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Musica

Sitting in an English garden (IV)

The Beatles: forme espressive del linguaggio Pop

3  –  L’elemento musicale: formula della comunicazione Pop

Sin da quando cominciarono a scrivere materiale proprio, puntando sul contributo delle proprie sensibilità personali, i Beatles produssero una musica che, pur affondando le radici nel passato, apparteneva completamente al presente, era rappresentativa del periodo in cui vivevano: più di ogni altro songwriter, e alla pari di musicisti quali George Gershwin o Cole Porter nel periodo precedente il secondo conflitto mondiale, catturarono lo spirito e il ritmo di quei tempi, convogliarono lo stato d’animo della loro generazione in una materia musicale che emanava luminosità e seduzione.

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Una musica influenzata dai precursori, eppure assolutamente unica e rivoluzionaria sin dalle origini, e per di più destinata a divenire “classica”, ovvero degna di studio e analisi, nonché elevata a modello dai musicisti contemporanei e delle successive generazioni.
Per tutta la durata del decennio, chi faceva musica non poteva evitare di confrontarsi con loro e di aderire, indirettamente o meno, alla formula magica scoperta e costantemente corretta o aggiornata dai quattro di Liverpool.
Una formula talmente ricca di ingredienti da poter essere usata anche  solo parzialmente; i Procol Harum, ad esempio, presero dai Beatles il senso della melodia, il gusto per le orchestrazioni, un modo di arrangiare che non disdegnava la presenza di elementi di chiara matrice classica, dal sapore barocco, ad accompagnare testi a volte leggermente surreali (A whiter shade of pale)[1].

Prendendo spunto dalla metamorfosi stilistica dei Beatles di metà decennio, i londinesi Kinks passarono da un pop affilato ed asciutto, eminentemente “britannico” (You really got me), a composizioni meno aggressive che, attingendo dal cabaret e dal music hall, disegnavano felici quadretti di piccola vita quotidiana nell’Inghilterra middle-class (Dedicated fellowers of fashion e Sunny afternoon)[2].

Anche negli Stati Uniti, dopo l’ondata causata dalla “British invasion”, molti musicisti rimasero stregati dal fascino della loro musica, basti pensare a Roger McGuinn e Brian Wilson: il primo, leader dei Byrds, la risposta di Los Angeles ai Beatles, rimase talmente colpito dalle soluzioni armoniche della chitarra a dodici corde di Harrison da decidere di farne il tratto distintivo del suono-Byrds; il secondo, egocentrico compositore ed arrangiatore dei Beach boys, ingaggiò tra il 1965 ed il 1967 un vero e proprio duello artistico con Paul McCartney: i quali, influenzandosi reciprocamente, composero brani in cui i testi, per nulla superficiali, venivano ampiamente valorizzati da superbe soluzioni negli arrangiamenti, da complesse e curate armonie vocali e da una strumentazione sofisticata (God only knowsFixing a hole)[3]; i due diedero fra l’altro l’importante dimostrazione che il bassista (lo erano entrambi nei rispettivi gruppi) non era obbligato ad eseguire la nota fondamentale di un accordo, ma poteva altresì tesservi attorno una sua melodia, autonoma rispetto al ritmo imposto dalla batteria, ma anche alla trama melodica fornita dalla chitarra ritmica.

Neppure i loro presunti rivali, i Rolling Stones, poterono dichiararsi esenti da qualsiasi influenza; soprattutto agli inizi, quando l’avvento dei Fab Four nello show business provocò “uno spostamento d’aria così forte da  scaraventarli improvvisamente al centro della scena musicale”[4].
I Beatles furono tutto sommato anche un modello di organizzazione sociale: per comporre la loro musica non avevano bisogno di altri (il produttore George Martin rientrava di diritto nel combo), mentre i primi turnisti sarebbero entrati in sala d’incisione soltanto dalla seconda metà del decennio; l’immagine visiva e sonora del gruppo, una solidarietà ben rappresentata dall’alternarsi al microfono o dal condividerlo, conquistava il pubblico di adolescenti alla pari del modo giocoso e spregiudicato con cui parlavano di sentimenti nei testi.
La loro affermazione segnò pure una svolta nella produzione e nella distribuzione musicale, accelerando fra l’altro una trasformazione  irreversibile dell’industria culturale e dei sistemi mediatici; non interpreti raffinati di canzoni altrui, ma autori delle proprie canzoni, con un look ed un sound inconfondibili, una storia, una personalità e un’evoluzione proprie, i Beatles divennero un veicolo perfetto per la multinazionalizzazione della discografia: Sgt.Pepper’s lonely hearts club band, una raccolta di canzoni nuove e uguale in tutti i suoi aspetti (dalla copertina alla successione delle canzoni) in tutto il mondo, uscì ovunque nella stessa settimana di giugno nel 1967[5].

Sgt.Pepper’s lonely hearts club band

Eppure questo fu l’importante risultato di un processo graduale: da quando fu introdotto nel 1948 fino al 1963, l’Lp (long-playing a 33 giri)[6] di musica leggera rimase come raccolta di successi, tutti, o quasi, già editi in altro formato: i Beatles degli esordi aderivano solo parzialmente a questa prassi, dato che raramente introducevano nella sintassi del disco brani preesistenti, nell’intento di articolare un discorso più ampio e di dare un senso alla sequenza e all’aura ideologica del gruppo.
Tra il 1963 ed il 1966 poi, il rapporto fra singolo e album si invertiva definitivamente: l’Lp diveniva il vero “prodotto”, o comunque l’occasione per lanciare nuove canzoni, al quale poteva far seguito l’edizione di uno o più singoli tratti dallo stesso (come Eleanor Rigby/Yellow submarine, ma solo dopo l’uscita di Revolver, che già li conteneva): uno schema rimasto inalterato fino ad oggi.


3.1  –  Un nuovo sound dallo stile inclusivo

La musica dei Beatles nasceva da uno straordinario cortocircuito tra esperienze musicali apparentemente lontane, andando poi a percorrere l’intero spettro della musica del Novecento: per questo si può definire “inclusivo” il loro sound.
Da un lato il rock’n’roll americano degli anni cinquanta, depurato degli aspetti ed elementi più vicini alla musica negro-americana (che saranno invece un tratto distintivo dei Rolling Stones), dove però il ritmo fungeva non tanto da elemento sensuale e trasgressivo, quanto da tessuto connettivo o sfondo caratterizzante ed omogeneo che non escludeva possibili contaminazioni con esperienze musicali diverse, quali ad esempio la marcia militare o la musica indiana; dall’altro gli echi di una musica popolare inglese[7] e, forse più precisamente, di area celtica[8], le cui tracce si trovano anche nella musica classica britannica, dai madrigalisti di epoca elisabettiana al periodo barocco (Henry Purcell[9]).

Evidente nei sofisticati cromatismi di Yesterday e Michelle [10] una certa parentela con le progressioni armoniche ed i contrappunti della musica barocca: il vero punto di forza del gruppo era l’armonia, più complessa rispetto al rigore pedante del rock’n’roll più ortodosso, basato sui classici ed elementari “giri su tre accordi”; ne è un esempio It won’t be long [11], brano di apertura del loro secondo album With the Beatles, in cui certi accordi, fa notare Mark Hertsgaard[12] “non avrebbero dovuto esserci, stando alla teoria musicale tradizionale”, o sarebbe meglio dire, agli standard rock’n’roll dell’epoca[13].
Ci fu in un certo qual senso un inconscio recupero, seppur pilotato dall’esperienza accademica di George Martin, di una componente essenzialmente britannica, di quell’armonia caratteristica di canzoni dagli accordi puliti, semplici (almeno fino agli album Rubber soul [14] e Revolver [15]), organizzati però in modo raramente  banale o scontato, capace comunque di conquistare immediatamente l’orecchio e di dare una straordinaria impressione di novità e soprattutto di freschezza.

3.1.1  —  A tale of two cities

Ancor prima di stabilirsi definitivamente a Londra nel 1963, I Beatles erano già dotati di quelle qualità uniche che avrebbero permesso loro di imporsi nell’ambiente musicale della capitale inglese; doti naturali che ogni singolo membro del gruppo possedeva, ma che si fusero in qualcosa di veramente grandioso grazie agli anni di apprendistato nella natia Liverpool e ad Amburgo.

 I Beatles erano nati e cresciuti a Liverpool, un porto battuto da numerosi venti sonori; lo stesso skiffle [16], reso famoso da Lonnie Donegan e suonato dagli ancora acerbi Quarry Men[17], si presentava come un ibrido di folk nero, country and western e jazz tradizionale inglese eseguito da dilettanti con strumenti rudimentali.
Furono dunque svezzati da musiche diverse, dall’aggressivo e sensuale rock’n’roll di Chuck Berry, Little Richard ed Elvis Presley in primis, cui riuscirono a combinare altre forme musicali (sempre in arrivo dagli Stati Uniti), dalla gamma armonica dei gruppi vocali degli anni cinquanta (Everly brothers, Platters e Dell-Vikings) alla vitalità sgargiante delle band di rockabilly (The Crickets): la formula concepita a Liverpool dai Beatles conteneva e allo stesso tempo miscelava le forme dello stesso rock’n’roll, con una varietà, una inventiva degna dei più raffinati compositori della Tin Pall Alley, e una spregiudicatezza mai godute prima: insomma, la loro “esplosione pop” nel 1963, fa notare Giacomo Pellicciotti, fu quella di “un gruppo di rock’n’roll che sapeva combinare gli elementi di una musica che prima tutti erano abituati a sentire a pezzi separati”[18].

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Dunque Liverpool come luogo ideale di concentrazione e rielaborazione degli input forniti dagli Stati Uniti: i passeggeri dei transatlantici provenienti da New York di tanto in tanto portavano con se dischi e si lasciavano sfuggire qualche nome, che veniva raccolto avidamente dai giovani musicisti e poi ripetuto all’infinito nei fumosi club della città, quasi lo si volesse esorcizzare.
Ma la formula, sintetizzata in una miscela aspra e melodica di chitarre sferzanti, fragorose percussioni e voci urlate (abilmente controbilanciate da ballate romantiche), venne ampiamente “testata” durante le varie trasferte ad Amburgo, città cosmopolita e libertaria che più di ogni altra li fece diventare veri professionisti dello spettacolo: la loro ecletticità sul palcoscenico consentì l’accesso ad un maggior numero di locali, e la competizione con le altre band li indusse a scrivere le proprie canzoni[19], le uniche cioè che i gruppi concorrenti non avrebbero potuto interpretare.
Le interminabili notti passate a suonare nei locali della città portuale tedesca si rivelarono determinanti, perché contribuirono a forgiare un elemento di unità, comune e caratterizzante una materia musicale di per sé variegata: quella luminosità presente in tutti i loro brani (comprese le rivisitazioni di canzoni altrui), una sorta di lirico approccio che esaltava, piuttosto che attenuare, il potere ritmico dei singoli pezzi.
Un approccio mai abbandonato, nemmeno nelle ultime pagine, sofferte, della loro carriera: Here comes the sun [20] fonda ancora una volta le basi su una ingegnosa miscela di semplicità, luminosità e raffinatezza; pur essendo strutturalmente sofisticato, l’intreccio melodico non scade mai nell’oscurità, anzi, al contrario, comunica un dolce abbandono, avvolge le gioie universali evocate dai versi di Harrison (il calore del sole, l’arrivo della primavera, il sorriso di un volto umano) e le trasforma in un inno all’innocenza e al conforto dei sensi.

Più di ogni altra cosa agli inizi, era lo stile vocale a rendere la loro musica così coinvolgente e sfavillante: John, Paul e George impararono a cantare con grande abilità e trasporto, offrendo stacchi in falsetto e cori su registri diversi (This boy [21] e If I fell [22] ne sono un chiaro esempio), contribuendo a costruire quell’atmosfera allo stesso tempo gioiosa e malinconica che, specie quando veniva marcata dagli ineffabili urletti (gli yeah — yeah o gli ooos testa a testa), comunicava la stessa giovanile urgenza dei testi, immediati e poco articolati, ma genuinamente spontanei prima di tutto[23].

3.1.2  —  Sinfonie moderne in formato Pop

Gli album Rubber soul e Revolver, usciti rispettivamente sul finire del 1965 e nell’estate del 1966, rappresentarono uno spartiacque culturale (dividendo gli anni Sessanta in due distinte metà) e un giro di boa nella carriera artistica del gruppo, veri  rivelatori di una nuova e curiosa anima, di gomma appunto, malleabile e colorata, che li testimoniò convertirsi da gruppo di intrattenimento giovanile a vero e proprio team di ricerca artistica: da questo punto infatti, l’integrità spensierata e affilatissima del primo rock adolescenziale si stempera in affreschi più diluiti ma temerari e, a volte, eclettici fino all’esasperazione; lavori che accumulano diversi e disparati materiali sonori, brandelli di sensazioni e memorie da qualsiasi pianeta musicale esplorato, dalle suggestioni classiche dei quartetti d’archi in Eleanor Rigby ai rumori subliminali di Tomorrow never knows, dall’esotismo comunicato dal Sitar in Norwegian wood alla spensieratezza degli assoli di corno francese in For no one [24].

Eppure, nonostante la varietà musicale sperimentata e manipolata, anche le opere del secondo corso godevano delle stesse caratteristiche (ora chiaramente amplificate) di quelle del primo periodo: senza nulla togliere all’orecchiabilità della melodia, schieravano una quantità impressionante, ma mai sovraccarica, di elementi ornamentali, più livelli di ascolto, una maggiore strutturazione[25] e nuove dimensioni di suoni, spesso inconsueti, come il mélange di archi e sintetizzatore che fa partire in modo così lugubre I am the walrus [26] o lo stridente accordo di chitarra a dodici corde all’inizio di A hard day’s night [27] (che, ripreso ed arpeggiato per la vorticosa dissolvenza di fine brano, avrebbe anticipato certe soluzioni elettroniche del periodo psichedelico).

