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Arte

Tullio Crali: la vertigine del futurismo

Volando
a spire profonde ed eterne
volando ad altezze pazzesche,
m’esalto vedendo
il mare oscillante
la donna oscillante.
Oscilla il velivolo
col vento ruggente
col vento nemico:
oscilla furente
oscilla ramico.

Respiro a boccate grandiose
nel cielo che palpo oscillando a più pose
in alto più sempre.
E canto oscillando nell’aria
Selvaggie canzoni
Canzoni di fuoco
Canzoni sì folli e tremende
Che il cielo comprende
Il ciel solamente.

-Sofronio Pocarini-

Motore seduttore di nuvole, 1939 «L’hanno fatto! L’hanno fatto! Ch’io sia dannato se non hanno volato »: con questa frase Johnny Moore comunicava alla gente di Kitty Hawk che per la prima volta un velivolo a motore, il Flyer, si sollevava ad un’altezza di circa tre metri da terra e percorreva una distanza di 36,5 m sotto il controllo del suo pilota.
Era il 17 dicembre 1903: esattamente un secolo fa la storia cambiava volto per mano dei fratelli Orville e Wilbur Wright, i primi uomini a compiere una simile prodezza.
E di prodezza realmente si trattò, dal momento che una successiva simulazione al computer, compiuta da ingegneri aeronautici, dimostrò che l’equilibratore, troppo sensibile, rendeva il Flyer praticamente incontrollabile e che solo i riflessi di un atleta professionista potevano mantenere il velivolo in aria.
Ad ogni modo, da quel momento in poi, la distesa azzurra del cielo cominciò a trasformarsi da lontano limbo irraggiungibile a paradiso di conquista ed avventura: un terreno inesplorato da espugnare e piegare, e ciò non solo da un punto di vista strettamente pratico, ma perfino da un punto di vista artistico.
Ad imbarcarsi in quest’avventura fu il movimento d’avanguardia dell’Aerofuturismo che, attraverso il dettaglio delle visioni chimeriche di Tullio Crali, raggiunse negli anni ’30 i vertici più alti dell’espressione pittorica.
La medesima passione dei fratelli Wright per il volo, unita ad una straordinaria abilità di ricreare sulla tela prospettive aeree sconosciute e vertiginose, fece di Crali uno dei grandi protagonisti del Futurismo italiano, corrente che lo accolse sotto la sua ala e lo spinse a diventare, per influenza dello stesso Marinetti, l’outsider celebrato in questi giorni al Museo Revoltella di Trieste con la rassegna Tullio Crali e il volo dei futuristi che è stata visitata, in un mese e mezzo di apertura, da più di seimila persone e che ha costretto la direzione, a seguito del considerevole successo, a prorogarla fino al 19 ottobre.
L’esposizione, inserita nell’ambito delle diverse celebrazioni programmate dall’Assessorato ai beni e alle attività culturali del Comune di Trieste per il centesimo anniversario del primo volo aereo, ha illustrato, avvalendosi della collaborazione con la Galleria Comunale d’Arte Moderna di Roma, il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, il Museo Caproni di Trento, la Galleria d’Arte Moderna di Udine, i Musei Provinciali di Gorizia e del contributo di significative collezioni private (compresa quella della famiglia Crali), la grande personalità di un uomo che si è reso interprete dell’architettura, della grafica pubblicitaria, della scenografia e perfino della moda: un artista poliedrico che è vissuto fino a novant’anni e che ha continuato a dipingere fino all’ultimo.

