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Cinema

Stefano Pasetto

Tartarughe sul dorso

Evento conclusivo della sedicesima edizione di Trieste film festival, Tartarughe sul dorso è già fin dalle prime inquadrature una dichiarazione d’amore nei confronti di un cinema dove l’incontro di due esistenze parallele e gli sviluppi imprevedibili del destino reggono il filo della trama, peraltro invisibile.

Immagine articolo Fucine Mute

Lo sfondo della vicenda è Trieste, fotografata con una luce particolarmente fredda, quasi “artica”, davanti al quale si muovono un “Lui” (interpretato da Fabrizio Rongione) e una “Lei” (Barbora Bobulova) intorno ai trent’anni. Dalle loro conversazioni nel parlatorio di una prigione si schiudono capitoli di passato che li vedono protagonisti di una relazione a tratti sfiorata, mai vissuta appieno, secondo una scansione drammaturgica che ricorda le scatole cinesi. Dove predominano il gioco degli sguardi e la paura di comunicare, e la tensione spesa nel tentativo di mettere perfettamente a fuoco l’altro sottrae preziose energie.
Girato in sole quattro settimane e mezzo e musicato dalla Banda Osiris, Tartarughe sul dorso è l’esordio al lungometraggio del trentacinquenne Stefano Pasetto, già regista di diversi documentari e cortometraggi nonché di una tesi di laurea su Krzysztof Kieslowski.

Sarah Gherbitz (SG): Com’è nata l’idea di girare il film a Trieste?

Stefano Pasetto (SP): L’idea è nata cinque anni fa, quando pensavo al progetto, partecipavo al Trieste Film Festival con il cortometraggio Sorelle e ho trovato che la città si sposasse perfettamente con il sentimento dei personaggi…

SG: Ma quindi avevi una sceneggiatura pronta già in quel momento?

SP: La sceneggiatura pronta no, in quel periodo stavo lavorando sul soggetto. La primissima idea era legata ad un’ambientazione nordeuropea però poi conoscendo meglio Trieste ho pensato di spostarla qui.

SG: M’interessa il lavoro di scrittura che è alla base del tuo film. Mi sono accorta che la trama è estremamente rarefatta, ad un certo punto inizia a rarefarsi e quasi si dissolve. La successione drammatica degli eventi non c’è, restano solo i due personaggi come due blocchi congelati che si muovono sullo schermo. Ci puoi raccontare qualcosa del processo di scrittura del film?

SP: L’idea della scrittura del film è partita già dall’inizio con l’idea dei vari piani temporali. Avevo in mente di affrontare i personaggi intanto uno per volta, il film infatti parte con una lunghissima sequenza in cui raccontiamo lui, poi lei, il momento in cui si sfiorano, poi un salto temporale di sette anni. Questo perché non volevo ricorrere ad uno schema narrativo che guidasse lo spettatore sul binario degli eventi. M’interessava di più approfondire lo spessore umano dei personaggi, in questo senso mi sono sentito più influenzato dalla letteratura che dal cinema.

Stefano Pasetto con Barbora Bobulova

SG: Come hai effettuato la scelta degli attori?

SP: Fabrizio Rongione l’avevo visto nel film Rosetta dei fratelli Dardenne e nel film di Francesca Comencini Le parole di mio padre. Mi era piaciuto moltissimo, poi ho scoperto che era chiaramente di origini italiane e che parlava anche l’italiano, insomma per me era perfetto. Era perfetto fisicamente, per il suo modo di essere, ma anche per questo suo background che lo vedeva a cavallo di due culture. Per Barbora il percorso è stato più o meno simile, io la conoscevo dai film di Bellocchio e di Muccino, poi lei mi ha convinto che il suo personaggio poteva avere la sua fisicità.

SG: Che cosa significa il titolo Tartarughe sul dorso?

SP: Il titolo è una metafora della condizione dei due personaggi. Tartaruga perché sicuramente metaforizza un indurimento, un ispessimento della difesa che protegge un nucleo più fragile. Sul dorso perché è anche un fatto di prospettive, finché non arriva qualcuno che ti rovescia non sei in grado di essere cosciente realmente della tua condizione di fragilità. In questo senso finché i due protagonisti non se ne rendono conto, non chiudono dei conti con loro stessi non sono in grado di incontrarsi.

SG: Il film verrà distribuito nelle sale cinematografiche?

SP: Sì, uscirà a metà aprile distribuito dall’Istituto Luce nelle maggiori città italiane, tra le quali sarà sicuramente compresa Trieste.

SG: Stai lavorando a qualche nuovo progetto?

SP: Sto terminando la scrittura del secondo film. Sono in fase di revisione ed è anche questa una storia, seppure molto diversa, assolutamente diversa, un’indagine sulle parti nascoste dell’individualità. Soprattutto sarà una storia molto femminile, incentrata in prevalenza sull’universo femminile.

SG: Tra i tuoi colleghi registi italiani c’è qualcuno a cui ti piacerebbe venire paragonato o c’è qualcuno che ti piace in particolare?

SP: Mi sembra che stia nascendo una generazione di giovani registi molto interessanti e molto diversi tra loro e questa è una cosa nuova. Nel cinema italiano per molto tempo c’erano solo il melodramma o la commedia… Nomi? Sono tanti, sia fra gli esordienti e anche fra i meno giovani. Io personalmente non mi sento così legato alle radici del cinema italiano perché la mia formazione è stata diversa,quindi sono stato influenzato sicuramente più dal cinema francese e dell’est europeo. Sono orgoglioso della tradizione italiana ma non posso dire di esserne stato così fortemente influenzato.

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