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Cinema

Lino Capolicchio

Il diario di Matilde Manzoni

Immagine articolo Fucine MuteCorrado Premuda (CP): Incontriamo Lino Capolicchio a Trieste, venuto a presentare il suo film Diario di Matilde Manzoni. Come prima domanda vorrei sapere come mai ha scelto questo soggetto, se effettivamente il romanzo di Natalia Ginzburg l’ha ispirato in qualche modo e se poi c’è stata una rielaborazione della storia da parte sua.

Lino Capolicchio (LC): Sicuramente ho iniziato con il libro della Ginzburg, ma anche con un libro di Garboli su un diario ritrovato di Matilde. Però il libro della Ginzburg l’avevo letto circa venticinque anni fa quindi, evidentemente, si è mosso nella mia psiche lentamente ma in maniera inesorabile. Avevo voglia di fare un film in costume come non se ne fanno più, cercando di riallacciarmi alla grande tradizione del cinema in costume di Bolognini, Visconti, eccetera, e quindi avevo la voglia di fare un cinema come non si vede più. Questo è stato un motivo. L’altra ragione, invece, riguarda un qualcosa di autobiografico, molto più autobiografico di quanto appaia, perché io ho avuto un rapporto pessimo con mio padre e questo film tratta di un rapporto pessimo tra un genitore, in questo caso Alessandro Manzoni, e la figlia. Naturalmente avevo voglia di togliere dal piedistallo, come peraltro ha fatto Natalia Ginzsburg, quella figura sacrale di Manzoni che ci hanno sempre raccontato a scuola. Rimane sicuramente un grande scrittore, nessuno ha qualche dubbio su questo, però dal punto di vista umano i dubbi sono forti, sono inquietanti. Questa è stata la vera ragione per la quale ho voluto togliere il velo ad un personaggio che ci viene raccontato sempre come una persona assolutamente ligia al dovere e con un grande senso cattolico della vita… e poi invece, umanamente, era un essere impietoso.

CP: La scelta degli attori: ci sono alcuni giovani attori come Ludovica Andò e Alessio Boni che sono senz’altro tra i migliori attori della nuova generazione italiana. Com’è stata la scelta degli attori: è stata facile oppure no?

LC: No, è stata molto elaborata. Alessio veniva dalla televisione, l’ho provinato perché l’avevo visto in un lavoro televisivo e non ero convinto. Poi invece ha fatto un provino, è andato molto bene e l’ho preso. Per scegliere Ludovica Andò ho fatto invece ottocento provini, ho provinato ottocento attrici: mi serviva un volto particolare, nuovo, non certo conosciuto ed usurato, anche perché lei doveva essere una donna giovanissima e avere nell’espressione un pudore, negli occhi io cercavo questo pudore, nello sguardo cercavo caratteristiche che Ludovica ha, oltre al fatto di essere una bravissima attrice. Ha fatto quattro provini con me: alla fine del quarto provino io l’ho promossa. È stato un lavoro molto duro perché per arrivare a certe sfumature di sensibilità c’è bisogno di provare molto, c’è bisogno di lavorare molto, anche se sei bravo non basta, non è sufficiente. È stato un lavoro molto duro, ma mi sembra che i risultati siano stati molto buoni.

Immagine articolo Fucine Mute

CP: Lei è passato dal ruolo di attore, con una carriera notevole, tanti film con tanti registi, a quella di direttore, di regista. È stato un passaggio facile o no? Andare dietro la macchina da presa era nel suo destino? Com’è stato?

LC: È stato un po’ il mio destino, io lo sentivo perché fin da giovane ero molto interessato, osservavo molto i registi ed il loro lavoro dietro la macchina da presa, e come si ponevano nei confronti degli attori. Quindi io da un lato seguivo il regista come regista e dall’altro lo seguivo anche in maniera oggettiva. Cercavo di spiare perché ero molto incuriosito: credo che il lavoro del regista nel cinema sia molto creativo, invece quello dell’attore è molto limitato perché deve fare quello che gli dice il regista e comunque non riesce ad esprimere quello che è effettivamente . Facendo l’attore, si esprimono solo i personaggi che si rappresentano, che però possono essere esattamente il contrario di quello che si è. Spesso ho interpretato dei ruoli in cui facevo dei personaggi che con me non c’entravano nulla, invece facendo il regista ti smascheri, ti denudi, viene fuori la tua vera sensibilità. Ho sempre pensato che alla fine sarei passato dall’altra parte della macchina da presa. Poi ho scoperto che riuscivo a scrivere delle sceneggiature, mi venivano abbastanza facilmente e questo è stato un aiuto definitivo. In effetti, ho cominciato facendo due regie liriche e da lì ho detto: “adesso è il momento”, mi sono sperimentato e ho detto: “adesso è il momento giusto di fare un film”.

