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Cinema

Matrix: la realtà e il suo doppio (I)

Percorsi simbolico-politici nella cinematografia contemporanea

Introduzione

Immagine articolo Fucine MuteOgnuno di noi, fin da piccolo, si trova a confronto con una qualche forma di rappresentazione della realtà. La prima immagine “altra” che abbiamo di noi stessi è lo specchio. Lo specchio riflette piuttosto fedelmente la nostra immagine, tuttavia è limitato: l’immagine infatti non ha profondità, né lo specchio può riprodurre i suoni. è comunque una rappresentazione della realtà fittizia, che inizialmente ci può ingannare. E così anche l’uomo, da sempre, si è trovato a confronto con la realtà ed il suo doppio, cioè con le varie rappresentazioni di essa possibili, prima fra tutte appunto lo specchio. “Con tutte le cautele d’obbligo, possiamo dire che, fin dai tempi più remoti, l’uomo ha saputo che alcune superfici riflettenti, in virtù della loro proprietà rispecchiante, sono in grado di fornire immagini atte a raddoppiare illusoriamente la realtà. Lo ha saputo da quando ha esperito che la superficie dell’acqua rispecchiava la sua immagine. E non soltanto la sua, come il mito di Narciso potrebbe far credere, ma anche quelle degli altri uomini, degli animali, delle piante, delle montagne, della luna, del sole.” Si pensi appunto al citato mito di Narciso, ingannato dal riflesso della sua stessa immagine in uno stagno, ed attratto da essa fino a morirne. Narciso viene considerato il simbolo della vanità e dell’egocentrismo, tuttavia a noi è utile per capire come già in tempi antichissimi ci si interrogasse sulla natura ingannevole della realtà che ci appare. “Dai tempi più remoti lo specchio ci ha conturbato, incantato, abbagliato. Ma non solo. Lo specchio ha fortemente stuzzicato la nostra curiosità. In primo luogo, beninteso, la curiosità su noi stessi, sul nostro aspetto e la nostra fisionomia, sulla nostra immagine corporea. Tuttavia la nostra curiosità andava ben oltre questo importante aspetto del vissuto. A ben guardare, lo specchio ci ha sempre intrigato anche come artefatto, come dispositivo tecnico che riproduce artificialmente la realtà. Un singolare artefatto che agisce di per sé, senza il nostro intervento.” Un artefatto, dunque. Lo specchio sarà il primo di una serie di artefatti che l’uomo creerà per rappresentare la realtà.
Ma se la realtà che vediamo fosse già un artefatto? Se il mondo percepito dai nostri sensi fosse solo un’illusione, una copia imperfetta della realtà “vera”, che noi non riusciamo a vedere? Anche questo è un tema che ha sempre incuriosito ed affascinato l’uomo.

Immagine articolo Fucine MuteFin dall’antichità i maggiori filosofi si sono interrogati su se e come la realtà possa essere percepita dai nostri sensi, portati ad essere tratti in inganno. Platone già nel quattrocento a.C. nell’antica Grecia trattò questo tema nelle sue opere, seguito poi da molti altri filosofi, dagli Gnostici a Schopenhauer, ai molti autori di fantascienza che continuano ad interrogarsi sulla realtà anche ai nostri tempi.
Proprio Platone indica l’arte come prima forma di imitazione della realtà. L’arte è l’imitazione della realtà per eccellenza. L’arte classica, e poi quella rinascimentale, barocca, neoclassica si rifanno ad una rappresentazione fedele della realtà. Si pensi all’uso della prospettiva nel Rinascimento, e a come sia stato considerato “un passo a dir poco rivoluzionario nella storia delle tecniche finalizzate a fornire una rappresentazione sempre più verosimile della realtà.” Una rappresentazione che fosse il più fedele possibile alla realtà era dunque un punto d’arrivo. Con l’impressionismo e con l’arte moderna cambia il modo d’intendere la riproduzione della realtà. Questa è ora basata sulle “impressioni”, quindi sulle percezioni visive soggettive che della realtà hanno gli artisti (ad esempio gli effetti che provoca la luce sul paesaggio nei diversi momenti della giornata).
“Se un pittore desidera riprodurre le proprie impressioni, egli non tenterà l’imitazione della natura, considerata l’ultima ragion d’essere dell’arte sin dall’antichità e specialmente dal Rinascimento, anche se vi era da aspettarsi una forma lievemente idealizzata della natura. Gli Impressionisti non vogliono riprodurre gli oggetti così come ci si presentano alla vista ed al tatto, ma solo secondo il loro effettivo aspetto. Per apparenza essi intendono una mescolanza in virtù della quale un fattore soggettivo si aggiunge alla struttura dei sensi determinando la sensibilità. Comunque, per gli Impressionisti l’apparenza significa innanzitutto che gli oggetti sono modificati ai nostri occhi da speciali condizioni di aria e di luce (…). Le impressioni sono transitorie, sia perché mutano le condizioni d’aria e di luce, sia perché le cause di questi mutamenti sono intrinsecamente variabili. La prima maniera di dipingere gli oggetti, realistica e allo stesso tempo idealistico-realistica, che cercava di rappresentare l’ideale come cosa realmente esistente, tentava di raggiungere il permanente, l’eterno. L’Impressionismo dal canto suo è subordinato al nuovo rapporto del fattore tempo. Il suo scopo è di fissare un’impressione fugace di quanto accade, nel rapido scorrere degli eventi nel più breve spazio di tempo.”

Altra forma antichissima d’espressione, il teatro si presenta da sempre come tentativo di imitare la vita. Spesso, a teatro, si rappresentano storie tratte dalla realtà, arricchite e drammatizzate. E spesso realtà e finzione si confondono. Si crede che nel teatro parigino del Grand Guignol la violenza praticata fosse vera. Il film The Baby of Macon di Peter Greenaway racconta la storia di una rappresentazione teatrale che ricostruisce un fatto accaduto nella cittadina di Macon, in cui una fanciulla viene violentata a morte da dei soldati. Ma l’attrice viene realmente violentata sulla scena e muore. “Il campo dell’illusione teatrale è estremamente vasto, va da un grado di realismo quasi fotografico, sia nell’azione che nella rappresentazione scenica, all’altro estremo di affidarsi a emblemi, simboli, immagini e allusioni che sembrano lontanissimi da qualsiasi comportamento o ambiente riscontrabile nella vita reale.”

