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Scrittura

Loro tornano la sera

Appunti sulla giovane poesia slovena

Immagine articolo Fucine MuteRiprendo in mano, dopo qualche tempo, l’antologia che la collana letteraria degli studenti universitari di Lubiana “Beletrina” ha dedicato lo scorso anno alle giovani generazioni di poeti e poetesse sloveni.
Il titolo “Mi se vrnemo zvečer” (“Noi torniamo la sera”) riprende il verso conclusivo di una poesia di Jure Jakob, tra i più giovani autori presenti nella raccolta (classe 1977). Il sottotitolo “Antologia della giovane poesia slovena 1990-2003” mette in luce come non si sia voluto connaturare questi poeti come “nuovi”: lo sarebbero se i loro testi poetici fossero la riconosciuta, e soprattutto poeticamente omogenea, alternativa alla “vecchia” poesia. “Già gli scrittori degli anni Ottanta — spiega nella postfazione al libro Matevž Kos — sono stati in qualche modo una generazione perduta, intermedia: da una parte ha avuto a che fare con la grande tradizione del dopoguerra, soprattutto con i modernisti, e qua e là anche con i più giovani bontemponi ludistici, dall’altra parte con la sfida della propria diversità.”
La giovane poesia slovena non è quindi del tutto innovativa. Niente di male, ovviamente, anzi. Se i punti di riferimento sono i poeti che hanno marcato la letteratura slovena degli ultimi decenni, da Gregor Strniša a Dane Zajc, da Tomaž Šalamun a Jure Detela, si possono capire anche i tratti essenziali della poesia dei trentenni.
La stessa critica slovena tende a considerare quest’ultima fase come quella dell’affermazione del postmodernismo che aveva preso corpo negli anni Settanta. Si trattò di un periodo non facile da descrivere dal punto di vista degli ideali poetici e dello stile. Risentiva, quel momento, degli influssi dell’avanguardistico gioco con il linguaggio e con i significati ed i materiali, ma anche del mettersi in luce di un ritorno della poesia nell’ambito del sentimento e della sensibilità, il che apriva al linguaggio nuove possibilità espressive. Come terza variante si faceva già strada il dibattito sul postmodernismo.

In un litro di acqua fredda
scuoti l’essenza
quindi mescola finché non bolle
si cucina ancora per 10 minuti

è la “Poesia con soggetto” di Ivan Volarič Feo (1948), mentre Iztok Osojnik (1951) scriveva:

Sul parnaso stavo con le adidas
e solo i calzoni corti
alle otto di sera stavo sulla cima nuda
e tra le rocce guardavo attorno a bocca aperta.

Dalla seconda metà degli anni Settanta si avverte un ritorno alla poesia con strofe, ritmo, metrica e rima, una risposta alla poesia in verso libero. Con le forme poetiche classiche ritornano anche i temi ed i motivi classici, anche se spesso inseriti in una esposizione postmoderna e perciò non poche volte impoveriti o semplificati nel loro significato. Leggiamo un breve passaggio da una lirica di Boris A. Novak (1953):

L’angoscia si schiude come una cortina.
Il fanciullo è corona. T’incorono, vita.
Il momento. Pauroso è l’oro del corpo.

E, per un confronto e un successivo passo avanti, quello in cui il poeta scopre nuovamente nel linguaggio la sostanza trascendentale da trattare con rispetto, con prudenza e con una sensibilità particolare, soffermiamoci su Alojz Ihan (1961):

È tempo
che ci diciamo
se davvero abbiamo qualcosa da dirci
e che ci diamo
se davvero abbiamo qualcosa da dare.
È tempo
e tra poco ne rimarremo
anche senza.

A unire simbolicamente questa poesia a quella delle più giovani generazioni, ecco Aleš Debeljak, voce intellettuale affermata anche a di fuori dei confini sloveni ed europei:

Le cose non possono rimanere così per sempre, senza parole, senza forma, come un acquerello spalmato.