Aeroplani sulla metropoli, 1926«Guardateci! Non siamo ancora spossati! I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza, poiché sono nutriti di fuoco, di odio e di velocità!… Ve ne stupite?… È logico, poiché voi non vi ricordate nemmeno di aver vissuto! Ritti, sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora la nostrasfida alle stelle! ».
Queste le febbrili ed esaltanti parole con cui Filippo Tommaso Marinetti gettò il guanto di sfida in faccia al mondo il 20 febbraio 1909, data della pubblicazione del Manifesto del Futurismo sul Figaro di Parigi: guanto degnamente raccolto dal giovane artista Tullio Crali che, a soli 22 anni, fu definito dallo stesso fondatore del movimento “una delle splendide sicurezze vittoriose dell’aeropittura”.
Crali nacque nel 1910 a Igalo, in Croazia, e visse a Zara fino a dodici anni, età in cui si trasferì con la famiglia a Gorizia; qui frequentò l’Istituto Tecnico e scoprì, leggendo avidamente le pagine del Mattino illustrato di Napoli (una delle rare riviste che giungevano in città) il movimento del Marinetti; da questo momento in poi tutta la sua vita è tesa a scrivere uno dei capitoli tra i più arditi della storia dell’arte, quello di una corrente che spavaldamente professava: «Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno ».
L’aeropittura e la visione futurista, nata come rifiuto delle ingessature dell’arte ottocentesca, non rappresenteranno, infatti, per il pittore una sporadica parentesi espressiva, bensì il punto focale di una personale ricerca artistica ed esistenziale che verrà portata avanti con vigorosa coerenza durante tutta la vita: egli non cesserà di essere futurista nemmeno quando il movimento si scioglierà, nel 1944, con la morte di Martinetti, sopraggiunta per una crisi cardiaca il 2 dicembre.
Talento precoce, Crali iniziò a dipingere nel ’25, quando aveva solo quindici anni, realizzando già l’anno successivo, la notevole tempera Aereoplani sulla metropoli. L’opera raffigura un paesaggio metropolitano stilizzato in svettanti rettangoli di grattacieli grigi e neri, intersecati da obliqui raggi di luce gialla che, fendendo un cielo ondulato — quasi un mare invisibile che avvolge con le sue risacche l’aria della città —, proiettano la trasvolata del velivolo.
La tematica del volo e la fascinazione per i “mostri del cielo” — come si può vedere anche nell’opera del ’27 Rombi d’aereo, un acquerello dalle ardite geometrizzazioni verdi e rosse, di forte impatto visivo, che ipnotizzano l’osservatore come un semaforo psichedelico e catalizzante — dovette coinvolgere e impressionare fin dall’inizio la fantasia di Crali che aveva frattanto cominciato a dipingere, celandosi sotto lo pseudonimo di “Balzo Fiamma”, intersezioni e immagini astratte ispirate a Balla, Boccioni e Trampolini; frequentava, all’epoca, la bottega di “sior Clemente”, intagliatore, doratore e corniciaio, che gli preparava i cartoni e che ebbe il merito di fargli conoscere gli artisti goriziani de Finetti, Melius, Gorsè e Del Neri.
Furono questi anni molto importanti per la formazione pittorica dell’artista: in particolare tra il 1928 e il 1929 Tullio scoprì gli aerei da caccia di stanza all’aeroporto di Merna, contattò F.T. Marinetti per aderire al Futurismo, presentò per la prima volta le proprie opere alla II Esposizione goriziana di belle arti e, non ultimo, decollò con l’idrovolante diretto in Istria.
Di quest’avventurosa esperienza, la prima di una lunga serie, il pittore scrisse: «Colmò tutta la mia avidità di vedere, sentire conoscere: l’ondata del decollo, la voce prepotente dei motori, l’intransigenza dell’elica, la sorpresa della sospensione a cento, cinquecento, mille metri sul mare, l’ubbidienza dei comandi, l’indisciplina della bora, vuoti, impennate, tutto era meraviglioso e quando mi trovai a terra era come se m’avessero derubato ». Un’esperienza assolutamente totalizzante.
L’artista non conseguirà mai il brevetto di volo, tuttavia avrà il privilegio di volare in numerose occasioni su aerei da caccia e perfino con la pattuglia acrobatica del Cavallino.
Al campo d’aviazione di Merna, attivato da poco come sede di reparti della neonata Aereonautica, Tullio Crali cominciò a copiare i velivoli militari che sorvolavano la città, sviluppando quel tema potente che caratterizzerà tutta la sua opera: il volare, il librarsi al di sopra dei punti di vista comuni e la libertà di spaziare dove altri prima di lui non avevano mai spaziato, fornendo all’arte un contributo originalissimo e del tutto stupefacente.

