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Scrittura

Con gli occhi chiusi

Ottobre, interno giorno.

Adesso glielo dico. Giro gli occhi e glielo dico. Guarda come faccio, adesso muovo le palpebre e vedrai che mi capiscono. Non ci credi? Dopo tutto questo tempo così, secondo me lo sanno che cosa gli sto dicendo, no? Ecco, guarda, guarda sta arrivando il grassone. Ecco, adesso ci riprovo. Lo guardo fisso da dietro gli occhi e vedrai che mi capisce. No. Ha preso la flebo e l’ha scossa. Forse hai ragione, forse non sanno niente, non hanno capito che possiamo parlargli. Se solo stessero più attenti. L’altro giorno ho detto a mio figlio, ci ho provato, con questi occhi qua, che non volevo più che venisse, se non poteva aiutarmi, sai, a lui l’ho chiesto un sacco di volte.

Foto di Giulio Donini

Ma non ce la può fare, mi ha detto. Senza parole, chiaro. Non ha il coraggio. Ha capito cosa voglio, lui, ma non ce la fa. Non è che non voglia, sono già morta da un sacco di tempo, per lui, figurati, gli farebbe anche differenza potermi ricordare, andare al cimitero una volta al mese invece che venire qui tutte le settimane. Vuoi mettere? Una bella foto sulla lapide, di quando ero ancora bella da guardare, un piantino consolante, un ricordo al mese, un fiore. Qui, alla fine, i fiori non li puoi portare, e ci sono io che non sono io, non sono più quella foto di donna sulla cinquantina, gradevole e viva almeno nella bocca che si apre e ride. Ci sono io qui, io adesso, con la carcassa già pronta e la pelle penzolante dalle ossa, con il teschio appena velato da uno strato grigio che non è più una faccia e non è ancora osso. Ci sono io che il cuore mi batte ma lo posso sentire solo io. Che non ho più un motto di spirito da scodellare a sorpresa, una difesa appassionata di un concetto, un’idea, che non ho più nulla da far ascoltare. E neanche posso allungare le mani a sfiorargli la barba un attimo, come facevo fuori, a volte, che era l’unico modo per tenerlo stretto, da quando aveva smesso di essere un pupetto, e non potevo più accedere, fisicamente dico, più in là di così. Insomma, gli converrebbe anche a lui, ecco. Ci fosse ancora suo padre, ci fosse, lui sì che l’avrebbe fatto. Perché glielo chiedevo io, l’avrebbe fatto. Non credere che non lo sapessi, che effetto gli facevo. Finchè è stato vivo, non c’era giorno che non gli venisse un’erezione a guardarmi. E sì che non sono mai stata un tripudio di forme, una di quelle che fanno sbavare tutti, e nemmeno una di quelle algide e inaccessibili, da adorare e servire. Solo che gli piacevo un sacco. Non ho mai capito cos’era, ma ci piacevamo, ecco, io e lui. Adesso, sono contenta che non mi vede. Per quanto gli piacessi, ora non sono che un sacco vuoto, e il cazzo non gli tirerebbe più di sicuro. A parte l’età, dico. Mi sentisse adesso, mio figlio, chissà che direbbe. Forse farebbe finta che non ho detto niente. Mica bello sentire tua madre che dice cazzo, in contesto, dico. Riferito all’organo. Del resto a un maschio mica gli è chiaro che sua madre scopa, anche lei. Fa finta che non sia così. Che non sia una donna, insomma. E anche i padri, mica pensano che le figlie se lo fanno mettere dentro. Non credo ci pensino mai. Alla fine dei conti, nella vita di un uomo, rimani una donna per, cosa, venti, trent’anni al massimo. Prima sei figlia, poi madre. E per molte, anche nel mezzo sono mica fuochi d’artificio. La versione moglie, anche, a volte, è tutt’altro che essere una donna. Che ne pensi, tu? Ma sì, che vuoi pensarne, anche tu, adesso. Che sei messo come me, sdraiato e con gli occhi chiusi. Solo che a te non ti viene a trovare più nessuno, no? A te ti hanno dato per morto sul serio, hanno chiuso il fascicolo, come.

