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Palcoscenico

Rosaria Lo Russo

Una sonata fiorentina alla corte araba

Con la compagnia di Giacomo Da Lentini

Immagine articolo Fucine MuteUna notte alla corte arabo andalusa è lo spettacolo diretto da Jamal Ouassini, violinista nato a Tangeri, ma che ha insegnato all’Accademia di Musica Moderna di Verona; interpretato da Rosaria Lo Russo, poeta e per l’occasione lettrice-performer di brani dalla tradizione della poesia cortese provenzale/italiana/arabo-sicula/arabo-andalusa, questo concerto-reading è stato con ironia e bravura improvvisato anche da Bouchaib Moumou, liutista di Casablanca, e Arup Kantidas, percussionista di Calcutta. Il lavoro, secondo le parole di Ouassini, origina dall’osservazione di periodi storici, pur brevi, dove le diverse popolazioni e religioni sono convissute senza troppi problemi, al fine di costruire oggi una dimensione pacifica tra le persone che vivono questa “pozzanghera” mediterranea, una Peace to undisclosed recipient (Pace indirizzata ad un destinatario ignoto), come recita il titolo della III Edizione del Festival del Teatro Indipendente, dove i destinatari sono coloro che sanno ricevere il messaggio dell’arte e, se vogliamo, di un mondo da costruire con l’impegno di individui “intellettualmente” migliori.

Christian Sinicco (CS): Rosaria Lo Russo — poeta, traduttrice, saggista, attrice. Questa sera presenti Una notte alla corte arabo andalusa alla ricerca di elementi della cultura araba che hanno contaminato la letteratura del nostro medioevo. Quale le fonti di questo interessante lavoro?

Rosaria Lo Russo (RLR): La poesia araba per ragioni storiche ha influenzato la poesia siciliana delle origini e il famoso notaro Giacomo da Lentini, presente nello spettacolo con alcuni testi (A l’aire claro ò vista ploggia dare, Lo viso mi fa andare allegramente e Eo viso — e son diviso — da lo viso) e che ha risentito profondamente delle sonorità — la poesia è suono —, del modo del versificare della strofa che è molto ripetitiva nella poesia araba.
L’ambito è quello federiciano della corte che riusciva a far convivere — questo è l’interesse ideologico dell’operazione — la cultura cristiana e quella araba, e i vari linguaggi: una corte multilinguistica, multiculturale, auspicabile pure oggi come segno di pace, di forte tolleranza. Comunque, per lo spettacolo, i testi sono stati scelti in base alle migliori traduzioni: evento recente è stata la traduzione per il quotidiano La Repubblica di libri di poesia e Francesca Maria Corrao, che insegna l’arabo all’Università di Napoli, ha fatto tradurre a poeti contemporanei italiani quelli arabi medioevali. Quelle che leggo sono dunque delle poesie, perché la traduzione è sempre una riscrittura, grazie al lavoro di Valerio Magrelli, Patrizia Valduga, Andrea Zanzotto…

Immagine articolo Fucine MuteRiguardo la poesia italiana delle origini, cioè quella presentata dal notaro, ripresa da me nell’edizione critica e con attenzione filologica alla parola, si può vedere l’influenza della poesia araba, rilevata anche dai critici.
Come già sottolineato nelle poesie di Giacomo da Lentini si può osservare l’uso della ripetizione e, nello spettacolo, l’improvvisazione del violino di Jamal Ouassini e quella della voce siciliana, la mia ahimé, ad accento fiorentino.

I testi di Guido Cavalcanti (Voi che per gli occhi mi passaste ’l core, Deh, spiriti miei, quando mi vedete e Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira),come del resto anche quelli di Dante, invece risentono dell’influsso della tradizione provenzale — e i provenzali a loro volta risentivano le modalità dei siciliani che avevano preso i loro moduli dagli arabi. Cavalcanti era notoriamente un averroista sia per tematiche che per metrica: si spiega così il suo rapporto con la cultura araba. Poi il tema principale, quello dell’occhio che ferisce, è all’origine della poesia cortese; ma il tema dell’occhio che ferisce e risana è un’idea araba. Quindi il viso come tema, e nell’intenzione anche lo sguardo, è all’origine della poesia italiana, ed europea.
Le corti, come quella federiciana, hanno promosso dunque una poesia, possiamo dirlo, internazionale.
Nello spettacolo leggo anche poesie di autrici provenzali, vuoi perché era strano che una voce femminile si applicasse solamente a poesie il cui autore era maschile. Queste “trovatrici” le recito direttamente in provenzale per amore del suono e della parola, anche se sono state tradotte. In ogni caso il concetto, lì, gira sempre attorno la poesia d’amore, ma stavolta dal punto di vista femminile: l’occhio non c’è, e nemmeno lo sguardo, ma una sensualità maggiore; esco dunque dal tema principale con una controproposta femminile all’amor cortese.
Lo spettacolo è una grande miscellanea di sensazioni, ed io sono conscia di essere ospitata da Jamal Ouassini poiché Una notte alla corte arabo andalusa è uno spettacolo nel quale, a posto della mia interpretazione, possono figurare danzatrici del ventre o ballerini di flamenco, sostituzioni che mirano a vedere le culture legate da una origine comune.
Così non si può ignorare il fatto che non esisterebbe il dolce stil novo senza il provenzale, che Dante e Cavalcanti sapevano il provenzale, che i trovatori e le trovatrici erano la lettura preferita dai nostri poeti toscani.
Lo spettacolo torna all’origine di tutto mescolando le sensazioni.

