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Scrittura

Lello Voce

I miracoli a Monfalcone sono realtà

La poesia, il pubblico e Absolute Poetry

Immagine articolo Fucine MuteLuigi Nacci (LN): Lello, è finito OctoberPoetryFestival da due ore nemmeno [l’intervista si è svolta tra l’una e le due di notte del 9 ottobre 2005 a Monfalcone ]: che cosa resta a caldo di questo festival?

Lello Voce (LV): A caldo resta la stanchezza come sempre, il down, resta la certezza di aver messo in moto un meccanismo, aver fatto conoscere, incrociare artisti che venivano da posti diversi del mondo, e credo anche di essere riuscito di portare a Monfalcone un momento differente da quello che normalmente si pensava dovesse essere la poesia. Io ho visto che la gente ha apprezzato. Alla fine si dice sempre che il cosiddetto pubblico ha quello che vuole, in realtà il pubblico ha poco da scegliere, cioè questo o questo, quando gli dai quello… magari non tutti ma buona parte, potendo, scelgono…

LN: Effettivamente, noi ne siamo testimoni, il festival è andato molto bene, è stato molto apprezzato: il pubblico è ritornato, non è diminuito…

LV: È addirittura cresciuto: parliamo di 4-500 persone per sera, in una cittadina piccola come Monfalcone, tutto sommato lontana dai grandi centri del potere culturale italiano, lontana da Milano, Bologna, Roma. Io non so se sarebbe possibile immaginare in questo momento di averne di più a Roma o a Milano. In realtà è un miracolo a Monfalcone!

LN: Come hai fatto la selezione degli artisti per il festival? Io credo che nella direzione artistica di un festival ci sia quasi un progetto di poetica, e io lo vedo qua dentro, anche nelle altre cose che tu fai come organizzatore. Riesci a fare una sintesi di questo progetto… se c’è?

LV: Più che una selezione quando fai un festival fai una costruzione perché hai un’idea di poetica o meglio: hai un’idea di come le poetiche si incontrano sennò fai un festival dove c’è sempre la stessa roba, solo un certo tipo di cose. Io credo che noi in AbsolutePoetry siamo riusciti a dare l’immagine di tanti modi differenti di fare poesia, dall’hip-hop alle esperienze musicali d’avanguardia e di mescolanza con la musica popolare brasiliana e il rock di Antunes, le normali letture poetiche come nel caso di Petrova o di Cappello o di Pagliarani (credo che rimanga questa lettura di Pagliarani che rifà la Ragazza Carla dopo tanto tempo), poi c’era Gross che faceva cose totalmente diverse. Il problema è che tante diversità fanno ricchezza assieme se riescono a dialogare tra di loro, sennò fan solo casino.

Immagine articolo Fucine MuteIo credo che la scommessa vinta da Absolute Poetry è stata la costruzione giusta che ha fatto sì che queste cose diverse insieme facessero questa cosa e unica e nuova che è AbsolutePoetry — che ha tante facce: ha il volto di Cesare Tomasetig, di Pagliarani e Balestrini che leggono con il libro in mano, c’è Palma Kunkel che danza, Arnaldo Antunes che fa il rock, i Last Poets che fanno l’hip hop, Michael Gross che mischia la grande avanguardia musicale con il teatro un po’ satirico, se vuoi ironico. La chiave è che poi quando togli l’ultima impalcatura prima che tutto vada in scena deve tenere, se hai sbagliato casca…

LN: Il festival non è cascato… però alla fine si fanno i bilanci. Il prossimo anno ci sarà un’altra edizione del festival? Ipotizzando che si faccia, tu che cosa terresti di questa struttura, cosa cambieresti?

LV: C’era un famoso episodio di Eduardo De Filippo a cui domandarono un giorno perché c’era un piatto di pasta che stava sul tavolo, fumante, all’inizio di Sabato, domenica, lunedì, lui rispose: chiedetelo al piatto di pasta… si rifarà? Boh, in questo momento non è importante, ovvio che spero di sì… ma adesso è fatto uno. Cosa cambierei? Tutto, ovviamente da cima a fondo, perché le cose non si fanno mai uguali. Cosa non cambierei? Tutto. Manterrei l’idea che ti ho espresso prima, cioè cercare di riuscire a realizzare una costruzione complessa in cui tante cose differenti dialogano, ma vorrei cose completamente differenti. Oggi mi è successa una cosa strana che nelle grandi città non accade: m’ha fermato una decina di persone, mi dava la mano, mi diceva: “che bello, siam contenti, meno male che l’ha fatto”… e una di queste persone, un signore francese mi ha detto “perché non c’era la Francia?”… Bisogna cambiare paesi, no?