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In tempi più recenti hanno visto la luce nuovi artefatti, grazie ai progressi tecnologici, la fotografia ed il cinema. Questo è una forma di rappresentazione della realtà simile al teatro, ma estremamente più realistica. Si racconta che alle prime proiezioni dei fratelli Lumière, inventori del cinema, il pubblico in sala fuggì alla visione di una locomotiva che veniva incontro ad essi, credendola vera.
“La battaglia per conquistare il pubblico di massa che si scatenò dopo il 1900 tra il cinema e il teatro fu in gran parte combattuta intorno al problema di quale dei due media potesse produrre l’illusione della realtà più convincente nel modo più spettacolare e più divertente.”
“Ogni immagine è bella non perché sia bella in sé… ma perché è lo splendore del vero”: così Jean Luc Godard commentava un film di Rossellini. In questa frase si coglie l’aspirazione da parte dei cineasti di rappresentare la realtà: il rifiuto di un’immagine “bella in sé” e il “rinvio a qualcosa di cui l’immagine è invece una riproposta e un prolungamento, e cioè lo splendore del mondo, la verità delle cose, in una parola la realtà.” Intorno a questi nodi si è dipanato il dibattito sul realismo cinematografico, “proponendo le celebri metafore del cinema come finestra spalancata sul mondo o del cinema come specchio della vita.” A proposito del cinema circola però anche un’altra idea: “quella che il cinema, per sua natura, sappia soprattutto dar corpo all’immaginario. Sullo schermo non appare il mondo, nella sua evidenza e nella sua concretezza, ma un universo nuovo, in cui si mescolano oggetti comuni e situazioni anomale, dati di fatto e sensazioni impalpabili, presenze riconoscibili ed entità irreali, comportamenti abituali e logiche sorprendenti. Il cinema insomma apre uno spazio altro, in cui hanno diritto di cittadinanza ben più cose di quelle che ci stanno attorno.” Si tratta quindi di andare “al di là dello specchio”: il cinema è un doppio della realtà perché certo ne fornisce una copia, ma soprattutto perché contribuisce a crearne un’altra nell’immaginario.

Il secolo appena trascorso ha visto l’avvento definitivo dei mass media, i mezzi di comunicazione di massa. In quanto tali, si propongono di raccontare la realtà, la verità. La stampa ha lo scopo di informare la gente su ciò che accade. La televisione ha in più la possibilità di usare le immagini e quindi di riprodurre fedelmente qualsiasi evento accada. “Da un po’ di tempo sembra che lo schermo tenda a prendere il posto dello specchio”, scrive Paul Virilio. Ma se usati in maniera da fornire una visione “distorta” della realtà sono in grado di condizionare pericolosamente le masse. Esse sono portate così a percepire una realtà diversa da quella che è ed a prendere decisioni diverse. I mass media possono cioè creare un doppio della realtà, un falso mondo. I regimi totalitari sono un esempio di quest’uso dei mass media per controllare le masse. Ma anche nelle democrazie i mezzi di comunicazione contano molto, perché sono in grado di influenzare la gente in maniera più impalpabile, ma comunque preoccupante. Ma il progresso tecnologico sta portando l’uomo verso nuovi artefatti. Grazie ai moderni computer è ora possibile non solo rappresentare la realtà, ma crearne una nuova. Una realtà che non sia possibile solo vedere, ma anche toccare e percepire con tutti i sensi. Una realtà in cui ci si possa immergere completamente. Questo programma è stato chiamato Realtà Virtuale. Fino ad ora una realtà virtuale in grado di competere con la realtà fino a sovrapporvisi non è stata ancora perfezionata. Quella sperimentata fino ad ora è stata abbastanza deludente. Ma gli scenari che si aprono davanti a noi, se e quando questa verrà perfezionata, sono inquietanti. Esseri artificiali che potranno fare le veci degli umani, ambienti ricreati intorno a noi che ricalcano in tutto e per tutto luoghi lontani o fantastici.

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Si legge nel racconto I Supertoys che durano tutta l’estate di Brian W. Aldiss, che ha ispirato il recente film A.I. di Steven Spielberg: “Gli Swinton vivevano in uno dei più eleganti isolati cittadini, mezzo chilometro al di sopra del terreno. Chiuso tra gli altri appartamenti, il loro non aveva finestre che davano direttamente sulla via; nessuno voleva vedere il mondo esterno sovraffollato. Henry aprì la porta accostando l’occhio allo scanner retinico ed entrò, seguito dal servitore. Immediatamente venne circondato dall’amichevole illusione del giardino immerso in un’estate eterna. Era stupefatto di come il Whologramma riuscisse a creare miracoli in uno spazio limitato. Dietro le rose e il prato si scorgeva la loro casa: l’inganno era completo. Una grande villa georgiana pareva dargli il benvenuto.”
Ne I Supertoys quando arriva l’inverno continuano le descrizioni di questo mondo creato ad arte per soddisfare ogni esigenza dell’uomo: “Nel giardino della signora Swinton non sempre era estate. Era uscita nella città affollata e aveva comprato il disco di realtà virtuale per “l’inverno in Europa”. Ora i mandorli avevano perso le foglie e i loro rami erano coperti di neve. Finchè il disco era inserito, la neve non si sarebbe sciolta sui rami. E neppure sulle false pareti e sulle false vetrate della simulazione domestica degli Swinton. La neve sarebbe rimasta per sempre sui davanzali delle finestre, i ghiaccioli che pendevano dalla grondaia non si sarebbero sciolti, finchè il disco era inserito. E finchè il disco era inserito, anche il cielo invernale sarebbe rimasto lo stesso.” Con la realtà virtuale quindi potrebbe porsi, con differenti premesse, l’interrogativo che tanti filosofi si sono sempre posti. Se cioè quella che vediamo sia la vera realtà. Una realtà virtuale perfezionata potrebbe sostituire in tutto e per tutto la realtà vera, fino a confondere chiunque. L’uomo potrebbe arrivare ovunque, creare qualsiasi ambiente solamente schiacciando qualche tasto, e smetterebbe così di muoversi. Ricreare qualsiasi emozione artificialmente vorrebbe dire cessare di vivere una vita propria.

“Proprio come il cinema ha creato un mercato di infinite varietà di sogni, la Realtà Virtuale è un potenziale prolungamento tecnologico dell’immaginario individuale e collettivo.” Cinema e Realtà Virtuale sono stati spesso accostati, come creatori di mondi alternativi. E non è un caso che proprio il cinema negli ultimi anni abbia voluto rappresentare i possibili scenari che il virtuale potrà portare nella vita dell’uomo, e quindi il rapporto tra la realtà e il suo doppio. Un uomo che a sua volta cerca nella tecnologia una proiezione delle proprie facoltà, fino a diventare un doppio tecnologico di se stesso.
Questo lavoro si propone dunque, attraverso un percorso nella cinematografia contemporanea, di analizzare come il cinema abbia affrontato il rapporto tra la realtà e il suo doppio, tra l’uomo e la tecnologia, tra realtà effettiva e realtà virtuale, tra verità e menzogna.

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Capitolo primo. Concetto di realtà e analisi del doppio

Iniziamo il nostro percorso nella cinematografia contemporanea riflettendo su Matrix, film di fantascienza del 1999. Matrix rappresenta molto bene i concetti di realtà e doppio che sono al centro di questa tesi e racchiude in sé molti dei temi che verranno affrontati. Il film infatti ruota attorno al confronto tra un mondo vero e un mondo fittizio, che viene presentato come vero. Ci troviamo quindi di fronte all’opposizione tra verità e menzogna, tra verità e apparenza, tra la realtà e il suo doppio, appunto. La realtà potrebbe non essere quella che ci appare, ma un’altra. È questo il dubbio davanti al quale viene posto il protagonista del film. Come in lui, il dubbio è instillato anche nello spettatore, che comincia a chiedersi quanto di vero ci sia nel mondo circostante. Ma il tema dell’opposizione tra realtà e apparenza non è per nulla nuovo: esso ha interessato l’uomo fin dalla nascita della civiltà, sia in Oriente sia in Occidente. Alcuni dei più importanti filosofi hanno trattato questo tema nelle loro opere A partire da Platone, nell’antica Grecia, che si pose il problema di come il mondo che vediamo possa non essere quello vero. Per proseguire con l’eresia cristiana della Gnosi, secondo la quale il nostro mondo non sarebbe altro che un errore, un falso mondo creato da qualcuno che ha cercato di sostituirsi a Dio. Ma il tema è stato trattato anche in tempi più recenti: Schopenhauer, vissuto a cavallo tra Settecento e Ottocento, parla di un mondo che è illusione e apparenza e che nasconde una verità di dolore. Nel Novecento Jung usa il termine archetipi dell’inconscio collettivo per suggerire che può esistere una realtà preesistente a quella in cui viviamo.