Ciò che legava insieme tutta la loro produzione e ne rendeva tanto peculiare e riconoscibile il sound era in realtà un approccio per così dire sinfonico al materiale musicale; ruolo fondamentale ebbe in questo il produttore George Martin, che, oltre a dare un giudizio preliminare sulle composizioni e a servire da “cassa di risonanza” per le loro idee (determinante l’esperienza con Peter Sellers e i Goons, che gli lasciò in eredità una particolare abilità nello sfruttare al meglio le pazzie traboccanti dal ribollente calderone beatlesiano), li incoraggiò a strutturare canzoni pop che prendessero a prestito le forme grandiose e le tecniche delle sinfonie, senza però sacrificare l’immediatezza e la semplicità tipiche del rock’n’roll: canzoni come A day in the life, Happiness is a warm gun o You never give me your money [28] (così come alcune future composizioni di McCartney quali Uncle Albert/Admiral Halsey [29]) riuscivano a trasmettere in quattro minuti “il tipo di esperienza musicale e di emozioni che cento anni prima venivano comunicate in un’ora[30].
Sono composizioni tutto sommato ben orchestrate, divise in più tempi: ognuna di queste costituisce un articolato e complesso armonico di elementi vari che sostengono un impegno intellettuale e compositivo contro ogni carattere di “musica da intrattenimento” ravvisabile in gran parte della produzione precedente.
Con Beethoven la sinfonia classica[31] diventava il genere per eccellenza destinato ad essere veicolo di messaggi di vasta portata, come l’appassionato appello alla fratellanza universale (l’Inno alla Gioia di Schiller, che trova in All you need is love [32] una meritevole discendente) a chiusura della sua Nona e ultima Sinfonia: così le comedy songs dei Beatles, articolate in più momenti, ma mai sviluppate e dilatate fino agli eccessi come faranno i futuri musicisti progressive inglesi[33], abbracciano un impegno comunicativo che procede parallelo ad un volontario percorso di ascesa intellettuale (e, soprattutto nel caso di Harrison, spirituale).

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Martin aveva in comune con i Beatles una stessa “mozartiana“ ampiezza di vedute, un desiderio senza pregiudizi di esplorare nuove idee e mezzi espressivi non convenzionali; in più era dotato di un ineccepibile bagaglio classico[34],  parzialmente condiviso da McCartney, e di una singolare competenza nel saper tradurre in suono gli stessi concetti affrontati nei testi delle loro canzoni, anche i più disperati, problematici o visionari; un buon esempio è l’intermezzo strumentale presente su In my life, da lui stesso suonato al pianoforte e raddoppiato poi in velocità  in fase di missaggio, in modo da ottenere un suono simile ad un nostalgico clavicembalo, un effetto barocco che risaltasse il senso di rimpianto per una fanciullezza finita troppo presto presente nel testo della canzone[35].
L’ineguagliabile originalità dei Fab Five (così dovremmo rinominarli almeno in ambito strettamente musicale, data la cruciale importanza della mano di Martin negli studi di registrazione) stava dunque non soltanto nella prima fase del processo creativo, frutto della brillante  intuizione di menti davvero talentuose, ma anche in una seconda fase, nella rielaborazione di quel materiale grezzo; la stesura finale di una traccia infatti dipendeva da come la stessa veniva gestita dai cinque in studio di registrazione: come venivano arrangiati ed elaborati i singoli momenti di un brano; quali strumenti venivano usati e dove, come e quando; come venivano strutturate le melodie e le armonie vocali; quali effetti speciali venivano aggiunti (e, come vedremo, grossolanamente inventati di sana pianta forzando i confini della tecnologia di allora); infine come questo amalgama di suoni veniva trasferito su nastro e mixato sulle copie master che a loro volta davano origine ai dischi.

Ascoltando alcune versioni “spoglie” delle loro canzoni presenti nella collezione The Beatles Anthology [36], ci si rende effettivamente conto di quanto fosse fondamentale la fase di rielaborazione del materiale di base ai fini di convogliare immagini e fotogrammi mentali messi a fuoco dai testi su nastro: in una traccia-tipo come I am the walrus, la profonda e rombante parte orchestrale riproduceva la stessa percezione liquida ed espansa del tempo e dello spazio, quella visione cosmica-surreale presente nel testo di Lennon (cfr. cap. 2.2), sottolineandone l’ampiezza di scala in modo così preciso da far apparire al confronto inconsistente la sola sezione ritmica; una quantità rilevante della produzione dei Beatles, se ascoltata priva delle orchestrazioni o degli accorgimenti studiati in questa seconda fase creativa, dà l’idea di “un attore di talento che recita con i vestiti di tutti i giorni invece che con i costumi di scena; la sostanza della recita è sempre la stessa, ma viene meno parte della magia che quegli abiti riescono a evocare”[37].

3.1.3  –  Avanguardia e casualità

Tomorrow never knows è un palese esempio di opera d’arte moderna racchiusa in poco meno di tre minuti di suono continuo: fonde insieme un numero estremamente elevato di sperimentazioni a tutti i livelli (non ultimo, come si è già visto, a livello testuale), nel tentativo di annullare le distanze da certa musica d’avanguardia colta.
A testimoniare che la musica indiana era entrata fortemente nella loro esistenza, la mancanza di modulazione (visto che la canzone poggia praticamente su un unico accordo).
Poi una vigorosa base ritmica, assoli di chitarra incisi al contrario e la voce eterea di Lennon, filtrata attraverso l’altoparlante oscillante del Leslie dell’Hammond.
Ma il sound del brano trova in realtà la sua forza in un devastante collage di suoni  analogici, alcuni dei quali improvvisati, altri meticolosamente studiati, e in ogni caso  irriproducibili: una cacofonia di strani rumori che “appaiono e scompaiono […] e sembrano materializzarsi dal nulla per poi ripiombare nel vuoto (the void era il titolo originario del brano) da dove erano provenuti”[38], e che si sovrappongono al resto, come i pensieri dissociati dell’inconscio, lasciando un’eco tonante e “vibrazioni rimbombanti, palpitanti, oceaniche[39].

Tutti questi rumori, sedici tape loops [40] che entrano ed escono in continuazione dal mixaggio, furono prodotti con dei pezzi di nastro incisi molte volte fino alla totale saturazione del suono, a dimostrazione che i Beatles erano sempre alla ricerca di nuovi ed insoliti modi di creare suoni, non disdegnando le tecniche del cutup (scomposizione e riassemblaggio) e del collage, già esplorate dalle avanguardie pittoriche (si pensi a Richard Hamilton), e trovando loro una applicazione nell’ambito della musica pop: applicazione che raggiunse il suo apice con Revolution 9 [41], un dramma sonoro composto da frammenti di dialogo, porzioni di musica orchestrale e nastri di varie tipologie, mescolati e sovrapposti l’uno all’altro secondo il metodo del collage; il brano tuttavia rappresenta una eccezione nella produzione dei Beatles (andrebbe piuttosto attribuito al binomio Lennon-Ono, data la palese vicinanza con i dischi sperimentali da loro pubblicati fra il 1968 ed il 1969), ben lontano dal Beat canonico del gruppo.

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La sostanziale differenza con certa musica sperimentale di John Cage o Karl Heinz Stockausen, stava proprio nell’impiego dei nastri: in essa avrebbero rappresentato l’intera opera; mentre sarebbero stati adattati dai Beatles alla forma-canzone, inseriti ad esempio come assolo in luogo di una chitarra, o come tappeto sonoro a sostegno degli strumenti musicali e della voce umana.
E proprio una voce umana, quella di Lennon, sarebbe stata al centro di una importante mutazione: grazie all’invenzione di un congegno chiamato ADT (Artificial Double Tracking), che simulava l’effetto di due suoni separati partendo da un’unica fonte sonora, essa diventava strumento stesso, seducente tanto quanto un assolo di violino e marchio di fabbrica del suo cantato.
Va sottolineato che ogni contaminazione con forme musicali insolite avveniva senza che la loro musica perdesse quella orecchiabilità che l’aveva resa tanto popolare: il felice incontro di convenzionalità e avanguardia è sempre stato il motivo fondamentale dei maggiori risultati creativi del gruppo, anche quando per avanguardia intendiamo la valorizzazione di episodi casuali e incidenti di percorso.
Perché non tutti gli innovativi paesaggi sonori furono frutto di scrupolose indagini: se un articolo letto da un giornale, un poster, frammenti di conversazione, pubblicità televisive o altre piccole realtà tratte dalla vita di tutti i giorni potevano essere fonte di ispirazione per i testi, così i suoni incidentali rientravano di diritto nel repertorio ornamentale della loro arte: così la sveglia che annuncia il ricordo dei giorni di scuola nella parte centrale di A day in the life affidata a Paul, oppure il profondo fremito di feedback di chitarra (una vera e propria fanfara elettronica) che mette in moto I feel fine, e ancora, il tintinnio di una bottiglia di vino provocato dalle profonde vibrazioni dell’organo Hammond alla fine di Long long long [42] o il frammento di una trasmissione dal vivo della BBC del King Lear di Shakespeare[43] casualmente intercettato da Lennon e inserito nella dissolvenza di I am the walrus [44].

I Beatles ricorrevano talvolta al caso anche quando volevano inserire nei dischi dei suoni che non  erano facili da riprodurre in studio; così la carnevalesca miscela sonora che in Being for the benefit of Mr. Kite [45] trasporta l’ascoltatore in un mondo illusorio appartenente al passato, si ottenne tagliando un nastro (sul quale erano stati trasferiti alcuni nastri di archivio contenenti il suono della Calliope[46]) in piccoli frammenti per poi sistemarli in ordine casuale,  creando così una caotica massa di suoni che sottolineavano l’atmosfera da circo in completa aderenza con i versi di Lennon.
Ora sarebbe un compito assai impegnativo e, almeno in questa sede, non irrimediabilmente necessario, dare un elenco di tutte le innovazioni stilistiche o formali introdotte dai Beatles nella musica popolare.
Basti solo pensare alla quantità di nuovi strumenti impiegati, dal sintetizzatore Moog (introdotto in Here comes the sun) al mellotron (esordì in Strawberry fields forever), un apparecchio elettronico capace di imitare sia gli strumenti a fiato che a corda.
O la molteplicità di varianti ritmiche: dal regolare tamburellare sulle ginocchia di Ringo in I’ll follow the sun [47], al tempo in valzer di Norwegian wood [48] tipico di alcune canzoni folk irlandesi; dall’andamento frastagliato e martellante della batteria in Ticket to ride [49], che solleva “una tempesta di energia primaria ed eccitante”[50], al tempo in cinque quarti che accompagna l’assolo in Within you,without you [51].
Per non parlare dell’ormai famosissimo trucco dei nastri al contrario, che divenne caratteristica fondamentale del sound beatlesiano tra il 1966 e il 1967 (Rain e I’m only sleeping [52]).
A tal riguardo basterà ricordare che le stratificazioni sonore nelle loro composizioni erano per la maggior parte frutto di una “creazione” e non tanto di una più semplice “scelta”; anche George Martin era di questa opinione: “Il troppo affidamento sulle macchine e sulla tecnologia ha tolto umanità a molta della musica popolare di oggi. Tutti i suoni che creavamo in quel breve periodo ora li puoi ottenere premendo un bottone. Così la gente sceglie invece di creare, nessuno suona, è soltanto un assemblaggio di informazioni digitali, ed è tutto molto sterile”.[53]

Conta evidenziare ancora una volta, invece, il carattere atemporale della ricerca stilistica, che arrivò ad annullare in un solo “quinquennio geniale” (tra il 1964 ed il 1969) i confini fra classico e rock’n’roll, avanguardia e mainstream; soluzioni tanto contrastanti se prese singolarmente, alcune che guardavano ai futuri anni Settanta (la causticità di Helter skelter [54] o i continui cambi di tempi e tonalità, seguiti dal vorticoso rumore di statica, in I want you, she’s so heavy [55]), altre che ripercorrevano i sentieri battuti dalle bande di paese e dai circhi equestri o che, nell’interesse di approfondire le proprie radici espressive, strizzavano l’occhio alla goodtime music degli anni Venti (Honey pie [56]) o al vecchio music hall inglese (When I’m sixty-four [57]).

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3.2  –  La funzione narrativa della musica

Una canzone pop o rock mette generalmente in gioco due categorie di linguaggio che, in un lasso di tempo ridotto rispetto ad altre forme musicali (come ad esempio la Lirica), possono interagire in infiniti modi: possono assecondarsi, contraddirsi, oppure risultare indifferenti l’una all’altra.
E’ opinione comune tra i critici musicali[58], che i Beatles pensassero alla forma canzone come ad una integrazione di parola e linguaggio musicale in una forma consistente ed efficace, in una configurazione sonora alla quale le parole potessero contribuire senza assumere il ruolo dominante (il che avveniva ad esempio nelle lunghe ballate politico-ideologiche di Bob Dylan); in I am the walrus la funzione del testo non è soltanto narrativa: i versi expert texpert choking smokers, don’t you think the joker laughs at you? [59], ritmicamente modulati (come i versi di apertura) sul suono bitonale della sirena che si sente all’inizio del brano, creano piuttosto una trama sonora giocata tutta sull’assonanza.
Simmetricamente l’elemento musicale aveva una sua funzione narrativa, doveva possedere la peculiare capacità di preparare la scena, di indugiare, di dire poco lasciando intuire che comunque qualcosa di importante stava per succedere (come il lugubre e distorto rintocco di campane che apre in maniera  brutale il primo lavoro solista di Lennon[60], anticipandone così il clima cupo delle liriche) o era appena successa: doveva insomma, se possibile, creare stati d’animo o istantanee mentali nell’ascoltatore; come l’accordo assordante alla fine di A day in the life (preceduto dal vorticoso crescendo orchestrale e seguito da un minuto di riverbero in graduale dissolvenza), che può solo “far venire in mente il pauroso silenzio di un fungo atomico in espansione”[61], una Wasteland provocata da una distruzione termonucleare cui vengono fatti culminare i cattivi presagi enunciati precedentemente nel testo[62].

