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Palcoscenico

Il teatro come risorsa della cultura europea

Immagine articolo Fucine MuteSono un cittadino fortemente europeo. Lo sono anche per fortuna, perché nella mia famiglia ci sono diverse linee europee: mio nonno era di Smirne, il mio bisnonno di Salonicco, mio nonno materno di Nis, in Serbia; siamo italiani da molte generazioni, di status, anche se in Italia io ci sono arrivato da profugo, come i miei genitori.
Ho avuto una formazione cosmopolita: in casa si parlavano diverse lingue, mia madre parlava un eccellente francese, si parlava il turco, il bulgaro, il giudaico, lo spagnolo. Nella scuola ebraica di Milano c’erano persone che venivano da quaranta Paesi diversi.
Questo mi ha messo in una condizione ideale, e ho diviso la mia vita fra questo mondo cosmopolita e la periferia di Milano. Lì ho imparato la lingua locale e quindi sono entrato in quello che Tadeusz Kantor il genio del teatro polacco, chiamava “le rang le plus bas” cioè ho frequentato la strada, la gente del popolo; quindi, quando penso all’Europa, penso alla cultura in tutti i suoi aspetti. Non credo che l’Europa sarà una vera Europa se non sarà un’Europa dal basso.
Mi sono occupato di cultura “bassa” nella mia vita, pur avendo avuto una formazione alta. Mia madre era violinista, ho sentito tutti i concerti romantici e classici quando ero piccolissimo. Ma mi sono occupato in particolare di una cultura nomade, esule, che ha influenzato tutto il mondo e il pensiero europeo occidentale in generale, ovvero la cultura ebraica dell’Est Europa. La cultura della “Yiddischkeit” è la cultura che ha dato vita a Kafka, Freud, Heine, da cui sono risultate le linee fondamentali della cultura della crisi fra l’Otto e il Novecento, e poi, dalle migrazioni di questi popoli verso l’America, lo showbusiness americano, la letteratura, il cinema e così via. Ma io mi sono concentrato sulla cultura dello yiddish perché è una cultura di esilio, di alterità.
Ritengo infatti che l’Europa sia certo l’Europa delle sue linee principali, delle sue mainstream, ma debba essere anche l’Europa delle sue diversità e alterità.

Ero ieri a cena con un’attrice di Sarajevo, che mi diceva che in quella città, sotto le bombe, il teatro funzionava. Il teatro è una forma culturale che coincide con la democrazia stessa: il grande sviluppo del teatro è stato proprio nella Grecia periclea. Il teatro è, fra le arti, quella che si colloca fra arte e vita, e che racconta dell’uomo come ritengo nessun’altra forma di cultura possa fare. Non c’è medium in teatro, c’è una comunità di ascoltatori e una comunità di officianti che danno vita a un rito laico, in cui si parla dell’essere umano, della centralità dell’essere umano. Il teatro non è moralista, è morale.
Oggi siamo in un’epoca in cui si crede che il teatro sia marginale. C’è un dominio spropositato dei grandi media, in particolare della televisione. Nella “Bildung” nella formazione di un essere umano — non parlo di internet, inglese e imprese ma parlo di “Bildung” l’educazione dell’essere umano — il teatro può avere un ruolo cruciale, non solo se fatto da professionisti ma anche se fatto da amateurs.
Il teatro nelle scuole costruisce i futuri spettatori del teatro e mette in relazione il giovane con la vicenda dell’essere umano, con la propria condizione di essere umano. Non a caso il critico Harold Bloom, che è un estremista, dice che Shakespeare ha inventato l’uomo moderno. Naturalmente questa è un’iperbole, ma in una certa misura ci ha permesso di riflettere sull’uomo. In un momento di costruzione di un’identità sovranazionale, proviamo a raffigurarci quanto il teatro possa essere importante, quanto possa contribuire alla costruzione del cittadino europeo.

