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Scrittura

Flavio Ermini

Le nostre parole nel mondo, come un polline

Flavio ErminiLuigi Nacci (LN): Hai di recente pubblicato i saggi Il moto apparente del sole (Moretti&Vitali), e Antiterra (Joker Edizioni), ma la tua carriera letteraria è costellata soprattutto di opere poetiche, ben 10 a partire dal 1980. Che rapporto c’è tra la tua vocazione poetica e quella saggistica? Quale delle due istanze è preponderante nella tua ricerca?

Flavio Ermini (FE): Non faccio una grande distinzione tra i generi letterari. E in tutta sincerità devo dire che provo fastidio per chi eleva steccati tra le parole per destinarle un po’ di qua e un po’ di là nelle categorie che la storia letteraria ha nei secoli istituito. Le opere che ho sin qui scritto tengono conto nella loro struttura di tutti i generi. C’è un senso che va cercato. Potrebbe essere collocato tra Scilla e Cariddi, al passaggio di Ulisse. Mi piace pensare a una parola originaria, che nascendo nomina e nominando non è subito fagocitata dalla cosa che le si pone di fronte. Mi piace pensare a una parola che nomina e nominando indica il percorso percettivo che la conduce verso la cosa. Una parola così è in grado di farsi poesia e saggistica insieme. Nei due libri del 2006 c’è questa esperienza, ed è compiuta con grande consapevolezza. Specialmente ne Il moto apparente del sole. Dove la poesia diventa narrazione, e la narrazione si fa saggistica affidandosi a una parola che torna pian piano a costituirsi come poesia.

LN: Hai fondato nel 1976 Anterem, una delle riviste letterarie più apprezzate in Italia, e tuttora la dirigi. Sono passati trent’anni, come si è trasformata la rivista, come tu ti senti trasformato da essa? E ancora: in quali direzioni andrà Anterem nei prossimi anni?

FE: Dici bene. Con Anterem vivo in simbiosi. In un rapporto tuttavia non esclusivo. Condivido il lavoro di elaborazione teorica e di scelta dei testi con alcune personalità della poesia che mi affiancano nel dare vita a ogni singolo numero. Anterem è frutto di un lavoro collettivo, dunque. Non considero la rivista un “mio” prodotto. Contributi per disegnare l’itinerario da seguire mi arrivano dalla redazione e in modo particolare da Davide Campi, Ranieri Teti e Sirio Tommasoli , dai collaboratori fissi e occasionali, dai traduttori… Va da sé che è stato Silvano Martini (1923-1992) il compagno di strada che ha dato il maggior contributo per l’avvio della rivista. Martini con me ha fondato la rivista nel 1976 e con me l’ha guidata attraverso gli anni Settanta e Ottanta, cercando il giusto equilibrio tra innovazione e tradizione. Decisivo è stato negli anni Novanta il contributo di Ida Travi nel dare sempre più rilievo sulle pagine della rivista alla riflessione filosofica. Ho dato tanto, in termini di impegno intellettuale, a questa rivista. Ne è testimonianza il libro che tu prima citavi: Antiterra, che raccoglie i miei editoriali dal 1995 a oggi. Ma tanto da Anterem ho anche ricavato. Soprattutto per il dialogo che mi ha consentito di instaurare con tanti poeti, artisti, storici della letteratura e filosofi; dialogo che mi ha guidato in un cammino di conoscenza di grande ricchezza.

AntaremLN: Hai detto in un’intervista che bisogna pensare alla letteratura in un modo meno volgare di come la concepiscono quelli che destinano le parole alla comunicazione, non isolandosi, né cedendo alla spettacolarità: qual è dunque questo modo meno volgare?

FE: La letteratura va pensata e vissuta. Va trovato quel punto in cui letteratura e vita coincidono. Lì si crea quell’esperienza che si chiama scrittura. Una cosa assolutamente intima, incondivisibile, incomunicabile. Una scrittura che non può essere ceduta all’editoria “urlata” a cui ci ha abituato il nostro tempo, ma nemmeno può diventare un elemento “esclusivo” per pochi eletti. Non ho mai lesinato sforzi per divulgare questo modo di intendere la poesia sia attraverso la rivista, sia attraverso le varie iniziative che con gli anni sono cresciute intorno a essa: le quattro collezioni di poesia, prosa e saggistica, il Premio Lorenzo Montano, la Biennale Anterem di Poesia, il Centro Studi Lorenzo Montano. Non mi sono mai discostato tuttavia dal mio modo di intendere la parola poetica: una parola che sappia generare a ogni lettura un nuovo senso, un senso più profondo, sempre più radicato nella nostra esistenza; una parola in cui torni a vivere quel rapporto originario con la natura, di cui ci hanno parlato Hölderlin, Celan, Benn… A questo proposito aggiungo che non è sbagliata l’idea di Novalis quando indica che le nostre parole si dovrebbero muovere nel mondo come un polline.

