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Cinema

Trieste Film Festival balance

È come affacciarsi ad una finestra aperta sull’Europa, il paesaggio magicamente scorre sotto ai nostri occhi, racconta di storie intime ed universali, raccoglie frammenti di verità e s’insinua nelle fessure profonde dell’immaginario.

Trieste Film Festival

Nella settimana del Trieste Film Festival si ha l’impressione di ripercorrere epoche e mondi senza tempo, di scoprire nuove reinterpretazioni della realtà attraverso gli occhi della macchina da presa. Anche una volta usciti dalle sale, le immagini e i volti restano impregnati in qualche angolo di noi, fino alla prossima edizione…
Quest’anno la manifestazione compie diciott’anni, un traguardo raggiunto attraverso grande impegno e passione, segno di una maturità artistica meritoriamente conquistata, che si riflette nella varietà della proposta al pubblico e nella qualità delle pellicole in concorso.
In programma dal 18 al 25 gennaio, il festival ha raggiunto una consolidata fama internazionale ed è, a livello nazionale, il più ricco e articolato espressamente dedicato alle cinematografie dell’Europa centro-orientale. È un crocevia d’incontri, un’imperdibile occasione per nuove esplorazioni e interessanti riscoperte. È una proposta culturale che, sostiene la direttrice artistica Annamaria Percavassi, ha scelto di fare sistematicamente il punto su un cinema assai poco popolare, nonostante il consenso della critica e la cospicua affluenza degli spettatori; un cinema penalizzato soprattutto dalla diffidenza della distribuzione commerciale nei confronti delle produzioni di non sicuro richiamo mediatico.
Sin dagli esordi, la forza della manifestazione sta nella sua ricchezza di prospettive, nella capacità di dar spazio a un’originale e inedita molteplicità di voci, che spesso non trovano sbocco nei circuiti tradizionali. Molta è la strada percorsa da quando, nel lontano 1988, Alpe Adria Cinema muoveva i primi passi e un manipolo di appassionati gettava lo sguardo sulle cinematografie oltreconfine. Da allora, l’associazione ha portato avanti un lungo e tenace lavoro di studio e ricerca dedicato soprattutto al cinema dell’Europa centro-orientale (Polonia, Ungheria, Slovenia, Cecoslovacchia, ex Jugoslavia, ecc.), emarginato per motivi culturali, economici e politici. Città di frontiera per eccellenza e osservatorio privilegiato sull’Est, Trieste, sede dell’associazione e del festival sin dagli anni Ottanta, sembrava essere naturalmente predisposta a raccogliere e veicolare gli interessanti fermenti culturali del cinema d’oltre cortina, offrendo possibilità d’espressione ad autori allora pressoché sconosciuti nel cosiddetto blocco occidentale.
L’avventura del Trieste Film Festival ha attraversato dunque vent’anni di storia tra i più intensi per i paesi dell’Est, allargando sempre più i propri orizzonti e modificandosi parallelamente ai profondi cambiamenti avvenuti in quest’area geografica e nelle sue cinematografie. Trieste si ritrova oggi al centro di una nuova Europa e il Festival offre una ricca panoramica sui processi e le evoluzioni passate e su quelle tuttora in atto.
A riprova di quanto detto, protagoniste di questa diciottesima edizione sono Bulgaria e Romania, recentemente entrate a far parte dell’Unione europea.
Sotto l’egida della CEI (Central European Iniziative) e attraverso un film in concorso per ciascuna delle sezioni competitive (Un albero di Natale a testa in giù di Ivan Cerkelov e Vasil Zivkov; il corto Tir di Radoy Nikolov e il documentario Un fanatico di cinema all’alba del nuovo secolo di Petar Odaziev), il festival ha celebrato la rinascita delle rispettive cinematografie. Faticosamente riassestatosi dopo il 1989, il cinema bulgaro sembra aver raggiunto una nuova maturità e aver ri-acquisito quella sicurezza che gli è valsa premi e riconoscimenti internazionali. Destino affine accompagna le ultime produzioni rumene, autoriflessive e tecnicamente consapevoli, nate sotto il segno dell’ottima scuola di cinema I.L.Caragiale di Bucarest, ospite del Festival. Proiettato come evento speciale e già noto al pubblico italiano, è passato nelle sale anche A est di Bucarest di Cornelius Porumboiu che, come i suoi connazionali in concorso (La carta blu di Radu Muntean e Come ho trascorso la fine del mondo di Catalin Mitulescu) ha sentito l’esigenza di rivivere i drammatici eventi del 1989, ultimo anno della dittatura di Ceausecu.
