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Percorsi

L’Avana come Euridice

Prosegue da L’Avana, macero del turista

L'Avana, foto di Paolo GhiottoLa mia permanenza al Sevilla non dura un giorno. Abbandonare alla cieca una suite già pagata per tre notti al prezzo d’una camera normale, smaniando Habana Vieja, è già segno di buon viaggio. È come se togliessi infinitesimi alla comodità turistica offrendoli, per buon auspicio, al guazzabuglio d’infinite divinità che avverto presenti, quanto un richiamo, fuori dall’albergo. L’istinto chiede di andare, anche a costo di farmi macerare con lui.

Dopo aver lasciato i camerieri a sorvegliare i cibi che non potranno mai permettersi, la mia prima colazione a Cuba è fame di contatto che mi riveli la gente, il suo vero essenziale ed esistenziale, se esiste. Nulla a che vedere col mangiare o con appetiti sessuali. Il peso dello zaino, nuovamente sulle spalle di prima mattina, spero mi liberi dai luoghi comuni assieme al sudore, mentre, in una lattiginosa luce scaldata dalla polvere, attraverso il Parque Central, orlato dalle immancabili palme del centro.Il teatro Garcia Lorca mi rammenta il poeta Andaluso; il ricordo delle sue passeggiate notturne a L’Avana mi accompagna con frasi improvvise che rimandano all’imbrunire, quasi fossero il negativo del fotogramma che vivo in presa diretta: una città che cambia volto, completamente diversa da quella colta di giornoun’altra città, più onirica, quasi si potesse entrare in contatto con gli spiriti Orishas, toccarli.

Rieccomi argonauta del vecchio mondo, sulla scia dei versi d’Orfeo. Sotto la statua bianca di Josè Martì, padre della patria dai lineamenti così simili al nostro Scipio Slataper, un nugolo di uomini sembra discutere animatamente questioni d’unità nazionale, pare l’assemblea d’un’organizzazione sindacale. Neanche per idea! È il baseball l’argomento cardine, altro che politica! Nemmeno immagino quanto, negli anni a venire, farò l’orecchio alle interminabili dissertazioni sulle partite del giorno prima, al Parque Central. Sarà solo pulviscolo d’Avana, ma almeno è aria diversa da quella respirata in hotel!

L'Avana, foto di Paolo GhiottoSull’altro lato della strada, e sotto la cupola del campidoglio, copia esatta — per contrasto — di quella ben più potente che a Washington guida l’assurdo embargo su Cuba, in contrappunto ai nullafacenti opinionisti del baseball, una fila di volti allineati attende seduta l’arrivo del cammello. Vi è disincanto nei volti, una sorta di rassegnazione ai sorrisi appassionati di sport, rimasti assiepati sotto le palme del parco. Un disincanto che sento fratello quando il cammello giunge alla fermata: chiamano così una creatura meccanica di produzione ceca, che paragonare a un autobus è puro azzardo; una mistura tra un trattore e un container arancione con gobbe e finestre. Non riesco a credere che tutte le persone in fila riescano a stiparsi lì dentro, mentre il cammello, carico di sguardi persi nel vuoto, riparte per chissà quale destinazione, scoreggiando nubi nere.

Mi viene da mandar a quel paese chi, in Italia, mi ha dipinto Cuba come l’isola ideale dove svernare. Certo che è così, se ci si limita alla spola hotel/spiaggia — città vecchia/hotel, convinti che tutte le donne, dai tredici ai quarant’anni, siano ballerine gioiose. Forse l’isola di Cuba sarà qualcosa di distinto da L’Avana, ma la Capital arriva alla bocca dello stomaco con la potenza dei suoi controsensi, un dedalo che non ti esime dal vero, a patto di mettere al macero l’entusiasta turista, che qualsiasi europeo si tira dietro!

Su una panchina, un vecchio, con un casco giallo d’operaio in testa, è seduto accanto a una giovane intenta ad agghindarsi i capelli, entrambi aspettando soltanto il sole. Con l’immagine del nuovo e del vecchio affiancati, m’infilo in calle Obispo, schivando El Floridita, caro a Hemingway per i ben famosi Daiquirì sorbiti. Questa arteria dell’età coloniale che dal centro conduce fin sulla baia interna della città, fu la prima residenza dello scrittore americano. A metà degli anni Cinquanta era la via più elegante di L’Avana, percorsa da immense Buick, Pontiac e Chevrolet rigorosamente nere, il blu classic era concesso soltanto alle Cadillac.

L'Avana, foto di Paolo Ghiotto

Flash di un’epoca, dove tutto era patinato, che contrasta con l’odierno, dove le automobili d’allora sono state ridipinte, alla bene e meglio, con gli stessi colori delle case del Vedado, del Malecon o del Miramar di oggi: violetti, malva, verdi, acquemarine e rossi capaci di resistere all’incuria del tempo che sgretola intonaci e carrozzerie.

