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Musica

Peccatum

Il contagioso e l’invisibile

Ihsahn e Ihriel, il duo creativo dietro al progetto “Peccatum”, a proposito del loro terzo full length “Lost in Reverie”, un album che semplicemente va oltre.

Immagine articolo Fucine Mute

Fabrizio Garau (FG): In una vecchia intervista Ihsahn aveva detto che i Peccatum erano “arte per l’arte”. Penso che “Lost in Reverie” sia contemporaneamente “arte per l’arte” e una sorta di nuovo inizio per la band. Sei d’accordo? Cosa provi nei confronti di questo album?

Peccatum (P): Quando inizialmente abbiamo scelto questa frase, volevamo semplicemente affermare la libertà della nostra musica. In retrospettiva, tutto questo era in qualche modo ingenuo ed idealista, perché non esiste la completa libertà, specialmente non dove sono coinvolte le forze economiche. Comunque, pensiamo ancora che “l’ideale estetico” – che venne espresso dal primo modernismo come arte per la ricerca dell’arte stessa — sia attuale e affascinante. Per quest’album, il duro lavoro che consegue da cotanta frase è proprio valido!

FG: Un nuovo inizio… Mi è piaciuto come in alcune tracce avete sperimentato con la sezione ritmica. Così vorrei sapere qualcosa sulla collaborazione col percussionista Knut Aalefjær.

P: Ihriel ha lavorato con lui per le registrazioni del progetto Star of Ash, e lui è veramente un batterista fantastico; così abbiamo deciso di averlo con noi anche in questo disco. Per quanto riguarda il metodo di lavoro, noi gli mandavamo pre-produzioni con batteria programmata e la sua interpretazione partiva da lì. Non c’è bisogno di dire che siamo veramente appagati dal suo contributo all’album.

FG: In relazione alla domanda di prima: siete affascinati dalle nuove strade della musica elettronica (trip hop, breakbeat, nu jazz)?

P: Diciamo che siamo affascinati di più dal potenziale sonoro di questi generi, più che dalla loro espressione musicale vera e propria. Detto questo, ci piacciono molto band come Radiohead, Múm, Jaga Jazzist etc.

Immagine articolo Fucine Mute 

FG: Elettronica e samples… Quel ronzio di un migliaio di mosche è assolutamente adatto alle atmosfere decadenti di certe canzoni. Com’è nata l’idea?

P: È parte della nostra interpretazione musicale di “Svartedauen” (“La peste nera”) di Theodor Kittelsen.

FG: Tutti e due avete collaborato con Kris Rygg. Questa volta Tore Ylvizaker ha partecipato al mixaggio. Cosa potete raccontarmi della vostra amicizia, ma soprattutto del vostro rapporto artistico con gli Ulver?

P: Abbiamo un gran rapporto con tutti e e due, e grande rispetto per quello che fanno. Nel corso degli anni abbiamo collaborato a pezzi e frammenti, ed è sempre stato un piacere.

FG: In canzoni come “Parasite my heart” o “Black Star”, i riff di chitarra diventano sempre più schizoidi, barocchi (e la tecnologia digitale gioca il suo ruolo, credo). Ho avuto la stessa impressione ascoltando “Prometheus” degli Emperor. Forse è una domanda ingenua: Ihsahn, quanto è difficile oggi “inventare” un nuovo ed efficace riff (black) metal?

P: Il genere black metal si è evoluto e stratificato nel corso degli ultimi dieci anni, e a causa di questo stanno crescendo nuove forme e nuovi mezzi. La creazione di un orginale riff black metal è dunque più di una sfida. Tra l’altro, le parti più black metal di “Lost in Reverie” sono state in realtà scritte e arrangiate non da Ihsahn, bensì da Ihriel.

FG: Qualcuno che non conosce Star of Ash potrebbe rimanere sorpreso dallo stile vocale di Ihriel.
Come si è evoluto il vostro stile vocale dai tempi di “Amor Fati”?

P: Le voci in quest’album sono generalmente più “davanti” nel mix, in certo modo più in evidenza, portando la voce più vicino a chi ascolta. Abbiamo lasciato l’approccio più classicheggiante per un modo di cantare più orientato verso il pop/rock sperimentale. Non è facile quest’interpretazione, ma al momento è la più adattabile alla nuova direzione musicale dei Peccatum.

