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Palcoscenico

Energia a passo di danza

Pina Bausch La danza come espressione di se stessi, delle proprie emozioni, dei propri pensieri. A offrire un’occasione di riflessione sulla danza contemporanea è Liliana Candotti, coreografa triestina che ha aperto a Firenze lo Studio Danza Alambrado, facente capo all’associazione omonima che si occupa anche della diffusione dell’aspetto culturale dell’arte tersicorea. «La danza è movimento non solo del corpo ma anche delle menti. È a partire dagli anni Trenta, con la nascita della danza moderna, che si è via via diffusa l’idea della danza come strumento di comunicazione artistica che rifugge un percorso convenzionale di rincorsa ad un unico modello per seguire, invece, un filo diverso e unico per ognuno di noi, innescando un flusso di energia capace di coinvolgere coloro che danzano e coloro che assistono allo spettacolo». Energia, dunque, questa è la parola chiave che permette di accedere al mondo della danza contemporanea.
Una figura determinante in questo ambito è stata l’artista tedesca Pina Bausch che ha fondato il “teatro danza”. «Il suo modo di intendere il teatro ha condizionato e condiziona tutto il panorama europeo. Pina Bausch ha, infatti, compiuto personalmente un cammino spirituale e ha deciso di accogliere nella sua compagnia soltanto danzatori dalla provata maturità, questo in nome della certezza che solo col raggiungimento di una buona consapevolezza espressiva e tecnica si possono comunicare i messaggi dell’anima. Ai suoi danzatori l’artista richiede la capacità di improvvisare per accedere alle parti di sé più nascoste e spesso stimolandoli a rispondere, in modo anche estremo, con il loro corpo e con le potenzialità in esso racchiuse», spiega Candotti. L’improvvisazione è uno dei punti di partenza della danza contemporanea e offre l’occasione per quello scaturire di energia a cui si accennava. «L’idea che viene proposta dal coreografo serve per dare il via a un moto da parte del danzatore che, in modo assolutamente individuale, risponde e corrisponde allo stimolo iniziale. Le improvvisazioni più belle», prosegue la presidente dell’associazione fiorentina, «sono quelle in cui si crea un flusso di energia ininterrotto e che mettono in vibrazionei centri energetici di tutti coloro che si trovano sul palco. In assoluta libertà, quella libertà che è sperimentabile soltanto quando si parte senza obiettivi precostituiti e che consente di proseguire fluidamente senza sapere dove si andrà a parare». Ma se la danza allora è solo energia racchiusa in ogni individuo, quale ruolo viene ad assumere la tecnica? «La danza si esprime attraverso il corpo, ma per permettere al corpo di tradurre in movimento quanto viene recepito dall’anima è necessario che ci sia una consapevolezza profonda della propria fisicità», sottolinea la coreografa triestina, che ha iniziato a muovere i primi passi di danza nel capoluogo giuliano per poi viaggiare e seguire lezioni in tutto il mondo e approdare a Firenze vent’anni fa. Non a caso presso l’associazione Alambrado si inizia a lavorare proprio nella direzione dell’acquisizione della consapevolezza del proprio corpo già dai primi mesi di vita, proponendo attività di massaggio ai neonati, mentre è a partire dai cinque anni che si inizia a lavorare sul movimento. «Oggi è mutato l’atteggiamento di coloro che si avvicinano alla danza. In particolare, una volta le mamme iscrivevano ai corsi di danza classica le bambine sia per rispondere a un cliché sociale, sia perché la loro ambizione era di vedere un giorno la propria figlia calcare le scene dei teatri.