All’inizio di Obispo, s’incontra il museo nazionale dell’automobile, ci trovi anche la Ford personale del Che, punto di mezzo di un processo involutivo che, pur mettendo a nudo motore, sistemi elettrici e di raffreddamento, al pari dei nervi scoperti d’un popolo urbano, non spiega però l’inversione di rotta avvenuta, in quest’angolo di mondo, nel sociale come tra le automobili, che del sociale sono cartina tornasole. A.d. 1996: Cuba si trova in pieno periodo especial-critico; l’Unione Sovietica, dopo il crollo del muro, non fornisce più petrolio all’isola affiliata e, sebbene abbia letto da qualche parte che la Cina invii migliaia di biciclette, a L’Avana si vede ben poca gente sui pedali. Tutti a piedi, o in fila, su e giù dai cammelli.

La fata morgana di Habana Vieja, che per magia attira nelle sue viscere, m’impedisce di dedicarmi a riflessioni politiche o etiche che diano risposta a qualsivoglia perché. Più che l’intelletto sono i sensi a guidarmi, ora, o chissà quale Dio del pantheon Yoruba. L’afa acuisce l’odore pregnante delle vie, misto d’umidità sensuali, polvere, frutta e fiori dell’invisibile sin troppo dolci. La vista di quei tentativi che sono le boutique, i negozi di dischi o le librerie semivuote, se confrontate con lo sgretolamento generale, non privo di poesia, ti fan sorgere il dubbio tremendo che, a essere kitsch, siano le rivendite senza clienti, la città coloniale che le avvolge, tu che ci passi in mezzo zaino in spalla, o la poesia stessa che tutto questo profonde. Eppure, per quanto io mi sprema, miscelando l’intellettualità del bagaglio personale all’alchimia dei sensi, sesto compreso, rimarrò sempre un argonauta venuto da lontano che, pur convinto dell’inesistenza sull’isola del vello d’oro, senza un Orfeo, non potrà mai scendere nell’anima di questa gente, inferno o paradiso che sia.

Calle Obispo, con il suo andirivieni di stranieri griffati accompagnati da una gioventù Jineteras, speranzosa di ricavare vantaggio da quelle miniere ambulanti, costituisce il primo termine di confronto tra due mondi intersecanti. Anch’io con il mio zaino mi trovo a respingerne gli abbordaggi; atto che aiuta o affonda, mi chiedo? Al di là di qualsiasi e impossibile giudizio, come si fa a sbattere in faccia a questa gente, passeggiando, segni materiali di un benessere irraggiungibile, e contro il quale sembra rivolta l’ufficialità della loro rappresentanza politica? Idiosincrasie non solo formali, evidentemente, e in me la certezza di dovermi togliere di dosso, ancor più di quel che io creda, chili di zavorre, anche ideologiche. L’unico modo per comprendere e abbracciare L’Avana, sarà quello d’abbandonarsi a lei, nudo e crudo. Nel frattempo un’unica certezza: è accentuato tra la gente e la città un comune senso del ritmo.

L'Avana, foto di Paolo Ghiotto

Una musica sottile e i suoi andamenti, sembrano pervadere ogni cosa. Le persone che parlano a voce alta, cantano, senza per questo chiamare in ballo negre matrone che sotto la doccia gorgheggino con il loro pappagalli. Corpi, spesso inni all’estetica, si muovono per le calli come sospinti da melodie potenti e melliflue. Cammino di passi al contrabbasso che pare danza generale. Partiture di generi tra i più disparati sembrano espandersi non solo dalle finestre aperte, ma da qualsiasi anfratto o angolo in ombra. Essenziali concerti per microcosmi, si fanno strada invitando al ballo e al sole bambini di pochi anni. Chissà da quali spalti echeggiano le note d’una tromba cristallina? Chi incroci sulla via batte il tempo con le mani e viene da pensare che perfino chi scrive, segni i ritmi usando le biro come bacchette. Questa mistura di consolazione e allegria primordiale, altamente contagiosa, si fa su spirito di Charanga Habanera. In un reticolo del barocco spagnolo, Obispo è tagliata dai perpendicoli di Villegas, Aguacate, Compostela, Habana… una calle Habana in Habana Vieja?

