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Omnia

Un lavoro superbo

sottotitolo

[…] stare in piedi o in ginocchio per ore intere, reclusione in una cella oscusa e stretta

[…] per una settimana senza riposo e senza cibo, in una fredda cella buia

[…] far uso delle armi al minimo tentativo di fuga

La Storia ha insegnato che l’essere umano è capace, sotto pressione o in determinate circostanze, delle peggiori aberrazioni. La commozione per le vette raggiungibili da uno slancio di solidarietà si accompagna spesso ad abissi di corruzione che tendiamo a circoscrivere ad episodi esemplari, vuoi per evitare l’inventario di un macabro resoconto di morti, vuoi per non dover ammettere l’inspiegabile, o peggio ancora per non dover ammettere ciò che forse è spiegabile nella sua stessa ricorrenza empirica, forse nella stessa natura umana.

Immagine editoriale Fucine Mute

Ex-Jugoslavia, Ruanda, Somalia, Afghanistan, Iraq, Cecenia, e chissà quanti altri conflitti non raccontati perché non rilevanti sullo scacchiere internazionale – mezzo continente africano – o perché testimoniati in forma episodica, non rientrando quotidianamente nell’agenda degli organi di informazione. Ci fanno orrore oggi e, poiché preferiamo non vedere o speriamo di non dover più vedere, ci stupiscono come ci sorpresero allora Hiroshima, il Vietnam o l’Algeria.

Personalmente credo alle parole del presidente della Camera: le autorità italiane, come qualsiasi grado militare nazionale di stanza in Iraq, non sapevano nulla di ciò che oggi sta scandalizzando il mondo. O almeno spero. Se non altro perché la Folgore non è presente ad alimentare sospetti, al di là del fatto che si può stare tranquilli, i reati contro la persona cadono evidentemente in prescrizione come tutti gli altri e per la Somalia non ci sono state eccezioni.

E sì che c’erano i caschi blu, viene da pensare quando Fassino dichiara che sotto l’egida dell’ONU non si torturerebbero i prigionieri. Certo, mancherebbe forse la perpretazione sistematica di reati atti all’estorsione di informazioni, se la cosa può consolare – fattore ad ogni modo determinante nell’individuazione di una diretta responsabilità e di una consapevolezza da parte di altri gradi delle gerarchie militare e politica, dalle quali in un caso o nell’altro ci è comunque dovuta una reazione adeguata.

Ma ciò a cui nel lungo periodo si può tentare di scampare diventa patata bollente nelle mani di chi è sicuro di non farla franca (Lynndie England in stato interessante che spera così di togliersi dai guai) e da chi non pagherà, ma intanto deve rendere conto di una democrazia zoppicante e di una democratizzazione zoppa. Sempre che lo scaricabarile delle “mele marce” risulti credibile prima che si dubiti dell’albero, anche qualora si arrivasse alla spudoratezza di annoverare tra le mele marce un intero ministero della difesa o si uscisse puliti dai fatti di Guantanamo.

È degno di nota il fatto che Amnesty International dichiari di aver segnalato abusi sui detenuti da due anni a questa parte, se si considera (e non vedo perché no) anche lo scenario dell’Afghanistan, per quanto oggi i due contesti appaiano distanti anni luce. È altrettanto significativo come ai delegati della stessa organizzazione sia stato negato ogni accesso ai campi di prigionia nonostante precise richieste in seguito alla produzione di documenti – tutti privi di una replica ufficiale – che avrebbero testimoniato la perpretazione di violenze nei confronti dei detenuti nelle modalità con cui in questi giorni ne veniamo a conoscenza. Si dice che Blair sapesse da un anno, qualcuno segnalava da ben prima, qualcun altro difende e si difende. Altri ci vogliono far credere di aver saputo dalla televisione, a riprova della mediocrità diplomatica e politica di chi ha deciso e si è fatto carico del conflitto anche a nome di altri.

Pare quasi che la Convenzione di Ginevra, più che stabilire i termini oltre i quali la detenzione assume le forme del crimine di guerra, sia sistematicamente rovesciata a riscontro effettivo del superamento di tali limiti; e come se non bastasse, ecco il gioco della giustificazione, della serie “sono gli eccessi della guerra” che fa tanto comodo per allargare le braccia di fronte a tutto, da via Rasella all’eccidio di Schio tanto per mantenere la par condicio, dimentichi di come tanto il trattamento dei prigionieri in tutte le sue declinazioni (il rispetto della dignità, il trattamento degli inermi e dei civili, il diritto a mantenere possesso degli effetti personali, il concetto di rappresaglia…) siano a conoscenza di ogni militare, a maggior ragione oggi che ci si picca di agire per mezzo di eserciti di professionisti (non voglio pensare a come questi disgraziati vengano educati sul campo, o cosa sia passato per la testa di riservisti e – qualcuno cambi vocabolo – contractors, questi ultimi talvolta nella posizione di impartire ordini).