Immagine articolo Fucine Mute

FG: Nei testi si trovano parole come: nuotare, affogare, acqua, mare, fiume, fango… Perché avete scelto metafore “acquatiche” per “Lost in Reverie”?

P: Con “Lost in Reverie” miravamo a creare un album dark capace tanto di sussurrare quanto di gridare. Prendendo i temi musicali dalla loro forma semplice e pure fino ai loro confini estremi, abbiamo creato canzoni con notevoli contrasti come “Black Star”. Dal punto di vista dei testi, il movimento sognante e allo stesso tempo spietato sia dell’acqua sia della peste finita da tempo, sottolinea l’atmosfera claustrofobica e imprevedibile che volevamo creare. In diverse maniere, “Lost in Reverie” dipinge la bellezza della follia, il contagioso e l’invisibile.

FG: I Peccatum sono stati sempre poetici e filosofici, fuori dal tempo, per così dire. Forse questo stava già iniziando pian piano in “Amor fati”, ma in “Lost in Reverie” si trova qualcosa di “prosaico” come il suono di un telefono o parole come “polaroid”. La vita urbana e moderna sta diventando parte del paesaggio dei vostri quadri musicali?

P: Oltre agli evidenti contrasti con le formulazioni più “epiche”, questi elementi “moderni” sono diventati parte naturale del nostro esprimerci. Tutto questo è inoltre coerente con la nostra implementazione dei metodi compositivi digitali ed elettronici.

FG: Quest’album mostra spesso il vostro lato intimo e “introverso”, ma dovete “sputare al mondo le vostre percezioni”. Perché succede?

P: Anche se molti testi dell’album sono scritti in prima persona, il narratore del testo non equivale a noi. È più una voce che in generale interpreta ciò che la circonda e il suo posto tra tutto questo. Dietro la sentenza “to spit your perception at the world” giacciono sia la rassegnazione sia la combattività, come se il narratore si guardasse intorno trovandosi tanto sprezzante verso se stesso quanto sprezzante verso ciò che sta al di fuori della cornice della sua individualità.

Immagine articolo Fucine Mute

FG: Forse è in relazione alla domanda precedente. C’è scritto nel booklet:

“There is nothing I don’t dream,
there is nothing I don’t scream,” (non c’è niente che non sogni / non c’è niente che non gridi, Georges Bataille)

Lo potete commentare?

P: Questa citazione non è stata presa solo per la sua bellezza, ma anche per le sue dolci urla di desiderio per l’impossibile verità. In più, l’abbiamo sentita come un’elaborazione molto calzante del titolo dell’album. 

FG: L’artwork è apparentemente semplice, ma superbo. Un grande passo in avanti, se confrontato con quello di “Amor fati”. Quant’è importante per voi l’aspetto visivo?

P: Grazie. Siamo molto contenti di come è venuto fuori stavolta. Il grande passo in avanti per noi è stato non solo di lavorare con la gente giusta, ma anche di prendere il controllo di tutti gli aspetti finali di “Lost in Reverie”. Siccome la musica è una forma d’arte molto astratta, la parte visiva di un album diventa il suo vestito e rappresenta come tu hai voluto presentarla ed elaborarla.

FG: Che cosa mi dite di Mnemosyne Productions? Come state organizzando la distribuzione dell’album?

P: Abbiamo fatto un contratto con la norvegese Voices Music & Entertainment, e loro stanno realizzando la distribuzione mondiale di tutte le uscite della Mnemosyne. “Lost in Reverie” verrà distribuito anche dalla The End Records negli Stati Uniti, e loro ne cureranno anche la promozione. L’etichetta non sarà solo strumento per i nostri progetti, cercheremo di trovare nuovi talenti e di collaborare con altri artisti. Crediamo che bisogni lavorare a stretto contatto con altri artisti, e auspichiamo di poterlo fare qui nei nostri studi di registrazione.

Ti ringraziamo per un’intervista interessante e salutiamo tutti i fan della musica oscura in Italia.

Recensione (italian version only)

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