Franco Fabbri, musicologo presso l’università di Torino e autore dell’opera già citata nell’introduzione al capitolo[63], fa risalire all’articolazione interna della canzone, alla successione di ogni sua parte “funzionale”, la capacità di “mettere in scena” una situazione; le parti (o segmenti) di una canzone si succedono in effetti con funzioni paragonabili a quelle delle parti di una sceneggiatura (sono fra di loro relazionate, sostenute e interpretate dalla giusta combinazione di musica e parole) ed hanno dunque “a che fare con tattiche e strategie dell’attenzione e della convinzione”[64].
Ottenere l’attenzione dell’ascoltatore, farsi ricordare: sono gli obiettivi minimi di ogni canzone pop (che possono anche non avere a che fare con un loro presunto valore estetico o poetico).
Fabbri associa due particolari strategie dell’attenzione e della fascinazione molto diverse ad altrettanti schemi formali (in verità, i due più diffusi) riscontrabili nella popular music, definendo poi il secondo come punto forza del repertorio beatlesiano.

Il primo dei due, basato sull’alternanza strofa-ritornello ( S-R-S-R-…) e radicato in diverse tradizioni nazionali (anche in Italia in modo particolare), è discorsivo, coinvolgente e finalistico: nel senso che in esso il piacere (la bella melodia, l’inciso accattivante, un verso trainante ed indimenticabile, che generalmente corrispondono al ritornello) è la “conseguenza di un percorso, viene ripetuto al termine di ogni fase preliminare (la strofa) […] è la conclusione di una vicenda appassionante”[65]: è basato dunque sulla crescita emotiva che porta dalla parte narrativa della strofa all’esplosione del ritornello: un caso emblematico è la canzone Like a Rolling Stone [66] di Bob Dylan, nella quale il ritornello, dopo essere stato introdotto da una prepotente rullata di batteria e dal celebre how does it feel ?, strappa un coro che è anche, insieme, “sospiro di sollievo collettivo[67], per poi culminare con il titolo.

 Nelle canzoni basate invece sul secondo schema, chorusbridge [68] (C-C-B-C-B’-C), il meccanismo del piacere e dell’attenzione resta legato alla privazione e alla memoria, al contrasto del middle eight (altro nome per definire il bridge [69]) e ai brevi riaffioramenti del chorus; è uno schema distaccato e sottrattivo, orientato all’inizio piuttosto che alla fine (in antitesi, dunque , con lo schema strofa-ritornello), il piacere è immediato, ma la sua fonte, dopo essere stata rivelata in tutti i suoi aspetti (nel primo chorus) e ripetuta per una migliore assimilazione (nel secondo), viene sottratta e sostituita da una frase incidentale intermedia (il bridge B, magari ripresentato poi nella versione strumentale B’).

Canzoni basate sulla struttura chorusbridge fondano le radici in un vissuto musicale che precede il rock’n’roll (musical e music-hall di origine teatrale) e si ricollega nel nostro caso, all’ambiente di Liverpool, a quell’atmosfera popolare e piccolo-borghese che si manifesta soprattutto nelle composizioni di McCartney; esse appaiono immediatamente nel repertorio dei Beatles (raramente invece nel repertorio di autori Rock  a loro contemporanei quali Kinks, Who o Rolling Stones), e  nonostante l’incredibile evoluzione stilistica del gruppo negli anni, ci restano fino alla sofferta gestazione di Let it be [70].

Così Love me do [71] e The long and winding road [72], agli estremi della loro produzione discografica, antitetiche da un certo punto di vista (suonata in diretta e priva di effetti la prima, mentre la seconda è il risultato di un elaborato lavoro di orchestrazione e di sovraincisioni), eppure quasi identiche a livello strutturale (non fosse per la breve introduzione strumentale di Love me do):

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N.B.  La segmentazione, ovvero la suddivisione nelle varie parti indicate in legenda, coglie più in profondità i valori funzionali dei momenti di una composizione.[73]

La voce solista enuncia subito il titolo nel chorus; dopo la ripetizione di questo, compare una nuova unità strutturale, un inciso contrastante per melodia e armonia (il bridge); seguono due chorus divisi però dal bridge in versione strumentale (in particolare il middleeight della seconda canzone, fotografa con un climax orchestrale allo stesso tempo solenne e decadente la reale situazione del gruppo, sull’orlo del collasso, e il senso di abbandono e impotenza nei versi di Paul); a chiudere, una coda.
Effettivamente la presenza di canzoni a struttura ChorusBridge si dirada a cominciare dall’esplosione del loro stile compositivo verso la fine del 1965, in particolare con il passaggio da canzoni di due minuti e mezzo ad altre con una più grande varietà di forme e di respiro molto più ampio (senza dimenticare, però, il volontario innesto nei dischi di brani dalla durata eccezionalmente breve, tra cui Wild honey pie, Her Majesty e Dig it [74]): passaggio segnato in primo luogo dalla maggior valutazione del testo implicita nel concetto di Comedy song [75] dove l’intento narrativo poteva trovare limiti nel restringimento di spazi tipico della forma chiusa ChorusBridge.
Un caso limite è Happiness is a warm gun, dall’album più frastagliato e privo di rigore del gruppo (The Beatles): in essa la forma è dilatata, il disagio personale e i perversi giochi di parole di Lennon si specchiano in battute dispari e strofe irregolari, le quali non si ripetono, anzi si avvicendano fra loro:

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In secondo luogo dalle numerose sperimentazioni col sound, in particolare dalla sua capacità, spesso sottolineata, di creare ambienti e di affiancare nuovi elementi alle risorse del testo verbale: così il significato “globale” di A day in the life dipende anche dalla strategica posizione dei due tumultuosi glissandi orchestrali, al termine di ciascuna delle due sezioni cantate da Lennon: il primo culminante nel ritratto incisivo della frenetica e ripetitiva vita in città offerto dai versi di McCartney, il secondo che si annulla nell’incubo post-atomico dell’accordo finale in dissolvenza, negando l’ultimo barlume di speranza implicito nel I’d love to turn you on:

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Eppure “una strategia essenziale del fascino (non solo di una canzone), sembra proprio quella di negarsi, almeno per un po’.”[76]
Mentre si procede dall’inizio verso la fine di una canzone dei Beatles  si ha quasi sistematicamente una riduzione delle ripetizioni e un’accelerazione della varietà: in luogo della tensione statica prodotta dall’euforica iterazione strofa — ritornello, si avverte una tensione per così dire “dinamica”[77], una coscienza della trasformazione e del movimento, e la percezione che la canzone nella sua globalità rappresenti una macchina scenica in sé.
Strutture più o meno dinamiche basate sul montaggio cinematografico di parti (o sequenze) funzionali, le canzoni dei Beatles giocano dunque con la nostra percezione del tempo, con o senza l’apporto di grandi risorse narrative o poetiche.

4  –  Immagini / arti visive

“Se ci furono anni ’60 ribelli, lo si deve soprattutto all’Inghilterra, così capace di esprimere la trasgressione-da-esportare. La forza del Regno Unito, e, se per questo, del potere kennedyano, ha saputo trastullare lo scontento giovanile come un gatto sornione aspetta al varco il topolino-preda. L’ha mutato in folkloristico business.”[78]

Prima che il 1963 cambiasse per sempre il mondo della musica, l’Inghilterra aveva già un business Pop: la moda.
La gente usciva da venti anni di carestia e improvvisamente cominciava a guadagnar soldi, ma soprattutto i giovani, con il loro inaspettato potere d’acquisto, reclamavano il bisogno e la ferrea volontà di spendere e vestire a proprio piacimento.
E questo bisogno venne intuito da gente come Mary Quant[79], cui venne conferito il premio Sunday Times per aver scosso la Gran Bretagna facendole abbandonare il suo atteggiamento convenzionale riguardo i vestiti; il suo Look, coronato dallo stile pratico e sexy che Vidal Sassoon diede ai capelli, venne trasformato in vera e propria icona da fotografi quali David Bailey, Terence Donovan e Brian Duffy, ponendosi come unica autentica manifestazione del Pop negli anni tra l’archetipo Rock’n’roll  dei ’50 e l’esplosione dei Beatles nel 1963.

I futuri imprenditori del Pop-Rock fiutarono queste novità e le applicarono all’allora acerbo mondo della musica leggera: capirono che la stessa voglia di sperimentare e lo stesso giovanile entusiasmo che tanto caratterizzavano le soluzioni estetiche proposte dalla Quant o da Biba, avrebbero potuto rinnovare il linguaggio della forma canzone.
I Beatles non inventarono dei vestiti e nemmeno un taglio di capelli.
Piuttosto, furono i “catalizzatori” di un generale mutamento di costume; anticipati dai divi anni ’50 , Elvis Presley e James Dean fra tutti (i primi e non ancora celebri Beatles vestivano in pelle nera e portavano i capelli all’indietro alla Dean), dettarono i termini di appartenenza al giovane mondo Pop.
Indossare la divisa alla Beatle, lo stile adottato nei primi anni sessanta, sarebbe infatti divenuto un vero e proprio lasciapassare per ottenere credibilità nella società e soprattutto successo nel mondo dello Showbusiness.
Tra il 1963 ed il 1966, la maggior parte dei gruppi (tanto inglesi quanto americani) che comparivano in trasmissioni televisive quali Ready, steady, go, Top of the pops o Ed Sullivan show palesavano nell’immagine una totale aderenza al loro marchio di fabbrica: un Look omogeneo, condizionato dalle intuizioni estetiche della fotografa Astrid Kirchherr[80]: capelli a scodella pettinati in avanti, alla francese (o secondo lo stile esistenzialista amburghese tra il 1960 e 1962), senza brillantina, e completi in mohair confezionati da Pierre Cardin, giacca senza colletto e profilatura in pelle.

Le case discografiche si trovarono veramente in affannosa ed imbarazzante rincorsa sui quattro di Liverpool, per ridursi a sfornare band quali Byrds e Monkees, che, oltre ovviamente al Look, presero a prestito la brillante idea di scegliere come nome quello di un animale[81]  “storpiato”, morfologicamente parlando, mediante la variazione di una vocale:

beetle (scarafaggio)  –  beatle
monkey (scimmia)  –  monkee
bird (uccello)  –  byrd

I Beatles furono anche i principali garanti della liberazione dei costumi nella seconda metà degli anni ’60, in cui si produsse una specie di incrocio, o ibridazione fra culture diverse e nostalgici recuperi di costumi appartenenti ad epoche più lontane.
Non solo tuniche orientali in luogo di giacche attillate, ma anche un gusto particolare nel mescolare tradizione e stravaganza, che riguardava tanto giacche e cravatte (simboli borghesi ad indicare l’uomo perbene), quanto le macchine anche più lussuose: Lennon fece camuffare la sua Rolls-Royce (una Phantom v) da sogno psichedelico, con fregi e motivi floreali su un caramelloso fondo giallo (come il famoso sottomarino…) e rosa; soluzioni zingaresche, kitsch, che evocavano alla pari di alcune canzoni di quel periodo (Being for the benefit of Mr.Kite [82], per fare un esempio) una generale atmosfera da luna park.
Liberazione dei costumi, non senza una liberazione dei sensi.

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Con l’ingenuità e l’istinto positivo di quei tempi (siamo tra il 1966 ed il ’67, mesi che segnarono il definitivo distacco dei Beatles dalla loro vecchia immagine), Lennon risaliva il caleidoscopio-Lsd per tornare bambino, parlare la lingua surreale dei suoi anni più giovani[83], riscoprire parchi giochi e orizzonti di divertimento, veri e propri tappeti volanti per evadere dalla noiosa e pericolosa routine della Beatlemania; mentre McCartney sfruttava l’onda stimolante degli “additivi” per liberare incursioni nel campo dell’arte, dal cinema di Antonioni e Godard alla musica d’avanguardia di Cage e Stockhausen.
Il clima generale dell’opera Sgt.Pepper’s lonely hearts club band, a cominciare dai colori e dai capricci della storica copertina[84], è quello di una grande parata di misteri e curiosità in cui tutti, anche chi ascolta, sono complici e coinvolti, perché a splendid time is guaranteed for all.[85]

Una ibridazione di culture (nel vivace mosaico di copertina prendono parte Guru indiani, divi di Hollywood e poeti inglesi…) che convive però con una nota di sano nazionalismo (le divise edoardiane indossate dai Fab four).
Il film d’animazione Yellow submarine [86] ha il pregio di mettere allo scoperto, in modo lievemente parodico, i riferimenti all’epoca vittoriana comunque presenti in tutto il flower power britannico: la connessione fra l’estetica Liberty in particolare e la psichedelica inglese appare chiara nei paesaggi e nelle mises di uomini e donne che popolano Pepperland.