1. Platone e la teoria delle idee.

Platone, filosofo greco vissuto dal 428 al 347 a.C., è noto altresì per la sua teoria delle idee. Egli aveva già distinto tra mondo vero e mondo apparente. Il primo è il mondo delle idee, il secondo il mondo sensibile che vediamo con i nostri occhi. Le cose del mondo non possono essere oggetto della scienza in quanto mutevoli e imperfette, perché apprese dai sensi, secondo quella forma di conoscenza che Platone chiama opinione (doxa). Oggetto della scienza secondo Platone sono invece le idee. Il termine idea non va inteso secondo la concezione moderna, cioè come una rappresentazione o un pensiero del nostro intelletto, ma come un’entità immutabile e perfetta, che esiste indipendentemente da noi, in una zona d’essere diversa dalla nostra, chiamata “iperuranio”. Le idee sono comunque in stretto rapporto con le cose del mondo, con gli oggetti: le prime sono il modello unico e perfetto delle seconde, copie o imitazioni imperfette delle idee.
“Si devono distinguere queste cose. Che è quello che sempre è e non ha nascimento, e che è quello che nasce sempre e mai non è? L’uno è apprensibile dall’intelligenza mediante il ragionamento, perché è sempre nello stesso modo; l’altro invece è opinabile dall’opinione mediante la sensazione irrazionale, perché nasce e muore, e non esiste mai veramente.” Secondo Platone “dunque conviene distinguere tra l’immagine e il suo modello”. Le idee esistono in modo “superiore” alle cose, sono “trascendenti, in quanto esistono oltre la mente ed oltre le cose.”
Si è discusso se questo “oltre” alluda ad un vero e proprio mondo dell’al di là, come l’Empireo dantesco e il Paradiso cristiano, ma la maggior parte degli studiosi l’ha interpretato come un “ordine eterno di forme e valori ideali, che, come tali, non esistono in alcun luogo o Empireo.”

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Il mito della caverna

La distinzione tra la realtà e il suo doppio presente in Platone è ben rappresentata dal racconto della caverna, uno dei miti più noti della Repubblica e del filosofo in generale.
Si immagina che dentro ad una caverna vi siano degli uomini, schiavi, incatenati e costretti a guardare solo davanti a sé, verso il fondo della caverna. Dietro a loro c’è un muretto, oltre il quale altri individui si muovono portando delle statuette, e oltre un fuoco, la cui luce proietta delle immagini sul fondo. Gli schiavi, costretti a guardare verso il fondo ed impossibilitati a voltarsi, scambiano quelle ombre che appaiono sulla parete per la vera realtà, la sola esistente e possibile. “Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni? […] Per tali persone, insomma, feci io, la verità non può essere altro che le ombre degli oggetti artificiali.”
Ma se uno di essi riuscisse a scappare, inizialmente verrebbe accecato dalla luce del sole, poi finalmente riuscirebbe a vedere la verità, di cui le ombre non sono che pallide copie. Uscendo dalla caverna scoprirebbe addirittura che nemmeno le statuette sono la realtà, perché esse altro non sono che imitazione delle cose reali, rese visibili dal sole. “E, giunto alla luce, essendo i suoi occhi abbagliati, non potrebbe vedere nemmeno una delle cose che ora sono dette vere. […] Dovrebbe, credo, abituarvisi, se vuole vedere il mondo superiore.” Se poi volesse rendere partecipi gli altri schiavi, e rivelare loro la verità, di certo non sarebbe creduto, ma deriso, emarginato, ucciso da chi non lo può capire, o ha paura di perdere le proprie Immagine articolo Fucine Mutecertezze. “E se dovesse discernere nuovamente quelle ombre e contendere con coloro che sono rimasti sempre prigionieri, nel periodo in cui ha la vista offuscata, prima che gli occhi tornino allo stato normale? E se questo periodo in cui rifà l’abitudine fosse piuttosto lungo? Non sarebbe egli allora oggetto di riso? E non si direbbe di lui che dalla sua ascesa torna con gli occhi rovinati e che non vale la pena di tentare di andar su? E chi prendesse a sciogliere e a condurre su quei prigionieri, forse che non l’ucciderebbero, se potessero averlo tra le mani e ammazzarlo?”
Il significato del mito appare chiaro: la caverna sta a rappresentare il nostro mondo, gli schiavi in catene gli uomini, le catene l’ignoranza e le passioni che ci impediscono di vedere la verità. Le ombre delle statuette sono le cose come appaiono ai nostri sensi, cioè in maniera superficiale, le statuette sono le cose del mondo sensibile e il mondo al di fuori della caverna è il mondo delle idee, che l’uomo può vedere quando si libera grazie alla conoscenza e alla filosofia.

L’arte come imitazione della realtà

Nella Repubblica vi è anche un’interessante digressione sull’arte ed il suo rapporto con la realtà. Secondo Platone l’arte è “imitazione di un’imitazione”e proprio per questo è “di tre gradi lontana dalla Verità”: infatti riproduce l’immagine di cose sensibili e di eventi naturali che a loro volta riproducono le idee. È un’imitazione dell’apparenza e non della realtà. Ad esempio, ci sono tre specie di letto: l’idea del letto, il letto oggetto sensibile prodotto dall’artigiano, e il letto riprodotto dall’artista. “A quale di questi due fini è conformata l’arte pittorica per ciascun oggetto? A imitare ciò che è così come è, o a imitare ciò che appare così come appare? È imitazione di apparenza o di verità? Di apparenza […]. Allora l’arte imitativa è lungi dal vero e, come sembra, per questo eseguisce ogni cosa, per il fatto di cogliere una piccola parte di ciascun oggetto, una parte che è una copia.” In quanto imitazione dell’apparenza l’arte è produttrice di illusione. “Anziché pungolare l’anima verso le idee, l’arte tende quindi a rinserrarla in questo mondo, che dal punto di vista della visione platonica dell’essere si configura, secondo quanto si è visto, alla stregua di una buia caverna, cioè come una realtà inferiore da cui l’uomo deve cercare di uscire.”

2. La gnosi e il “risveglio” dal sonno.

Richiami alle teorie platoniche si ritrovano nello Gnosticismo, indirizzo di alcuni gruppi filosofico-religiosi diffusisi nei primi secoli dopo Cristo in Oriente ed Occidente: è il primo tentativo di una filosofia cristiana, che mescola elementi cristiani, mitici, neoplatonici ed orientali. I principali esponenti sono Basilide, Carpocrate, Valentino, Bardesane e Mani.
Secondo Basilide vi sono due elementi della realtà: la luce e le tenebre. Il primo è la causa del bene, il secondo del male. Le tenebre cercarono di unirsi alla luce e di farne parte, mentre essa rimaneva per conto suo, ritirandosi per non assorbirle. Le tenebre crearono così un’apparenza e un’immagine della luce, il mondo, nel quale predomina il male ed il bene è presente in quantità minima. Questa concezione si avvicina molto a quella manichea, pur non ammettendo la lotta tra i due elementi, come fa invece quest’ultima.