Immagine articolo Fucine Mute

Attualmente invece si cerca una risposta anche al bisogno di crescita culturale tramite corsi di danza diversi dalla danza classica come, per esempio, la break dance, l’hip hop, la danza moderna», sottolinea Candotti. «Spesso l’obbiettivo non è più soltanto quello dell’affermazione personale, bensì la curiosità di conoscere ritmi diversi in un clima né competitivo né aggressivo». Questo approccio ha inoltre permesso di rivedere i concetti didattici della danza. «Se un tempo, infatti, il gesto doveva essere realizzato seguendo schemi convenzionali e rigidamente precostituiti», riprende la coreografa, «oggi si tiene conto dello sviluppo corporeo e delle attitudini dell’individuo, che, come è normale che sia, avviene in modi e tempi diversi da persona a persona. Così facendo inoltre si rispetta la struttura ossea di ciascuno e si inizia a far veicolare l’idea che ognuno deve trovare il proprio e imparagonabile modo di esprimersi». Oggi la didattica non pone come preponderante l’aspetto tecnico, bensì il raggiungimento della conoscenza delle proprie capacità fisiche e del rispetto delle stesse. Va da sé però che la tecnica non può e non deve essere trascurata. È infatti solo grazie ad essa che si hanno i mezzi per fare del proprio corpo uno strumento capace di esternare il proprio sentire. Per fare un paragone: soltanto conoscendo la lingua si può articolare un discorso e più parole si possiedono, più concetti e immagini si possono comunicare. Ma per completare la formazione di un danzatore non può mancare la conoscenza culturale. «Nel nostro centro cerchiamo di far conosceretutto ciò che avviene attorno al mondo della danza: la storia, i significati, gli esempi». Si tratta di un lavoro complesso e difficile da far recepire. Ma si è trovata una strada che ha dato ottimi risultati, facendo scoprire maieuticamente agli aspiranti danzatori quanto è importante, anzi vitale, conoscere il mondo della danza nella sua vastità e complessità. «Nell’ingresso dello studio è stato collocato uno schermo che trasmette in continuazione filmati di spettacoli. Dapprima le persone iscritte all’associazione guardavano distrattamente le immagini che scorrevano sul video, ma piano piano si sono creati dei gruppi spontanei che richiedono di vedere e rivedere alcune performance per poi parlarne», racconta Candotti. «Spingere gli allievi a frequentare i teatri per vedere spettacoli di danza è un altro degli obiettivi che cerchiamo di conseguire. Ci si è infatti resi conto che, spesso, nonostante molti dichiarino di amare la danza, solo pochi sono soliti andare a vedere gli spettacoli. Una delle situazioni più arricchenti è la partecipazione alla visione delle prove generali. A Firenze, siamo spesso invitati ad assistere a quelle del Teatro Comunale. Si tratta di occasioni particolarmente significative perché, oltre a vedere lo show in anteprima, si ha modo di sentire le indicazioni che il coreografo dà alla compagnia e di possedere quindi le chiavi di lettura dello spettacolo e di comprenderne a fondo il significato».

Immagine articolo Fucine Mute

Sempre in funzione dell’approfondimento della conoscenza dell’universo-danza, presso lo studio di via Gran Bretagna è stata inoltre allestita una biblioteca specialistica, dove si possono consultare testi relativi alla danza provenienti da tutto il mondo e spesso in edizioni altrimenti introvabili, frutto di quanto raccolto negli anni da Liliana Candotti durante le sue numerose esperienze estere. «Uno degli aspetti che più colpiscono di questi tempi è l’assenza di spazi dove mostrare i propri lavori. Vent’anni fa, erano numerose le performance nei cosiddetti teatri “off” ed erano il segnale di un grande fermento e di una forte vitalità. Oggi, invece, pur permanendo la richiesta, a fatica si riescono a trovare gli spazi per soddisfare questa esigenza. In particolare», prosegue Candotti, «penso a quanto è importante per la realizzazione di uno spettacolo far assistere il pubblico al lavoro non ancora completato. Il coreografo, in queste occasioni, può registrare le reazioni del pubblico per poi elaborarle e selezionare le idee migliori e, quindi, progredire nel perfezionamento del suo spettacolo. A tal fine nello studio abbiamo pensato lo spazio “Work in progress”, dove giovani coreografi emergenti, in modo assolutamente gratuito, esibiscono i loro lavori ancora in fieri». La danza, come ogni arte, deve avere per crescere momenti di confronto. Allora è giusto non solo frequentare teatri, ma anche stage e provare a fare audizioni continuando quindi a mettersi in gioco e a rinnovarsi. In questo senso si legge la decisione di invitare nomi celebri a tenere incontri presso l’associazione Alambrado. In particolare citiamo l’esempio di Marc Alan Wilson, coreografo canadese, che ha lavorato nella compagnia della citata Pina Bausch  e che ai primi di marzo ha proposto a danzatori di livello intermedio e avanzato di lavorare sull’improvvisazione oltre che sulla tecnica.

Per informazioni
Studio Danza Alambrado
Via Gran Bretagna 189, Firenze
tel fax 055/68.125.78
e-mail: [email protected]

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