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Omnia

Il cane e il lupo

Ciò che conta e ciò che si conta

Immagine editoriale Fucine MuteOttobre 2004. Estate ormai alle spalle, esplosa come un uovo di gabbiano che s’infrange sul parabrezza di un’automobile in corsa, per poi esser stancamente scansato da un tergicristalli pedante e quasi permaloso, pur nella sua inconsapevole solerzia macchinica. Era ottobre anche nel 1998, quando mi trovai un tardo pomeriggio davanti al mio vecchio computer portatile cercando l’ispirazione da una parte ed un manuale JavaScript dall’altra, per dar forma a quelle che di lì a breve sarebbero diventate le prime Fucine Mute. Ero giovane allora, e sebbene io conosca più di qualcuno che potrebbe ribadire il concetto io fossi stato vecchio già a quattordici anni, certamente allora ero, nella mente e nel corpo, più giovane di quanto io senta d’esserlo tuttora nel cuore e nell’anima, nonostante l’anagrafe continui a ricordarmi che trent’anni non sono ancora quelli in cui si tirano le somme della propria vita. Neanche le prime (mancano ancora certi addendi), figurarsi le ultime.

Eppure io penso che far di conto sia un’operazione spesso utile per dar il senso a gran parte delle nostre azioni quotidiane, proprio quelle che nella loro manifestazione minimalista e quasi sommessa finiscono poi per costellare (o lastricare, dipende dai punti vista) il percorso tutto di una vita. Se le persone riprendessero la sana abitudine del far di conto (chissà che le monetine cui l’euro ci ha abituato non giochino in tal senso?) allora si renderebbero conto (rendere conto, per l’appunto: rendere a se stessi il proprio conto, rimettere i propri debiti) degli amici su cui possono ancora far affidamento (i veri amici si contano sulle dita di una mano), degli amori e dei dolori che ha avuto senso in passato vivere ed esperire (gioia e dolore: cose che contano) e dei bilanci, dettagliati e conformi, che prima o poi esse dovranno chiudere, con se stesse e per gli altri, prima che una vita senza numeri per esser vissuta rivendichi, nel suo bilancio con la morte (nulla si crea e nulla si distrugge), tutte le plusvalenze – coraggio, orgoglio, dignità, onore, pudore, lealtà – o minusvalenze del caso – codardia, inettitudine, meschinità, spleen, nausea, tedio, malattia, impotenza, inadeguatezza, malinconia. Ed un grazie a Svevo e a Moravia che son stati magistralmente capaci di descrivere queste (quella di Dino, di Alfonso o di Zeno) ed altre vite nelle loro opere.

Immagine editoriale Fucine MuteSul concetto di numero gioca anche un recente filmato pubblicitario in cui figurano protagonisti i numeri legati ad ognuno di noi fin dal nostro primo vagito: quando si nasce (numeri sul braccialetto al polso del neonato), quando si cresce (numeri sulle torte di compleanno), quando ci si confronta (numeri sulla maglia da basket), quando ci si innamora (numeri e cigni), quando si è a casa (numeri  ed uscî), quando si mangia (numeri e tavoli), quando si aspetta (numeri e code), quando ci si ferma (numeri e parcheggi)…
Detto tra noi: se i creativi dell’agenzia pubblicitaria si fossero, per coraggiosa coerenza ed originalità indefessa, spinti oltre nel loro far di conto e nel loro qualificare la fermata più vera, andando magari avanti fino all’ultimo, definitivamente ed inderogabilmente ultimo numero che ci viene assegnato nostro malgrado (quello dell’urna cineraria o del cunicolo sepolcrale), allora penso che la loro committenza avrebbe venduto meno, visto anche il tipo di prodotto commercializzato. Chiusa la digressione noir, rimane tuttora aperta la domanda su carte blanche: “Perché essere uno dei tanti?”, ci chiedono lor signori esperti di marketing e comunicazione, quando tentano di far leva su un concetto – quello primordiale della conservazione della specie – che rende loro gioco facile, visto che più o meno tutti si riconoscono nello spirito di antagonismo e protagonismo, nell’unicità ed irripetibilità del proprio essere esclusivo, prezioso ed inimitabile, che si distingue da quelli che popolano tutto il resto dell’umanità. La quale, ottusa o senziente, stupida o saggia che sia, risulta comunque aliena, cosa altra da noi, cosa da cui doversi distinguere fino al punto da emanciparsene tout court nella rivendicazione, sana o malata che sia, del proprio individualismo.