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Si deve invece a Valentino la concezione del mondo come errore, come sforzo mal riuscito. Valentino e i suoi seguaci ponevano al culmine della realtà il Padre, detto anche Primo Padre o Eone perfetto, un “essere intemporale ed incorporeo, ingenerato e incorruttibile.” Questo primo principio è formato da una coppia di termini (Abisso e Silenzio), così come lo sono gli eoni, esseri spirituali che da esso derivano. L’insieme di queste determinazioni divine forma il Pleroma, regno della vita divina, piena e perfetta, totale. Ma l’ultimo eone, la Sapienza (Sophia), cercò di scoprire il primo, risalendo verso le zone superiori del Pleroma. L’impresa non gli riuscì ed in questo inutile sforzo creò il mondo, “che perciò presenta i caratteri di uno sforzo mal riuscito e gli errori ed il pianto che lo sforzo mal riuscito produce.” Con una parte dell’essenza divina del Pleroma diede origine al mondo, e anche agli Arconti, guardiani e difensori di questo mondo. Questo eone venne chiamato Demiurgo, cioè artefice semi-divino, falso Dio.
Anche negli Gnostici è quindi presente la visione di un mondo ideale, vicino alla perfezione, alla verità, ed un altro mondo che è invece apparenza, imperfezione, errore. La tesi gnostica presenta quindi vari punti di contatto con quella platonica, anche se appare più negativa e pessimistica. E anche in essa la via verso la verità, la salvezza, è rappresentata dalla conoscenza. Il termine greco gnosis significa appunto conoscenza. È questa la condizione della salvezza, è questa che permette all’uomo di “risvegliarsi” dal sonno in cui vive, che gli impedisce di vedere la verità. L’individuo, attraverso un processo intuitivo, arriva alla conoscenza di sé, dell’origine dell’uomo e del mondo. La conoscenza gli permette di raggiungere la salvezza personale dal mondo della materia, che è il male da cui redimersi. “Lo gnostico apprende che il suo vero essere (cioè il suo essere spirituale) è di origine e di natura divine, sebbene attualmente si trovi prigioniero in un corpo; egli viene anche a sapere che abitava una regione trascendentale, ma che fu in seguito scaraventato in questo basso mondo; che egli avanza rapidamente verso la salvezza e finirà per essere liberato dalla sua prigione carnale.”

Il risveglio: l’Inno della Perla

“L’amnesia (l’oblio cioè della propria identità), il sonno, l’ebbrezza, l’intorpidimento, la cattura, la caduta, la nostalgia si collocano fra i simboli e le immagini specificamente gnostiche, benché non siano creazione dei maestri della Gnosi. Nel suo volgersi alla materia e nell’ansia di conoscere i piaceri del corpo l’anima dimentica la propria identità, dimentica la sua natura originaria, il suo vero centro, il suo essere eterna.” Il mito gnostico dell’amnesia e dell’anamnesi, che si trova anche in Platone, è ben rappresentato dall’Inno della Perla, conservato negli Atti di Tommaso. Vi si narra di un principe che giunge dall’Oriente in Egitto per cercare una perla unica che si trova nel mare custodita da un serpente a sonagli. Lì viene fatto prigioniero dagli abitanti del luogo, che gli fanno mangiare il loro cibo e dimenticare la sua identità. Dimentica così di essere figlio di un re, di essere lì per la perla e a causa della pesantezza del cibo cade in un sonno profondo. Ma i genitori, venuti a sapere di questo, gli scrivono una lettera in cui gli ricordano chi è e per quale motivo si trova in Egitto. Ricevuta la lettera, il principe si risveglia ed esce dal torpore, incanta il serpente a sonagli, e si dirige con la perla verso la casa paterna.

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Si tratta del mito del “Salvatore Salvato”. Si rifletta sul significato delle immagini: il Mare e l’Egitto sono i simboli del mondo materiale, in cui sono prigionieri sia gli uomini sia il salvatore inviato a liberarli. La lettera è la conoscenza che arriva a destarlo dal sonno e a portarlo alla verità. “Disceso dalle regioni celesti, l’eroe abbandona il suo manto di gloria ed indossa l’abito immondo, per non distinguersi dagli abitanti del paese; si tratta, dunque, dell’involucro carnale del corpo, nel quale egli si incarna. Durante la sua ascensione egli è poi accolto dal suo glorioso manto di luce, simile a lui stesso, e capisce che questo ‘doppio’ è il suo vero Sé.” È evidente il riferimento al Cristo: secondo le teorie gnostiche nel corso dei secoli sono stati inviati varie volte tra noi degli eoni allo scopo di informarci sulla natura della divinità, l’ultimo dei quali sarebbe proprio Cristo, il quale parlava attraverso Gesù, un uomo normale.
“Il tema dell’amnesia provocata da un’immersione nella “Vita” (= la Materia) e dell’anamnesi ottenuta attraverso i gesti, le canzoni o le parole di un messaggero si incontra anche nel folclore religioso dell’India medievale.”
“Nella letteratura gnostica, l’ignoranza e il sonno sono anche espressi in termini di ‘ebbrezza’. Il Vangelo della Verità paragona colui che possiede la Gnosi a una persona che, dopo essersi ubriacata, ritorna sobria e, ritornata in sé, afferma nuovamente quel che è veramente suo. Il ‘risveglio’ implica l’anamnesi, la riscoperta della vera identità dell’anima, vale a dire il riconoscimento della sua origine celeste. […] Nella predicazione gnostica la maggior parte di queste immagini — l’ignoranza, l’amnesia, la prigionia, il sonno, l’ebbrezza — divengono (sic), in definitiva, metafore per indicare la morte spirituale. Con la gnosi si ottiene la vera via, e cioè la redenzione e l’immortalità.”

