 e da lì è iniziato un lungo sodalizio musicale, prima come conduttore radiofonico, poi come musicista e autore delle musiche: come sono stati i suoi inizi e quali le maggiori difficoltà nel diffondere il “rock” in Italia?

MS: Devo dire che era più facile diffondere il rock in Italia negli anni ’80, quando il pubblico manifestava più curiosità nei confronti dei nuovi artisti, che, anche a livello discografico, avevano più tempo per forgiare un proprio discorso. Se adesso non passi dai network radiofonici o da MTv, non esisti, il pubblico non ti scoprirà mai.

UL: Nel 1988 con il singolo Alzati la gonna la Steve Rogers Band, fondata da lei e da Massimo Riva, decolla verso il successo dopo tanti anni di militanza come backing-band di Vasco Rossi, raggiungendo la vetta delle classifiche di quell’estate. Dopo pochi anni però, la vena creativa del gruppo sembra esaurirsi. Lei ha scritto canzoni magnifiche (la mie preferite sono Canzone, Ridere di te e Dormi, dormi) eppure il progetto è naufragato. Come mai?

MS: Se la ‘Steve’ la facessimo adesso, ci sarebbe più maturità. Allora non era un problema di mancanza di idee, ma il non essere supportati sufficientemente dalla nostra etichetta discografica.

Immagine articolo Fucine Mute

UL: Parallelamente alle attività più conosciute lei suona spesso in piccoli club… i Superjam, Proce & Solieri, i Class, la formazione “Chitarre d’Italia”, lo spettacolo chiamato “La notte delle chitarre” (poi diventato anche un cd): quanto crede sia utile rilanciare i piccoli spazi, i locali di musica live?

MS: Io faccio queste cose soprattutto per il divertimento, perché i guadagni sono abbastanza esigui e ci vuole molta passione. Però la cosa più divertente è avere il pubblico vicino, che suda con te. Purtroppo in Italia il discorso dei club è legato alle cover e alla cattiva abitudine che i gestori dei locali hanno dato al pubblico: applaudire e gioire solo ai pezzi strafamosi, in un pacchetto tutto compreso di birra+hamburger+hits e basta.

UL: Lei è anche produttore ed arrangiatore del gruppo Custodie Cautelari

MS: Con le ‘Custodie’ proviamo a dare al pubblico se non altro della musica suonata bene… o almeno così crediamo.

UL: Un’ultima curiosità. Mick Jagger disse: “Alla fine del concerto devi abbandonare la personalità da palco perché non s’adatta al camerino”. Ma cosa si prova realmente a suonare rapiti dalla musica davanti a migliaia di fan che cantano all’unisono?

MS: È bellissimo suonare negli stadi come nei piccoli locali, ma il giorno dopo è solo la tua vita.

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