E perché non voler esser invece “One like no One”? Comenessunaltro. Uguali (aristotelicamente solo a se stessi) pur nella diversità. Diversi (ecumenicamente da chicchessia) eppur simili a tutti gli altri.
Parmenide da una parte ed Eraclito dall’altra per (ri)definire, opportunamente contestualizzato nelle dinamiche sociali ed antropologiche del terzo millennio, il soggettivismo di Protagora di Abdera: l’uomo che, da misura di tutte le cose, homo mensura qual egli era nel quinto secolo avanti Cristo nella visione protagorea, diviene ora proprio dalle cose misurato; la misura di allora, intesa come norma di Immagine editoriale Fucine Mutegiudizio per un completo e definitivo relativismo gnoseologico, che diviene, venticinque secoli dopo, la misura che quantifica ed ascrive (la finanziaria di San Domenico che ci protegge dall’altro dei tre monti), che sottrae e si rivale (lo stillicidio della morte in Iraq), che rivendica e ricatta (gli ostaggi uccisi senza mediazioni ma con premeditazione; quelli barattati tra mediatori / media-attori, quelli rilasciati per sopraggiunta intermediazione).

Le persone che farebbero bene a far di conto, farebbero ancor meglio se, di tanto in tanto, si dessero il tentativo di una domanda piuttosto che il risultato di una risposta. Farebbero bene e meglio ad interrogarsi, ad essere nel pensiero di un dubbio, piuttosto che a scomparire nel dubbio di ogni pensiero. Nel dubbio su ogni pensiero e per ogni pensiero.

“Bada a questo, però: non commettere ingiustizia nell’interrogare”. Con queste parole, nel dialogo platonico “Teeteto”, Protagora ammonisce Socrate, responsabile di una critica troppo disinvolta e astuta di quella tesi sulla relatività della conoscenza umana (l’uomo misura di tutte le cose) che ha reso celebre in tutta la Grecia il succitato filosofo di Abdera. In realtà a parlare non è Protagora, da tempo deceduto, ma Socrate stesso che veste momentaneamente i panni di Protagora per autoconfutarsi di fronte a quel pubblico che vorrebbe persuadere proprio dell’infondatezza della tesi protagorea. Se Socrate si produce in un’apologia delle tesi dell’avversario, in grado perfino di commuovere gli amici di Protagora presenti, è perché, in omaggio al più autentico spirito socratico, non è in vista della vittoria che egli è sceso nell’agone filosofico. La filosofia non è affare di potenza. Non è contesa tra uomini, né loro motivo di contendere. Assomiglia alla guerra e richiede probabilmente la stessa ferrea disciplina della guerra, ma il ferro non è quello dell’armi e l’obiettivo non è la distruzione dell’avversario a qualsiasi costo e con ogni mezzo.

Immagine editoriale Fucine MuteIn questo nobile disprezzo per la polemica consiste anzi la specificità del filosofo e la sua differenza dal sofista. Come lupo e cane, anche filosofo e sofista, se visti da lontano, si assomigliano, fino quasi a confondersi. Il vecchio Aristofane, nella commedia “Le nuvole”, li aveva, infatti, confusi. La loro differenza è però profondissima e concerne l’etica del discorrere, della conversazione (“logos”). Mentre il primo ha in orrore l’idea di “commettere ingiustizia nell’interrogare”, fino al punto di correre in soccorso del suo stesso avversario, quando si accorga di averlo prevaricato, il secondo sfrutta sfrontatamente ogni risorsa linguistica per mettere il suo stivale sulla testa del nemico. Per l’uno comunicare ha la sua radice nella comunione e nella condivisione fraterna di un luogo comune. È cooperazione su un piede di parità tra eguali in vista di una verità che non è data, ma che deve essere raggiunta attraverso un percorso comune (“dialettica”). Per l’altro la conversazione è soltanto contesa, guerra civile camuffata (“eristica”). Le parole sono usate come armi e sono piegate, a dispetto del loro significato, alle esigenze strategiche dell’argomentante: “E si commette ingiustizia in questo modo – continua Protagora-Socrate-Platone -, quando uno non distingua nettamente, facendo sue dispute, se disputa con animo di contendente o con animo di dialettico: ché nel primo caso ama scherzare e cerca quanto più può di cogliere in fallo l’avversario; mentre nell’altro ragiona con serietà (…) non con malignità e bramosia, ma sinceramente, con tranquillità e remissione di animo”.

Il “nostro” problema è, dopotutto, sempre e soltanto questo. Che ne è di quanto Giacomo Leopardi chiamava “l’onesto e retto conversare cittadino” nell’epoca, quella in cui viviamo e di cui ci facciamo portavoce o ripetitori amorfi ed anamorfi, in cui la comunicazione è divenuta, per l’appunto, arte eristica massmediologica, massificata, massacrata e generalizzata? Quattromilioni sono i dollari pagati per il riscatto delle due Simone. Tremiliardi gli euro introitati dallo Stato per la dismissione di ventimila chilometri di strade statali gestite dall’Anas e la loro riassegnazione a società “pubbliche”. Novantamiliardi il costo della Devolution per città desatellizzate da romapadrona e rette da governi padani, supportati da senati federali.

Platone, si sa, sognava una città governata dai filosofi.