3. Schopenhauer e il “velo di Maya”.

Abbiamo visto che per gli gnostici il mondo in cui viviamo, e che crediamo reale, è invece imperfezione, apparenza. Una concezione del mondo simile è presente nella filosofia di Arthur Schopenhauer, nato a Danzica alla fine del settecento. Al centro di essa c’è la distinzione, già presente in Kant, tra fenomeno e noumeno, o cosa in sé. Per Schopenhauer il fenomeno è il mondo della rappresentazione, cioè apparenza, illusione, sogno, il regno della menzogna che nasconde la verità: ciò che nell’antica sapienza indiana è detto “velo di Maya”. Il noumeno è invece la realtà, nascosta dall’apparenza del fenomeno, e che il filosofo ha il compito di rivelare.
Come possiamo vedere, i temi della sua filosofia sono proprio quelli che fin qui abbiamo trattato: una realtà, un’essenza delle cose che non può essere vista, perché celata da un suo “doppio”, da un’apparenza che ne altera la percezione. Percezione che può ancora una volta essere raggiunta grazie alla conoscenza. Schopenhauer si avvicina alla filosofia indiana e buddista, che da sempre si è interrogata su queste tematiche, citando gli antichi testi dei Veda e dei Purana: “E’ Maya, il velo ingannatore, che avvolge gli occhi dei mortali e fa loro vedere un mondo del quale non può dirsi né che esista, né che non esista; perché ella rassomiglia al sogno, rassomiglia al riflesso del sole sulla sabbia, che il pellegrino da lontano scambia per acqua; o anche rassomiglia alla corda gettata a terra che egli prende per un serpente.”
Schopenhauer parla anche di forme a priori che corredano la nostra mente, la scoperta delle quali sarebbe merito di Kant. “Poiché Schopenhauer paragona le forme a priori a dei vetri sfaccettati attraverso cui la visione delle cose si deforma, egli considera la rappresentazione come una fantasmagoria ingannevole, traendo la conclusione che la vita è sogno, cioè un tessuto di apparenze o una sorta di incantesimo, che fa di essa qualcosa di simile agli stati onirici.”

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La visione di Schopenhauer è però differente da quelle di Platone o degli Gnostici: se per questi un mondo di apparenza e imperfezione celava un mondo ideale, perfetto, divino, ora la rappresentazione nasconde una verità dura e crudele, che tutto è Volontà, tutto è cieco e irrazionale impulso di vivere. È questa “volontà di vivere” che permette all’uomo di “squarciare” il velo del fenomeno, il nostro “vivere“dal di dentro, godendo e soffrendo, visto che siamo più vita e volontà di vivere, che intelletto e conoscenza. Come si vede la conoscenza che ci permette di arrivare alla verità è diversa da quella razionale e filosofica presentata dalle teorie precedenti, è più basata sull’esperienza. Riflettendo su noi stessi ci rendiamo conto che l’essenza profonda del nostro io è la “volontà di vivere”: è questa volontà l’impulso prepotente che ci spinge ad agire. Le nostre azioni non sono altro che la manifestazione esteriore delle nostre brame interiori. È quindi guardandoci dentro che scopriamo questa verità. La volontà è al di là del fenomeno, è contrapposta al mondo della rappresentazione, è inconscia. La volontà non ha altro scopo che riprodurre se stessa. Anche l’amore è solo illusione, tramite il quale la vita perpetua se stessa, ingannando gli esseri viventi: l’atto sessuale ha come scopo la pura e semplice riproduzione della specie. “Miliardi di esseri (vegetali, animali, umani) non vivono che per vivere e continuare a vivere. È questa, secondo Schopenhauer, l’unica crudele verità sul mondo.” La vita umana è quindi sostanzialmente dolore, al di là di qualsiasi apparenza ingannevole: “nella vita umana, come in ogni cattiva mercanzia, il lato esterno è mascherato con falso splendore: sempre si cela ciò che soffre; mentre […] ciascuno […] quanto più interna contentezza gli manca, tanto più desidera nell’opinione altrui passare per felice.”

La via di liberazione da questo dolore non consiste nell’eliminazione della vita, cioè nel suicidio, ma nella liberazione dalla stessa Volontà di vivere. L’esistenza di individui eccezionali (geni, artisti, santi, eremiti, mistici) che hanno cercato di liberarsi dall’egoismo che la volontà di vivere porta è l’esempio che dimostra come si possa arrivare alla noluntas, la negazione progressiva di questa brama di vivere: l’arte, l’etica della pietà, l’ascesi sono le vie che portano alla liberazione. L’arte è catartica per essenza perché l’uomo più che vivere contempla la vita, e si eleva così al di sopra della volontà, del dolore e del tempo. L’etica della pietà, a differenza della contemplazione estetica, che è un’estraniarsi dalla realtà, è un impegno nel mondo a favore del prossimo. Consiste nel superare l’egoismo, che è fonte di dolore, per sentire come nostre le sofferenze degli altri. L’ascesi è l’esperienza con la quale l’uomo smette di volere la vita ed il volere stesso, estirpa il proprio desiderio di esistere, di godere, di volere, si astiene dal piacevole e cerca lo spiacevole. L’ascesi è l’ultima “tappa” del percorso che porta alla liberazione: la noluntas è proprio questa, la negazione della brama di vivere.

4. Matrix, il mondo è apparenza.

In tutte le filosofie che abbiamo analizzato è dunque presente la visione di un mondo che è apparenza, che nasconde un mondo “reale” che l’uomo non riesce a vedere. Questa visione del mondo è presente in Matrix, pellicola del 1999 dei fratelli Wachowsky. Il film colpisce inizialmente per gli strabilianti effetti speciali, assolutamente innovativi. Ma, terminata la visione, il film trasmette una grande forza e fa riflettere a lungo. Matrix sembra riassumere tutti i dubbi che l’uomo si è da secoli posto sulla realtà e sul mondo in cui vive. Dubbi che all’alba di un nuovo millennio e con l’avvento di tecnologie sempre più sofisticate si fanno sempre più inquietanti.

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Siamo nel 2199 circa, anche se il protagonista crede di vivere nel 1999. Neo è un hacker, un pirata informatico, che di giorno lavora in una multinazionale che produce software. Contattato da Morpheus e Trinity, egli scopre la verità: il mondo che vede è un mondo virtuale, creato al computer da un’intelligenza artificiale allo scopo di controllare gli uomini ed il mondo, una sorta di allucinazione collettiva. “Matrix è ovunque intorno a noi, è quello che vedi quando ti affacci alla finestra, è il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità… che tu sei uno schiavo, nato in catene, in una prigione per la tua mente…” Tutto quello che ha sempre visto con i suoi occhi non esiste. Il mondo che percepisce come reale non è la realtà, è solo un suo “doppio”, un mondo fittizio. Neo non vuole credere a questa verità che gli viene rivelata, ma sarà lui a sconfiggere Matrix: è lui l’Eletto (The One), colui che è venuto a salvare l’umanità, portando ad essa la conoscenza, la consapevolezza che ciò che ha intorno non esiste.

Matrix e Platone

Come nel pensiero di Platone, anche in Matrix abbiamo due livelli di realtà, due mondi. In Platone c’è un mondo reale, quello delle idee, ed uno apparente, quello sensibile. Nel film il mondo che percepiamo grazie ai nostri sensi è solo apparenza, mentre il mondo vero ci è negato, tenuto nascosto. “Hai mai fatto un sogno così realistico da sembrarti vero? E se da un sogno così non dovessi più svegliarti? Come potresti distinguere il mondo dei sogni da quello della realtà?” Il mondo che non riusciamo a percepire non è qui però un mondo ideale, tutt’altro. È qualcosa che è meglio non vedere, perché la verità sarebbe dolorosa. “Non ho detto che sarebbe stato facile, ho detto che ti offrivo la verità.” Inoltre non sono i nostri sensi a cogliere la realtà in modo imperfetto, ma sono alterati dall’illusione creata da Matrix. Non si tratta quindi di limiti intrinseci, ma estrinseci, che non dipendono da noi.
Pensiamo al mito della caverna: anche in Matrix gli uomini sono schiavi, in catene, in una prigione per la mente, all’oscuro di tutto, ignari del vero mondo che esiste al di là dell’apparenza. Neo è come il filosofo che riesce ad uscire dalla caverna, cioè da Matrix, e a vedere la realtà. All’inizio è incredulo, come abbagliato dalla luce. Poi, riconosciuta la verità, torna nella caverna per rendere partecipi gli altri uomini, per portarli alla verità. Ma non è capito da tutti: la verità fa paura a chi non ha il coraggio per affrontarla, per chi è pigro, troppo legato alle proprie certezze. Così Cypher, il traditore del film, rappresenta gli uomini che non credono al filosofo e tentano di ucciderlo. Ma per fortuna non ci riesce.
Il parallelo tra il film e la filosofia di Platone si ferma però qui: il mondo che si cela dietro l’apparenza in Matrix non è certo il mondo di perfezione e saggezza qual è quello delle idee. Il mondo che ci è tenuto nascosto, quello controllato dalle macchine che tengono l’uomo prigioniero, è invece violenza, disperazione, incubo.