4.1  –  Film e video promozionali

I Beatles intuirono ben presto l’importanza di film e fotografia come mezzi di comunicazione: la loro carriera artistica fu dettata da continui e audaci cambiamenti formali e stilistici, e ciò riguarda non soltanto la parte strettamente musicale o testuale, come abbiamo visto, ma anche la veste grafica dei loro prodotti e il rapporto che ebbero con il mondo del cinema.
Costante fondamentale nell’opera dei quattro di Liverpool, che contribuisce al valore delle loro pellicole e di alcune copertine di dischi, è la compresenza di umorismo ed autobiografia: davano informazioni sul loro “stato di salute”, sul modo di rapportarsi col proprio pubblico, specchio delle fatiche (la totale mancanza di spazio proprio) e le meravigliose opportunità derivanti dal fatto di essere un Beatle (la possibilità di lavorare con esponenti della Pop-art, fotografi e registi brillanti); ma senza rinunciare a quel gusto per la battuta e la caricatura (già evidenti nei testi) tipiche della loro personalità.

4.1.1  —  Dick Lester

Il primo film “A hard day’s night”[87] fu il loro maggiore successo cinematografico: debuttò al London Pavillion, presente la famiglia reale, ottenne due nomination agli Oscarâ ed incassi che coprirono dieci volte i costi di produzione.
Era soprattutto di gran lunga superiore al medio prodotto musicale per lo schermo, frizzante, realizzato con un’ottima fotografia e testimone di un periodo ben preciso.
Ricco di gags, è un tipo inedito di musical, una fantasy surrealista in bianco e nero, nutrita di Beatle-pensiero e riferimenti meta-cinematografici; e, cosa importante, evitava i luoghi comuni di tanti film Pop.
Costituiva un passaggio quasi obbligato per una pop star all’inizio degli anni sessanta realizzare un film dopo aver pubblicato una buona serie di successi, sull’esempio di Elvis Presley.
Il cinema, che allora era probabilmente il più diffuso dei media, aveva la capacità di enfatizzare il carisma e moltiplicare la popolarità di un artista; ma rischiava anche di ridurlo, come accadde proprio a Presley negli anni sessanta, da talento straordinariamente selvaggio e originale a mercenario di Hollywood.

I Beatles, che volevano evitare di diventare attori da love story dove la band viene scoperta durante un ballo al liceo, ebbero la fortuna di collaborare con un’ottima squadra composta fra gli altri dallo sceneggiatore Alun Owen, anch’egli originario di Liverpool, e dal regista Richard Lester, un quarantenne cineasta molto vivo nella Swinging London (ma anche al confine con le rivoluzionarie esperienze del contemporaneo Free Cinema [88]), che aveva già collaborato con Peter Sellers e Spike Milligan.
Lo stile di Lester, rapidi tagli e fantasioso uso e posizionamento delle cineprese, riuscì a soddisfare al meglio l’esigenza primaria del progetto, ovvero catturare tutta l’eccitazione e la vivacità del Pop, tradurre in immagini la carica trasgressiva (ma non destabilizzante) del gruppo.
Il regista ed i Beatles volevano in fondo la stessa cosa: “dinamitare in allegria gli ultimi valori vittoriani sopravvissuti, nell’epoca felice in cui si credeva di poter seppellire l’autorità con uno sghignazzo”[89]; riecheggia nel film quell’umorismo da giornalino scolastico, quel dadaismo piccolo borghese presente in molte liriche[90] e già trasmesso dai quadri di Peter Blake e Richard Hamilton, precursori della Pop-art e futuri collaboratori del gruppo.
Un umorismo che sprigiona naturalmente grazie anche alla libertà narrativa e ad un linguaggio che miscela in modo dirompente musica, battute e una cinepresa che assume punti di vista e inquadrature insoliti, legati da un montaggio nel 1964 decisamente creativo.
Anche la scelta di ingaggiare Alun Owen per la sceneggiatura si rivelò pienamente indovinata; pioniere del genere kitchen-sink, ossia quello che rappresenta gli aspetti più sordidi della vita moderna, aveva in precedenza scritto commedie per il Dublin Theatre Festival; i suoi lavori, pieni di realismo e sarcasmo, traboccavano di solidarietà per la classe operaia; fra tutti gli sceneggiatori inglesi del momento era, a detta di McCartney, quello maggiormente in grado di catturare i modelli verbali del gruppo e costruire della band un ritratto convincente, benché romanzato.
Per non correre rischi, dato che nessuno aveva mai recitato prima, Owen optò per una sceneggiatura strutturata sì, ma modellata su di loro, sui loro modi di dire e fare, privilegiando scene d’azione, dialoghi e battute brevi, incisivi e che non richiedessero eccessivi sforzi mnemonici.
E le pagine più divertenti e riuscite del film corrispondono proprio ai momenti surreali o densi di “umorismo del nord” (così lo definisce Paul[91]), come le bizzarre e spiazzanti risposte date ai giornalisti durante una conferenza stampa, mettendo in ridicolo una domanda dopo l’altra…

Interviewer — Tell me , how did you find America?
Lennon — Turn left to Greenland !

Interviewer — Are you a Mod o a Rocker?
Ringo — No , I’m a moka !

Interviewer — What would you call that hair style?
George — Arthur ! [92]

o l’effetto Chaplin[93] impiegato per la scena della fuga dagli studi televisivi sulle note di una prorompente Can’t buy me love.

Nella trama del film (come nella realtà) i Beatles viaggiano in treno, sempre inseguiti dai fans, da Liverpool a Londra dove dovranno tenere un concerto in televisione.
Ogni tentativo di liberarsi dalla pesante tutela di ammiratori ed agenti si rivela invano; confinati in camere d’albergo e assediati all’interno delle Limousine e perennemente gomito a gomito con collaboratori ed assistenti, insomma, mai autenticamente liberi: una situazione che con il tempo sarebbe divenuta ancora più soffocante, ma che per il momento alimentava in seno al gruppo un forte ed inevitabile cameratismo (si rivelò in questo caso “azzeccata” la versione italiana del titolo del film, “Tutti per uno”): soltanto come gruppo saldo e unito i Beatles riescono a resistere alle continue pressioni della Beatlemania.
Ad un certo punto della storia Ringo, istigato dal perfido nonno di Paul, lascia il gruppo, ma ogni sua azione personale si rivela disastrosa ed inconcludente: perde banalmente la macchina fotografica, si dimostra un maldestro galantuomo e viene addirittura trattenuto dalla polizia (verrà liberato naturalmente dagli altri tre…); è questo, inoltre , un momento particolarmente riuscito della pellicola: sulle note di una dolce e strumentale versione di This boy, Ringo passeggia solitario e malinconico lungo il Tamigi e ricorda molto il vagabondo Chaplin[94], in parte epigono di un mondo dickensiano.

Si prova immediata simpatia per Ringo (che più di ogni altro indossava in modo naturale i panni dell’attore), e per il gruppo in generale; perché il film era non solo l’espressione più concentrata, anche se artificiosa, del loro umorismo stravagante, del fascino genuino e del carisma che possedevano; questa infatti era solamente la visione “esterna” del fenomeno.
Rifletteva anche un’altra realtà, anche se in maniera allegra: comunicava il paradosso della Beatlemania e come essa veniva percepita “dall’interno”.
Ad un certo punto del film i Beatles stanno suonando dentro un oscuro recinto, con un gruppo di ragazzine agitate al di là del filo spinato: sono degli ingenui ed innocui animali in gabbia costantemente assediati dagli altri animali che stanno fuori dalla gabbia.

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Era pressoché impensabile poter scrivere un seguito all’altezza di “A hard day’s night”; Alun Owen aveva infatti intessuto l’unica trama possibile per i Beatles, una versione leggermente camuffata della loro vita, per la quale aveva lavorato strettamente a contatto con il gruppo, il quale gli forniva, direttamente e non, battute poi utilizzate per i dialoghi.
Non ci fu invece altrettanta collaborazione con Mark Be’m per il successivo “Help!”[95, sempre diretto da Lester.
Lo sceneggiatore si limitò a fornire loro battute preconfezionate che chiunque avrebbe potuto interpretare; si nota benissimo in alcuni passaggi del film il fastidio che provavano i Beatles nel dover pronunciare quelle frasi.
La sceneggiatura originale di Be’m[96, allora ancora intitolata Eight arms to love you, venne in parte riscritta da Charles Wood (un altro collaboratore di Lester) in modo da soddisfare la richiesta dei Beatles (e del loro manager) di continuare a recitare se stessi e non interpretare personaggi fittizi.
Il prodotto finale risultava essere più cauto e meno istintivo del precedente, anche se la libertà nella costruzione dell’intreccio narrativo,  le invenzioni visive di Lester e il gusto delle gag e del surrealismo a sfondo ironico non erano affatto spariti.
I Beatles  interpretano ancora se stessi, lasciandosi però coinvolgere in un feuilleton che li vede perseguitati dagli adepti di una misteriosa setta Indu’, i quali scoprono la sparizione di un anello sacro che (ovviamente!) sta al dito di Ringo.[97]

Sfortunatamente l’anello con il rubino, indispensabile non soltanto agli adoratori della dea Kalì per compiere come si deve i sacrifici umani, ma anche ad uno scienziato pazzo (lo ritiene in grado di assicurargli il dominio del mondo), rifiuta di farsi sfilare dal dito di Ringo: inizia così una caccia in giro per il mondo, tra Inghilterra, Bahamas e piste di sci in Austria.
Una commedia in technicolor felice, a lieto fine, dove i “cattivi” sono comunque dei malvagi-simpatici (come lo saranno i Blue Meanies in Yellow submarine) e nulla lasciano intendere riguardo al difficile e secolare rapporto fra Inghilterra e India; l’impressione complessiva di “Help!” è che abbia comunque ben poco di sostanzioso da dire: voleva infatti giocare ancora una volta sull’ossessione dei fan per il mito beatlesiano, ma si rivela un filmetto facile facile, mancante di un vero dialogo (le poche battute che i Beatles riescono a pronunciare sono artefatte e per nulla divertenti); le caratterizzazioni sono talmente stereotipate da diventare figurine intagliate nel legno: il tipo sexy e bello, quello sarcastico e brillante, lo spilorcio imbronciato e infine quello con il complesso d’inferiorità; fra le poche note significative, il passaggio dal realismo beat in bianco e nero ai colori della Swinging London pre-psichedelica.

4.1.2  —  Bus e sottomarini gialli

Il sodalizio artistico con Dick Lester non andò oltre queste prime due esperienze cinematografiche, salvo una eccezione, la partecipazione di Lennon alla farsa antimilitarista “How I won the war”, uscito nel 1967 ma girato l’anno precedente.
Il loro successivo appuntamento con la macchina da presa si rivelò decisamente infelice: presentato alla televisione britannica erroneamente in bianco e nero, “Magical mystery tour”[98], che assieme a “Yellow submarine” rimane fondamentale proprio per la “cultura dei colori”, ebbe una pessima accoglienza critica, ma venne fortunatamente rivalutato più avanti, quando uscì in versione a colori e senza i tagli che l’ignobile censura della Bbc aveva apportato ad alcune sequenze[99] della pellicola, peraltro del tutto innocue.
Si trattava di un tentativo beatlesiano di fare un film in completa autonomia, partendo da una idea-base di McCartney, la cui trama si sarebbe dovuta evolvere spontaneamente nel corso delle riprese.
Due morti improvvise nell’agosto del 1967 contribuirono in modo negativo alla realizzazione dell’ambizioso progetto: la prima, quella più pesante, di Brian Epstein, manager e “uomo d’ordine” del gruppo; una presenza, la sua, che avrebbe controbilanciato la loro eccessiva e rischiosa audacia, opponendosi ad una totale apertura al caso e alla mancanza di sceneggiatura durante le riprese.
Poche settimane prima di Epstein, si era chiusa tragicamente la brillante carriera di Joe Orton, protagonista di quella scena teatrale d’avanguardia che McCartney aveva avuto modo di frequentare assiduamente negli ultimi tre anni trascorsi a Londra; con Lennon in modo particolare (cfr. cap. 2.3), Orton condivideva un talento naturale per la satira, uno humour sempre grottesco ed una innata propensione a ridicolizzare personaggi tratti dalla vita di tutti i giorni, nonché un gusto derivato da Oscar Wilde per la dissacrazione dei dogmi sociali delle classi più agiate.
A Joe Orton i Beatles commissionarono il copione di quel film che invece si ritrovarono a dover sviluppare in modo del tutto autonomo: il “magico viaggio misterioso”, un cocktail in cui la cultura operaia settentrionale si mescolava con la cultura della droga, rimane, senza la presenza importante di Brian Epstein e la mancata collaborazione di Joe Orton, un filmetto su una compagnia itinerante, con una trama velleitaria e decisamente confusa.
Alla sua base, due principali fonti d’ispirazione.
Una era l’usanza, tipica della classe operaia inglese, dei cosiddetti mystery tours, gite organizzate in pullman di un solo giorno di durata, il cui percorso era noto solo al conducente; lo stesso McCartney ricorda: “Al nord eravamo soliti chiamarlo Viaggio Misterioso…da ragazzini si saliva su un autobus e ci si chiedeva dove saremmo finiti, e questo faceva parte dell’eccitazione […] tanta di quella roba dei Beatles era una leggera variazione su un ricordo; in Penny lane l’infermiera, il barbiere ed il pompiere erano solo persone che avevamo visto durante un viaggio in autobus…noi ci limitavamo a intensificare la realtà per ottenere un po’ di surrealismo”.[100]
L’altra fonte d’ispirazione era l’idea, venuta in mente al celebre romanziere americano Ken Kesey (One flew over the cuckoo’s nest — “Qualcuno volò sul nido del cuculo”), di girare in lungo e in largo gli Stati Uniti con i suoi seguaci (i Merry Pranksters — Allegri Burloni) a bordo di un autobus, un International Harvester del 1939, dipinto con motivi e colori psichedelici, distribuendo Lsd lungo la strada e filmando ogni incontro spettacolare con l’intenzione di farne un film (che non venne mai realizzato, anche se la loro Odissea venne alla fine rielaborata da Tom Wolfe nel suo The eletric kool-aid acid test.