Naturalmente, la manifestazione non si è esaurita con la presentazione dei più promettenti autori emergenti. Ben più ampio e diversificato, il programma era costituito da quattordici sezioni che comprendevano circa centoquaranta titoli (proiettati in 4 sale) provenienti da trentuno paesi dell’Europa Orientale e del Mediterraneo.
Immagini, l'anoressica sedicenne BiancaPrima ancora dell’inaugurazione, la diciottesima edizione si è aperta con una sorta di prefestival: l’anteprima di Immagini, ricca e ormai tradizionale rassegna brillantemente curata da Tiziana Finzi in collaborazione con Bonaventura Mielanext. Grazie ad una selezione di corti e anteprime di alta qualità, il 13 e 14 gennaio al Teatro Miela abbiamo potuto assaporare l’atmosfera immersiva e intensa, che avrebbe caratterizzato la settimana successiva. Storie diverse che hanno raccontato il disagio di vivere, dai due video di Oliviero Toscani, l’anoressica sedicenne Bianca che quasi si perde nel chiarore delle immagini e L’orfano patricida che parla con raggelante freddezza dei suoi rapporti familiari, al grottesco Taxidermia di György Pàlfi, film scandalo dell’ultimo festival di Cannes che racconta allegorico e raccapricciante le iperboliche ossessioni di tre generazioni di uomini.
Il Festival si è poi aperto ufficialmente il 18 gennaio. Oltre alla presentazione dei migliori film realizzati durante l’anno nei paesi di provenienza, la manifestazione ha ospitato diversi eventi speciali, ricognizioni monografiche ed una retrospettiva tradizionalmente dedicata a un autore di particolare rilievo e originalità nella storia del cinema europeo. Protagonista, quest’anno, il poliedrico regista svizzero Fredi M. Murer a cui è stato dedicato uno dei 3 volumi pubblicati in occasione del festival.
Ripercorrendo nello specifico le quattordici sezioni della manifestazione, sono state presentate opere provenienti da trentuno paesi diversi e, nel corso dei vari incontri, conferenze stampa e tavole rotonde, sono intervenuti registi, attori, produttori, studiosi, critici, scrittori e giornalisti. Tra questi, solo per citarne alcuni, Philippe Leroy, Fredi M.Murer, Veit Heiniken, Franco Giraldi, Luis Bacalov, Cătălin Mitulescu, Dorotheea Petre, Andreas Dresen, Kujtim Cashku, Callisto Cosulich, Omero Antonutti, Zoltán Miklós Hajdu e Toni Gojanovic.
Negli ultimi anni è esponenzialmente cresciuta all’interno della manifestazione l’offerta di anteprime internazionali e nazionali di lungometraggi, cortometraggi e documentari, tutti in versione originale sottotitolata in inglese e in italiano. Tra queste, particolarmente apprezzata dal pubblico è stata la prima italiana di Transylvania, ultimo lavoro di Tony Gatlif interpretato da un’irruente Asia Argento, che ha aperto il Trieste Film Festival dopo aver chiuso quello di Cannes. Il film ripercorre temi e stilemi tipici del regista, vicino all’essenza intensa, pittoresca e nomade del viaggio. È una ricerca dell’altro e poi di sé, del mondo visto con altri occhi, vissuto con quello spirito vitale, fortemente musicale e gitano tanto caro a Gatlif. Zingarina, la protagonista, attraversa i paesaggi desolati della Transylvania per ritrovare il suo innamorato (interpretato da Morgan, marito di Asia Argento), un musicista conosciuto a Parigi dal quale aspetta un figlio. Disperata per il rifiuto ricevuto, si abbandonerà totalmente al suo destino in un percorso accompagnato da popolari ed affascinanti suggestioni folkloriche e dall’immancabile violino tzigano.