Matrix e la Gnosi

Immagine articolo Fucine MuteEvidenti sono nel film anche i richiami alle teorie gnostiche. Sappiamo come la creazione del mondo sia vista dagli gnostici in maniera molto negativa, un errore, una prigione per lo spirito. Se ci pensiamo, Matrix è molto simile al Demiurgo, questo artefice semi-divino, che tiene l’uomo prigioniero in un mondo illusorio. Il mondo che le Intelligenze Artificiali hanno posto di fronte agli occhi dell’umanità per nascondere la verità si ricollega a quello creato dal Demiurgo, il falso Dio, che mette assieme un mondo raffazzonato che non è altro che un’estensione corrotta del vero. E l’uomo serve questo falso dio perché in preda ad una sorta di sonno, di amnesia, che non gli permette di vedere la verità. Il mondo creato dall’eone Sophia è controllato dagli Arconti, guardiani e difensori. Non sono forse come gli agenti Smith, Brown e Jones, che sono i responsabili del mantenimento dell’ordine e dell’obbedienza alle regole della realtà artificiale.
Ma è la figura di Neo, l’Eletto, che sembra ancor di più essere plasmata su quella del Salvatore degli gnostici, sul Cristo, ultimo eone venuto tra noi per informarci della verità. È lui il “Salvatore Salvato”, il “risvegliato” dal sonno e dall’intorpidimento di cui parlano gli gnostici. È lui che, una volta appresa la natura illusoria del mondo, si fa carico di “risvegliare” gli altri uomini dal sonno, di informarli cioè su cosa stia accadendo, di salvarli. E la salvezza non può che arrivare con la conoscenza: è infatti grazie alla consapevolezza che ciò che ha intorno non esiste che riesce a sconfiggere Matrix. “Non cercare di piegare il cucchiaio, è impossibile. Cerca invece di realizzare la verità, che non c’è nessun cucchiaio, e ti accorgerai che sei tu a piegarti.” La figura del bambino e delle altre persone nella casa dell’oracolo rappresentano bene il concetto di gnosis, di conoscenza che è la soluzione alla condizione umana. “Lo gnostico è lo straniero per eccellenza, l’alieno gettato ad esistere in un cosmo che gli è estraneo, a vivere una vita che non gli appartiene perché radicata nell’apparenza.
Immagine articolo Fucine MuteEgli è alla ricerca angosciosa di una gnosi, di una conoscenza salvifica: gli si rivelerà come una chiamata dall’alto, un grido che lo ridesterà dalla sua esistenza di sonno e di tenebre per ricordargli la sua vera origine, estranea al mondo del divenire e della morte, e per indicargli il cammino della salvezza.” Queste parole di G. Filoramo sulla storia della gnosi sembrano parlare proprio del protagonista del film. Anche lui prova un senso di estraneità verso il mondo che lo circonda. Ricordiamo il primo dialogo con Morpheus: “Intuisci qualcosa che non riesci a spiegarti, sai solo che c’è; è tutta la vita che hai la sensazione che ci sia qualcosa che non quadra nel mondo…” E ancora: “Un uomo accetta quello che vede solo perché aspetta di risvegliarsi…” Anche lui riceve una chiamata che lo desta dal sonno e gli ricorda la sua vera natura. E anche lui è estraneo al mondo della morte, visto che alla fine del film avviene una sorta di resurrezione, dopo la quale è più forte, i suoi poteri si sono ampliati. È un chiaro riferimento al Cristo. E i riferimenti non finiscono qui: anche Neo viene tradito da un Giuda (il già citato Cypher) e prima di esserlo mangia con il resto dell’equipaggio in una sorta di ultima cena.Ricordiamo che solo l’eletto, un predestinato, può sfidare Matrix. “Questa realtà divina non può essere conosciuta con le facoltà ordinarie della mente. È necessaria un’illuminazione, una rivelazione, l’intervento di un mediatore celeste. Egli scende dall’alto a chiamare lo gnostico, a ridestarlo dal sonno e dall’ebbrezza mondani […] la rivelazione è possibile soltanto perché in lui in qualche modo preesiste una disposizione, una capacità, una potenzialità atte a sperimentare e a conoscere quella particolare realtà.”

Matrix e Schopenhauer

Anche la filosofia di Schopenhauer è presente nel film. Il mondo illusorio creato al computer è certamente come il “velo di Maya” che nasconde agli uomini la vera natura del mondo. Ma dove il paragone si fa più pregnante è nel sapere “cosa” nasconde questo velo di apparenza. Esso nasconde un mondo fatto di dolore, di sofferenza. La Volontà, il cieco impulso di vivere di cui parla Schopenhauer non è altro che l’istinto di sopravvivenza delle macchine: come la Volontà, esse non hanno altro scopo che riprodurre se stesse. E l’uomo è solo un mezzo per garantire la continuità della specie delle macchine: “ci sono campi, campi sterminati, in cui gli uomini non nascono, vengono coltivati”. Le macchine sfruttano la bioelettricità dell’uomo e le sue calorie per trarne energia, per trasformarla in pile. Miliardi di esseri non vivono che per continuare a vivere, si era detto. La vita (in questo caso delle macchine) che perpetua se stessa e inganna gli esseri viventi. È questo lo scopo di Matrix, è per questo che serve presentare un doppio della realtà. In Schopenhauer è dunque presente la concezione negativa del mondo celato dall’apparenza. Un mondo che in Platone era perfezione e qui è solo dolore, proprio come in Matrix.