CS: La dimensione orale della poesia viene troppo spesso sacrificata in Italia. La tradizione araba, al contrario, è quella di una poesia che una volta scritta viene musicata e cantata. Quali sono le tue idee a riguardo?

RLR: Le poesie che leggo erano cantate: la maggior parte dei testi sono sonetti, scritti per essere musicati e cantati. Il fatto che le reciti è anacronistico, rispetto alla loro realtà originaria. La poesia, a mio giudizio, non è solo scrittura: l’aspetto concettuale del significato è pari, se non inferiore, a quello del significante, cioè del suono, non fosse altro per ragioni metriche.
In questo caso i sonetti sono comunque tradotti, riscritti dai poeti: non leggerei mai una traduzione letterale, anche perché non suonerebbe. La poesia è musica di per sé, musica della voce parlante, e non cantante. Questa è una visione che sta prendendo piede anche in Italia, sebbene io me ne occupi da quando avevo quattordici anni — ora ne ho quaranta — e ora si inizia a comprendere che questo aspetto è la norma: un conto è la prosa o la narrativa, un conto è la poesia, collegata alla musica per natura.

Immagine articolo Fucine Mute

CS: Hai tradotto molta poesia anglofona: Anne Sexton, John Donne, Sylvia Plath. Questa tradizione ha, oltre l’oralità, anche una dimensione epica. Questi elementi possono influenzare la nostra poesia?

RLR: La poesia americana aveva una dimensione epica fino agli anni sessanta; ora la situazione è diversa. Mi sono occupata della poesia americana dell’area della beat generation, anche se non la ho tradotta, anche se è noto che era epica e altamente performativa. Anne Sexton che è la poetessa che ho tradotto di più era una performer, lei parlava proprio di rewriting stage, di riscrittura spettacolare, nel senso che riscriveva i testi e poi li adattava al momento delle performance e lavorava con i musicisti. La sua scelta non è casuale: ho molto tradito traducendo perché volevo interpretare nella maniera più adatta quella che era la sua intenzione fondamentale, la vocalità e la teatralità della poesia. Qui si aprirebbe un argomento dall’ampia portata: perché mai la poesia femminile sia intrinsecamente teatrale e cosa questo significhi. La poesia femminile contemporanea è collusa con il teatro, con la vocalità e la performatività, più che con l’oralità che è concetto piuttosto arcaico. Un conto è l’oralità del sonetto di una poesia nata per essere cantata, un’altra cosa è l’ambito della poesia femminile contemporanea, che dal secondo Novecento in poi — penso ad Amelia Rosselli che era anche musicista — penso proprio abbia questa specificità particolare, anche per ragioni storiche perché la poesia femminile nasce nel Cinquecento con le cortigiane illustri che si accompagnavano con la chitarra, per non parlare delle attrici-poetesse. Non c’era scissione all’epoca, e quindi non c’è scissione storica: esiste un filo rosso che congiunge la poesia femminile mondiale in un rapporto con la musica, fermo restando che ci sono anche le donne che imitano gli uomini. Ovviamente tutto ciò che dico è tendenzioso, ideologico e militante, poiché sono chiamata ad esprimere una scelta estetica e non a fare didattica. Anche il mio prossimo libro che uscira, Lo Dittatore Amore (pp. 92, collana stellefilanti — poesia, [email protected]), sottotitola Melologhi ed esce accompagnato da un cd, e andrebbe tutto musicato se in Italia ci fossero possibilità reali di farlo — capita di rado che la poesia possa collaborare con la musica: questo accade per mancanza di finanziamenti alla cultura. C’è da dire anche che un mio testo, Penelope, è stato musicato diventando un atto unico lirico: i testi che propongo sono malleabili alla musica.

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