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Musica

Simple Acoustic Trio

Oltre e al di là dell’improvvisazione

Fucine Mute incontra i Simple Acoustic Trio in un container dietro il Mupa jazz stage al Sziget festival di Budapest, poco prima del loro concerto. I tre si contendono lo spazio con il contrabbasso, che Slawomir Kurkiewicz continua a pizzicare ed accarezzare con le sue dita spropositate durante tutta l’intervista.

Simple Acoustic Trio

Beatrice Biggio (BB): Come mai avete scelto di partecipare al Sziget Festival, che è caratterizzato principalmente dalla presenza fortissima della scena rock?

Marcin Wasilewski (MW): In realtà a scegliere i nostri impegni live è spesso la nostra casa discografica. Anche in questo caso è stato così. C’è da dire che ci fidiamo totalmente del giudizio dell’ECM, e che comunque in ogni occasione in cui si realizza una commistione di generi musicali nasce un’atmosfera, un movimento, una dinamicità che è raro trovare in manifestazioni altamente settarie. Del resto, il Mupa stage è comunque curatissimo dal punto di vista qualitativo, il jazz presentato qui è fra i migliori che si possano sentire in Europa, il pubblico è preparato. Siamo contenti di esserci.

BB: Come va la vostra collaborazione con Tomasz Stanko, avete ancora dei progetti comuni, e qual è stata esattamente la sua influenza sulla vostra musica?

Slawomir Kurkiewicz Slawomir Kurkiewicz(SK): La collaborazione con Tomasz è costante, stiamo preparando con lui un quarto tour degli States. Abbiamo anche in previsione la registrazione di un nuovo album, che dovrebbe aver luogo proprio in uno studio di New York invece che al Rainbow studio di Oslo, dove registriamo di solito. Questo perché vogliamo sperimentare una nuova atmosfera, che crediamo possa spingerci a creare qualcosa di diverso. L’influenza di Stanko è stata ed è fondamentale per noi, all’inizio ha dato un impulso fortissimo alla nostra formazione, creando le condizioni ideali per farci crescere, facendoci suonare con musicisti di levatura internazionale.

MW: Tomasz ci ha spinto a suonare liberamente, nel vero spirito del free, la bellezza della sua musica è proprio questo continuo alternarsi di note e accordi, è come se suonasse oltre e al di là della musica. Questo ha permesso anche a noi di ampliare la nostra percezione, lo spettro raggiungibile dai nostri strumenti. Vorrei aggiungere che a produrre il nuovo album ci sarà di nuovo Manfred Eicher, il che è una garanzia, visti i risultati dei precedenti sforzi fatti con Suspended Night e Soul of Things.

Michael Miskiewicz (MM): C’è da dire che Tomasz ha reso possibile che ci confrontassimo con musicisti del calibro di John Surman, oltre a darci l’opportunità di suonare sullo stesso palco di John Scofield e gli Art Ensemble of Chicago. Non male per tre ragazzi polacchi malati di jazz!

BB: A proposito di Eicher, ci sembra che il suo lavoro, e l’apporto della ECM in toto, sia stato fondamentale per voi. Quanto è importante un’attenta produzione per la riuscita di un disco?

MW: Manfred ha cambiato totalmente il nostro approccio rispetto alla registrazione in studio. Fino a Trio, infatti, suonavamo più forte, in modo più aggressivo, il che non è necessariamente male di per sé, non sempre. Lui ci ha insegnato che se si suona un po’ più piano, in modo più raccolto, il pianoforte risalta molto di più, il suono è più aperto. Ne risulta un sound in generale più armonioso, più rotondo. Manfred è un creativo. Un attento produttore deve essere così, un componente del team che fa nascere la musica, un creatore di atmosfere più che di idee musicali.

Slawomir KurkiewiczSK: Manfred sta con noi in studio, come fosse il direttore d’orchestra. Si emoziona, partecipa alla produzione della musica emotivamente, e questo si sente nel risultato finale. Senza contare il fatto che ci ha spinto spesso a registrare delle improvvisazioni che poi sono andate a far parte dei pezzi scelti per l’album. Improvvisare ti da la sensazione reale di creare della musica pura, di far nascere qualcosa dal niente.

BB: A proposito dell’improvvisazione, vi piace proporla dal vivo? Ci farete sentire qualcosa stasera?

MW: Sì, improvvisare, sperimentare con il pubblico live, è una delle cose che ci piace di più. Faremo due pezzi stasera, uno su un tema di Carla Bley ed un altro su una mia composizione. Non vedo l’ora di scoprire cosa ne verrà fuori.