Autoritratto, 1935Come studente, Crali fu un disastro, anche se negli anni a venire divenne docente a Venezia, Roma e addirittura al Cairo. Ma, a onor del vero, c’è da precisare che la scarsa applicazione allo studio, durante gli anni dell’Istituto Tecnico, si dovette anche al fatto ch’egli rivendeva i manuali scolastici per comprarsi i libri del Marinetti, suo irriducibile mentore; il fondatore del Futurismo, come in seguito ebbe a dire lo stesso Crali, gli fu, infatti, “amico, fratello, padre”. Di Marinetti, egli possedette la maschera funebre originale e con lui firmò, nel ’44 e poco prima della sua morte, il Manifesto dell’Aeromusica: a tal proposito, bisogna aggiungere che i futuristi erano soliti stilare con una certa frequenza manifesti e proclami rivoluzionari (Crali sottoscrisse, tra gli altri, anche quello della Sassintesi, nel 1959, o sintesi dei sassi e il Manifesto dell’arte orbitale, nel 1969, cioè degli “interventi di chirurgia celeste per il perfezionamento dell’universo”), poiché essi rappresentavano uno stile e una filosofia di vita.
Il ’29, come si diceva poc’anzi, oltre ad essere la data che sancì la nascita ufficiale dell’Aeropittura fu un anno decisivo per l’artista: in questo periodo egli strinse contatti diretti con Filippo Tommaso Marinetti e conobbe Sofronio Pocarini che era stato, nel 1919, il fondatore del Movimento Futurista Giuliano e che lo farà successivamente esporre alla Seconda Mostra Goriziana d’Arte, l’altro significativo evento di questa fase iniziale, dove egli riscuoterà molti seguiti per la vitalità e l’originalità del suo precipuo stile pittorico.
In quest’anno cruciale l’artista dalmata realizzò i quadri In alto volo e il singolare Volo: unatempera che ritrae tre sbuffi di nuvole enormi e tondeggianti — quasi barocche nelle proporzioni —, bucate da tre rettangoli orizzontali e allungati. Queste geometrie essenziali hanno l’originale merito di proiettare nell’immaginario dell’osservatore la figurina di un aeroplano liberamente affrancato nell’immensità del cielo, delineando così le mirabili acrobazie di stile del pittore e una certa insofferenza alle regole classiche.
La Seconda Mostra Goriziana d’Arte rappresentò per Crali un fondamentale proscenio, che gli fornì la possibilità di farsi notare e di conoscere altri illustri artisti depositari della vitalità della pittura friulana.
L’intermediario che gli mise a disposizione quest’imperdibile chance, Sofronio Pocarini, fu poeta, pittore e giornalista: personalità ruggente e brillante, nel 1915 era stato addirittura arrestato e internato a Mittergraben per aver partecipato ad una manifestazione interventista, ed arruolato, l’anno dopo, come elemento politicamente sospetto.
Del fondatore, assieme a Mirko Vucetich, del Movimento Futurista Giuliano si è potuto ammirare, nella retrospettiva Tullio Crali e il volo dei futuristi, le originali opere Armonia dell’imbrunire (1926), Fiore Futurista (1929 ca.) e Animale esotico.
Armonia dell’imbrunire
, olio su cartone,è un paesaggio dai colori corposi che vivono autonomamente e in acuto contrasto con le forme aguzze e spigolose dei tetti posti sulla destra; le colline dalle tinte fredde e primarie paiono sbalorditivamente inghiottite da un punto di fuga immaginario che è collocato dall’autore dietro lo scorcio dei tetti rosa e un campanile svettante e allampanato.
Se questo quadro, come pure Paesaggio industriale (1930 ca.), può apparire senz’altro ancora legato al dato oggettivo e sperimentale, Fiore Futurista e Animale esotico schiudono, anche attraverso i colori compatti e brillanti, la fantasia dell’autore, definitivamente svincolata nel successivo Atmosfera azzurra (1930), olio su cartone, che esprime il vibrare della superficie cromatica in una dimensione assolutamente eterea e spirituale.
Mentre Pocarini sviluppava le proprie creazioni, nel ’31 Tullio Crali partecipò alla prima mostra futurista di Trieste (assieme ai nomi più famosi di questa corrente, tra cui Ballelica, Depero, Tato, Dottori e Trampolini) eincontrò personalmente, per la prima volta, Marinetti; realizzò inoltre alcune composizioni polimateriche a soggetto cosmico e bozzetti di scenografie per le sue sintesi teatrali.
Nello stesso periodo attuò una semplificazione formale che rese i velivoli raffigurati drasticamente essenziali, come si può rilevare anche nell’opera Motore in panne (1931) che ritrae la distorsione di un’elica attraverso un’ardita stilizzazione; l’opera verrà esposta, lo stesso anno, a Parigi.
Questo tipo di soluzione artistica, riconducibile ad una prepotente forza sintetica in cui s’intravede una scomposizione formale delle linee che è tipica di Balla e Boccioni, sarà però ben presto abbandonata a favore di una resa più fedele della realtà.
Ed ecco allora che i cieli divengono sinuosi e al contempo diafani nudi femminili ispirati a Prampolini e ai suoi paesaggi cosmici esibiti alla biennale di Venezia del ’30, che senz’altro Crali ammirò, e i cui influssi si registrano in Lussuria Aerea e Aereodanzatrice, tele datate entrambe 1931; l’ultima, in particolare, nasce dallo stimolante impulso dell’aerodanza e in specifico dalla danzatrice futurista Giannina Censi che si era esibita al Teatro Verdi di Gorizia nel maggio del ’31.
Come accennato, i quadri evidenziano un’atmosfera meno astratta e bidimensionale, con soggetti riconoscibili: in Lussuria Aerea le nubi e lo sfondo grigio-azzurro si mescolano col corpo rosato di una donna le cui fattezze maggiormente delineate sono quelle erotiche della bocca — bocciolo schiuso —, del seno e della linea morbida del pube.
Aereodanzatrice rappresenta la stilizzazione del corpo pieno e carnale di una ballerina che, a braccia aperte e vorticando, esprime il turbinio di una farfalla rosa che si libera nel blu infinito dell’orizzonte spaziale.
È, nel girone dell’arte futurista, una pittura assolutamente energica, in grado di esprimere a pieno la vigorosa propulsione del movimento.
La modernità più metropolitana si colloca, con Crali, al centro di tematiche ritrattistiche: periferie e centri urbani divengono un baratro in cui tuffarsi, un buco nero che ti risucchia nelle sue vertigini.
In un “dinamismo universale”, la materia in movimento acquisisce una vita propria attraverso i colori compatti e brillanti, che la fanno divenire energia pura, velocità. Tutta la tela è letteralmente inondata di luce bianca o artificiale che taglia volti, scompone l’aria e drasticamente recide di netto i ponti col passato.