Immagine editoriale Fucine MuteIn questa città la politica sarebbe coincisa con la dialettica. La politica sarebbe stata “scienza” e non dittatura dell’opinione (maggioritaria). Questa città, evidentemente, non era “democratica”. La democrazia, per Platone, è solo il tempo dei “lupi”. L’arrogante e sfrontato Alcibiade, che si sottrae alla dialettica di Socrate per inseguire la sua sfrenata ambizione, n’è l’indiscusso campione. Alcibiade sapeva che se avesse seguito Socrate avrebbe dovuto cambiare vita, perché la dialettica, pur assomigliandovi, è proprio di tutt’altro genere rispetto all’eristica. Proprio questa alterità la rende però politicamente impotente nella città democratica. Per guarire la città dall’infezione eristica, il buon cane dialettico deve infatti presupporre quanto il lupo sofista non potrà mai concedergli: un animo disinteressato e rivolto al bene. L’erista continuerà a discutere da erista, tendendo trappole e seducendo le folle. Il dialettico potrà allora rivolgersi solo alle “nature filosofiche”, conquistando chi potenzialmente è già dalla sua parte, ma tutti gli altri? Ed è perché ignora la risposta a questa domanda che la filosofia è stata, a più riprese, tentata dalle soluzioni autoritarie. Ma così facendo ha dovuto ancora una volta rinunciare a se stessa, perché il suo scopo, come si scriveva sopra, non è “vincere” . Non almeno in questo mondo.

A Fucine Mute non è mai piaciuto vincere o convincere, sedurre o ammaliare, controvertire o imporre. Né ha mai avuto il tempo o la voglia per potersi annoiare, annoiando i suoi stessi lettori, in strumentali sofisticazioni ideologiche che nascessero dagli stessi inani principi da cui trae fondamento certa critica cinematografica e letteraria che riflette su se stessa, facendo finta di interrogandosi su tutto e malcelando al contempo la mancanza di un interrogativo consapevole sul senso stesso del proprio approccio euristico (attenzione: euristico, non eristico!) verso ciò che è oggetto delle proprie analisi estetiche. La consapevolezza dei propri limiti, insomma, non è mai stata per Fucine Mute di ostacolo alla prosecuzione del proprio percorso, né motivo di titubanza rispetto al suo divenire e trasformarsi in itinere. Perché spesso c’è più arroganza nel gesto di colui che si sottrae rinunciatario, magari anche alle critiche che la sua presenza avrebbe potuto comportare, di quanta ce ne sia nel gesto di chi invece rimane pur temporanemente sprovveduto al suo posto, facendo tuttavia sentire la sua voce, facendola sentire sottovoce, senza porre in essere ricatti o costrizioni, senza compromessi o escamotage tanto comodi quanto assai poco onorifici, senza far valere crediti (plusvalenze) inesigibili a sostanziare proprie posizioni di comodo, e senza occultare debiti (minusvalenze) inalienabili, che prima o poi in qualche bilancio pur figureranno.

Immagine editoriale Fucine MuteA Fucine Mute, per contro, è sempre piaciuto fare i bilanci della propria esistenza reale (redattori, sparsi in carne ed ossa in tutt’Italia) e virtuale (caratteri con grazia e corpo, sparsi in bit e byte in tutto il mondo), siano stati essi quelli positivi del passato finora trascorso, possano pure esserlo quelli ipoteticamente negativi del presente che si affaccia ad un futuro sempre più incerto. Perché non è un bel mondo quello in cui si uccidono centinaia di bambini innocenti, quello in cui si decapitano in presa diretta uomini inermi, quello in cui – come nella mia sottoscrizione alla dichiarazione rilasciata da Massimiliano Spanu a ridosso dell’undici settembre 2001 – “l’amore per la fantascienza (intesa anche come gioia comune del raccontare e del fantasticare) trova limite definitivo nella brutale cecità degli estremismi e del fanatismo, delle politiche pervertite e dello scontro dei popoli di qualsiasi latitudine e colore di pelle, di qualunque credo religioso e politico. Godzilla, Gorgo e Tarantula, amatissimi mostri, lasciano il passo a quelli del reale mediatico, ben più spaventosi e drammatici”. Perché men che meno roseo è il futuro di un mondo in cui non esiste neppure più il coraggio di stabilire un qualsivoglia tipo di comunicazione, non dico tra popoli, ma nemmeno tra gli stessi amici che un tempo condividevano passioni ed idealità, principi e sogni. Laddove l’odio regna col rancore, i sogni sono negati.

Ma Fucine Mute continua, nonostante tutto, a nutrirsi dei suoi sogni. E di quelli dei suoi più giovani collaboratori (ad esempio i bravissimi Michela Cristofoli ed Emanuele Gatti) dalla cui modestia, competenza e genuino entusiasmo dovrebbero trarre insegnamento certi altri collaboratori meno giovani, magari proprio quelli che – dizionario della lingua italiana alla mano – vorrebbero ricordarci il significato (stricto sensu) delle parole, perdendosi tuttavia il “sensu” tutto delle stesse, o di una legittima critica che viene loro mossa sull’utilizzo “stricto” che di esse costoro ingenuamente fanno.

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