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È invece la campagna inglese (siamo nel sud, fra la Cornovaglia e il Kent) a fare da sfondo alla scampagnata psichedelica dei Fab four; nel corso della quale i partecipanti (che sono diversissimi fra loro…d’altronde non è forse l’autobus un luogo ideale per la vita collettiva?!) subiscono deformazioni e visioni lisergiche: in una scena molto riuscita, la signora grassa (Jesse Robbins) sogna John Lennon che, trasformato in ossequioso cameriere, usa una pala per ammucchiare spaghetti sul suo piatto fin quando la tavola è piena da traboccare.
La mancanza di una trama vera e propria rende questa e quasi tutte le altre scene indipendenti l’una dall’altra, e il film come un diagramma a forma di torta divisa in sezioni; tra queste almeno due meritano di essere ricordate: la prima è una sequenza di riprese aeree (nuvole e paesaggi visti dall’alto) per la canzone strumentale Flying: Stanley Kubrick aveva girato ore di riprese in volo sull’Artico per la scena finale di Dr.Strangelove (Dottor Stranamore)[101] e naturalmente molto di quel materiale era stato accantonato dal regista: venne recuperato da Denis O’Dell (che aveva preso parte alla produzione di quel film) e Paul McCartney, che scelsero alcune immagini, le montarono assieme e le applicarono dei filtri colorati in modo da non farle assomigliare a quelle del capolavoro di Kubrick.
Altra scena memorabile, quella sulle note di I am the walrus; tra i pochi giornali a non stroncare “Magical mystery tour”, il Guardian si espresse in termini calorosi: “I am the walrus ha una disperata poesia per la quale sarà ricordato, proprio come una più antica disperazione viene ricordata tramite Charlie Chaplin”: gente con copricapo di gomma a forma d’uovo che agita le braccia su enormi strutture di cemento[102], un tricheco, il carpentiere e la surreale processione finale a seguito dell’autobus…veniva ancora una volta tutto, indirettamente o non, da Carroll.
Se non altro le scene musicali del film, sei sequenze ermetiche, giustificano l’affermazione secondo la quale i Beatles avrebbero inventato la forma espressiva del video pop-rock e fornito modelli e spunti ancora oggi molto usati, tipo il prisma applicato alla cinepresa di Blue Jay way o i paesaggi eterei di Fool on the hill.
In questo possono definirsi artisti postmoderni d’avanguardia: il film fu pensato senza sceneggiatura, conteneva alcuni scarti di Dottor Stranamore, era privo di una narrazione convenzionale e persino di idee chiare, e mescolava inoltre canzoni da varietà a rock’n’roll duro.
Proprio come si erano liberati della scomoda immagine dei Beatles pochi mesi prima, vestendo i panni della banda del Sergente Pepe, ora si accingevano a manipolare il loro retroterra culturale: imbonitori da fiera, viaggi in autobus, accompagnatori ed assistenti delle colonie, vecchie barzellette sulle donne grasse, sergenti dell’esercito, cantanti sentimentali, spogliarelli e cori nei pub, tutti simboli popolari dell’identità della classe operaia, trasformati tramite un processo irrazionale in baldoria psichedelica, con tanto di nani, contorsionisti, stelline, uomini-uovo, e gli stessi Fab four in maschera.

L’accordo con la United Artists contemplava un terzo titolo dopo le due pellicole di Lester; ne nacque “Yellow submarine”[103], un lungometraggio animato ispirato all’omonima canzone (“Magical Mystery Tour”, uscito per la Apple films, venne concepito dopo, ma realizzato in breve tempo).
Per lo schema narrativo ci si avvalse della collaborazione del romanziere americano Erich Segal (futuro autore di Love story) e del poeta inglese Roger McGough; con loro l’ideatore grafico Heinz Edelmann, attivo nel campo pubblicitario (dove aveva saputo coniugare Pop-art e gusto Liberty, creando una cartellonistica molto personale), Lee Minoff (suo il soggetto originale) e alla regia il canadese George Dunning, che vantava alle spalle diversi cortometraggi in tema: una equipe qualificata per un progetto quasi del tutto autonomo ma poco sentito dai Beatles, sostituiti per tutto il tempo nella pellicola dalla propria immagine disegnata.
Eppure “Yellow submarine” è una creatura totalmente beatlesiana: apologia del mito e lungo “promo” dei loro dischi, fantasia psichedelica, intrico di linee ambigue e colori fluorescenti, sintesi eclettica delle più diverse esperienze figurative, dall’Art Noveau al Surrealismo, passando per il gusto Op-art[104] di alcune sequenze.

Sequenza Sea of holes dal film d’animazione Yellow Submarine

Un vero e proprio arrembaggio di colori controbilancia una labile trama, mai povera però di “sense of humour”, britannico fino all’esasperazione, ed aperta a diversi motti di spirito e divertenti giochi di parole: un altro viaggio nel Paese delle Meraviglie beatlesiane.
Il regno di Pepperland viene invaso dai Biechi Blu (Blue Meanies), che aboliscono i colori, la musica e la felicità dal mondo (le loro uniformi blu testimoniano la connessione linguistica tra il colore e la malinconia, la tetraggine, blue in inglese…).
Ma il direttore della Sgt.Pepper’s lonely hearts club band riesce a raggiungere Liverpool a bordo di un sottomarino giallo e chiedere aiuto ai Beatles, i quali, dopo parecchie avventure, si battono a colpi di note contro gli invasori e li sconfiggono, riportando il regno alla normalità.
La storia pare una variante de Il mago di Oz, con appendice morale che non pregiudica il tono scanzonato dell’insieme; forse per questo le critiche furono assai più positive di quelle che subì “Magical Mystery Tour”; più di quest’ultimo infatti, “Yellow submarine” diventò epitaffio di una simbologia che vedeva al centro la cultura alternativa “soft” del periodo; divenne anche rappresentazione istantanea dei Beatles nella loro massima aderenza alle immagini che avevano incarnato con le musiche e le liriche del periodo psichedelico: il film infatti li cristallizza così, geniali e gioiosi marinai in un’epoca ancora innocente e utopisticamente espansiva.
Nel suo saggio sull’arte e la letteratura, Camille Paglia applica l’analisi di Heinrich Wölfflin[105] della pittura nei suoi tre diversi stadi alla carriera dei Beatles: “Dal grezzo vigore di Boys e Chains, attraverso la perfezione formale di Day Tripper, fino alla raffinatezza disintegrante di Sgt.Pepper e del White Album; alla fine di questa struttura tripartita, i più grandi artisti si rivoltano e semplificano di nuovo, come si vede in Donatello e Picasso”.[106]

I Beatles tornarono alla semplicità con il progetto, più volte rimaneggiato nell’arco di un anno, che avrebbe dovuto intitolarsi appunto Get Back (Tornare indietro) e che invece uscì con il titolo “Let it be” (Lascia che sia)[107], a testimoniare il periodo più teso e confuso della loro storia, l’impossibilità di superare l’apatìa generale che regnava all’interno del gruppo e la loro imminente separazione.
Non un film, piuttosto un documentario sulle prove di registrazione per l’omonimo album e celebre concerto sul tetto della Apple: ben lontano dall’allegria e dal divertimento delle precedenti esperienze cinematografiche, “Let it be” si riduce a canto del cigno incoerente e banale di quattro musicisti annoiati che a malapena riuscivano a sopportarsi a vicenda.
Evidenti le tensioni che minavano il gruppo durante le riprese: la frustrazione di Harrison per le limitazioni imposte da McCartney, la gestione sempre più difficile della Apple, che li stava trasformando in litigiosi uomini d’affari (cfr. You never give me your money, cap. 2.2), la rabbia di Lennon nei confronti degli altri tre per la loro freddezza verso Yoko Ono.
Chiaramente l’antico motto “tutti per uno” testimoniato dal solidale cameratismo dei primi due film era svanito definitivamente; alle buffe e colorate visioni del periodo psichedelico si sostituivano immagini che fanno ancora oggi tristezza.

4.1.3  —  I video promozionali

Abbiamo già sottolineato, parlando di “Magical mystery tour”, l’importanza  delle scene musicali contenute nei film, considerate a detta di tutti i critici come gli antenati dei videoclip musicali.
Oltre ai titoli già citati, i Beatles girarono dei brevi filmati promozionali per i singoli, ovvero canzoni che non erano contenute nei 33 giri e tanto meno estratte da qualche loro pellicola; insomma delle brevi ma incisive opere autonome che necessitavano, oltre al 45 giri, di un particolare veicolo espressivo per venire pubblicizzate, dato il bisogno di attenuare la sempre più opprimente mole di lavoro richiesta per soddisfare un pubblico fin troppo numeroso ed esigente che li voleva presenti su molti fronti, su entrambe le sponde dell’Atlantico.
I Beatles ingaggiarono troupe cinematografiche e girarono dei cortometraggi, brani musicali con accompagnamento di immagini, per farli trasmettere in televisione, in luogo delle estenuanti apparizioni tra le folle urlanti di Ready, steady, go! o Top of the pops; nella maggior parte dei casi , i Beatles vengono ripresi con gli strumenti in mano[108], a mimare in playback il loro ultimo singolo; è il caso di Rain e Paperback writer, girate entrambe all’aperto, tra statue e piante di glicine[109], oppure di Lady Madonna, Hey Jude e Revolution, filmate all’interno degli studi di registrazione.

Il punto più alto di questa nuova ed ancora acerba forma espressiva venne raggiunto con la realizzazione dei fantasiosi clip per Penny lane (vi fanno capolino anche gli autobus di Liverpool) e Strawberry fields forever, girati entrambi da Peter Goldmann tra gennaio e febbraio del 1967: essi costituiscono un notevole progresso artistico, non c’è infatti una sola immagine che li ritragga mentre cantano.
In Penny lane (fra i due clip, il più “regolare”) c’è una totale aderenza fra il contenuto gioioso della canzone, l’arrangiamento piacevole e frizzante e le immagini di sole in una strada affollata; la sensazione complessiva di libertà che sprigiona dal falsetto di Paul e dalle note alte dell’assolo di tromba a metà canzone, è marcata dalle immagini di un poliziotto che a stento riesce a trattenere il cavallo che sta cavalcando.
Ad un certo punto, nel momento in cui un passaggio in minore cambia timbro al tono felice della canzone, i nostri arrivano a cavallo in un campo in una giornata fredda, dove trovano una tavola perfettamente apparecchiata per l’ora del tè.

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Più sperimentale il clip per Strawberry fields forever, girato a Knole Park nel Kent: alcune tecniche impiegate da Goldmann rispecchiavano in parte quelle usate allora dai quattro negli studi di registrazione, ovvero pellicole montate al contrario, scatti in negativo o sottili e sagaci variazioni di luce.
C’è una scena, per esempio, girata in un parco con una grande quercia, in cui Paul sbuca fuori da un pianoforte (con le corde legate ad un ramo!), corre verso l’albero e salta su un ramo che sta molto al di sopra della sua testa, cosa materialmente impossibile, che di fatto venne realizzata filmando il musicista mentre saltava giù dal ramo, montando poi le immagini al contrario.
Un complessivo effetto di straniamento, che allora richiedeva una volontaria sospensione dell’incredulità[110] per riuscire a “digerire” le estrose e fiabesche inquadrature che facevano da corollario ad una musica già di per se ipnotica e a dei versi al limite del visionario.

4.2  —  Le copertine dei dischi

Il protagonista del romanzo Absolute beginners definiva quella delle copertine dei dischi “la sola vera forma di arte dei nostri giorni”.[111]
Un’affermazione forse un po’ troppo impulsiva, ma non del tutto infondata; in effetti, la confezione dei prodotti (e non soltanto quella dei dischi) acquistava tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta uno spazio estetico proprio; alcuni tra i migliori artisti cominciavano a dedicarsi a disegnare imballi, carte e copertine, altri a progettare maschere dietro le quali dei prodotti potessero giocare la propria ben determinata parte sul mercato: è il caso, per esempio, dei Rolling Stones, la cui immagine sapientemente costruita da Andrew Loog-Oldham palesava una built-in offensiveness [112], una insita e ben calcolata capacità di arrecare molestia.
Già nel 1963 i Beatles godevano di un privilegio unico nel mondo del music business: il totale controllo sulle grafiche di copertina dei loro album (ad esclusione del debuttante Please Please Me)[113]; furono il primo gruppo della EMI cui venne data l’opportunità di cercarsi fuori ditta i grafici per dare una veste ai loro prodotti; l’unico fino al 1968, anno in cui tale concessione venne estesa ai Pink Floyd per l’album A saucerful of secrets.
Per trovata e qualità d’immagine, le loro copertine sono il più delle volte avanti con i tempi, ad eccezione della prima per Please please me, un classico della grafica rock’n’roll, in cui veniva data pari importanza alla foto e alle informazioni[114], e quella per Let it be [115], l’ultimo disco sfornato dai Beatles.

Alcune copertine davano informazioni “interne” al gruppo, raccontavano il loro stato di salute o creativo, ovvero i cambiamenti di rotta nelle tematiche o i progressi della loro ricerca musicale; altre invece venivano progettate (e finalizzate dalla brillante inventiva di artisti quali Peter Blake o Richard Hamilton) come opere d’arte Pop, destinate a loro insaputa a divenire vere e proprie icone del mondo Rock e a vantare svariate imitazioni, a volte anche in chiave ironica.

4.2.1  —  Robert Freeman

Dal secondo album i Beatles avviarono un sodalizio artistico con il fotografo Robert Freeman: una fortunata collaborazione che sarebbe durata fino a Rubber soul.
Con l’immagine a mezza ombra e il taglio caravaggesco di With the Beatles [116], inauguravano un nuovo corso, una maniera nuova di concepire le copertine dei dischi rock’n’roll: così diversa dalla ritrattistica standard (l’espressione dei quattro è tutt’altro che sorridente, il che rappresenta una anomalia rispetto alla convenzione di allora) da essere addirittura avanguardia.