Asia Argento in Transylvania

“Era da un po’ che volevo fare un film su una donna” ha dichiarato l’autore “una che perde tutto, si libera dalla sua identità e si reinveste. Non cercavo una donna che scendesse nelle profondità degli abissi, ma una protagonista combattiva, che potesse sorprenderci. Il mio incontro con Asia Argento è stato determinante: l’ho percepita immediatamente come una guerrigliera appassionata, in grado di dare al personaggio un miscuglio di sicurezza e fragilità”.
Alla proiezione è seguita una serata inaugurale accompagnata dai ritmi balkan beat di Dj Shantel, produttore ed eclettico musicista del momento (lo ricordiamo nella partecipazione in Borat), e dall’energetica Bukovina Orkestar capitanata dalla splendida voce della cantante serba Vesna Petkovic.

scena del film Iklimler (Il piacere e l’amore)

Di segno diverso è stata l’altra anteprima italiana fuori concorso che invece ha chiuso la kermesse: Iklimler (Il piacere e l’amore) di Nuri Bilge Ceylan, il regista turco che nel 2004 vinse il Festival con Uzak. La storia parla di una coppia in crisi, del loro progressivo ed irrevocabile allontanamento. La pellicola si srotola raffinata, vicende e protagonisti (interpretati da Ceylan stesso e dalla moglie Ebru Ceylan) si lasciano avvolgere ora dal calore ora dalla freddezza del paesaggio e delle stagioni, magistralmente associati dalla regia ai mutamenti e alle sfumature più impercettibili dell’animo e della coscienza. “Il film rispecchia il mio punto di vista sulla relazione fra uomini e donne, che non riguarda solo la società turca” afferma Ceylan “Personalmente, tendo a concentrarmi sui particolari, perché spesso sono questi ad avere le maggiori conseguenze. Quando una coppia litiga — talvolta anche violentemente come avviene nel film — cerco di capire cosa ci sia all’origine del litigio. Spesso si tratta di qualcosa che non s’immagina nemmeno, un dettaglio di nessuna importanza”.
Particolarmente interessanti i dieci lungometraggi in concorso. Spicca meritatamente per intensità Der Freie Wille (Il libero arbitrio) del tedesco Matthias Glasner, vincitore del Festival, che non risparmia nulla della brutale storia di uno stupratore (interpretato da Jürgen Vogel affiancato da Sabine Timoteo) che cerca disperatamente di opporsi alla schiavitù della propria natura malata. Non è passato inosservato neppure Optimisti, l’ultima pellicola di Goran Paskaljevic, tra gli autori più interessanti di area balcanica e già noto per La Polveriera. Caustico e graffiante, il film, ispirato al Candido di Voltaire (ed in particolare ad una definizione del testo che recita “ottimismo è ostinarsi a sostenere che tutto va bene quando invece tutto va male”), raccoglie cinque episodi interpretati da uno straordinario Lazar Ritovski, vincitore a Toronto del premio come miglior attore.
Originale sia per la cifra stilistica, sia per la sceneggiatura, Fehér Tenyér (Mani bianche) attraversa la difficile infanzia e maturità del solitario atleta olimpico e acrobata Miklos, interpretato dall’ungherese Zoltán Miklós Hajdu (fratello del talentuoso regista Szabolcs Hajdu) spontaneo e convincente alla prima prova d’attore.
locandina del film Cum mi-am petrecut sfarsitul lumii (Come ho trascorso la fine del mondo)Hanno conquistato il pubblico l’avvolgente film rumeno d’esordio di Catalin Mitulescu, Cum mi-am petrecut sfarsitul lumii (Come ho trascorso la fine del mondo), che prende a prestito l’irresistibile sguardo infantile di Lalalilu e della bellissima sorella Eva (interpretata da Dorotheea Petre) per raccontare la fine della dittatura in Romania, e l’ennesima riuscita prova registica del croato Rajko Grlić Karaula (Posto di frontiera). Il film, ambientato tra Albania e Jugoslavia, intreccia le vicende di alcuni soldati sull’orlo della tragedia e la storia d’amore di uno di questi (bellissimi l’inossidabile sorriso ed il volto acqua e sapone dell’emergente Toni Gojanović), preludio simbolico all’imminente guerra civile. La terza opera segnalata dagli spettatori è stata Magic Eye di Kujtim Çashku, un film complesso, sospeso, che invita alla riflessione.
