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Scrittura

Una nobile “ladra di pannocchie”

Immagine articolo Fucine MuteL’ultimo romanzo di Luciano Troisio, La ladra di pannocchie [Manni editore, 2004] si apre con una pagina di rara bellezza antologica, di un lirismo toccante, con il ritmo inimitabile e il valore senza tempo dell’alta letteratura. Osservatori di una scena tanto tragica quanto infinitamente struggente sono due scrittori: l’uno è già celebre e ama porre il suo sguardo sempre al di là di quello che occhi umani possono vedere; l’altro deve ancora conquistarsi la fama ed è più attento ai contesti socio-esistenziali. Il primo contempla due contadine poverissime mentre rubano le pannocchie ai contadini: “Che belle! Che belle!”, e intanto “ciò gli ricordava pagine di letteratura e scene di film, con personaggi immersi nel male eppure assolutamente esenti dal negativo”. “Che bella gente, che belle zingarelle!” Si avvicina e accarezza loro il volto con grande gentilezza, mentre la donna più anziana piange. Il secondo gli rammenta: “Ma quali zingarelle… questa è gente poverissima, che ruba pannocchie ai contadini perché non ha nulla da mangiare, e smettila col taccuino dello svagato in vacanza. Siamo in pieno neorealismo, caro mio!” In questo incipit emergono subito due tematiche che sembrano voler toccare in profondità e consapevolmente tutto questo romanzo: una Weltanschauung per così dire “letteraria”, di spessore e raffinatezza rari, dove il mondo, la civiltà e i personaggi dell’arena a volte spietata della vita vengono compresi (nel senso più profondo) e raccontati dal genio sensibile e colto del Letterato, il quale include in sé anche lo sguardo dell’Artista, ma resta sostanzialmente fedele al proprio centro e alla propria specificità peculiare. L’altra è la presenza “dell’Ananke, l’orribile dea Necessità, contro la quale non si può essere che soli”. La prima tematica si snoda attraverso un affresco ricco di preziosi appunti, complesso e amaro, dell’Occidente e della sua civiltà di fronte alle prove più ardue: un’indagine disincantata ma sempre sostenuta dalla speranza di quella che appare, agli occhi del narratore, una specie di impasse collettiva. Il Letterato annota, racconta, contempla e cerca di comprendere una gran varietà di eventi: miseria indicibile dei contadini veneti della metà del Novecento; contestazioni giovanili degli anni Settanta; disagio e droga degli anni Ottanta — Novanta; nuovi fermenti globali di fine Millennio; manipolazioni genetiche dei cereali; tragico squilibrio planetario tra paesi ricchi e paesi nei quali la miseria della folla e del popolo ferisce irrimediabilmente i personaggi che l’osservano. La dea Necessità, invece, grava sulla giovinezza di Nerina impedendo alla ragazza di evolversi diventando una filologa, è la protagonista del quadro (Il mondo e il chiostro) su cui soffermerà il suo sguardo molti anni dopo quando, divenuta agronoma già famosa, resta impressionata da quest’opera pittorica in modo apparentemente inspiegabile; c’è da chiedersi, anche, se sia questa dea così terribile a fare scorrere l’esistenza di Nerina verso l’ottenimento di vette molto alte ma non affatto ambite: un successo esistenziale tanto grande quanto tragico, al servizio anche di quel dio del Mais che concedeva ai poverissimi avi di Nerina di rubare le pannocchie, dispensatore di vita e di una fama insperata e forse neppure desiderata, concausa alfine della morte violenta, per mano di un giovane e bel sicario. Il giovane è strumento più o meno involontario di ciniche dinamiche di potere che si svolgono su scala mondiale.

“È ufficiale da oggi, sei candidata al Nobel per la pace”.
“Non lo sapevo, ma potevo sospettarlo. Un’altra mossa dei musulmani”.
Alludeva come non mai alla fondamentale formula di tutta una vita.
“Sì, non occorre dirlo, tu “ottieni facilmente tutto ciò che non ti interessa affatto”.”.

