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Cinema

Ali Mohammad Ghasemi

Tracce sulla terra

L’epigrafe posta all’inizio del lungometraggio che Ali Mohammad Ghasemi ha presentato alla XX Settimana della Critica di Venezia recita “La terra e il cielo sono il taccuino di Dio. Alcuni non lo leggono. Altri non lo intendono. Ma i peggiori sono coloro che lo leggono e lo capiscono male, usandolo come scusa per spargere sangue sul suolo sacro”. L’esordiente regista iraniano racconta la folle sofferenza di un pastore che, dopo aver perso la moglie morta di parto ed aver visto svanire per ben due volte la possibilità di esaudire il suo desiderio di essere padre, interpreta la sua tragedia personale come un segno di Dio. L’uomo si sente investito da una missione divina: preservare la purezza dei bambini del suo villaggio, rovinato dalla corruzione dilagante, uccidendoli.

Immagine articolo Fucine Mute

Michela Cristofoli (MC): Durante questi anni lei ha realizzato diversi cortometraggi molto originali che sembrano essere dei precursori dal punto di vista stilistico e narrativo al suo lungometraggio. Com’è arrivato a Yadasht Bar Zamin (Tracce sulla terra)?

Ali Mohammad Ghasemi (AMG): Uno degli elementi che per me rivestono maggiore importanza per la realizzazione di un lungometraggio è la sceneggiatura. Il mio primo pensiero consiste nell’elaborare quegli elementi della vicenda che la rendano adatta a riprodurre la giusta atmosfera che voglio realizzare. Ciò che ritengo determinante sono proprio gli aspetti cinematografici utili a ricostruire un clima psicologico. Quando mi accingo ad elaborare il soggetto, la prima cosa a cui penso è come sia possibile trasformarlo in un film e come descrivere con un linguaggio cinematografico ciò di cui voglio occuparmi. Questo è il tentativo che ho cercato di perseguire nei miei cortometraggi e anche nell’ultimo progetto ho voluto attenermi al tipo di ambiente che sono riuscito a evocare negli altri lavori. Per questo motivo ho lasciato la capitale Teheran e da quattro anni mi sono trasferito in una location che si trova nel nord dell’Iran. Vivendo lì per tanti anni ho potuto conoscere a fondo il territorio e ho cercato di trasferire la mia dimestichezza con il luogo nell’atmosfera del film.

MC: Vista l’importanza che attribuisce alla sceneggiatura, quando lavora con i suoi attori li lascia anche liberi di improvvisare?

AMG: Ho scritto la parte del personaggio femminile del lungometraggio pensando proprio all’attrice che lo interpreta, che tra l’altro è anche stata presente nei miei precedenti corti. Quando, invece, ho trovato l’attore che recita il ruolo del protagonista maschile, ho rivisto alcune parti del copione adattandole alle sue caratteristiche. Inoltre entrambi sono stati liberi di proporre qualunque suggerimento che poi è stato inserito nella storia.

MC: L’uso del bianco e nero è molto suggestivo. Yadasht Bar Zamin inizia con delle immagini a colori che sottolineano una situazione di normalità, ma le tinte diventano sempre più pallide mano a mano che il protagonista scivola verso la follia. Che tecnica ha scelto per rendere questi effetti?

AMG: In molti dei miei lavori ho dimostrato una particolare attenzione per l’uso del colore. Nel caso di questo lungometraggio ho iniziato ad usare il bianco e nero  a partire dal momento in cui il personaggio prende la decisione di uccidere i bambini proprio per sottolineare come non ci sia possibilità di comprendere una scelta che appartiene solamente a lui. Ho continuato, poi, ad adoperare queste tinte per tutti i momenti che descrivono il suo punto di vista alterato. Ho deciso, inoltre, di fare molte riprese notturne perché si mantenesse una percezione ambigua dell’immagine. Il colore passa in modo graduale ma continuo al grigio e solo quando, durante la scena notturna in cui dal cielo si scagliano i fulmini che incendiano il bosco, ci si accorge in modo netto del cambiamento che c’è stato e si percepisce con più incisività la presenza di questo Dio così spesso invocato. L’importanza delle immagini in bianco e nero è sottolineata anche dal fatto che per molte di esse ho utilizzato direttamente il nagativo.

MC: Ho notato che lei ha spesso posizionato la macchina da presa in alto come se ci fosse davvero un dio che guarda il protagonista. Ha scelto questo particolare angolo di ripresa per far partecipare lo spettatore al suo bisogno di credere nell’esistenza di un mondo ultraterreno?

AMG: Sì, è vero. Soprattutto nella prima parte del film, oltre ad aver girato a colori ho privilegiato degli angoli molto alti anche per sottolineare come nessuno possa sfuggire al destino, al fato che incombe. Successivamente la macchina da presa scende e diventa sempre più vicina al protagonista per mettere in evidenza come lui non guardi più verso il cielo per scoprire dov’è Dio e la sua ricerca abbia cambiato significato.

Immagine articolo Fucine Mute

MC: Nei momenti più frenetici, poi, lei fa uso della soggettiva trasformando l’occhio della la macchina da presa in quello del protagonista. Ha utilizzato delle lenti particolari?

AMG: Ho usato il grandangolo. Non solo perché è il mio obiettivo preferito ma anche perché mi consente di rimanere vicino ai personaggi. Intendevo accompagnare il protagonista, cosa che altre focali non consentono di fare come desidero io. Volevo poi che il pubblico entrasse nella storia, che avesse la sensazione di vedere quasi un documentario. Per questo ho girato con la camera a spalla. Creata questa suggestione, anche le immagini più surreali vengono recepite come realistiche, soprattutto vista la distanza ravvicinata da cui sono inquadrate. Il mio scopo era quello di costruire un lungometraggio che fondesse la presa diretta della realtà con il sogno.

MC: È riuscito a presentare il film al cinema in Iran o ci sono stati problemi con la censura, vista la tematica così cruda?

AMG: Il mio lavoro ha avuto le autorizzazioni per essere presentato ai Festival, qui a Venezia ed in Iran, ma sto ancora aspettando i permessi necessari per la distribuzione nelle sale. Non dovrebbero esserci problemi anche perché credo di aver realizzato un’opera che si batte contro la violenza. Non intendo, comunque, fare nessun taglio, spero di poter far vedere il film nella sua interezza, non solamente in Iran.

MC: Ha già delle idee per realizzare nuovi progetti?

AMG: Vorrei mettere alla prova l’esperienza che ho acquisito durante la lavorazione di Yadasht Bar Zamin per realizzarne la continuazione. La religione sarà importante anche nel prossimo film. Vorrei analizzare le religioni di persone diverse e anche soffermarmi sul differente significato che ciascuno dà al proprio modo di sentirsi credente. Ritengo che ci sia una zona sacra nell’animo di ciascun individuo che abita il nostro pianeta.

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