Immagine articolo Fucine MuteSiamo ai giorni nostri. La poetica slovena degli anni Novanta mantiene le caratteristiche del precedente decennio con alcune differenze, conseguenza del fatto che la discussione sul postmodernismo non è più considerata moderna, vale a dire che è diventata limitativa, terreno più per i seminari universitari che per le nuove sfide lanciate dai giovani letterati. Specifica ancora Kos nel testo che accompagna l’antologia: “La storia della giovane poesia slovena non è la storia del postmodernismo, può invece essere la storia di come conservare la ‘sostanza poetica’ dopo che è stata minacciata da più  parti e sui diversi piani della sua poeticità. Della lotta per il proprio modo di far poesia, per l’autenticità del proprio ‘cosa’ e ‘come’ nell’era della proverbiale non autenticità, testimonia, a suo modo, ognuna delle voci poetiche presenti nell’antologia.”
Ecco alcune di queste voci.
Il capofila è Uroš Zupan (1963), con il quale nella poesia slovena, alla fine del Duemila, sono stati introdotti nuovi criteri estetici: poemi lunghi, con versi anch’essi lunghi, quasi in forma di racconto. Soprattutto per gli esordi, i punti di riferimento sono essenzialmente i poeti americani del dopoguerra, da William Carlos Williams ai grandi nomi della beat generation. Uno dei primi esempi è in “Salmo — magnolie nella neve d’aprile”:

I versi son per me, lunghi e selvaggi versi,
galoppanti come cavalli nell’anelito del viandante,
come acqua fredda, cristallina, in cui entro nudo,
versi regalati dall’aria,
versi che conficco nella carta per sempre.

Sempre più spesso Zupan riflette sulla sua condizione di poeta e, in generale, sull’essere poeta di questi tempi. Lo fa, in “Consigli per una carriera letteraria di successo”, con una buona dose di amara ironia, quando scrive:

Lascia agli altri, che portino sulle spalle Parnaso, Panteon,
l’Accademia, i dottorati onorari l’immortalità. Che viaggino
nelle limousine con i vetri oscuri. Che i groupies straccino loro
i vestiti. Lascia il political correct. L’ordine del mondo e dello stato.
Quello che devi fare è sederti di fronte al lago, guardare le anitre, bere acqua,
leggere Uvod h Krtsu pri Savici & Duma e farti un krapfen.
Niente. Niente. Niente.

Straordinaria personalità dal punto di vista intellettuale, capace ad esempio di discettare della poesia e della letteratura italiana del Quattrocento ai più  (anche italiani) misconosciuta, Miklavž Komelj (1973) trasporta nei suoi versi le sue conoscenze classiche, non a caso usando spesso la forma del sonetto, mai del tutto abbandonata nella poesia slovena. In “Canto pisano per lo straniero M.K.”, invece, il riferimento va ad Ezra Pound.

Le voci sussurrano: — Lo salvarono le formiche.
–       No, fu la pioggia.
–       La fronte senza rughe. Troppo liscia.
–       Come non avesse vissuto la propria esistenza.
–       Qualsiasi cosa abbia fatto, che pianga.
–       Non può. Che la pioggia cada su di lui.

In bilico tra il formalismo della poetica postmoderna e la tessitura delle “piccole storie”, con le quali connota il suo viaggio attraverso un mondo che non si può cambiare, si trova Aleš Šteger (1973; filmato a cura di Gianmario Lucini su Poiein). Per lui la poesia è un mistero avvolto nei sogni e nelle immagini riflesse di realtà fuggenti, mai rinnovabili (qui il rimando è alla tradizione in lingua tedesca, anche quella recente, pensiamo a Celan), è il labirinto e ciò che si perde in esso. Leggiamo “Ritorno a casa”:

Sulla scalinata a chiocciola
Attorno ai vasi di rose appassite
Fiorisce la ruggine.

Le valigie, piene di vestiti sporchi
E di vecchie domande, mi fanno barcollare.
Come se da soglia a soglia traslocassi l’inquietudine.

Gli ultimi quattrocento chilometri sono stati senza parole.
Nessuno di noi due sa, se sarà possibile tacere
Anche il silenzio dell’arrivo.

Lo sguardo allo specchio del bagno,
Di fronte al quale sono fuggito così lontano
Nemmeno per un attimo mi si è perso davanti agli occhi.

Gli elementi della  poesia di Barbara Korun (1963) sono il fascino della leggerezza, un certo disincanto, una delicatezza che spesso nasconde problematiche non facili da affrontare.

