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Scrittura

Luigi Di Ruscio

Scrivere, anche mentre affonda il Titanic

Luigi Di RuscioLuigi Nacci (LN): Luigi Di Ruscio, classe 1930, importante poeta italiano che vive dal 1957 in Norvegia, oggi pensionato, per quarant’anni operaio in una fabbrica metallurgica.
Per la definizione della tua poetica quanto hanno contato il lavoro, le lotte sindacali e politiche da una parte e, dall’altra, la vita in una terra straniera, con l’effetto di sradicamento che ne deriva?

Luigi Di Ruscio (LDR): Per quello che riguarda il sottoscritto, non ho pensato mai ad uno sradicamento, anzi, la Norvegia mi ha aiutato a radicarmi maggiormente nella mia poesia, nella lingua italiana come era nel periodo della mia formazione. Qui in Norvegia ho avuto l’opportunità di una continua scrittura e sono stato salvo da tutte le censure immaginabili e possibili; qui, in un mondo totalmente luterano, le mie ironizzazioni sulla chiesa cattolica sono state facilitate, i miei famigliari non parlano una parola di italiano e quindi sono in salvo anche da ogni possibile censura famigliare.

LN: Hai esordito nel 1953 con Non possiamo abituarci a morire, un libro che aveva la prefazione di un grande personaggio della nostra letteratura, Franco Fortini. A proposito delle tue poesie, scrisse che sono «di miseria e fame, di avvilimento e di rivolta […], atroci affermazioni che minacciano con il loro ritmo. E amare sentenze». Oggi, a distanza di tanti anni, ti ritrovi ancora nel ritratto fortiniano?

LDR: Per fortuna non soffro più la fame. È da notare che era un Fortini del primo dopoguerra che faceva la prefazione delle mia prima raccolta, un Fortini che dichiarava di odiare la poesia dei letterati e la politica dei politici e che aveva pubblicato, anche lui, una stupefacente prima raccolta. Io immagino che sia stato proprio Fortini a non riconoscersi più con il Fortini che faceva la prefazione di un ragazzo come Di Ruscio. Un ragazzo che aveva fatto solo la quinta elementare, anche se, grazie alle continue e frenetiche letture non era più un incolto. I libri li ho comperati con i soldi guadagnati come muratore — posso dire tranquillamente che tutti i libri che ho letto dopo la quinta elementare me li sono pagati tutti con i miei soldi e ho letto solo libri scelti da me stesso liberamente.

LN: Nel 1966 è Quasimodo a introdurre il tuo Le streghe si arrotano le dentiere. Scrive: «Di Ruscio è di un dolore antifilosofico, quasi disumano […], uomo d’avanguardia nel senso positivo, cioè della fede nell’attualità e per la violenza del discorso. La follia non è in lui un’accademia che inaridisce l’ispirazione nel bunker dei versi premeditati». Come è stato, com’è il tuo rapporto con l’Accademia? Credi che abbia seguito con attenzione il tuo percorso, o ti senti, lasciami passare l’espressione, in credito? Nel 1979 Antonio Porta parlava apertamente di occultamento della tua presenza…

Salvatore Quasimodo

LDR: Non rimprovero niente e nessuno. Ora, dall’alto dei miei 77 compiuti a gennaio, posso dire che tutto mi ha facilitato ed è stata una fortuna che sia stato ignorato, ho potuto continuare per la mia strada senza intromissioni. Quando emigrai in Norvegia il mio scopo fu trovare un posto tranquillo senza rotture di coglioni, portare avanti la mia poesia con tutta tranquillità. Ho spedito i miei lavori ad editori molto raramente e, solo in due o tre casi, dal 1957 sino ad oggi, ho spedito le mie poesie ai premi letterari. Possiamo dire che io li ho ignorati. Ho spedito la mia raccolta a Quasimodo perché sapevo che apprezzava la mia poesia, tanto che nel 1953 mi fece vincere un premio letterario e mi incluse in una antologia dei poeti del dopoguerra edita nel 1956. Non ho nessuna ragione di fare del vittimismo, anzi ringrazio un presunto onnipotente d’avermi posto in salvo da ogni intromissione.

LN: La tua lingua è un impasto di italiano standard, regionale, dialetto; una lingua piena, grassa, esuberante, violenta, ma a tratti capace anche di dispiegarsi limpidamente, nella quale non ci si sente mai rassicurati. Ci sono degli autori che ti hanno influenzato in tal senso? Più in generale, quali sono i tuoi Maestri?