Oggi [l’8 ottobre 2005, ultima serata del festival ] abbiamo avuto il Brasile, la cultura anglofona, chi veniva dal nord europa (penso alla Germania). Mi piacerebbe fare un festival spagnolo, francese, lappone, africano, indiano. Ovviamente quando si cambiano le culture, si cambiano i modi di intendere la poesia perché la poesia sono “le poesie”. Questo non significa che poi tutto va bene, no? Questo continua a significare che ci sono dei pessimi poeti: Cucchi, Conte, De Angelis… e poi dei buoni poeti: i Last Poets, o Luigi Nacci… però, pur non perdendo il discrimine che è quello che ti dà la poetica, nella scelta quello che deve esserci è la coscienza… siccome non esiste più una filosofia della storia che ci possa dare certezze, l’avanguardia è l’avanguardia di Marco Polo, non quella di Lenin che conquista il palazzo d’inverno. L’avanguardia è il fatto che tutti insieme stiamo cercando di arrivare in Cathai… vediamo chi c’arriva prima. Possiamo essere certi di una serie di cose: Conte non c’arriva, sta andando proprio da un’altra parte; De Angelis è fermo più o meno a Milano, Cucchi è un periodo che casca per le scale e non si ferma più, ma non è la strada giusta per arrivare al Cathai…

LN: Le foto sono per me indizio di trasformazione di un poeta, più delle persone “normali”. Guardavo Lello Voce nel 1989, all’epoca di “Baldus”, pensavo al Gruppo 93, a tutto quello che stava nascendo, e mi domandavo: le trasformazioni che ci sono state nell’apparenza si vedono, ma non mi interessano. Rispetto a quel Lello Voce lì, che cosa è rimasto, che cosa non c’è più?

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LV: Secondo me faccio troppe cose e devo smettere. Prima ne facevo meno e rischiavo di farle meglio. Perché poi una serie di cose sottraggono tempo a ciò che c’è prima, che è la lettura degli altri, la riflessione. È buffo, ma io ho organizzato un festival a Monfalcone e non ho ancora avuto il tempo di leggere il libro di Christian Sinicco, che è uno scandalo, no? Questo mi manca, quel tempo che avevo… quando hai il tempo di pensare una teoria. Poi a un certo punto ti tocca costruire la casa, quindi ti devi sporcare di più le mani e questo mi costa. Io dico sempre: “guardate, io di mestiere non faccio né l’organizzatore di festival, né l’EmCee, io faccio il poeta di mestiere”.

Ho cominciato a capire di essere un poeta in qualche misura “legittimato” quando mi invitarono ad un grande festival, che si chiamava MilanoPoesia, era il 1989, era l’anno in cui MilanoPoesia presentava Fluxus, c’era Yoko Ono… e poi c’eravamo noi, i pischelli del Gruppo 93. Di quella volta mi ricordo una persona, Gianni Sassi, quello che aveva inventato “Alfabeta”, “La Gola”, “MilanoPoesia”. In Italia si parla sempre di Castelporziano, ma ci sono molti altri festival. Nessuno parla mai di MilanoPoesia che per un decennio quasi ha portato in Italia il meglio che c’era. Arrivato a 47 anni, riuscire a fare un festival come questo dopo l’anno scorso quello di Roma all’Auditorium, anche in quel caso con centinaia di persone — sottolineo — paganti, con grandi artisti, con un catalogo come per esempio quello prodotto quest’anno, be’… un po’ orgoglioso mi sento, a 47 anni, da questo punto di vista. Di fatto però questo poi significa che devi mettere da parte altre cose. È buffo perché poi questo non cambia la mia situazione, nel senso che io continuo come tutti noi a soffrire della mancanza di spazio: non posso certo invitarmi ai miei festival…anche se è uso in Italia… e allora rimane il problema: chi invita me, adesso?