 Ananke sconvolge il Letterato, incarnato da più di un personaggio (basterà citare il giovane all’inizio, turbato dal pianto della donna, e l’insegnante di Nerina, turbato di fronte all’espressione di bestia ferita della madre di lei; oppure, Antonio di fronte al quadro). Confrontandosi ad essa, il Letterato è non solo incapace di una reazione creativa, ma sembra addirittura temere per la salvezza della propria identità. Il concetto è tanto chiaro quanto tragico: di fronte ad Ananke — tanto temuta fin dalle soglie della modernità da Baudelaire —,Cultura e Sensibilità svaniscono in nulla.
Nella Weltanschaaung di Troisio, tuttavia, possibilità di riscatto e salvezza, insieme a una solida speranza di fondo, non vengono a mancare. La luce si manifesta in quelli che sembrano essere fari nelle tenebre, i quali risplendono nelle situazioni più improbabili. La nobiltà naturale di Nerina, povera di nascita, si scontra con la grettezza di appartenenti a classi sociali più ricche. La nobiltà del giovane e ascetico sacerdote indù che Antonio sta ad ascoltare con atteggiamento bonario; il sacerdote è l’unico personaggio veramente al suo posto in mezzo a una folla di occidentali spaesati. Nel confronto con il sacerdote indù e negli incontri di Antonio con gli occidentali passati all’induismo, la Letteratura si erge quasi a verità ontologica, e pare manifestarsi positivamente quale chiave interpretativa del mondo, nella quale viene relativizzata la visione metafisica indù (“ascoltò… i discorsi che quel nobile giovane sacerdote gli veniva facendo, e riassumibili nel concetto che il reale proviene da Maya, la dea che diffonde l’illusione. Ampiamente condivisibile. […]”). La Letteratura è il metro con cui Antonio giudica gli occidentali passati ai culti indù, i quali — per lui — sono semplicemente degli analfabeti. In una situazione decisamente improbabile fa il suo ingresso il Genio, impersonato dal grande Klein. Il contesto della sua apparizione in scena è alquanto disarmante, in questo brano dal valore unico:

[…] Ricordava quando aveva frequentato un certo gruppo di psicanalisti. Il grande Klein veniva apposta da Parigi una settimana al mese per questo lavoro di analisi.
Lui era l’unico a non essere anche medico… dopo qualche minuto di sapiente attesa il genio appariva, col suo bel volto non rasato sofferto e stanchissimo… nessuno apriva bocca… Col movimento lento panoramico di una fredda videocamera, osservava le facce di quei lestofanti che possono rilasciare documenti di eccezionale gravità sui loro pazienti, si rendeva bonariamente conto della loro modestia culturale.
Spesso il genio finiva coll’appisolarsi… ma ogni volta riusciva a dire alcune parole che risultavano frustate su cui ci si arrovellava per giorni. Poi si attraversava a piedi la città per andare alla stazione. Antonio si accodava casualmente una volta a questa, un’altra a quella fazione, perché il gruppo nel tragitto non era mai completo, ciò permetteva di disquisire sui colleghi assenti con sottili e ben articolate diagnosi cliniche: quello, poveretto, mi sembra grave, bisognerebbe ricoverarlo prima che succeda l’irreparabile. Erano psichiatri, in grado di giudicare seriamente; giudicavano pazzi i loro colleghi.
Il mese dopo stessa scena, stessi silenzi spossanti, stessi pisolini del genio, stesse abissali rasoiate… poi verso la stazione, stavolta accodato a una parte diversa del gruppo, che parlava degli assenti, autori delle gravi diagnosi. Ma anche loro sentenziavano: quello sta veramente male e in rapido peggioramento. Bisognerebbe sollevarlo in tempo. (Purtroppo diagnosi così folli e sadiche non erano lontane dal vero perché due di quegli psichiatri si gettarono poco dopo in due diverse occasioni dal quinto piano… un terzo annegò in circostanze misteriose.) [Luciano Troisio, La ladra di pannocchie, San Cesario di Lecce, Piero Manni, 2004, pp.134 — 135.]

In realtà, il narrare di Luciano Troisio ha la ricchezza di un arabesco o, per usare un paragone forse più azzeccato e congeniale a una sensibilità così generosamente stratificata, dei complessi ed elaborati mandala orientali. L’evoluzione umana di Nerina si sviluppa in situazioni sempre nuove e difficilmente prevedibili, le quali costituiscono lo spunto o il contesto per una gran varietà di episodi e vicende dotati di autonomia e vitalità proprie, insieme a quelli legati a ben delineati personaggi secondari, sviluppati con la stessa profondità ed impegno applicati alla protagonista. È possibile notare, in merito a questo autore e alle sue opere, che tutte queste evoluzioni particolari compongono il complesso disegno di un libro, disegno dotato sempre di armonia, profondità e senso: per contemplarlo e comprenderlo, è necessario “uscire” dalla lettura dei singoli episodi e spostare l’attenzione su un altro livello, verso una comprensione d’insieme, globale, dell’opera in generale, presa nella sua totalità. Si tratta di uno stile narrativo di indubbio valore, dotato di una sua peculiare unicità e riconoscibile anche in altri lavori, ad esempio in Tirtagangga e varie sorgenti [Luciano Troisio, Tirtagangga e varie sorgenti, Vicenza, Marsilio, 1999]. Con la sua ricca e armoniosa complessità, questo modo di raccontare costituisce probabilmente la “cifra” stilistica originale di Luciano Troisio.

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