L’idea di base era una foto che aspirasse a catturare lo stesso “umore” di certi scatti fatti ai musicisti Jazz, per questo la scelta di assoldare Freeman, data la sua esperienza in materia, un curriculum che vantava fra gli altri alcuni ritratti di John Coltrane.
In effetti c’era stata anche una indiretta influenza di Astrid Kirchherr, che aveva già usato la tecnica della penombra (half-lit technique) negli scatti fatti ai Fab Four durante le prime trasferte ad Amburgo: invece di accettare un’altra foto standard, che solitamente ritraeva il gruppo sorridente e ammiccante al proprio pubblico, mostrarono a Freeman alcuni ritratti ad alto contrasto monocromatico scattate dalla fotografa tedesca e gli commissionarono una copertina con le stesse caratteristiche d’impatto.

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Freeman immortalò i Beatles in bianco e nero (echi di quel gusto per la Op-art così di moda all’inizio degli anni sessanta…), con i volti illuminati per metà da una luce naturale che entrava in un ambiente scuro da una finestra: nell’iconografia del gruppo, rappresentò un momento fondamentale, in cui la crudezza della registrazione dal vivo del primo lavoro in studio cedeva il passo ad un pop più sofisticato, grazie anche alla scoperta del doubletracking.[117]
A detta di molti, rappresenta un vero e proprio spartiacque nella concezione dell’ album design: da questo punto in poi, infatti, il confezionamento di una star sarebbe divenuto un’arte da lodare per astuzia e maestria, inoltre molti artisti avrebbero cominciato ad interessarsi al proprio materiale illustrativo, contestando alle proprie case discografiche gli aspetti frivoli della fotografia pop e citando With the Beatles come incontestabile prova che il mercato e soprattutto la critica non erano più ottusi come una volta si riteneva.
Copiata in lungo e largo nella prima metà degli anni sessanta[118], una certa influenza si può riconoscere anche a distanza di un decennio nel design di alcune copertine di dischi che sono diventati, anche in merito alla loro veste grafica, icone del rock degli anni settanta: fra queste, Transformer di Lou Reed e Horses di Patti Smith.

Una luce laterale investe i volti dei Fab Four anche negli scatti per il successivo A hard day’s night [119]; si tratta però in questo caso di un comic strip style artwork, di un mosaico di foto differenti l’una dall’altra per il cambio di espressione nei loro volti, una vera e propria sequenza di immagini tipo pellicola.
Freeman era stato invitato a disegnare una copertina che riecheggiasse lo spirito e l’atmosfera dell’omonimo film diretto da Lester: l’artwork doveva essere tanto animato e “zanni” (buffone) quanto lo era il film, e per questo le foto vennero montate in sequenza (una riga per Beatle), per animare le loro pose facciali secondo il principio della Polyphoto: una persona viene ritratta in diverse espressioni mantenendo la macchina fotografica in posizione fissa.
Come abbiamo visto, il contenuto di brani quali I’m a loser e Help! costituiva una vera e propria confessione personale e intima, anche se mai troppo trasparente, sulla fatica che poteva costare essere un Beatle: raccontava in modo velato le delusioni, la stanchezza, la depressione e a volte la solitudine che accompagnano la vita di chi vive al vertice.
Non a caso le foto degli album che includono le canzoni sopra citate documentano, ognuna in modo diverso, un periodo particolarmente carico di mole di lavoro e una mai negata disposizione a comunicare al proprio pubblico la stanchezza che ne deriva.
In particolare, la foto scattata da Freeman per il primo dei due, Beatles for sale [120] (nel titolo una sorta di ironia: “Beatles in vendita”…ma se vendevano già milioni di dischi…), catturava i Fab Four nel loro momento più introspettivo e malinconico.
Sia il fronte che il retro propongono immagini cupe: avvolti in sciarpe e cappotti neri, in piedi uno accanto all’altro come se cercassero protezione dal mondo esterno, stanchi ed imbronciati, i volti pallidi ed esangui fissi sull’obiettivo, neanche l’accenno di un sorriso (sul retro scrutano dolenti verso l’alto, come ad implorare pietà); in netta antitesi con la gioviale immagine popstar degli esordi.
Un approccio voluto, anzi, discusso assieme dal fotografo, Epstein e i quattro, che volevano una foto a colori e all’aperto (un netto stacco dagli scatti in bianco e nero fatti in ambiente chiuso dei lavori precedenti) ma con l’obiettivo simbolicamente puntato verso il tramonto.
Una particolarità: la foto interna della copertina pieghevole (già di per sé una rarità) è caratterizzata dalla presenza di un montaggio di immagini che fa da fondale ai quattro, un collage di foto di personaggi, fra cui gli attori anni ‘50 Jayne Mansfield e Ian Carmichael: un motivo che anticipava così di tre anni l’artwork di Peter Blake per il celebre Sgt.Pepper.

Help! [121] esprime un naturale bisogno di esternare il disagio della Beatlemania; le lettere da loro “interpretate” in copertina con la segnaletica marina sono “LPUS”, forma contratta di help us (aiutateci).
Stando alle dichiarazioni di Lennon[122], l’appello non si limitava a richiamare alla mente la trama del film diretto da Lester (i Beatles inseguiti da una setta di fanatici, e dunque “bisognosi” di aiuto), si trattava bensì di una vera richiesta di sostegno al proprio pubblico[123]; o meglio, una richiesta di distacco, un bisogno di isolarsi e allontanarsi da quelle asfissianti forme di isteria pubblica che contribuivano ad alimentare la sua depressione (cfr. cap.2).
Il titolo dell’album Rubber soul [124], scritto in alto a sinistra della copertina e con caratteri bizzarramente allungati e panciuti, annunciava già un cambio di rotta; la foto poi, che ritraeva i quattro con i capelli decisamente più lunghi, scattata con un obiettivo fish eye (letteralmente “occhio di pesce”) o a grandangolo e stampata diagonalmente sulla pagina, enfatizzava una nuova realtà: I Beatles non erano più quelli che gli hippie chiamavano “regolari”: con questo scatto si disfacevano dell’ormai scomoda etichetta di “bravi ragazzi”.

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La loro immagine allungata e distorta infatti raccontava le alterazioni della percezione provocate dalla marijuana e una volontà di uscire dagli schemi, prerogativa divenuta ormai essenziale di un gruppo in grado di volare ed esplorare nuovi territori musicali e modi di scrittura diversi (il racconto surreale in prima persona, l’esortazione all’amore universale, il nostalgico ricordo dell’infanzia).

4.2.2  —  L’album come opera d’arte totale

Il successivo Revolver [125] sfidò tutte le convenzioni del Pop: decisamente rivoluzionario nella musica, caleidoscopico per i contenuti e sbalorditivo nella veste grafica ideata da Klaus Voorman[126], un artista ed amico sin dai tempi di Amburgo.
L’artwork per l’album consiste in una ingegnosa combinazione di disegni e fotografie in bianco e nero (alcune di queste già apparse sui precedenti Lp), complemento ideale per quel turbinio psichedelico destinato a reinventare l’album pop in quanto tale e a trasformarlo in opera d’arte a tutto tondo; come un grande racconto interdipendente che avrebbe rappresentato la Londra di quella calda estate del 1966, nelle parole di Philip Norman, “asfalto bollente, finestre aperte, bistro nella King’s road e i colori della nazionale inglese fresca della vittoria ai mondiali di calcio”.[127]

L’estate dei Beatles, immortalata nell’artwork di Revolver, aveva un tono leggermente nevrotico: quelle piccole figure che uscivano dai capelli e dagli orecchi, le foto e i disegni in scale molto diverse, l’espressione sui loro volti, facevano intuire qualcosa che stava per accadere: era la presenza e al tempo stesso la percezione di cose che dovevano ancora venire, ma che non avrebbero tardato a manifestarsi.

Frutto dell’ingegno di McCartney, l’album Sgt.Pepper’s lonely hearts club band [128] venne concepito come uno spettacolo messo in scena da una immaginaria banda del periodo edoardiano, trasportata attraverso il tempo nell’era psichedelica: una tiepida evocazione di memoria popolare annunciata da una vera e propria esplosione di suoni e di colori.
L’idea di avvalersi di Peter Blake per la sua realizzazione grafica non fu affatto casuale; la sua pop-art aveva la tipologia nostalgica della cultura popolare inglese: artisti del circo, cartelloni di incontri di lotta, spogliarelliste, giocattoli vittoriani, moli portuali, macchinette per guardare diapositive spinte e cartoline scollacciate.
Anche quando ritraeva Elvis, Bo Diddley o gli stessi Beatles, la sua opera era sempre pittorica, disegnata sempre con brillantezza ma sullo stile folkloristico delle insegne delle taverne, delle chiatte dipinte o delle giostre da fiera.
Il tono apertamente nostalgico e ricco di pathos di molti suoi lavori trovava le sue radici in un anelito per la perduta innocenza dell’infanzia.
La copertina di Sgt.Pepper, come l’aveva concepita McCartney, con tutto l’immaginario della cultura popolare inglese e il suo collage di eroi, divenne un ideale campo di battaglia per Blake, che consegnò alla storia una delle più rappresentative immagini degli anni sessanta.

Lo scatto di Michael Cooper, ex fotografo di Vogue, sicuramente fra i più brillanti della scena londinese, immortalava la banda del sergente Pepe in sgargianti uniformi di raso di diverso colore; e tutta intorno una moltitudine di personaggi famosi variamente realizzati con manichini, statue di cera e fotomontaggi, con l’aggiunta di una bambola, un busto di Mick Jagger, un televisore, un narghilè, una palma e ovviamente una composizione floreale; alla destra dei nuovi Beatles, personaggi fittizi di una banda di ottoni, trova spazio una riproduzione in cera dei quattro come la gente li ricordava negli anni della Beatlemania.
Con lo spazio pubblico simile ad un parco sullo sfondo e il kit ricordo inserito dentro la confezione del disco[129], l’entità costituiva l’apoteosi dello stile di assemblaggio di Blake, che ora si stava riflettendo sul design popolare pubblicitario e sul packaging.
La copertina di Sgt.Pepper esercitò una notevole influenza, dimostrandone la validità in quanto veicolo di informazioni[130] e innescando una serie di parodie (Frank Zappa con We’re only in it for the money) e imitazioni (i Rolling Stones ne fecero una pallida imitazione per Their Satanic Majesties request, arrivando al punto di ingaggiare lo stesso Michael Cooper per la fotografia).
L’invenzione di una nuova identità, un gesto artistico a suo modo creativo quanto le canzoni, rappresentò uno dei loro salti più avanguardisti e ispirati, anticipando fra l’altro di cinque anni la mutazione di David Bowie in Ziggy Stardust; in questo caso capovolsero la realtà oppressiva della vita di artista e la usarono come oggetto della propria arte in modo spiritoso e divertente: fingendo di essere altre persone, si sottraevano all’immagine creata dai media e la sgonfiavano ridendo di se stessi e del pubblico.
Il rischio di scadere nell’autocelebrazione è sempre elevato nel music business (vedi il caso di Presley, o in tempi più recenti di Michael Jackson), e arriva anche a trasformare la celebrità in una maschera che divora il volto fino a sfigurarlo, svuotandola di contenuto artistico.
I Beatles smontarono l’assurdità della loro condizione di superstar proprio rinunciandovi.
La maggior parte delle copertine dei dischi pubblicati dopo Sgt.Pepper era improntata all’onirica influenza dei Beatles psichedelici: i Beatles sfidarono ancora una volta i design eccessivamente esuberanti di molte produzioni di allora, optando con il White album [131] per una formulazione artistica tanto rivoluzionaria quanto il suo contenuto: trenta canzoni, un ventaglio di stili, di arrangiamenti, di umori e di temi che nessun altro album rock aveva mai messo insieme prima; brani dalla struttura comunque semplice ed essenziale, che dimostravano sia la loro maturità ed esperienza di compositori, sia, per una buona metà di queste, la sobrietà e la tranquillità con cui erano state scritte in India.

Come i testi delle canzoni, molto spesso frutto di un coraggioso esercizio di autoanalisi, di una esplorazione più carnale e a tratti apertamente sessuale (Happiness is a warm gun), insomma di un voluto ritorno all’essenza dei sensi, così le grafiche di copertina, che rappresentavano un nudo integrale (anticipate dalla provocante foto di John e Yoko per il loro primo album sperimentale[132]) se messe a confronto con i costumi barocchi dell’anno precedente.
Un progetto contrario all’orgia multicolore dell’epoca, proposto da un altro esponente della pop-art inglese ingaggiato da McCartney dopo Peter Blake: Richard Hamilton[133].
Hamilton suggerì una copertina completamente bianca, anche se in un primo momento era stata ventilata l’idea di metterci sopra una macchia di mela o una traccia marroncina lasciata da una tazza di caffè lasciata lì per sbaglio; la risposta ai cloni di Sgt.Pepper era dunque un andare nella direzione opposta: da una copertina piena zeppa, carica di energia e fitta di fantasie, alla pulita serenità di una copertina completamente spoglia, su cui c’era soltanto un numero[134] e il nome del gruppo a caratteri piccoli e in rilievo, bianco su bianco, alla maniera del braille; invece del lungo ed ingombrante titolo Sgt.Pepper’s lonely hearts club band, ne scelsero uno assolutamente definitivo (che stranamente non avevano mai utilizzato prima), The Beatles appunto, appena visibile grazie all’ombreggiatura data dal rilievo.
Vi sono poi altri dettagli degni di nota: le copie della prima tiratura si aprivano dall’alto e non a lato, e in più le buste interne di carta nera contenevano i dischi sui quali faceva la sua prima apparizione il logo della Apple, ispirato a un quadro del pittore belga Renè Magritte[135].