La menzione speciale della giuria va infine a Z Odzysku (Il recupero) del polacco Slawomir Fabicki, per il dilemma che pone: fino a che punto l’essere umano è disposto a tradire la propria educazione e le tradizioni pur di raggiungere il risultato che si è prefisso? Si può percorrere una strada cattiva a fin di bene?
La vita quotidiana è il tema che accomuna, invece, i sedici cortometraggi in concorso provenienti da undici paesi diversi. Ha conquistato sia il pubblico che la giuria il vincitore Lampa cu cǎciulǎ (Il tappo della valvola) del rumeno Radu Jude, una piccola storia su persone semplici, di cui non si ricordano neppure i nomi, ma che, per la maturità della regia, non si possono dimenticare. Segnalati anche Tir di Radoy Nikolov, secondo la giuria “per l’impatto umano e politico di una storia di ogni giorno, simbolica e purtroppo tragica, che può accadere ovunque e non solo ai confini europei”, e 10 insects to feed (10 insetti da nutrire) di Nicolò Massazza e Jacopo Bedogni, meglio noti come Masbedo, “per la combinazione impressionante, così ricca nelle metafore, nella fotografia, montaggio, suono e lavoro sul corpo degli attori, che lo rende diverso da tutti gli altri cortometraggi in concorso”.
Impossibile riassumere la varietà e ricchezza anche dei 24 documentari che concorrevano per il premio Alpe Adria assegnato all’unanimità a Bortglömda (Dimenticate), della svedese Agnieszka Lukasiak, che ha saputo raccontare la storia attraverso il punto di vista delle giovani protagoniste, mostrando paura e dolore senza retorica e coinvolgendo lo spettatore nel proprio viaggio narrativo. Il pubblico ha preferito invece l’intenso Karneval, del bosniaco Alen Drljević, seguito da A story of people in war and peace dell’armeno Vardan Hovhannisyan”.
Nell’ambito del progetto quinquennale Lo schermo triestino, è apparso doveroso l’omaggio a Franco Giraldi, una delle voci più eclettiche e rappresentative della cinematografia italiana. Al settantacinquenne regista triestino sono state dedicate una ricca retrospettiva ed una monografia, curata da Luciano De Giusti, che ripercorrono la sua lunga carriera, dagli esordi western negli anni Sessanta, sino ai film più impegnati e letterari dell’ultimo periodo, passando per la fortunata sequenza di commedie all’italiana affidate a grandi interpreti come Monica Vitti e Ugo Tognazzi.

Franco Giraldi

Insolito e divertente è stato l’evento speciale dedicato allo scrittore Veit Heinichen che ha messo a confronto cinema e letteratura; Zone di Cinema ha riservato il consueto spazio alle produzioni regionali, mentre Update Deutschland 2 ha chiuso, proponendo una decina di film dedicati all’onda nuova del cinema tedesco contemporaneo ed in particolare al regista Andreas Dresen, la sezione inaugurata lo scorso anno.
In questa diciottesima edizione, il Trieste Film Festival ha continuato ad aprirsi, dunque, verso sempre più estese e inedite aree di interesse. La manifestazione si riconferma luogo di convivenze e approdi, di slanci curiosi e lungimiranti, di problematiche riflessioni e gioiosi transiti; luogo di affermazione e riaffermazione di un cinema vivo e fuori dagli schemi, un cinema che, ancora una volta, magicamente, diventa luogo di fascinazione e di scoperta.

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