Immagine articolo Fucine Mute

Siamo nella situazione descritta da Massimo D’Azeglio che disse, all’indomani della fondazione dello Stato unitario italiano: “L’Italia è fatta. Ora bisogna fare gli italiani.” Adesso l’Europa è fatta, bisogna fare gli europei. Gli europei hanno una cultura, in generale immensa, che è forse la specificità e il più grande patrimonio europeo, molto più importante dell’economia, molto più della politica, il tratto saliente che davvero permette all’europeo di riconoscersi come tale.
La cultura si manifesta anche negli assetti urbani. Non dimentichiamo che non bisogna essere miopi, che la cultura non ha un’immediata ricaduta economica ma che, sulla distanza, la ricaduta è grande. Il turismo è uno dei massimi gettiti economici della nostra Europa. Dubito che i turisti vadano a visitare le fabbrichette dei vari hinterland urbani, con tutto il rispetto per l’attività economica. Ma bisogna ricordare che è stata la tensione culturale a determinare oggi questa grande chance economica. Non solo: parliamo dell’italian style. Ci sarebbe un italian style senza Rinascimento, senza Dante, senza il grande cinema neorealista, senza Pirandello? E questo vale per tutti i Paesi europei.

Oggi siamo chiamati a una grande sfida. Abbiamo avuto un assetto politico che ha separato l’est dall’ovest in Europa. Questo disastro è finito. Oggi i Paesi del centro e dell’est d’Europa cominciano a entrare nella grande Europa che si sta preparando, e a portarvi il loro genius loci.
Cosa, se non il teatro, può raccogliere e simbolicamente fondare questa unione sul piano della centralità dell’uomo? Io ho il vanto di avere una compagnia in cui ci sono italiani, ucraini, russi, zingari romeni, un’ebrea argentina di origine polacca e un attore polacco straordinario. Attraverso questa compagnia io vivo ogni sera, sulla scena, un’esperienza europea.

Immagine articolo Fucine Mute

Non c’è futuro per la cultura se non c’è l’educazione, la formazione. La cultura diventa un puro esercizio di facciata, una vetrina, se non è anche messa in stretta relazione con la formazione dei giovani, dei bambini addirittura.
Ho un ricordo indimenticabile di un maestro elementare che ho visto a Madrid, al Museo Reina Sofia. C’era un Mirò bellissimo. E c’era un giovane maestro, di non più di venticinque anni, con dei bambini di sei, sette anni. È stato, e noi con lui, mesmerizzati, a bocca aperta, davanti a quel Mirò due ore, giocando con questi bambini sui colori, sulle forme, sui significati, tendendo loro piccoli trabocchetti, facendoli divertire e ridere, tutto questo davanti a un solo Mirò. Questo mi ha fatto capire quanto amore per il futuro aveva questo giovane maestro, quanto amore per la cultura. Ho sempre pensato che questi bambini sarebbero stati bambini felici.
Se questo vale per la pittura vale anche per il teatro, dove veramente l’uomo può percepire nello spazio di una rappresentazione il trascorrere dei propri sentimenti, il trascorrere di un’esperienza di vita, e nel contempo un’esperienza estetica e spesso anche politica ed etica. Credo che senza un grande teatro europeo non ci sarà una grande Europa. Ci sarà forse un’Europa mercantile e dinamica, ma soccombente, perché se le cose vanno come stanno andando adesso, la Cina, l’India, ci surclasseranno sul piano economico, a meno che noi non troviamo un nostro specifico e una nostra collocazione, basata sulla profondità della nostra cultura, e sulla profondità della nostra identità.

Testo originariamente pubblicato sul numero 3/2004 della testata giornalistica “In Europa – Centro di iniziativa europea”. Si ringrazia Roberto Speciale, Presidente del “Centro  In Europa” di Genova ed il Direttore responsabile Carlotta Gualco per la gentile concessione.
Nel numero in questione è stato pubblicato un completo reportage sul rapporto fra i teatri e le Capitali europee della  Cultura (ricordiamo che proprio Genova ricopre siffatto ruolo per l’anno 2004). Gli interventi sono stati tratti dagli atti del Convegno “Le città europee della Cultura e dei Teatri – Esperienze a confronto”, svoltosi presso il Teatro Duse il 25 e il 26 marzo 2004, nel quadro del progetto “Cultura 2000”, sostenuto e promosso dalla Commissione europea.
Per chi fosse interessato all’abbonamento alla rivista, questi i contatti di riferimento:


“In Europa – Centro di iniziativa europea”
16121 Genova – via Ippolito D’Aste 7/5
Tel. +39 010 586716
Fax +39 010 564356
email: [email protected]
web: www.centroineuropa.it

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