LN: Sei stato curatore di diverse antologie poetiche, sia da solo che a più mani. Negli ultimi anni lo strumento antologia sta diventando sempre più diffuso: secondo te perché? E cosa significa per te antologizzare: canonizzare, riscoprire, contrapporre?

FE: “Canonizzare, riscoprire, contrapporre…” sono esattamente gli elementi che stanno alla base di quasi tutte le antologie poetiche uscite negli ultimi anni. Le antologie che io ho curato (e in particolare Ante Rem, con la prefazione di Maria Corti, e Poesia europea contemporanea, con i contributi teorici di Clemens Carl Haerle e Agostino Contò) non tengono in considerazione questa logica. Ne sono lontanissime. Perseguono un’idea di poesia che tiene conto delle nostre origini, di quello che autenticamente è l’essere umano. Dando vita a queste antologie — vere e proprie opere corali, per l’unitarietà che le caratterizza — ho sempre messo al centro del progetto (e dunque quale discriminante) la ricerca di una parola poetica che infranga la differenza tra i codici, che torni a sospendere la frontalità tra poesia e pensiero, che provochi a pensare altrimenti, aprendo un varco verso ciò che resta di impensato. Questioni esterne al farsi della poesia non mi interessano nella scelta dei testi.

LN: Parliamo della collana Opera Prima che dirigi con la supervisione di personaggi del calibro di Zanzotto, Bonnefoy, Galimberti. A parte ciò, anche il fatto di essere giurato nel Premio “Montano” ti permette di seguire le prove dei più giovani, ti chiedo: secondo te è possibile riunire in linee, (simil)tendenze o gruppi le prove in versi dei giovani poeti di oggi?

FE: Proprio come le categorie istituite per dividere i generi letterari, anche quelle erette per definire le linee poetiche mi pare che servano solo per giustificare l’esistenza di critici che altro non saprebbero dire della poesia. In “Opera prima” accolgo testi in cui non si dà per scontato o prevedibile nessun percorso stilistico. Questa collana si propone di mettere in scena eventi di scrittura che spingono di portarsi più in là degli esiti espressivi, verso il pensiero: quella particolare forma di pensiero che nasce dalla poesia. Come vedi anche qui torna l’esigenza di non far entrare nell’analisi dei testi — e nel piacere della lettura — questioni che hanno a che fare più con la sociologia o la semplificazione scolastica che con la poesia.

LN: Sempre per restare aderente alle tue numerose attività: hai fondato la rivista Convergenze, dal nome dell’omonima associazione che promuove il dibattito psicanalitico contemporaneo e la sua apertura/contaminazione alle altre discipline del sapere. La psicanalisi ha compiuto nel 2006 110 anni (nel 1896 Freud usò per la prima volta il vocabolo), secondo te, la sua età se la porta bene?

FE: Quando Stefano Baratta, psicoanalista e psicoterapeuta, mi ha proposto di dare vita a questa iniziativa — che si configura più come collana editoriale che come rivista — ho accettato volentieri. Mi piaceva l’idea di lavorare con un medico dell’anima. In quel periodo tra l’altro stavo progettando un numero di Anterem dedicato al “Perturbante”… Mi sembrava una bella coincidenza. Mi sono buttato anche in questa avventura. So poco di psicanalisi. Ho sempre letto i libri di Freud, di Jung, di Lacan come opere letterarie. Ho chiesto a queste opere — esattamente come a quelle di Dostoievskij o Conrad o Kafka o Poe — di dirmi qualcosa in più sulla nostra anima. Non è più possibile fare a meno di questi autori. Per cui la risposta è “sì”: la psicoanalisi la sua età se la porta bene. E credo che i quaderni ci “Convergenze”, pubblicati da Moretti&Vitali (un editore che tanto ha fatto per la psicanalisi), lo dimostrino.

Immagine articolo Fucine Mute

LN: Ultima domanda: mi faresti i nomi di tre poeti fondamentali del ‘900? E di tre poeti “non” fondamentali?

FE: Posso dirti quali sono i tre poeti del Novecento che sento più vicini. Sono Yves Bonnefoy, Rainer Maria Rilke, Paul Celan. Non fondamentali sono tutti quegli autori le cui parole — tornando all’idea di Novalis — non si muovono nel mondo come un polline.

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