CP: Fra i grandi registi di cinema con cui lei ha lavorato ci sono almeno tre nomi importanti di autentici maestri: De Sica, Pupi Avati e Patroni Griffi. Di loro tre che cosa ha apprezzato di più, che cosa vorrebbe rubare, tra virgolette, della loro arte, del loro modo di fare cinema?

LC: Ma sono tre persone, molto molto diverse fra di loro, naturalmente ogni regista ha la sua personalità e privilegia delle cose piuttosto che altre. Alcuni registi sono più legati alla tecnica di ripresa, altri sono attenti invece alla recitazione oltre che a fattori tecnici. De Sica era sicuramente un maestro di recitazione, io credo di aver appreso molto in questo senso da lui, come peraltro è Patroni Griffi, che è anche un regista di teatro e poi scrive le proprie commedie, è uno scrittore. Sono entrambi registi che privilegiano molto la recitazione. Pupi Avati invece è un regista che lavora facendo sì attenzione alla recitazione, però è anche uno che dà spazio alla fantasia quando gira un film e anche all’improvvisazione. Cioè a lui piace improvvisare, tende spesso a dire: “facciamola diversa questa” e a volte si ha la sorpresa che a farla diversa da come la si era prospettata si ottenga un risultato migliore. Non è detto, ma a volte è così.

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CP: Lei ha interpretato anche degli sceneggiati televisivi di successo fra cui anche “Il Circolo Pickwick”. Quest’esperienza televisiva come è stata?

LC: Mah, io ho lavorato per la televisione quando c’era la televisione, ai primordi. Era una televisione difficile da fare perché mi ricordo giravamo con cinque telecamere in uno studio, c’erano mille segni per terra e ogni segno aveva un colore diverso fatto con il gesso e tu dovevi sapere qual era il tuo colore e seguirlo. Capitava, per esempio, di fare da un’inquadratura all’altra dieci passi, di corsa magari, per arrivare a essere funzionali rispetto all’inquadratura successiva. Quindi ti dovevi ricordare tutte le inquadrature della camera: lavorare in televisione all’epoca era un lavoro spaventoso, però anche formativo ed interessante, se eri un giovane attore, imparavi. Era interessante in questo senso, è stata una bella esperienza. Ora, credo che in televisione si fa tutto di corsa, si cura tutto molto poco e quindi per un giovane attore, per uno che comincia, è brutto. Invece, per fare bene le cose, se si vuol fare una cosa artisticamente valida, c’è bisogno di tempo, altrimenti non si riesce a fare nulla. Se invece dell’arte non te ne importa nulla, allora va bene tutto.

CP: Il giudizio sulle fiction di oggi non è positivo?

LC: Si corre troppo, non si può correre, bisogna fare le cose con calma. In questo senso quando fai un film hai più tempo, hai dei tempi un po’ più lenti dove puoi elaborare meglio. Non si può andare di fretta perché gli attori hanno bisogno di lavorare, di provare, di essere sollecitati in un certo modo. Non è detto che alla prima inquadratura vada già bene. Io ho fatto fare quaranta ciak ad Alessio Boni in una scena perché non mi piaceva un tono e bisognava trovare il tono giusto. Però se io non ho il tempo per fare quaranta ciak, be’ allora la cosa diventa complicata e non posso ottenere quel risultato che invece volevo ottenere; questo è il problema. Il problema è che magari ci sono anche dei bravi attori, ma se non provano, se non gli danno il tempo di provare, se devono correre, il risultato non sarà ottimale, no?

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CP: Le faccio un’ultima domanda: dopo Diario di Matilde Manzoni ha in cantiere qualche altro progetto, qualche idea alla quale vorrebbe lavorare?

LC: Ci sono due progetti ai quali sto lavorando, due sceneggiature, e sono entrambe pronte. Una è scritta da me per il cinema, l’altra è scritta da una persona che mi piace molto. Sto andando avanti, sono progetti costosi quindi è difficile chiuderli, ma ci stiamo lavorando. Speriamo di farcela in qualche modo.

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