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Mi piacerebbe che a partire da una situazione del genere, un territorio come questo riuscisse davvero a mettere in moto le sue sinergie, che sono una cosa diversa dal: “facciamo poesia da trent’anni in questa zona, quindi siamo noi la famiglia”… dinamiche che scattano in territori tanto metropolitani quanto non metropolitani. Invece mi piacerebbe che nascesse un meccanismo di produzione e autoproduzione. La poesia di Pagliarani diceva: “è saltare è saltare è saltare / se no sulla coda ci mettono il sale” [Dittico della merce, II ]. Saltare significa che intorno ad un evento come AbsolutePoetry si riesce davvero a creare una rete di produzione culturale perché un Festival serve per produrre la cultura non solo per mostrarla, sennò è uguale alla televisione: per cui metter su un meccasimo insieme per il quale attorno al festival in questo territorio nascono cose nuove, possibilità nuove per le persone che vivono qua.

LN: Mentre parlavi delle esperienze di quegli anni, forse sarà la stanchezza, ma vedevo una sorta di nostalgia, forse anche nostalgia di rapporti umani, di persone. Forse era anche, quello, l’ultimo tempo della possibilità dei gruppi, del gruppo, almeno così mi pare… oggi di gruppi in giro se ne vedono pochi. L’atmosfera che si sente in questo Festival, e non lo dico per piaggeria, è molto positiva, c’è una sorta di familiarità, di non snobbismo, non è aria di famiglia in senso mafioso-lobbistico ma… una voglia di gruppo, non so come dire…

Immagine articolo Fucine MuteLV: Abbiamo una parola per chiamarla, sai, i festival internazionali non sono migliaia, saranno una ventina in tutto il mondo e inevitabilmente inizi ad incrociarti se hai la fortuna di essere apprezzato e ti ritrovi: ho visto i Last Poets l’anno scorso, ho visto Arnaldo Altunes a San Paolo, l’ho ritrovato a Parigi e a Roma… noi la chiamiamo “famiglia allargata”: questo è ancora possibile. Era una situazione di “famiglia allargata” anche a livello di Gruppo 93. Già quando noi avevamo trent’anni il gruppo ideologico-compatto non c’era più. E meno male! Noi abbiamo cominciato da subito con “Baldus” dicendo che “Baldus” era uno e trino.
Baldus viene nel Postmoderno ed è la prima esperienza compiutamente postmoderna che c’è stata — io credo — nella letteratura italiana, con coscienza e rivendicazione di ciò, e fa i conti con quello che dicevamo prima: la mancanza di una filosofia della storia, la mancanza di una progettualità (intesa nel senso antico-moderno) e quindi si esperiscono anche all’interno di “Baldus” dei rapporti che sono molto indipendenti e però insieme legami molto forti. Quello che io temo si stia perdendo ultimamente (ma non dappertutto) è il gusto di mettere in discussione queste diversità.

Non c’è molta ragione per uscire con qualcuno che pensa che io sia un grande poeta… a me di Cepollaro interessava che non era mai d’accordo con me, idem con Baino: eravamo in disaccordo su diverse faccende, assolutamente d’accordo su altre, come ad esempio la ricostruzione di un meccanismo di comunicazione per la poesia. Attenzione però quando la nostra reciproca tolleranza diventa indulgenza: con gli amici non bisogna mai essere indulgenti. Quando non scatta il meccanismo dell’indulgenza scatta anche quello che tu prima definivi un gruppo e io definisco una “famiglia allargata”, una rete, un tessuto di individui che riescono a collaborare attorno a determinati progetti.

LN: “Il Postmoderno è nostro! Giù le mani dal Postmoderno!” hai detto. Faccio difficoltà ancora adesso a definirlo, il Postmoderno.. vorrei definire il Postmoderno attraverso la tua opera, anzi: vorrei che fossi tu a farlo…