Aerodanzatrice, 1931

Tra gli anni ’30 e ’40 il cammino di Tullio Crali fu costellato da successi e riconoscimenti, poiché nel frangente storico oltremodo reazionario e dinamico di questa parte dell’arte italiana egli, forse più di chiunque altro, seppe interpretare con originalità e forza le esaltanti imprese degli aviatori (in pace e in guerra), le prospettive inedite del mondo visto da altezze di migliaia di metri e la fiammante bellezza degli aerei, sempre più potenti e veloci.
Prima di lui, la veduta di una città poteva essere occasione di riflessione estetica, ma ora è dialogo, scambio, passione, spinta ad entrare nel quadro e piombare nei suoi mai visti prima punti di fuga; è il rilevamento di un nuovo orizzonte inesplorato, di una riconvertita sede spirituale, quella della divinità futurista: prima il cielo era dominio Dio, ma con Crali, la sola divinizzazione possibile è quella della sensualità e pienezza delle forme femminili.
Per tutti questi motivi la Biennale di Venezia del 1940 gli dedicò un’importante personale che fu molto elogiata dallo stesso Martinetti: Crali s’impose così come il pittore delle alture vertiginose e il più celebre esponente dell’aerofuturismo.
Ma già nel ’32, dopo aver presentato le proprie opere a Trieste, Padova, Roma e Milano, aveva esibito le sue creazioni a Parigi, nell’ambito della Prima Esposizione Aeropittori Futuristi Italiani, su invito e al seguito di Marinetti. Nello stesso anno aveva conseguito la maturità artistica all’Accademia di Venezia e realizzato cartelloni pubblicitari e bozzetti di moda futurista. Non va dimenticato, infatti,che l’artista fu abbondantemente prolifico anche nel campo dell’abbigliamento, sviluppando delle innovazioni che furono in seguito riprese anche da grandi stilisti: ideò il blazer senza risvolti e senza tasche e la giacca con un risvolto solo per coprire il taschino portapenne.
A Parigi, negli anni ’30, girando con una giacca rosso fiamma, inventò il borsello, abolì la cravatta e per chiudere il collo della camicia usò i gemelli recuperati dall’eliminazione dei doppi polsini.
Alcuni dei suoi quadri più famosi e apprezzati sono dipinti proprio in questi anni: Bombardamento notturno (1930), una tela inquietante nella sua proiezione di luce bianca, asettica sul sottostante paesaggio eroso e consunto, Lancio col paracadute (1931), Ali tricolori (1932), olio su tavola, che sprigionala vitalità delle frecce argentate — intuibili nelle forme essenziali dei cerchi piatti dei tricolori e immerse nei contorni neri di uno spazio geometrizzato — e Veduta aerea del castello di Gorizia (1936), un incredibile dipinto dalle vaste proporzioni che mette a nudo la notevole capacità ritrattistica di Crali e fornisce la misura del dettaglio e della precisione delle visioni dell’autore.
Autoritratto, del 1935, è invece una tela dagli effetti quasi surreali, per il volto dell’autore infranto, scomposto, e per i suoi occhi, capocchie di spilli, che fissano l’osservatore dritto in faccia tra la sovrapposizione di nuvole, parti di tavolozza e prati verdi stilizzati che simboleggiano le sue passioni in un dinamico intersecarsi di spazi.
Notevole è a sua volta il dipinto Aerocaccia I (1936-1938), dedicato a Umberto Klinger, mitico pilota e presidente dell’Ala Littoria (la compagnia aerea nazionale degli anni ’30) che gli concesse di volare gratuitamente su tutte le linee “per ragioni d’arte”.