LDR: Tutti i grandi della letteratura europea mi hanno influenzato. Alcuni libri mi hanno dato una grande gioia mentre li leggevo: Don Chisciotte e Belli e La Scienza Nuova di Vico, letta in una fantastica prima edizione che, giovanissimo, ebbi in prestito da un simpaticissimo bibliotecario. Lo ricordo spesso, si chiamava Capponi. La lettura de Le lettere dal carcere di Gramsci fatta in una delle prime edizioni fu fondamentale, fu per me una specie di rivoluzione copernicana.

LN: Hai scritto 11 libri di poesia. Gli ultimi 2 sono stati stampati da poco: 15 epigrafi con dedica (“i libretti verdi”, Battello stampatore) e Poesie operaie (Ediesse Edizioni).
Cito un testo dal primo dei due libri: «tutto ad un tratto ho capito / che Iddio non è altro / che l’idealizzazione del padrone / anche i cani hanno un padrone / e il credere in Dio / non ci distinguerebbe dai cani / finiti i padroni / scompare anche Iddio dietro alla curva / e ci distingueremo dai cani». Oggi chi sono i padroni? In che cosa differiscono dai padroni di cui parlavi più di cinquant’anni fa? È ancora possibile oggi una poesia “operaia?

15 epigrafi con dedica di Luigi Di RuscioLDR: Certo che è possibile una Poesia Operaia, ma solo se riguarda un poeta che fa anche l’operaio. Certo oggi la classe oppressa è in primo luogo costituita dagli extracomunitari, però è la condizione di ogni operaio che è catastrofica. Il padrone è quel tipo che comanda un altro uomo. Vediamo in un bel vocabolario bene ragionato e trovo: Padre, poi Padreggiare e Padrenostro, Padrigno e Padrino, poi Padronale e Padronanza, poi Padroncino e Padrone e Padrona, poi ancora Padroneggiare e Padronesco, poi c’è perfino Patria e Spatriare da tutti questi Padreterni compreso il Padreterno.

LN: Di Ruscio narratore: un romanzo che ha avuto un bel successo editoriale, Palmiro, seguito da Le mitologie di Mary e, se non sbaglio, ce n’è un altro nel cassetto che attende solo un editore: Santi polverizzati. In un’intervista rilasciata a Massimo Raffaeli su “Il Manifesto” (15 ottobre 2005) affermi che «la poesia va per le corte e la prosa per le lunghe […]. Rispetto alla poesia, nella prosa si può passare più facilmente dal tragico al comico, si possono fare dei salti; nella poesia, invece, è tutto quanto più raffreddato. Oppure è cosi: quando una cosa viene molto bene, resiste da sola, è autosufficiente, quella è poesia; quando una cosa invece non resiste da sola e c’è bisogno di una discussione, di una spiegazione, quella invece e prosa». Secondo te di che cosa abbiamo più bisogno, hic et nunc, di parole nate per le corte o per le lunghe? Che cosa stai scrivendo in questo periodo, se lo stai facendo?

LDR: Non so bene di cosa abbiamo bisogno, come lettore ora evito le poesie lunghe ed evito i romanzi brevi. Per trent’anni ho scritto poesie affatto corte. In certi periodi scrivo solo prosa e, in certi altri, solo poesie. Per tanti anni ho scritto sapendo di non avere più un lettore possibile. Ho perfino dichiarato che avrei continuato a scrivere anche sul Titanic, mentre affondava. Ora scrivo continuamente poesie corte come quelle pubblicate nei “libretti verdi” di Battello stampatore, ne ho accumulate più di trecento.

LN: Che cosa pensi della poesia italiana degli ultimi anni? La segui? Quali sono i poeti, gli scrittori, i critici che prediligi? Quali coloro che invece non ami, e perché?

LDR: Dovete scusarmi tutti, dal 1957, cioè da quando sono emigrato, non ho più seguito la poesia italiana della seconda metà del Novecento.

LN: Ci sono dei poeti norvegesi o scandinavi di cui consiglieresti la traduzione in italiano?

LDR: Nella rivista “Testo a Fronte” di Franco Buffoni, nel numero 22 del primo semestre del 2000, ho pubblicato una piccola antologia di poeti norvegesi da me tradotti. Quali poeti consiglierei? Prima di tutto le poesie di Henrik Ibsen (1828-1906) e Rolf Jacobsen (1907- 1994).

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