LV: Il Postmoderno stava là, sono nato che c’era già la TV, il Moderno non mi riguardava più. Per noi è stato evidente da subito che vivevamo in condizioni nelle quali determinate situazioni erano cambiate e la tradizione non aveva più alcun valore normativo per noi. Non avevamo alcun confine da superare per sentire il brivido… eravamo costretti ad essere romanici: avevamo delle rovine e come gli architetti romanici abbiamo tentato di prendere queste rovine, usando magari un capitello come zeppa per tirare su qualcosa… abbiamo provato a ricominciare a comunicare: abbiamo chiamato questa cosa Postmodernismo Critico perché il mix, il dialogo tra i diversi elementi può essere di tipo divero, può esserci o non esserci attrito, può diventare marmellata il Postmoderno, può diventare attrito, può diventare capacità di slogare il senso e le citazioni che utilizzi. Di fatto io trovo un po’ triste che ancora oggi debba leggere nelle introduzioni, per altro nella migliore antologia che sia stata prodotta [Parola plurale, Luca Sossella Editore, 2005: interamente scaricabile al link: parolaplurale.it], nella quale per analizzare il lavoro mio e dei miei colleghi utilizzano i giudizi che ne dava Sanguineti, poeta che peraltro stimo e della cui stima mi onoro.

Immagine articolo Fucine MuteIl Gruppo 93 ha parlato con Sanguineti e con Fortini, con Cesarani e con Leonetti, facendo chiaro il fatto che, quello che secondo noi era accaduto di importante nel Moderno era il Gruppo 63 e personalmente io continuo ancora a crederlo. Detto questo, il Gruppo 93 si è formato nel 1989, l’anno in cui crolla il muro di Berlino, non so che farci: loro sono rimasti là, noi eravamo già di qua. Poi è evidente, come ho letto in uno dei passaggi più belli di quest’antologia, che c’è una sincronia, è evidente che — si parva licet — io sia un contemporaneo di Pagliarani e di Sanguineti. È Blok che ci dice che la storia è fatta a gradini, però poi obiettivamente si va a verificare la capacità del singolo soggetto di mutare linguaggi ed esistono dei limiti, che sono limiti storici, sono limiti — non paia offensivo — antropologici: cambiano le maniere di percezione della realtà, la mia percezione del movimento dei pollici è enormemente più arretrata di quella di mio figlio… cose che separano le generazioni. Non credo di far parte dell’ultima generazione dei poeti d’avanguardia, sono convinto di far parte della prima generazione di poeti italiani postmoderni, cioè che hanno iniziato a operare in una situazione profondamente mutata, che non è più quella moderna, checché ne pensino critici che pure stimo moltissimo, per esempio Luperini, o Sanguineti. Io credo con Cesarani che ci sia stata un svolta netta nella percezione, nelle condizioni sociali, politiche, antropologiche della società nella quale viviamo a partire dagli anni ’80 in avanti.

LN: Tu prima hai fatto dei nomi e poi ne hai fatti degli altri: Cucchi, De Angelis, Conte e poi Sanguineti, Balestrini, Pagliarani. Secondo te… tra questi due fronti, c’è un muro? Tra coloro che non si sono, diciamo così, aperti a 360 gradi alla contemporaneità… c’è qualcuno che stimi, che apprezzi? È possibile un dialogo, un ponte tra queste due parti?

LV: Io apprezzo molto ad esempio il lavoro di poeti come Magrelli. Apprezzo anche il lavoro sulla parola che fa De Angelis, ma… mentre nel caso di Magrelli, il lavoro sulla corporeità riesce ad avere un canale di comunicazione tra noi, nel caso di altri no… non è così necessario stabilire comunque un rapporto con altri, come non è necessario definire nemici… anche se poi obiettivamente loro come tali ci trattano, perché il risultato di tutta questa storia è che c’è l’esclusione totale di una generazione e mezza di autori italiani, se ci metti dentro anche Spatola, Vicinelli, Costa e altri personaggi del genere che in altre parti del mondo avrebbero avuto ben altri risultati.

Immagine articolo Fucine Mute

E si vede che questi signori si lamentano tanto della nostra intolleranza… però poi gli intolleranti sono loro, perché le leve del potere ce l’hanno loro. Io rimango stupefatto quando si grida al miracolo stilistico di fronte a neo elegie petrarchesche o a riscritture del sonetto… che vuoi che ti dica: uno è padrone di continuare a andare in giro in Balilla ma le strade attuali non sembran fatte per andare in giro in Balilla… poi, per carità… quando vedi una Balilla pensi: “oh guarda che bella, mi ricorda i tempi andati”… ecco, provate a immaginare Conte come a una vecchia Balilla, De Angelis come una piccola Cinquecento che va nella periferia di Milano all’inizio degli anni ’60, Cucchi non lo immaginate proprio, tanto…

LN: Lello, l’ultima domanda: cosa stai scrivendo?