Foto di Giulio Donini

Sì, lo so, me lo dici tutti i giorni, non te ne frega niente, che quella zoccola di tua moglie è ben contenta che stai qui a vegetare, che chiama i dottori una volta al mese per chiedere se “ci sono novità”, che nella sua lingua, a detta tua, vuol dire “possiamo smettere di pagare la degenza, finalmente?”. Non lo so, te l’ho detto, non lo so, magari è tutta un’idea tua, magari non ti vuole vedere così che le fa troppo male e se ne sta a piangere accartocciata in un angolo. No, dici? Lo so che ti tradiva con il tuo collega, ma non vuol dire proprio niente, come fai a non capirlo? Credi che io non lo tradissi, mio marito? Cosa vuol dire, si vede che delle donne non hai capito niente. Credete che la figa noi non ce l’abbiamo, o meglio che sia qualcosa di diverso da averci quella terza gamba lì. E invece è lo stesso, e anche a noi ci viene voglia ogni tanto di provare altro, anche a noi ci viene voglia e basta. Non per questo mandiamo a monte le cose che contano, quelle che davvero abbiamo dentro e ci scaldano la vita, le cose e le persone, intendo. Ma che ne sapete, voi. Che per una squinzia senza cervello con le tettine a punta siete capaci di mandare a monte un’alleanza, una squadra, un universo complesso. Per poi mettervi a piagnucolare e finire derelitti in un monolocale e mangiare in pizzeria tutte le sere, quando va bene, e tornare a casa ad annusare le mutandine che la squinzia vi ha lasciato in bagno prima di convolare a nozze con il fesso di turno. Comunque, adesso che mio figlio è fuori gioco, potresti anche suggerire qualcosa, anche tu. Non è che ti abbia eletto mio amico sul serio, è che siamo qui io e te da mesi a parlarci con gli occhi chiusi, e alla fine non c’è nessun altro più vicino di te, che sappia come mi sento, esattamente. Tu sei giovane, fossi in te proverei a pensare, che faccio quando mi sveglio, come aggiusto tutto il casino che ho lasciato indietro. Invece che compiangersi tutto il santo giorno. Del resto tu sei qui da poco. Meno male che non hai nessuno, va’, che magari gli veniva in mente di scrivere a un giornale che chiamassero il tuo calciatore preferito a cantarti l’inno della squadra per vedere se ti svegli. Che tristezza. La gente non ne vuole sapere, di morire. Ma sì, fa schifo anche a me, l’idea, guarda, sono mica un robot. Però, però questo pensare d’essere immortali, fare finta, io non lo sopporto. La gente è sempre morta, e nei modi più schifosi. Vogliamo buttare tutto il respiro che ci resta ad ignorare che c’abbiamo un corpo che decade, che invecchia perché c’è da far spazio agli altri? Va bene, ma la vita, così, fa schifo proprio. I corpi sono belli, guarda, pure il mio, adesso. Bello perché sta per svanire, bello perché lo fa nell’unico modo possibile.

Foto di Giulio Donini

Si disintegra, si disfa così come si è fatto, si allontana cellula a cellula, si disperde nell’aria, prima che dentro zolle di terra. Aspetterei, sai, fossi ancora in grado di sentire la musica, non solo con le orecchie, voglio dire, o di leggere due righe che mi fanno male, o di stare al sole anche solo un minuto, anche muta, aspetterei. Ma questo, no. Questo non lo sopporto. Solo per questo, vorrei che qualcuno mi staccasse. Da questa macchina che mi fa robot, che non mi vuole donna, neanche lei, come non mi ci hanno voluta mio padre, mio figlio, forse neanche mio marito a tratti. Ecco, esce anche il grassone, adesso. Mi sa che non vedremo più nessuno, fino a domani, eh? Adesso chiudo… be’ insomma, hai capito. Sono stanca.

Dicembre, interno giorno.