Prima che si apra il paracadute, 1939Ma se questi citati sono senz’altro quadri considerevoli, In tuffo sull’aeroporto del 1939, è assolutamente affascinante e geniale: il pubblico che s’accosta alla tela non può che rimanere vigorosamente afferrato dalla sensazione di cadere — attraverso una sensazionale prospettiva aguzza di terreni erbosi — al suolo, proprio come quando si atterra dall’aereo, solo che questa percezione risulta molto più vertiginosa e impellente per via della scomposizione dei piani effettuata.
Straordinari ed ammalianti risultano anche Prima che si apra il paracadute (1939) e Incuneandosi nell’abitato (1939), forse il quadro più celebre di Crali.
Il primo quadro riporta la probabile vista sottostante di un paracadutista che si è appena lanciato dal velivolo per precipitare a terra: di sconvolgente bellezza. Le braccia spalancate si proiettano in un semicerchio amplissimo che suddivide la tela a metà: sotto lo sguardo dell’uomo, in una fusione tra corpo e aria, la fugace e istantanea immagine della terra.
Protagonisti assoluti dei dipinti di questo periodo sono gli aerei che dall’alto scandagliano la vita di ogni giorno e se ne astraggono nella luce pura dell’etere; al di fuori dei tortuosi reticoli urbani delle grandi città, esaltate come i centri del movimento e viste attraverso gli squarci luminosi che spalancano il quadro, viene messa a nudo un’originalità e una forza rappresentativa mai prima visti.
Il desiderio di volare s’intreccia con quello d’interpretare artisticamente ciò che gli occhi percepiscono: l’ebbrezza di visioni assolutamente escluse all’uomo comune dell’epoca, la percezione di dimensioni sconosciute, spigoli, scorci da mozzare il fiato, panorami e vette irraggiungibili.
«Non posso guardarlo, mi gira la testa. Mai mi è successo in volo…». Tali parole, pronunciate da un capitano pilota d’aerei quando la tela Incuneandosi nell’abitato fu esposta ad una mostra, oltre a costituire un impagabile complimento per l’artista, sfiorano l’idea di ciò che si possa provare al cospetto di un quadro dalla dinamicità e dalla bellezza assolutamente perfetta.
Il pilota raffigurato è un moderno Teseo che letteralmente è in procinto di piombare su una labirintica città industriale dai lucenti colori bianco-verdastri; l’incombente atterraggio è reso attraverso una veloce fuga prospettica che infonde, osservando i grattacieli, un paralizzante e acuto effetto di vertigine. La tela è un vortice che risucchia lo spettatore in un’altra dimensione in cui si può solo aprire le braccia, abbandonare il terreno sotto i piedi e semplicemente trattenere il respiro volando.
Un’altra tela molto importante di questo periodo è Motore seduttore di nuvole, del ’39, in cui Crali propugnò e alimentò il mito futurista della macchina che andava dichiarando: «Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le maree multicolori o polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole pei contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che scavalcano i fiumi, balenanti al sole con un luccichìo di coltelli; i piroscafi avventurosi che fiutano l’orizzonte, le locomotive dall’ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d’acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta. »