LV: Niente! Ultimamente ho scritto tanto di Haroldo [Haroldo De Campos, L’educazione dei cinque sensi, Metauro, 2005, a cura di Lello Voce, con note di Umberto Eco e Augusto De Campos], era un “debito” che dovevo pagare, è stata un’introduzione difficilissima, 30 cartelle che son costate una contestualizzazione storica per una letteratura (brasiliana) che non conoscevo abbastanza bene. E adesso… il prossimo disco. Ho voglia di sperimentare. Ho sempre lavorato su tempi molto lunghi con un andamento di tipo mantrico, mi piacerebbe riuscire a lavorare su dimensioni molto più brevi, quindi comprimere la sintassi, e vedere se poi il succo che esce da questa operazione di compressione sia potabile come quello che tutto sommato credo sia venuto fuori dai lunghi mantra tipo Fastblood.

Immagine articolo Fucine MuteMa non è che voglio scrivere questo libro perché poi chissà che… se io non scrivo un libro non se ne accorge nessuno, però se io non scrivo il libro, non vedo Michael [Gross], non vedo Frank [Nemola], non posso mandare a cagare Berlusconi, non posso lamentarmi del fatto che quest’Italia è diventata una specie di pattumiera dell’imbecillità universale, magari capita che non viene più nemmeno Paolo Fresu, io divento tristissimo e quando mi intristisco faccio pessimi festival. Per cui fino all’anno prossimo non ne faccio più e faccio il disco.

Nessuna nuova tecnologia impedirà mai al libro di poesia di continuare ad esistere, così come l’esistenza del libro non potrà certo impedire alla poesia di vivere anche grazie ad altri media, con altre ‘forme’, in altri spazi, perché i media non si escludono mai l’uno con l’altro, anzi tendono a sommarsi l’uno all’altro.
La poesia, nell’incontrare le nuove tecnologie, si muove ‘strabica’ e, se da una parte guarda a un futuro fatto di multimedialità, dall’altro, paradossalmente, riscopre le sue radici vocali, il suo essere parte di una comunità, col risultato di provocare uno strano mix di arcaico e ultratecnologico, di sciamanico e insieme di cibernetico.
In ogni caso, la poesia oggi si fa spettacolo, nel più nobile dei sensi. In quello, potentissimo, dell’identità selvaggia, che mescola antichi aedi e avanguardia musicale, e in quello digitale, di una poesia fatta di clip video, che parla insieme all’occhio e all’orecchio attraverso segni registrati che condividono con la scrittura la reversibilità e la permanenza, o con la parola detta ad alta voce, con la sua sonorità, e con le performance sperimentali in cui musica, versi, danza, immagine si fondono nell’irripetibilità di una poesia che vive, in quel momento, sul palco e nel corpo del poeta.
Come la parola stessa, insomma, tutti gli eventi di questo festival, insieme, permangono e fuggono in avanti, affondano le radici e sognano l’utopia di sempre nuove forme artistiche e – perché no? – sociali, poiché, oggi più che mai, la prassi inizia e si fonda nell’immaginario. I poeti e gli artisti invitati quest’anno a Monfalcone sanno bene che la comunicazione e il linguaggio sono le basi della società e che la loro materializzazione, il loro insediarsi materiale in un corpo, o in una stringa digitale, ma comunque in uno spazio e in un tempo presenti e comuni, ha grande valore, se non altro come testimonianza dell’esistenza, magari residuale, di una comunità interpretante, attenta, sospettosa, attiva.
Ed è proprio alla comunità, ed agli immaginari che in essa incessantemente si generano, che questo nostro festival vuole parlare, con le voci, le parole, le immagini, che giungono da tante parti del mondo. L’una diversa dall’altra. All’incrocio dei linguaggi e dei sogni in cui i media si fondono, inventando nuove lingue e nuovi orizzonti. E questo, tutto questo, sarà assolutamente poesia: Absolute Poetry.


Lello Voce (Introduzione al catalogo Absolute Poetry, edizione 2005)

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