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Palcoscenico

Roberto Herlitzka

We that are young shall never see so much, nor live so long

Immagine articolo Fucine MuteGiorgia Gelsi (GG): Siamo con Roberto Herlitzka in questi ultimi giorni di prove prima del debutto del 7 di luglio a Verona. In questo Re Lear lei ha il ruolo del protagonista. In conferenza stampa ha detto che per fortuna nel teatro ci sono personaggi pazzi che lei possa interpretare… Com’è questo suo Re Lear?

Roberto Herlitzka (RH): È pazzo, è pazzo! Comunque lo è per ragioni non patologiche; lo è per disperazione, per contrarietà e per tante ragioni forse anche metaforiche che Shakespeare ha inserito trasformandole in una vicenda. La vita può far diventare pazzi e in particolare qui mi pare che ci sia una netta descrizione dei rapporti tra le generazioni che nella tragedia sono ingigantiti dalla dimensione regale, ma che si possono trovare anche in famiglie borghesi qualunque, come le nostre.

GG: Quindi come al solito i grandi classici, che lei ha interpretato, riportano sempre anche alla contemporaneità. In conferenza stampa c’è un’altra frase che mi ha colpito e cioè che in questo caso Shakespeare usa la pazzia quasi come un lievito straordinario che attraverso il dolore porta poi alla verità.

RH: Sì, sì, in effetti, è questa un po’ la chiave che il regista Calenda ha voluto dare allo spettacolo, in altre parole questa specie di rinascita attraverso la perdita di una ragione logica e quindi la scoperta di valori nascosti, però allo stesso tempo puri. Cosa che avviene non solo in Re Lear, ma anche in altri personaggi come ad esempio in Edgar, il giovane che per sfuggire alla persecuzione paterna causata da una calunnia si finge pazzo mendicante, così come nello stesso padre di Edgar, Gloucester che non attraverso la pazzia ma attraverso addirittura il sacrificio, il martirio, trova un senso di serenità. Sono chiaramente condizioni estreme, ma d’altronde è una tragedia, e quindi deve passare attraverso delle condizioni estreme per arrivare fino a noi.

GG: Lei è reduce da un periodo straordinario e felice. Da un punto di vista professionale ha ricevuto il premio UBU per La mostra di Magris che abbiamo visto nella scorsa stagione e poi ha interpretato Aldo Moro nel film Buongiorno Notte, un’interpretazione molto apprezzata e molto sentita. Visto che di Aldo Moro si continua a parlare, c’è ancora tanto mistero sul “caso Moro”, per lei, interpretare Aldo Moro ha voluto dire anche entrare in feeling, in sintonia con il suo personaggio. Com’è il suo Aldo Moro? Come se lo immagina?

RH: Naturalmente quando ho fatto il film mi sono documentato moltissimo su tutta la vicenda non solo perché era giusto farlo ma anche per una vera e propria curiosità; è forse un po’ offensivo dire così, però in fondo è una curiosità, anche se dolorosa. Il mio Aldo Moro, come ho già spesso detto, non vuole essere una ripetizione, un ritratto del personaggio Moro, ma vuole essere un’indagine sulla condizione umana di una persona che si trova in quella situazione. Probabilmente questo è quello che soprattutto Bellocchio ha cercato, e a cui io mi sono ben volentieri adeguato, perché poi non avrei avuto nessuna possibilità di fare Moro come personaggio politico, come lo aveva fatto, pare, in modo straordinario, come sempre Volontè, che io però non ho visto. Mi sono immedesimato in una condizione del genere, aiutato molto o del tutto dalle lettere che Moro ha scritto, non solo quelle ai suoi compagni di partito, ma quelle che ha scritto alla famiglia dove vengono fuori proprio i sentimenti più sinceri e più forti di un uomo come un altro.

Immagine articolo Fucine Mute

GG: Dopo il debutto a Verona questo Re Lear girerà per le piazze di tutt’Italia speriamo anche per gli anni successivi. Oltre al teatro nel suo futuro professionale c’è ancora cinema, c’è ancora televisione?

RH: Televisione no, perché non c’è mai la televisione… Mi ignora! Nemmeno il cinema perché non ho avuto nessuna proposta che valesse la pena di prendere in considerazione.

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