BB: Cosa pensate di chi dice che nel jazz non c’è più niente da dire? Pensate che ci sia ancora spazio per la sperimentazione, o tutto è già stato provato e detto?

MW: Tutta la musica è in continuo cambiamento, costantemente. Non sono d’accordo che in questo ci sia una differenza fra i generi. Il jazz è soltanto una delle forme di espressione musicale, e la musica non finisce, semplicemente si alternano stili ed atmosfere, cambiano le sensibilità. Non c’è musica più internazionale del jazz, anche se forse è ancora quasi del tutto identificabile con le suggestioni che nascono a New York e poi si propagano nel resto del mondo. Io credo che il jazz possa dialogare con altri generi e trarre da questi nuova linfa, del resto la natura originale del jazz è garantita dal fatto che è l’unica musica che ancora si nutre di improvvisazione. Se questo non è sperimentare, non so cosa possa esserlo…

BB: Qual è secondo voi la differenza sostanziale fra la registrazione in studio e la performance live?

Michael MiskiewiczMM: Suonare su un palco di fronte a un pubblico è sempre un’esperienza più libera, lo studio richiede una disciplina maggiore, anche se in studio può essere più facile riempire lo spazio, è meno faticoso.

MW: In studio l’attenzione è tutta sulla musica, la sensazione di non dover arrivare ovunque rende il tutto più leggero. Al contrario, il pubblico ti chiede dell’energia, anche se è vero che dal pubblico l’energia arriva anche a chi suona. È uno scambio, che crea momenti difficilmente raggiungibili dentro uno spazio chiuso e riservato ai soli musicisti. A volte, però, nel contesto live alcune sonorità si disperdono, scompaiono in mezzo alla gente, questo è l’aspetto negativo, particolarmente per il jazz, in cui anche il suono più lieve può essere estremamente significativo.

BB: In Trio vi siete cimentati con due cover d’eccezione. Perché avete scelto Bjork, ed è vero che Wayne Shorter ha sbagliato qualcosa in Plaza Real?

SK: Nel caso di Hyperballad è stata una scelta quasi obbligata. Bjork ha delle sonorità così contigue al jazz, e il pezzo si prestava particolarmente ad una nostra personale interpretazione… La voce di Bjork è fantastica, è un’ispirazione costante, anche perché ha coniugato l’aspetto più commerciale del pop con una creatività mai frenata, sempre in evoluzione. La adoriamo, e ci è piaciuto molto tradurre a modo nostro questa sua specificità.

MW: Per me si tratta di una curiosità incredibile per tutto quello che può essere sperimentazione. I musicisti più commerciali a volte hanno una libertà estrema nel provare cose nuove e diverse, mi piace in particolare l’evoluzione della musica elettronica e l’applicazione di tecniche computerizzate, trovo che possano nascere sviluppi molto interessanti da queste commistioni. Ho molti amici dj che mi fanno sentire i loro lavori, e mi viene spesso da dire: “Ehi, ma questo cos’è?”. Fanno cose davvero nuove, singolari. In quanto a Plaza Real, era stata già oggetto di una rivisitazione da parte dei Weather Report. Quando l’abbiamo registrata mi sono chiesto se Wayne Shorter avesse sbagliato qualcosa, dato che la nostra interpretazione e la versione dei Weather Report sembravano essere due pezzi totalmente diversi. Poi abbiamo mandato la nostra versione a Shorter, che ha detto: “Ah, questa è Plaza Real”. Quindi, forse, Shorter non ha sbagliato affatto…

BB: È prevista a breve una vostra data live in Italia?

MM: Abbiamo già suonato in Italia in passato, ad un festival a Bologna e a Milano. Ci piacerebbe tornare, non ricordo tutte le date del nuovo tour, ma non è detto che non ce ne sia una nel vostro Paese.

Marcin WasilewskiMW: Non sono sicuro neanch’io, ma posso garantire che succederà, prima o poi. Suonare dal vivo, per noi, è come una dipendenza. Quest’estate, subito dopo il Sziget, cominciamo un tour europeo che ci vedrà sicuramente in Finlandia, Polonia, nel Mar Nero, a Rotterdam, ad Ibiza. Abbiamo suonato anche in Marocco, insieme a Joe Lovano, a maggio. Speriamo di avere la possibilità di tornare in Italia, ma Trieste è vicina alla Slovenia. Se non sul suolo italiano, magari ci si vede a Lubiana!

Le foto sono di Giulio Donini

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