Ben più rappresentativo dell’arte di Hamilton è tuttavia il collage realizzato per il poster contenuto nell’album, sul retro del quale vennero stampati i testi delle canzoni: dopo aver scelto tra le tante foto che i quattro gli avevano procurato (alcune scattate in tempi non proprio recenti), ne fece un mosaico, inserendo in alcuni punti della composizione dei pezzi di carta bianca per conferirle profondità.

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Oltre al poster, un ritratto a colori di ciascun membro del gruppo, simile ad una autentica e lussuosa stampa fotografica.
Sgt.Pepper’s lonely hearts club band e The Beatles furono anche per la loro veste grafica opere sociologiche di quel periodo.
Nel primo vi era una esclamazione di gioia, un elemento di adolescenza che sbocciava e iniziava a scoprire l’universo; assieme al Monterey pop Festival[136] fornì la colonna sonora alla Summer of Love del 1967, incarnò quella voglia di  superare barriere generazionali e di appartenenza sociale.
Nel secondo si infrangevano invece proprio quelle utopie estive del “peace&love ”: il mondo giovanile smise di essere una sfera perfetta e diventò un poligono sfaccettato, con angoli opposti; i Beatles percepirono quel terremoto (il fatale 1968) e capirono che la terra stava tremando anche per loro: il white album uscì in quel modo, come catalogo di fili sciolti, dato che non era più possibile essere gruppo compatto e idea unica ed universale, semmai libera associazione di spiriti individualistici.
L’ultima volta in cui si fecero ritrarre uniti fu per l’album  Abbey road [137]: lo scatto cattura i Beatles che, appena usciti dagli studi di registrazione, attraversano assieme la strada che aveva portato loro così tanta fortuna.