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Pensiamo ancora a quelle che secondo Schopenhauer sono le vie di liberazione dal dolore: l’esempio di persone eccezionali, come geni e santi, l’arte, l’etica della pietà, l’ascesi. Neo, l’Eletto, è sicuramente una di queste persone carismatiche, che ha avuto il coraggio di cercare la liberazione dalla tirannia dei bisogni e dell’egoismo. L’etica della pietà consiste nel compatire gli altri, cioè fare nostre le altrui sofferenze, identificarci con loro, amarli disinteressatamente (com-patire significa sentire insieme, mentre nella sua moderna accezione sembra aver assunto un altro significato). E Neo compatisce Morpheus, partecipa alla sofferenza degli altri uomini dell’equipaggio, ama Trinity. Infine l’ascesi, la soppressione della volontà di vivere, la rinuncia ai piaceri, l’umiltà. Ma l’ascesi in Schopenhauer non porta all’estasi, cioè lo stato di unione con Dio del Cristianesimo, porta al nirvana buddista, che è l’esperienza del nulla. Un nulla che “non è il niente, bensì un nulla relativo al mondo, cioè una negazione del mondo stesso.”
Neo, alla fine del film, osserva con distacco i codici e i linguaggi informatici che danno luogo al mondo virtuale, consapevole della nullità di questo mondo. “Quel che rimane dopo la soppressione completa della volontà è certamente il nulla per tutti coloro che sono ancora pieni della volontà. Ma per gli altri, in cui la volontà si è distolta da se stessa e rinnegata, questo nostro universo tanto reale, con tutti i suoi soli e le sue vie lattee è — il nulla.” Il cucchiaio non esiste, appunto.
Al di là di questa visione negativa del mondo il film trasmette comunque una grande sensazione di forza: la sensazione di poter compiere imprese anche molto difficili grazie alla consapevolezza, alla fiducia, alla conoscenza di sé.

5. Nirvana.

Il tema del rapporto tra la realtà e il suo doppio è trattato, seppur con presupposti diversi, anche nel film Nirvana dell’italiano Gabriele Salvatores, del 1997.
Siamo nel 2005, in un ipotetico Agglomerato del Nord. Solo, grazie ad un virus elettronico che entra nel programma, e che gli fornisce così una coscienza, si rende conto di essere il personaggio di un videogioco. Si accorge di aver già sentito le cose dette dagli altri personaggi, si accorge che le cose che sta vivendo sono già successe. Da qui la consapevolezza di non essere libero, che deriva da quella di essere costretto a ripetere continuamente le stesse azioni. Una volta morto, come in ogni videogioco che si rispetti, Solo inizia una nuova vita, identica alla precedente. Il riferimento, infatti, è alla cultura buddista: ciascuno passa attraverso varie vite, reincarnandosi in un’altra creatura dopo la morte, fino a raggiungere il Nirvana, ovvero la pace. Solo si mette quindi in contatto con Jimi, il creatore del gioco, affinché possa cancellarlo dal gioco, cioè liberarlo.
Seppur con forme diverse, il film riprende tutti i temi fin qui analizzati. “Sapeva che non sarebbe mai potuto uscire da lì, che la sua vita era solo una copia della realtà, ma il suo mondo finto mi guardava dritto in faccia, e la realtà non sopporta di essere guardata negli occhi…”

Salvatores utilizza l’espediente del videogioco per mostrarci comunque due livelli di realtà: il mondo del videogame è appunto una copia della realtà, un suo doppio imperfetto, come il mondo sensibile è un’imitazione di quello delle idee nella filosofia platonica. Il mondo in cui vive Jimi può essere considerato, rispetto a quello del gioco, come una sorta di iperuranio, anche se è un mondo tutt’altro che ideale, visto che il film mantiene una visione del mondo futuro in chiave antiutopistica, come la maggior parte dei film di fantascienza, soprattutto da Blade Runner in poi. Solo è come il filosofo, l’uomo che riesce ad uscire dalla caverna per accorgersi che ciò che ha sempre visto fino a quel momento non è la realtà. Egli, una volta riuscito a parlare con il suo “creatore”, torna a confrontarsi con gli altri personaggi del gioco, come il filosofo rientra nella caverna, per renderli partecipi della sua scoperta. E, come il filosofo, non viene creduto da nessuno, o quasi, e ucciso (varie volte, visto che un personaggio di un videogioco ha molte vite!). Se pensiamo infine alla teoria dell’arte in Platone, possiamo assimilare il videogioco ad una rappresentazione artistica, che sarebbe quindi di tre gradi lontana dalla realtà, come abbiamo visto sopra. Si deve comunque specificare che l’arte e la copia del reale operata dal virtuale sono comunque differenti: la prima si ripromette di rappresentare la realtà, a volte reinterpretandola secondo la sensibilità dell’artista; il virtuale invece tende ad imitare perfettamente la realtà, fino a crearne una nuova e a sostituirsi così a quella esistente, confondendo e ingannando anche chi si trova in essa, come abbiamo visto. E Jimi, il creatore dal gioco, non è forse il demiurgo degli gnostici, colui che ha creato un mondo imperfetto, un errore, in cui esseri inconsci sono soggetti alla volontà del creatore, e lo servono senza saperlo? Il virus che colpisce il videogioco ha allora la funzione della conoscenza, dell’illuminazione: grazie ad esso Solo è “risvegliato”, prende coscienza di sé, della sua vera natura e dell’universo che lo circonda. Ed è questa conoscenza che lo porterà alla salvezza, alla liberazione. Avrà però bisogno dell’aiuto di Jimi, il suo artefice.

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Solo potrà essere liberato perché tra i due, che pur vivono in due livelli differenti, si stabilirà una certa complicità: Jimi cioè avrà compassione del suo personaggio, sentirà i suoi problemi come propri, lo aiuterà disinteressatamente. Si tratta proprio di quell’etica della pietà che Schopenhauer propone come liberazione da una realtà di dolore. E quella di Solo, costretto a continuare all’infinito la sua vita nel gioco, è proprio una realtà di illusione e sofferenza. Come quella dell’uomo in Schopenhauer, ingannato dalla vita affinché questa possa perpetuarsi (in Matrix era la vita delle macchine, qui in un certo senso è quella del gioco). E alla fine la liberazione è proprio il nirvana, cioè il nulla: Solo viene cancellato dal gioco, non dovrà più rinascere in eterno.

6. Jung e gli archetipi dell’inconscio collettivo.

Occorre ora fare un cenno alle teorie di Carl Gustav Jung, psicanalista svizzero allievo di Sigmund Freud, dalle cui teorie si allontanerà però in seguito.
Al centro degli studi junghiani sta il concetto di inconscio collettivo: a differenza di Freud che parlava di un inconscio prettamente personale, cioè legato per lo più ad esperienze dell’infanzia, Jung afferma l’esistenza di un inconscio collettivo, “che riunisce quelle immagini primordiali e meta-individuali della psiche che sono il frutto della ripetizione di situazioni identiche.” Di questo inconscio fanno parte innanzitutto le credenze ed i miti del proprio popolo; poi questo inconscio tende a coincidere con quello universale, proprio dell’intera umanità. Le immagini primordiali che concorrono a formare l’inconscio collettivo sono dette “archetipi”, cioè “forme pure e universali, strutture ereditarie uguali per tutti, che vengono riempite da ogni cultura e ogni individuo.” Questo spiegherebbe la presenza, su tutta la terra, di miti, leggende e figure che assumono spesso forme molto simili tra loro. “Un certo strato per così dire superficiale dell’inconscio è senza dubbio personale: noi lo chiamiamo “inconscio personale”. Esso poggia però sopra uno strato più profondo che non deriva da esperienze e acquisizioni personali, e che è innato. Questo strato più profondo è il cosiddetto “inconscio collettivo”.” Esso viene chiamato così perché ha contenuti e comportamenti che “sono gli stessi dappertutto e per tutti gli individui. In altre parole, è identico per tutti gli uomini e costituisce un substrato psichico di natura soprapersonale presente in ciascuno.”
Un archetipo è dunque un modello, un “originale” di una serie. Sono infatti archetipi le idee platoniche, in quanto modelli delle cose sensibili. “Prendiamo, ad esempio, la parola “idea”. Essa ci riporta al concetto di eidos in Platone, e le idee eterne sono immagini primigenie custodite in luogo sovraceleste come eterne forme trascendenti. L’occhio del veggente le percepisce […] come immagini di sogno e di visione rivelatrice.” Jung parla dunque di immagini primigenie, eterne, trascendenti: come Platone, che lui stesso cita apertamente, sembra postulare l’esistenza di una realtà preesistente e superiore a quella in cui viviamo. Gli archetipi sono dei modelli che influenzano i nostri comportamenti, che risultano così essere una copia di un’altra realtà.