L’avevo detto, io. eccola qua. Con quel pancione che sembra scoppi da un momento all’altro. Ci avevo preso, inutile che muovi quelle palle degli occhi là sotto come ossesso. Non veniva, non ce la faceva a vederti così, adesso che ha quel clone di te dentro la pancia. Va bene, non lo sai se è tuo, ma non si mente a uno messo come te, io non ci credo. E poi, non piangerei così ogni giorno, credimi, se così non fosse. E sono io, qui, la donna, vuoi che non lo sappia. Sta’ tranquillo, pensa solo che sta qua, e che ti chiede di tornare. In vita. Con lei. Fuori. Altro che calciatore, dammi retta. Vedi di tirar fuori unghie e denti, se ancora ce li hai. Non ti sei rotto di star qui a succhiare flebo e non sentire i sapori, non vuoi ancora provare com’è calda dentro, quando vi muovete insieme? Non ti sei stancato di parlare con una vecchia stronza, incarognita come me? Già morta? Vai pure, sai, mica ho bisogno di te, io qua me la spasso che è una bellezza. Il grassone ormai è mio schiavo. Sa quello che voglio ancor prima che io sbatta gli occhi. Come mi lava lui la schiena nessun altro al mondo.

Foto di Giulio Donini

Adora le mie piaghe da decubito. Se le sogna la notte, secondo me. La piaga perfetta, come la cura lui, nessuno. Fiero come un pianista per un accordo unico, venuto fuori a caso davanti a un pubblico cannibale. Vai pure, non mi mancherai. Non fai che brontolare, comunque, giorno e notte. Prova a stringere le dita, ora che lei ti tiene quella mano anche per ore. prova lo scatto d’occhi che si vede nei film quando uno si sveglia, che lei chiama il dottore e dice che è un miracolo. Dai. Fallo per me, fallo per questa scorza di vecchia imputridita che il mondo l’ha già visto, tutto, e che non è curiosa, non più, se non di questo. No? Non stasera, ho capito. Non è ancora il momento. Hai visto? Ah no, tu non ci vedi, oltre la porta a vetri, ci sto io davanti. Si è fermata e ti guarda da lì, la pancia contro l’anta della porta, ti guarda con le mani appoggiate, e la bocca un po’ aperta. Ti guarda come fossi la cosa più bella che ha mai visto. Eppure sei uno schifo, bello, io lo so. Ti vedo tutti i giorni, col grugno attaccato al respiratore. Vabbè, ti lascio in pace, è arrivato il mio massaggiatore, non ho tempo adesso. Ma ti tengo d’occhio.

Gennaio, interno notte.

Ciao. Non sei male così, visto dal basso. C’avevo visto giusto, no? Sei in forma. Sei via da pochi giorni ma sei un fiore. Non mi ero accorta che eri così bello, da sdraiato parevi un sacco sformato da un pugile. Sto bene. Mio figlio non è più tornato, sai? Ci avrei giurato. Non riusciva più a guardarmi, messa così, e senza farci niente. Il grassone è appena uscito, l’hai visto? Non guardarmi così, tu sai che io ti vedo. Non piangere, con quelle spalle lì non si può piangere, vanno su e giù troppo quadrate. So che va bene, con tua moglie, dico. So come ci si sente, a toccarsi di nuovo dopo tanto tempo. Il corpo, ti ricordi, te l’ho detto sempre. Solo quello abbiamo, alla fine, da tenere in conto. Da ascoltare. Tienilo bene, finchè ce l’avrai. Senti, lo so che stai pensando. Vorresti farlo, ma non te lo chiedo. Non a te. Puoi andar via tranquillo, starò bene, ho con me il grassone, quello vestito in verde, che sa come prendermi. Non ti preoccupare. Che fai, ti ho detto che non devi pensarci, non sei neanche un parente, e se ti scoprono? Puoi ancora pensarci, puoi spostare quella mano dalla spina e riflettere. Non mi sono nemmeno preparata, sai, non ci pensavo. Vuoi sapere se lo voglio ancora? Non ho cambiato idea, no, vorrei andar via in un soffio, lasciare che il mio corpo si abbandoni. Lasciare che lo scheletro riposi. Ok. Se ce la fai, ci sono. Quando vuoi. Aspetta, dammi un bacio. Sulla bocca, se puoi. Forse sento qualcosa, e quando stacchi me ne andrò da donna. Quello che sono stata, fino adesso. Vai.

Foto di Giulio Donini

Foto di Giulio Donini

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