fine

Note


[1] A whiter shade of pale (Reid – Brooker), Deram, 1967.
[2] You really got me (R.Davis), Pye, 1964 / Dedicated fellowers of fashion & Sunny afternoon (R.Davis), Pye, 1966.
[3] God only knows (B. Wilson), Capitol, 1966 / Fixing a hole (Lennon–McCartney), Parlophone, 1967.
[4]A.VITALI, “La voce degli altri”, in Paralleli – the Beatles, pag.108, ed.Domus, 1992.
Fu del resto una canzone allora inedita dei Beatles, “I wanna be your man”, portata in dote dall’ex addetto stampa dei Fab Four Andrew Loog Oldham, a far entrare gli Stones nella top ten britannica per la prima volta.
[5] Cfr. capitolo 4.2 .
[6] L’ideologia produttiva che stava dietro all’Lp era grosso modo questa, spiega F.FABBRI a pagina 182 di “Il suono in cui viviamo” (Arcana musica, 2002): tra le canzoni dell’album ce ne dovevano essere almeno due hit celebri o, se inedite, dotate di un grosso potenziale di vendita anche su singolo, che venivano collocate all’inizio di ogni lato del disco, nell’intento di convincere il cliente all’acquisto, dopo una frettolosa valutazione critica.
[7] Il termine “musica popolare” non è da intendersi qui come traduzione di popular music.
Nei paesi anglosassoni sussiste un’ambiguità tra popular come “del popolo” e popular inteso come “piace a molti”, con una certa prevalenza del riferimento alla popolarità.
Gli studiosi di lingua inglese usano i termini traditional music o folk music per indicare le musiche di tradizione orale appartenenti all’area sonora nord-europea.
Il termine Pop(ular) music sta a significare invece la musica di larga diffusione che circola attraverso i media di dominio pubblico, ovvero la radio, la televisione e i dischi.
[8] La musica popolare di area celtica è alle radici della musica popolare nord-americana bianca, e quindi comune alla componente bianca del rock’n’roll: tra i più importanti strumenti musicali in comune, la chitarra acustica, il banjo a quattro corde, il violino e l’armonica.
[9] Henry Purcell (Londra 1659-1695): compositore inglese prevalentemente attivo nell’ambito della cappella reale londinese nel periodo della restaurazione.
[10] “Yesterday” e “Michelle” (Lennon–McCartney), Parlophone/EMI, 1965.
[11] “It won’t be long” (Lennon–McCartney), Parlophone/EMI, 1963.
[12] M.HERTSGAARD, A day in the life, Milano, Baldini e Castoldi,1995, pag.78.
[13] Fino al middle eight (della cui peculiare funzione si parlerà nel capitolo 3.2 dedicato alla costruzione formale delle loro songs) la canzone resta sostanzialmente in Mi e teoricamente dovrebbe andare in La per poi portarsi in Si; i Beatles invece introducono degli accordi non appartenenti a quella scala tonale, un Re, un Do, un Fa diesis e un ibrido particolare ma estremamente semplice di Re e Si minore, che danno alla melodia una struttura e una direzione totalmente nuove.
[14] Rubber soul, Parlophone/EMI, 1965.
[15] Revolver, Parlophone/EMI, 1966.
[16] “Skiffle”–un termine americano coniato verso la fine degli anni Venti che stava ad indicare la musica suonata da chi era troppo povero per permettersi di comprare dei veri strumenti: tra gli oggetti abitualmente usati figuravano assi per lavare, brocche, bassi costruiti con casse da tè, banjo e chitarre acustiche poco costose.
[17] “Quarry Men”–il nome del primo gruppo fondato da Lennon (cui poi si aggiunsero McCartney e Harrison), dal nome della scuola da questi frequentata, la Quarry Bank High School.
[18] G.PELLICCIOTTI, “Magie di una formula”, in Paralleli – the Beatles, pag.56.
[19] A dire la verità, John e Paul avevano cominciato a scrivere ancor prima di conoscersi, questo in un’epoca in cui pochissimi musicisti in Inghilterra componevano i propri brani; l’aspra concorrenza tra gruppi “rivali” nelle notti amburghesi diede un forte impulso alla scrittura di materiale proprio.
[20] “Here comes the sun” (Harrison), Apple/Emi, 1969.
[21] “This boy” (Lennon–McCartney), Parlophone/EMI, 1963.
[22] “If I fell” (Lennon – McCartney), Parlophone/EMI, 1964.
[23] Vedi Cap. 2, paragrafo 1.
[24] “Eleanor Rigby” / “Tomorrow never knows” / “For no one” (Lennon-McCartney), Parlophone/EMI, 1966.
“Norwegian wood” (Lennon-McCartney), Parlophone/Emi, 1965.
[25] Vedi Cap.3, paragrafo 2.
[26] “I am the walrus” (Lennon–McCartney), Parlophone/Emi, 1967.
[27] “A hard day’s night” (Lennon–McCartney), Parlophone/Emi, 1964.
[28] “A day in the life” (Lennon – McCartney), Parlophone/Emi, 1967.
“Happiness is a warm gun” (Lennon – McCartney), Apple/Emi, 1968.
“You never give me your money” (Lennon – McCartney), Apple/Emi, 1969.
[29] “Uncle Albert/Admiral Halsey” (McCartney), Apple/Emi, 1971.
[30] MARK HERTSGAARD, A day in the life, pag. 254.
[31] Definita in quattro tempi, in genere ALLEGRO – ANDANTE o ADAGIO – MINUETTO – PRESTO o ALLEGRO.
[32] “All you need is love” (Lennon – McCartney), Parlophone/Emi,1967.
[33] Certa musica progressive inglese, fiorita tra il 1968 e il 1975 circa, tendeva a basare più sull’impatto intellettuale che su quello emotivo la propria materia musicale: da qui la diffusione del concept album, ovvero uno sforzo creativo concertato affinché musiche e testi di ogni singola canzone risultassero come tasselli di un discorso più ampio, di una narrazione che fosse l’equivalente Rock delle opere liriche, sostenuta da temi musicali anche ricorrenti.
Da sottolineare che “Sgt.Pepper’s lonely hearts club band”, l’album dei Beatles scambiato spesso per concept album, in realtà non lo era, almeno in senso stretto, dato che pur avendo una sua identità (anche per la grafica) ben definita, schierava contenuti lirici tutto sommato eterogenei.
[34] Mentre i Beatles per quel che riguardava la teoria musicale erano analfabeti, non sapendo né leggere né scrivere musica sul pentagramma, Martin si era diplomato alla prestigiosa Guildhall School of Music di Londra, dove aveva studiato teoria musicale, composizione, orchestrazione, pianoforte ed oboe.
[35] “In my life” (Lennon – McCartney), Parlophone/Emi, 1965.
Per le tematiche affrontate nel testo della canzone, vedi Cap.2, paragrafo 2.
[36] “The Beatles – Anthology” (3 volumi), Apple/Emi, 1995/96.
[37] M.HERTSGAARD, A day in the life , pag. 200.
[38] Ibidem, pag. 215.
[39] M.LEWISOHN, “The Beatles : recording sessions“, pag. 70.
[40] I tape loops formano un arazzo di suoni intessuti, che sono però ognuno un piccolo evento musicale a sé: il rumore simile allo stridio rauco del gabbiano si ottenne rallentando il tape loop di una chitarra distorta, ed altri suoni subirono lo stesso trattamento, come la risata di Paul o il sibilo lamentoso ricavato facendo scorrere un dito lungo il bordo inumidito di un bicchiere di vino.
[41] “Revolution 9” (Lennon – McCartney), Apple/Emi, 1968.
[42] “Long long long” (Harrison), Apple/Emi, 1968.
[43] Atto quarto, scena sesta.
[44] Composizioni di radio sintonizzate a casaccio erano già state concepite da John Cage e Luciano Berio verso la fine degli anni cinquanta; simili montaggi su nastro furono anche il frutto degli esperimenti di William Borroughs (che Paul aveva avuto modo di ascoltare), che considerava il collage sonoro pur sempre come una forma di letteratura.
[45] “Being for the benefit of Mr.Kite” (Lennon-McCartney), Parlophone/Emi, 1967.
[46] La Calliope era un organo a vapore inventato negli Stati Uniti attorno alla metà dell’Ottocento, tipicamente usato sui battelli a vapore fluviali ma anche nelle fiere e nei circhi.
Impensabile far entrare l’enorme strumento, fortemente ritenuto indispensabile da Lennon per ricreare l’atmosfera da luna park, dentro gli studi d’incisione: tutti i nastri di archivio trovati con quel suono, che contenevano soltanto marce militari, vennero trasferiti da Martin su un unico nastro.
[47] “I’ll follow the sun” (Lennon – McCartney), Parlophone/Emi, 1964.
[48] “Norwegian wood” (Lennon – McCartney), Parlophone/Emi, 1965.
[49] “Ticket to ride (Lennon – McCartney),Parlophone/Emi, 1965.
[50] M.HERTSGAARD, A day in the life, pag. 159.
[51] “Within you,without you” (Harrison), Parlophone/Emi, 1967.
[52] “Rain” e “I’m only sleeping” (Lennon – McCartney), Parlophone/Emi, 1966.
L’effetto del nastro rovesciato è tale da far somigliare il suono della chitarra di Harrison ad una cornamusa: tale effetto nasce dal fatto che l’inviluppo d’ampiezza del suono, cioè la sua variazione di intensità nel tempo, cambia in maniera sostanziale, poiché risulta speculare rispetto a quello normale di un suono prodotto da una corda pizzicata.
[53] Da una intervista di Martin per la rivista “Q” del maggio 1993.
[54] “Helter skelter” (Lennon – McCartney), Apple/Emi, 1968.
[55] “I want you (she’s so heavy)” (Lennon – McCartney), Apple/Emi, 1969.
[56] “Honey pie” (Lennon – McCartney), Apple/Emi, 1968.
[57] “When I’m sixty-four” (Lennon – McCartney), Parlophone/Emi, 1967.
[58] Cfr. ad esempio I.MACDONALD, The Beatles: l’opera completa , pag.33 e nota 27 a pag. 357.
[59] Per l’analisi testuale e la traduzione della canzone, cfr. Cap. 2.2.
[60] John Lennon – “Plastic Ono band”, Apple 1970.
[61] M.HERTSGAARD, A day in the life, pag.23.
[62] Cfr Cap.2.2.
[63] Cfr. nota 329.
[64] F.FABBRI, pag. 116.
[65] Ibidem, pag. 120.
[66] “Like a Rolling Stone” (Dylan), dall’album “Highway 61 revisited”, Columbia/Sony, 1965.
[67] Ibidem, pag. 141.
[68] Il chorus è il momento che contiene l’hook (lett. Gancio), l’elemento memorabile per l’attenzione dell’ascoltatore: in esso si trova il titolo, eventualmente una parte narrativa ed il ritornello; il bridge è una parte contrastante, distinta dal chorus, molto spesso è marcato da uno slittamento di tonalità o di scena, di origine teatrale (costituiva una sezione intermedia fra due chorus successivi).
[69]Gli inglesi chiamano sempre middle eight (le otto battute di mezzo) il bridge centrale di una canzone, anche quando è composto da quattro o sedici battute.
[70] Nel disco compare anche una versione rozza ma divertente di “Maggie Mae”, un pezzo tradizionale che parla di una passeggiatrice di Liverpool , e l’accenno di un verso di “Danny Boy”: Oh Danny Boy, the odes of Pan are calling: questo a testimonianza del fatto che i Beatles amavano citare e canticchiare vecchie canzoni.
[71] “Love me do” (McCartney – Lennon), Parlophone/Emi, 1962.
Le prime canzoni dei Beatles erano accreditate a McCartney–Lennon; l’ordine viene invertito, e così rimarrà tale sino alla fine, a partire dalla pubblicazione di “She loves you” nell’agosto del 1963.
[72] “The long and winding road” (Lennon – McCartney), Apple/Emi, 1970.
[73] I diagrammi, riportati nel libro di Fabbri, sono stati realizzati a partire dalle versioni su Cd delle registrazioni originali dei Beatles; le durate indicate in ascisse, in ordine progressivo da sinistra a destra, sono rilevate dal contasecondi del riproduttore di Cd.
[74] “Wild honey pie” (Lennon – McCartney), Apple, 1968.
“Her Majesty” (Lennon – McCartney), Apple, 1969.
“Dig it” (Lennon – McCartney – Harrison – Starr), Apple, 1970.
[75] Cfr Cap 2.2.
[76] F.FABBRI, pag. 119.
[77] La stessa annotazione vale per l’uso del Riff (forma alterata ed abbreviata di refrain, una frase musicale breve e semplice che può essere ripetuta frequentemente), che marca la differenza compositiva fra i Beatles (vedi Day tripper, Drive my car ), dove questo viene adattato al contesto armonico, e ad esempio i Rolling Stones (Satisfaction , Jumpin’ Jack Flash), per i quali significa piuttosto euforica e costante successione di note a sostegno dei versi gridati da Jagger.
[78] BENEDETTA BARZINI, in I love Pop: Europa-Usa anni ’60, mitologie del quotidiano, pag.121.
[79] vedi Cap.1.
[80] Astrid Kirchherr: (fotografa amburghese) vedi anche Cap 4, par. 2.1.
[81] Il termine beetles (scarafaggi), ispirato dal nome del gruppo di Buddy Holly, i “Crickets” (grilli), o dalla gang di motociclisti così chiamata nel film culto del 1957 con Marlon Brando The wild one (Il selvaggio), venne poi modificato in Beatles da Lennon, da sempre affascinato dai doppi significati che si ricavano dai giochi di parole; evoca in questo modo non soltanto i Beatniks anti-establishment degli anni ’50, ma anche il Beat (ritmo), caratteristica primaria che distingueva il Rock ‘n’roll dalla musica popolare convenzionale.
[82] “Being for the benefit of Mr.Kite”, da “Sgt.Pepper’s lonely hearts club band”, Parlophone 1967; per il testo della canzone, vedi cap 2, paragrafo 2; per la parte riguardante la musica, vedi cap 3.
[83] vedi Cap.2, paragrafo 3.
[84] Vedi paragrafo 2.2.
[85] Frase che compare fra le note di copertina dell’album, tratta sempre da “Being for the benefit of Mr.Kite”.
[86] Vedi paragrafo 1.1.
[87] “A hard day’s night”: United artists, 1964; regia di Richard Lester; sceneggiatura di Alun Owen.
[88] Free Cinema (cinema libero): movimento britannico fiorito, in senso stretto, tra il 1956 e il 1959 con la creazione di documentari sociali di L.Anderson, K.Reisz, T.Richardson, e, in senso più largo, prolungatosi nella prima metà degli anni sessanta attorno alla società indipendente “Woodfall” (fondata nel 1958 da T.Richardson e J.Osborne) con la produzione di film sociologicamente ed artisticamente brillanti, su testi forniti dal teatro e dalla letteratura degli “arrabbiati”.
Tra i film, “Sabato sera e Domenica mattina” (1960) di Reisz e il premio Oscarâ “Tom Jones” (1964) di Richardson.
[89] R.NEPOTI, in Paralleli-the Beatles, pag. 128.
[90] Vedi Cap.2, paragrafo 2.
[91] Racconta McCartney nella sua autobiografia curata da Barry Miles: “[gli autori] avevano imparato a capire il nostro senso dell’umorismo; le nostre non erano le conferenze stampa di una band con la puzza sotto il naso, ma qualcosa di più vivo; e in fondo era questo che ci si aspettava da noi, che facessimo tremare le mura del tempio con lo spirito dell’indigeno di Liverpool e una certa brusca ironia. Umorismo del nord!“
McCARTNEY in Many years from now, pag.276.
[92] Come avete trovato l’America?
A sinistra della Groenlandia!
Sei un Mod o un Rocker?
No ,sono una moka!
Come si chiama quel taglio di capelli?
Arturo!
[93] Effetto Chaplin: in cinematografia, è quell’ effetto di movimento accelerato dovuto alla proiezione con una frequenza superiore a quella di ripresa.
Fu impiegato frequentemente agli albori del cinema sonoro da Charlie Chaplin (da cui il nome), che proiettava a 24 fotogrammi al secondo le riprese effettuate a 16 fotogrammi al secondo.
[94] Charles Spencer Chaplin (1889-1977), attore e cineasta inglese, fu tra i creatori della United artists, per cui uscì parte dei film dei Beatles.
[95] “Help!”: United artists, 1965; regia di Richard Lester; sceneggiatura di Mark Behm e Charles Wood.
[96] Una prima bozza di quella sceneggiatura era stata in precedenza sottoposta a Peter Sellers, che l’aveva rifiutata.
[97] Richard Starkey: chiamato Ringo da ring (anello) perché solito indossarne parecchi.
[98] “Magical mystery tour”: Apple films, 1967; il gruppo è accreditato nei ruoli di regista, soggettista e sceneggiatore; Ringo Starr direttore della fotografia.
[99] La prima sequenza a subire la mannaia della Bbc fu il video di “I am the walrus”, per il contenuto e i riferimenti, giudicati volgari, di alcuni versi della canzone (vedi cap. 2).
La seconda riguarda la scena, girata in spiaggia, del bacio fra i due attori Ivor Cutler e Jesse Robbins.
[100] Così McCARTNEY in Many years from now, pag. 176.
[101] In questa scena, il B-52 passa sul Polo per sganciare la bomba atomica, cavalcata da Peter Sellers (Dr.Strangelove), sull’ Unione Sovietica.
[102] Come tante altre scene del film, anche questa venne girata alla West Malling Air Station vicino a Maidstone, nel Kent, un aeroporto costruito durante la seconda guerra mondiale come base per l’aviazione americana; dotato di 32 enormi scudi antischegge di cemento progettati per proteggere i bombardieri a terra da tiri indiretti, essi risultarono molto utili per le surreali immagini di “I am the walrus”.
[103] “Yellow submarine”: United artists, 1968; regia di George Dunning; disegni di Heinz Edelmann; soggetto originale di Lee Minoff.
[104] Op = optical: si riferiva allo stile geometrico, grafico, ottico che si era imposto all’inizio degli anni sessanta in tutti i settori del design, uno stile caleidoscopico che prediligeva il bianco e nero o comunque le marcature nette tra colore e colore, e giocava spregiudicatamente con l’indeterminatezza della percezione visiva.
CARATOZZOLO e COLAIACOMO, La Londra dei Beatles , pag.16.
[105] Heinrich Wölfflin (1864-1945): storico dell’arte svizzero.
[106] B.MILES in Many years from now, pag. 417.
[107] “Let it be”: Apple films, 1970; regia di Michael Lindsay-Hogg.
[108] Ad eccezione di Ringo, che molto spesso ricopre parti insolite invece di suonare la batteria: tiene un ombrello nel video di “Help!” (1965), distrugge un autobus con una sega in “Day tripper” (1965), resta impalato ed ammutolito per tutta la durata del video di “Paperback writer” (1966).
[109] Ripresi in giardino , nella Chiswick House, da Michael Lindsay-Hogg, lo stesso di “Let it be”; il fatto che si trattasse di una situazione piuttosto insolita è testimoniato da un Lennon che fatica visibilmente a trattenersi dal ridere.
[110] “Voluntary suspension of disbelief” (volontaria sospensione dell’incredulità): ovvero lo stato d’animo suggerito dal poeta romantico Samuel Taylor Coleridge per leggere ed apprezzare la sua poesia; un invito ad accettare ciò che viene detto in un testo poetico senza alcun condizionamento razionale.
[111] COLAIACOMO e CARATOZZOLO, La Londra dei Beatles, pag. 99.
[112] N.COHN, Pop from the beginning, 1969.
[113] Parliamo della discografia ( 33 giri ) originale inglese; nel 1964 l’etichetta americana Capitol, che aveva acquisito il controllo sulla distribuzione dei loro prodotti negli Stati Uniti, iniziò una politica discografica all’insegna del massimo risultato, diluendo tutti i brani ufficiali pubblicati in Gran Bretagna in 20 album (invece dei 13 inglesi), in genere più brevi, disordinati e meno organici.
I Beatles mal tolleravano quella politica, lamentandosi a più riprese della mediocrità delle pubblicazioni; e come dar loro torto? Un capolavoro come “Revolver” usciva negli Stati Uniti privo di brani quali “I’m only sleeping” “And your bird can sing” e “Dr.Robert”, e veniva preceduto dall’Lp mai pubblicato in Inghilterra “Yesterday and today”, famoso soltanto per la famigerata copertina, presto ritirata dal mercato, che ritraeva i quattro circondati da tranci di carne e pezzi di bambole: era nient’altro che un miscuglio di canzoni escluse da tre lavori e quindi periodi diversi, “Help”, ”Rubber soul” e appunto “Revolver”.
Soltanto da “Sgt.Pepper lonely hearts club band” in poi le due discografie convergono e proseguono identiche, per grafica e per contenuto.
[114] “Please please me”, Parlophone/EMI, 1963; come era usuale per le copertine dei dischi rock’n’roll, le informazioni scritte su di esse avevano pari, se non maggiore, importanza della foto ritraente il gruppo; in questo caso, uno scatto di Angus McBean dal basso all’interno dell’edificio della EMI a Londra, è accompagnato da alcune note che “raccontavano” e giustificavano all’acquirente il contenuto del 33 giri: “Please please me – with Love me do and other 12 songs”: il titolo dell’album venne scelto in quanto il singolo della stessa canzone era precedentemente arrivato al primo posto nelle classifiche inglesi, mentre “Love me do” era stato il loro primo singolo.
[115] “Let it be”, Apple/EMI, 1970; la prima tiratura limitata era uscita nel formato di un box di cartone contenente, oltre all’album, un libro, “The Beatles get back”, con scatti e pezzi di dialogo inediti, ovvero non presenti nel documentario “Let it be” .
Disegnata da John Kosh, la copertina rappresentava un ritorno alla basilarità che coinvolgeva tanto il contenuto dei testi quanto la struttura musicale delle canzoni: quattro semplici fotografie scattate da Ethan Russell (che aveva immortalato i Rolling Stones nel loro “Rock’n’roll Circus Tv Special di due anni prima) su sfondo nero.
[116] “With the Beatles”, Parlophone/EMI, 1963.
[117] Double-tracking: vedi cap.3, riguardo all’approccio sinfonico nella costruzione delle canzoni.
[118] Un forte debito pagato alla foto di Robert Freeman è sicuramente lo scatto fatto da David Bailey per il primo omonimo disco dei Rolling Stones, ovvero l’uso del primo piano e di una illuminazione in penombra che fa sembrare il gruppo vicino e fuori portata, decadente e vulnerabile allo stesso tempo.
[119] “A hard day’s night”, Parlophone/EMI, 1964; il lato A dell’album costituisce la colonna sonora dell’omonimo film uscito per la United Artists, mentre il lato B consta di sei brani inediti.
[120] “Beatles for sale”, Parlophone/EMI, 1964.
La foto di copertina venne scattata in un autunnale Hyde Park, a Londra, presso l’Albert Memorial.
[121] “Help!”, Parlophone/EMI, 1965; colonna sonora dell’omonimo film.
[122] John Lennon in The Playboy interviews, 1980.
[123] Vedi il testo della title track, cap. 2.
[124] “Rubber soul”, Parlophone/EMI, 1965.
[125] “Revolver”, Parlophone/EMI, 1966.
[126] Klaus Voorman venne premiato con Revolver per la migliore album cover ai Grammy Awards nel 1967; fu inoltre la prima persona all’infuori dei Quattro ad apparire nella copertina di un loro disco: fra la bocca di John e i capelli di George compare una sua piccola foto e, naturalmente, la firma dell’artista.
[127] P.NORMAN, Shout!: the Beatles in their generation, Warner books, New York, 1981.
[128] “Sgt.Pepper’s lonely hearts club band”, Parlophone/EMI, 1967.
[129] Decalcomanie e distintivi in una busta inserita nell’album; secondo McCartney si trattava di un ennesimo tributo ai ricordi d’infanzia (l’abitudine di trovare figurine e adesivi nei giornali di fumetti).
[130] Una vera e propria innovazione fu la pubblicazione dei testi delle canzoni sul retrocopertina invece delle solite note generiche.
[131] “The Beatles”, Apple/EMI, 1968; doppio album comunemente chiamato white album (album bianco) per la copertina totalmente bianca.
[132] “Unfinished music n.1 – two virgins”, Apple/EMI, 1968.
[133] Hamilton era stato fra i fondatori del The independent group, un ristretto gruppo di artisti, architetti e critici che proponevano un’arte aggressivamente urbana e contemporanea, e che avevano allestito la mostra This is Tomorrow alla Whitechapel gallery di Londra nel 1956: per quella occasione Hamilton creò un piccolo collage intitolato Just what it is that makes today’s homes so different, so appealing?, che assunse lo status di una delle immagini più profetiche della prima storia della pop-art.
[134] I numeri progressivi dovevano dare l’impressione che si trattasse di una tiratura limitata.
[135] Il quadro con la mela verde (una Grany Smith), acquistato qualche tempo prima da McCartney.
[136] Il Monterey pop festival si svolse il 16, 17 e 18 giugno 1967, poco dopo l’uscita dell’album.
[137] “Abbey road”, Apple/EMI, 1969; la foto è di Ian MacMillan (da uno schizzo di McCartney).

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