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Gli archetipi in Blade Runner

Il collegamento potrà forse sembrare azzardato, ma il discorso sugli archetipi come immagini primigenie fa venire alla mente alcune scene di Blade Runner, film del 1982 di Ridley Scott. Del film si parlerà più diffusamente nei prossimi capitoli, ma la pellicola è famosa per la figura del replicante, o androide, essere artificiale creato dall’uomo a sua immagine e somiglianza. Il problema che si pone riguardo ai modelli più evoluti è quello di dar loro un’anima, oltre che sembianze e comportamenti identici a quelli umani. Alla replicante Rachel vengono innestati artificialmente dei ricordi, riguardanti la sua infanzia, ricordi appartenuti forse alla nipotina del suo creatore. E a Rick Deckard, il protagonista, vengono addirittura innestati dei sogni artificiali. È famosa la scena, peraltro presente soltanto nella versione director’s cut del 1991, in cui Deckard sogna un unicorno bianco. La scena è importante perché suggerisce una nuova chiave di lettura al film, cioè che Deckard stesso sia un replicante (infatti un suo superiore dimostra di sapere cosa Deckard ha sognato), ma quello che ci interessa è far notare come ricordi e sogni, inconscio personale e collettivo, siano una parte fondamentale di ogni essere umano, visto che risultano fondamentali affinché una creatura possa essere definita tale. I replicanti di questo tipo non sanno di esserlo: credono di essere umani. “Un essere dotato di anima è un essere vivente. L’anima è la parte vivente dell’uomo, ciò che vive di per sé e dà vita; se Dio ha soffiato in Adamo un soffio di vita è perché potesse vivere. Con astuzia e con giocoso inganno, l’anima attira verso la vita l’indolenza della materia che non vuole vivere. Fa credere all’uomo cose inverosimili: affinché la vita sia vissuta.” Sono questi sogni, queste visioni che contribuiscono a creare l’anima di questi esseri. L’apparizione diretta degli archetipi, “quale ci si presenta nei sogni e nelle visioni, è molto più individuale, incomprensibile e ingenua di quanto non lo sia, per esempio, nel mito.” E se ci pensiamo anch’essi sono delle idee che provengono da un mondo superiore, in questo caso quello di chi ha creato i replicanti, come le idee platoniche.

In questo primo capitolo si è analizzato il concetto di realtà, così com’è stato approfondito nel corso dei secoli da alcuni dei più illustri pensatori. Si è visto come il dubbio se quella che vediamo possa essere considerata la vera realtà sia un problema che l’uomo si è sempre posto, e come si sia pensato all’esistenza di un’altra realtà, della quale quella che noi percepiamo sia soltanto un doppio, una copia, un’imitazione. Abbiamo visto come in alcuni film contemporanei siano stati trattati questi temi.

Fine prima parte

Note


[1] T. MALDONADO, Reale e virtuale, trad. it., Milano, 1992, p. 39


[2] Op. cit., p. 44


[3] Op. cit., p. 18


[4] G. F. HARTLAUB, Impressionisti francesi, trad. it., Novara, 1956, p. 7 – 8


[5] G. WICKHAM, Storia del teatro, trad. it., Bologna, 1988, p. 26


[6] Op. cit., p. 452 – 455


[7] F. CASETTI, Teorie del cinema 1945 – 1990, Milano, 1994, p. 23


[8] Ivi.


[9] Op. cit., p. 47


[10] Ivi.


[11] P. VIRILIO, L’orizzonte negativo, trad. it., Genova, 1996, p. 103


[12] B.W. ALDISS, A.I. Intelligenza Artificiale, trad. it., Milano, 2001, p. 14


[13] Op. cit., p. 17


[14] D. DE KERCKHOVE, Brainframes. Mente, tecnologia, mercato, Bologna, 1993, p.25


[15] Secondo Platone esistono due gradi di conoscenza, l’opinione e la scienza, cui corrispondono due tipi d’essere distinti, le cose e le idee. Queste sono oggetto della scienza in quanto conoscenza e sapienza.


[16] PLATONE, Timeo, in Opere complete, trad. it., Bari, 1991, pag. 366


[17] Op. cit. p. 368


[18] N. ABBAGNANO – G. FORNERO, Filosofi e filosofie nella storia – vol. primo, Torino, 1989, p. 126


[19] Ivi.


[20] PLATONE, La Repubblica, trad. it., Bari, 1994, p.230


[21] Ivi.


[22] Op. cit., p. 231-232


[23] N. ABBAGNANO – G. FORNERO, Filosofi e filosofie nella storia, op. cit., p. 139


[24] Ivi.


[25] PLATONE, La Repubblica, op. cit ., p. 318


[26] N. ABBAGNANO – G. FORNERO, Filosofi e filosofie nella storia, op. cit. , p. 139


[27] N. ABBAGNANO – G. FORNERO, Filosofi e filosofie nella storia, op. cit. , p. 279


[28] Ivi.


[29] M. ELIADE, Storia delle credenze e delle idee religiose- 2. Da Gautama Buddha al trionfo del cristianesimo, trad. it. , Firenze 1990, pag. 373


[30] Op. cit , p. 380


[31] Op. cit , p. 381


[32] Ivi.


[33] Op. cit , p. 383 – 384


[34] A. SCHOPENHAUER, Il mondo come volontà e rappresentazione, trad. it., Bari, 1997, p. 30


[35] N. ABBAGNANO – G. FORNERO, Filosofi e filosofie nella storia – vol. terzo, Torino, 1991, p. 144


[36] Op. cit., p.147


[37] A. SCHOPENHAUER, Il mondo come volontà e rappresentazione, op. cit. , p. 355


[38] G. FILORAMO, L’attesa della fine. Storia della gnosi, Bari, 1983, p. 23


[39] Op. cit , p. 66 – 67


[40] N. ABBAGNANO – G. FORNERO, Filosofi e filosofie nella storia, op. cit. , p. 158


[41] A. SCHOPENHAUER, Il mondo come volontà e rappresentazione, op. cit. , p. 442


[42] N. ABBAGNANO – G. FORNERO, Filosofi e filosofie nella storia, op. cit , p. 550


[43] Ivi.


[44] C. G. JUNG, Gli archetipi dell’inconscio collettivo, trad. it., Torino, 1995, p. 16


[45] Ivi.


[46] Op. cit., p. 56


[47] Op. cit., p. 47


[48] Op. cit., p. 18

Commenti

Un commento a “Matrix: la realtà e il suo doppio (I)”

  1. Mgnifico

    Di kovi florian | 5 Febbraio 2015, 13:24

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