"Incuneandosi sull'abitato, 1939"

Attorno agli anni ’40, come testimonia, tra le altre, la tela Bombardamento ad una fabbrica, del 1942, l’artista si soffermò sui temi tragici e potenti della distruzione, dello scempio, del fallimento, della follia, in un’unica parola, della guerra: ai colori è negata la primitiva brillantezza, compaiono tinte polverose e bruciate per circoscrivere un tetro teatro di combattimenti che Crali vide e visse in maniera diretta.
Alla fine del conflitto egli si trasferì a Torino e proseguì con l’attività, iniziata nel ’41, di promozionedelle poetiche futuriste nelle serate a Gorizia, Udine, Trieste e nel resto d’Italia.
Tra il 1950 e il 1958, visse invece a Parigi, insegnando in un liceo italiano: le suggestioni della Bretagna e la volontà di indagare i moti della natura per esprimere l’intima vitalità si trovano sprigionate nei quadri del ’57 Belle ile, La rada di Camaret e Cap de la Chévre in Bretagna; maa partire da questo decennio il resto del suo percorso artistico divenne una via puntellata di solitudine e difficoltà; una via, a dispetto di tutto, senz’altro seguita con coraggio e ardore, specialmente dopo essersi ribellato alla decisione di Benedetta Marinetti di sciogliere le file del Futurismo alla morte del suo fondatore.
Ma egli era un pittore che amava dannatamente volare e le sue pennellate furono ali che continuarono comunque a spiccare un felice volo attraverso seducenti immagini che continuamente si rinnovarono divenendo di volta in volta boccata d’aria, ossigeno, vertigine, salto nel buio, scoperta.
Dal 1962 al 1966 Crali si trasferì al Cairo, dove insegnò presso la locale Scuola d’Arte italiana; Paracadutando luce, del 1965, riporta tutta la solarità e il calore di quelle terre che dovettero senz’altro ammaliare pure il pittore, abituato a ben altri climi o paesaggi, e difatti la tela è l’esplosione di una luminosità accecante e quasi incandescente nel suo calore: il sole entra, con la proiezione dell’alba sui campi, a grandi squarci sulla tela, ricreando una suggestione semplicemente indescrivibile.
Una volta ritornato in patria si stabilì a Milano, punta della modernità, dove l’artista non mancherà di sviluppare, fino agli ultimi anni di vita, esperimenti e slanci di rinnovamento che confluiranno nella propulsione di colore e vitalità dei dipinti del 1986, dedicati alle Frecce Tricolori, la pattuglia acrobatica nazionale, che lo accolse perfino a bordo dei Macchi, per fargli provare — a quasi ottant’anni — la gioia del volo ultramoderno.
Negli ultimi anni milanesi Crali divenne più astratto, anche se riprese la compenetrazione dei piani spaziali e la marcatura delle linee-forza; la figura umana, angosciosamente indefinita, ritornò sulle sue tele con Vento divino che riporta il volto di un kamikaze dagli occhi tratteggiati attraverso due piccoli archi a mandorla e con il pilota spaziale intuibile in Rientro dallo spazio.
Le frecce tricolori, 1986Le frecce tricolori
(1986) ripercorre invece, attraverso le parabole e linee di traiettorie spregiudicate, le prodezze delle pattuglie acrobatiche: l’artista divenne più ardito nelle sue visioni ed è sempre più difficile per lo spettatore restare incollato a terra.
Si spense a Milano, tenendo stretta al pugno, fino all’ultimo, la bandiera futurista: «Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’Impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell’assoluto, poiché abbiamo già creata l’eterna velocità ».

Tullio Crali, appassionato estimatore delle “macchine da volo”, fu l’esponente più prestigioso dell’Areofuturismo italiano e l’interprete di una dimensione dell’arte assolutamente originale e pulsante.
Da altezze incredibili disegnò la geografia delle regioni e dei continenti, con un dettaglio e unaprecisione che, sebbene le sue opere si connotino per l’impronta astratta, suggeriscono una tangibile libertà visiva che consente, al pubblico, di librarsi in alto e sognare l’abbandono tra le nubi della volta celeste.

Commenti

Un commento a “Tullio Crali: la vertigine del futurismo”

  1. geometrie volanti cromatiche nel cielo é fantastico! Tullio Crali!

    Di rossella circeo | 24 Aprile 2012, 20:23

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