Herbert KapplerE l’opinione pubblica? Traumatizzata da una parte, ma dall’altra posso scommettere che presto sentiremo qualcuno disquisire delle “cose che capitano” nella “spontaneità” del clima di guerra; del resto, appena trascorso il sessantennale delle Fosse Ardeatine, ancora ci tocca leggere che se i partigiani se ne fossero rimasti a casa nulla sarebbe accaduto, perché la brutalità dell’aguzzino evidentemente ha sempre una ragione in più, come forse l’avrà quella americana e britannica nel momento in cui si dovesse scoprire che i colpevoli sono di alto rango, e le strategie e la ragion di stato andranno a rimpiazzare la spontaneità dei pochi casi isolati. Per un resoconto ufficiale su via Rasella, se permettete una parentesi per sollecitare il vostro interesse, rimando al relativo link

Al tempo stesso non fa male un’occhiata al sito italiano di Amnesty International, per ritornare alla questione irachena non del tutto decontestualizzata dalla digressione di cui sopra:

http://www.amnesty.it/crisi/iraq/regole_di_guerra.php3

Invito all’approfondimento della voce “Trattamento dei progionieri di guerra”, se, come mi auguro, vi pare inaccettabile che vada ribadito oggi il diritto alla salvaguardia della dignità come se fossimo ancora a Norimberga (ove vigeva ad ogni modo la Terza Convenzione di Ginevra del 1929, e dove il concetto di “prigioniero di guerra” era quindi noto, oltre ad essere ribadito in un decalogo stampato sul libro paga dei soldati tedeschi).
La Convenzione, rivista nel 1949, riporta all’Art. 13 (che cito, con l’invito ad una lettura integrale, poiché particolarmente esaustivo e abbastanza rappresentativo degli episodi di cui pare non abbiamo visto che la parte più tenera):

I prigionieri di guerra hanno diritto, in ogni circostanza, al rispetto della loro persona e del loro onore.

Le donne devono essere trattate con tutti i riguardi dovuti al loro sesso e fruire in ogni caso di un trattamento così favorevole come quello accordato agli uomini.

I prigionieri di guerra conservano la loro piena capacità civile come essa esisteva al momento della loro cattura. La Potenza detentrice potrà limitarne l’esercizio sia sul suo territorio, sia fuori di questo, soltanto nella misura in cui la cattività lo esiga.

È significativo che sia John McCain, il reduce di Hanoi oggi sentatore repubblicano, a chieder conto a Rumsfeld della sua diretta responsabilità in merito ai fatti di Abu Ghraib. Certo è che solo l’inusitata arroganza, unita all’esperienza di lungo corso (Rumsfeld era già consigliere di Nixon), può spiegare l’impassibilità di un uomo che, proprio perché referente delle azioni belliche, proprio perché vincolato ad un codice militare e a conoscenza dello stesso, dovrebbe quantomeno avere la decenza di farsi da parte, se non di vergognarsi, e di spiegare al mondo che non c’è nulla da giustificare, perché non si può. Come non si giustificava Garage Olimpo insieme a chissà quanti sistemi carcerari di cui non si ha notizia o che, più banalmente, risultano degradanti solo per qualcuno.

Immagine editoriale Fucine Mute

Resta ora la curiosità di come si proporrà, alla luce degli ultimi eventi, la presenza da un anno a questa parte di forze che, rovesciato il raìs, proclamarono l’inizio della pace, il sollecito raggiungimento di una situazione stabile di democrazia, nonché il conseguimento della prima vittoria in nome della guerra “del Bene contro il Male”, categorie che a chi ci era cascato dovrebbero oggi apparire perlomeno più sfumate. Cantare vittoria troppo presto ed affermare pubblicamente di avere il controllo della situazione, abbiamo visto, è controproducente e non pare condurre molto lontano; nella dimensione tragica che tutto questo assume siamo purtroppo nell’ambito delle “ultime parole famose” e, se non fossimo abbastanza grandi da conoscere la miopia, o il populismo, nascosti dietro ad insensate dichiarazioni, diremmo che porta sfortuna. Da mordersi la lingua, soprattutto quando prima giuri e poi farnetichi. Chiedere a Putin.

I frammenti con cui questo editoriale esordisce non provengono, come potrebbe apparire conoscendone sommariamente la sostanza, dal rapporto della Croce Rossa Internazionale sulle condizioni di prigionia dei detenuti iracheni, e nemmeno da quanto si sa delle direttive del Pentagono; la fonte, mi si scusi l’iniziale occultamento, è Lord Russell, Il flagello della svastica, Feltrinelli, 1955.

Con l’augurio – conscio che la citazione sfiora l’ambito del dubbio gusto, come del resto il “lavoro superbo” con cui Bush ha definito l’operato di Rumsfeld – che determinati accadimenti non abbiano più a riproporsi, e lungi dal voler trarre conclusioni da accostamenti azzardati: se il documento della CRI  è arrivato a noi tramite la sua diffusione non autorizzata dalle pagine del Wall Street Journal (http://online.wsj.com/public/us, il link diretto vi condurrebbe alla pagina di sottoscrizione dell’abbonamento), purtuttavia scopriamo che almeno il diritto a veder scoperchiata la pentola in corso d’opera lo abbiamo ancora, fondamentale distinzione – l’ultimo fusibile, “il fusibile salva democrazia” per dirlo con Vittorio Zucconi – che ci permetterà di fermare in tempo l’orrore, e si spera con esso i responsabili. “In tempo”. Perdonate la forzatura.

Amnesty International

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