Ho due animali.
Uno rosso e uno azzurro.
Quando quello azzurro beve, quello rosso
corre.
E viceversa.
Non riesco mai a prenderli,
tesa tra il riposare e il dover correre.

Chi conosce bene la realtà letteraria slovena, e ciò che circola attorno ad essa, leggendo l’antologia non si sorprenderà notando come di due tra i poeti più notevoli di questa generazione, Peter Semolič e Taja Kramberger, compaiono solo i nomi, i titoli di alcune poesie e la scritta “L’autore non ha voluto pubblicare le sue poesie in questo libro”. I fatti e i fattacci a cui qualcuno, in Italia, è anche abituato, accadono pure in Slovenia. In questo caso si tratta di una diatriba, a cui hanno dedicato spazio nel recente passato anche alcune riviste letterarie (su una di esse è stato dedicato un intero dossier ad una polemica che tende a mettere in discussione l’attuale dirigenza dell’Associazione degli scrittori sloveni), al cui centro si trova la casa editrice che ha pubblicato il libro. Credo sia utile soprassedere e dedicare invece lo spazio finale a questi due autori.

Peter Semolič

Di Semolič (1967) va senz’altro apprezzata la discrezionalità e l’indipendenza rispetto agli stereotipi, l’idea che alla fine i diversi movimenti poetici e le generazioni siano spesso militanti. Il suo tratto poetico è naturale e semplice, capace però di celare sottigliezze e angustie. Come in “Scritto nel diario”:

Caro diario, oggi è stata una bella giornata.
Il sole era giallo e l’erba verde.
Per le vie passavano in auto i presidenti di lontani paesi, luci palpitanti.
Dopo pranzo ho fatto l’amore con la mia ragazza. Odorava di pesca.
Non è, già di per sé, un miracolo? Le sue labbra avevano il colore delle ciliegie mature!
La giovane luna mi ha portato un vecchio amico,
il risveglio indolore dei ricordi e un bicchiere di cabernet.
Attorno alle undici di sera è mancata la luce
e il cielo s’è inargentato di stelle.
Caro diario, oggi è stata una bella giornata.
Neanche per un attimo ho desiderato essere qualcun altro.
Neanche per un attimo ho desiderato alcunché.

Per concludere, direi in bellezza, alcune parole sulla poesia di Taja Kramberger (1970), che ha da poco pubblicato, in parte autofinanziandosi, una raccolta quadrilingue (in sloveno, francese, inglese e italiano) dal titolo “Mobilitacije”. Proprio “Mobilitazioni”, la poesia che dà il titolo al libro, straordinario omaggio alla figura del padre, dimostra come per l’autrice la poesia sia un rifugio grazie al quale può svincolarsi dalla quotidianità, spesso pesante. E un’altra necessità, quella di non rifugiarsi dietro false maschere, assume contorni definiti in “Poesia per coloro che se la meritano”, critica non verso chi non comprende ma verso chi pratica la chiusura e la prepotenza elitaria. La risposta della Kramberger non è rassegnazione ma amore verso l’unica possibile salvezza, la poesia appunto.

Occorre andare con la testa attraverso il muro e
nello stesso tempo non sapere quando il muro apparirà
e se la testa è abbastanza resistente.
Non attraverso il polistirolo con la fiaccola in mano,
non attraverso le porte socchiuse che qualcuno
ha serrato e ora protegge, non con
un alleato o in coppia, non
attraverso il coefficiente dell’acqua
o del miele, non
scalzo sul muschio rorido o sulla brace
con lo sguardo fisso alle stelle, no.
Non è sufficiente.

Tutto questo arriva dopo.
Occorre andare con la propria testa attraverso il muro temporale delle parole
dal cemento più resistente e dall’altra parte fuori –
poiché solo nel caso che qualcosa rimanga
solo se qualcosa rimane –
questa poesia è anche per te.

L’articolo di Michele Obit è tratto da PaginaZero, diretta da Mauro Daltin e Paolo Fichera. La rivista, quadrimestrale di letterature, arti e culture. PaginaZero – Letterature di frontiera, tratta tematiche riguardanti le culture dell’esilio, della migrazione, dei luoghi/non luoghi, della zona balcanica e dell’Est Europa. Si ringrazia la redazione tutta per la gentile concessione.

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