Elvira, Euridice d’Avana

La svolta a sinistra in calle Habana, simile all’elevazione a potenza di un limite, spalanca il cuore del barrio d’Habana Vieja, dichiarato patrimonio dell’umanità, ma lasciato spesso e volentieri senz’acqua e luce, quando è necessario preservare i servizi per i migliori hotel che lo attorniano: Sevilla, Englaterra, Plaza, Capri, Habana Libre, Deauville. Basta spingere un centinaio di metri nel quartiere per sentire Obispo lontana anni luce. All’olfatto la polvere aumenta nell’amplesso con la povertà più marcata, e i giochi di chiari e scuri rossastri che il sole gioca con le pietre in disfacimento, sembrano opera scultorea.

L'Avana, foto di Paolo GhiottoDei bambini escono da un tombino come se fosse il boccaporto d’un sommergibile, fissandoti sorpresi, loro. È l’incanto inatteso, l’innamoramento inaspettato che non avresti nemmeno immaginato, fatto di gioia e amarezza ormai inscindibili. L’abbraccio deciso della fata morgana. Intaglio profondo di sentimenti ineffabili. Ecco il posto dove perdersi, il luogo adatto affinché l’argonauta comprenda. Le brezze che tirano dentro dalla baia, ormai a un tiro di schioppo, aromi d’alghe e di mare, mutano l’agglomerato d’edifici in un bastimento fantasma. Le robe stese ad asciugare ne costituiscono vele e pavesi colorati, segnali dell’umanità di bordo. Umanità che scruta con interesse l’andamento d’un tizio bizzarro. In Habana 326 il mio punto d’attracco: è l’indirizzo di Elvira, conosciuta da un amico di Trieste del quale devo portare i saluti.

Varco il portone e il buio, per contrasto al sole di fuori, mi rende cieco. Infilo un’irta scala che tira come una mulattiera alpestre. Giro caleidoscopico di bimbi dappertutto e di uomini in pantaloni corti con i pancioni all’aria: Vive qui Elvira? In questo dedalo potrei sparire senza lasciare traccia, impossibile non pensarci. Una voce non identificata mi risponde che Elvira non c’è, si trova sull’altro lato della strada. Derapo sulla mia eccitazione, e a ritroso sui gradoni della rampa. Cerco e ricerco tra gli usci lasciati aperti, tra giocatori di domino seduti con i tavolini sul bordo della calle, scortata da donne ai marciapiedi sedute a fumare.

Tutti gli occhi addosso: Chi è questo? Chi cerca? Elvira? Da una porta aperta, scorgo nella penombra una cucina con il pavimento di marmo a scacchiera pepe e sale, disseminato di fogli. Dentro, una ragazza, accanto a una sedia a dondolo, sembra inseguirli e racimolarli assieme ai suoi pensieri. Sotto i miei occhi attenti, scrive qualcosa, si ferma a riflettere, riscrive — ulteriori segni inequivocabili d’un ritmo -. È un luogo che mi calza a pennello. Come non fidarsi di una sconosciuta che scrive? -“Elvira?”- Sul momento non capisce, è come se la mia voce le arrivasse da una dimensione siderale. La mia sagoma controsole, appoggiata allo stipite, l’abbaglia e la confonde. È una donna piccola, grandi tette e pelle bianca come il latte, occhi a mandorla, simili ai miei.

Quando realizza che è proprio lei che sto cercando, raccoglie i fogli e m’invita a entrare. Coetanea, Elvira mi dà la sensazione d’una sorella perduta e ritrovata senza nemmeno sapere come. -“Sì, sono io Elvira, cala lo zaino!”- Pezzo di letteratura e di vita dispersa quanto la mia, quaggiù in Habana Vieja, L’Avana , Cuba, che ho l’impressione di conoscere da sempre. Riunione d’argonauta ed Euridice sulla latitudine d’un appuntamento improbabile?

In Habana 326 mi dovrei fermare per il tempo d’un tè, o un caffè, ma l’assenza d’entrambi inizia a smerigliare una confidenza naturale, quanto inaspettata, che ferma lo scorrere del tempo. Vicino a un frigo archeologico, un rosario luccica appeso al calendario della Virgen negra de la Regla, messo accanto a quello del Che. Controsenso o sincretismo? Probabilmente è un fidarsi e affidarsi l’uno all’altra, proprio come sta accadendo a noi.

L'Avana, foto di Paolo Ghiotto Marin

Elvira raccoglie poesie, imbastite nell’arco degli anni con macchine differenti: russe, americane, tedesche. Le riordina, le trascrive con una calligrafia incomprensibile che somiglia a quella d’una gatta. Le poesie pubblicate le sono valse più di un riconoscimento dell’U.N.E.A.C. (Unione Nazionale degli scrittori e degli artisti cubani), ma non le permettono certo di sopravvivere, e la obbligano ad affittare la sua casa alta di Habana 326 a turisti stranieri (atto che la converte automaticamente in nemica della rivoluzione). Elvira ha perso entrambi i genitori e Berta, coetanea del Che e comunista ortodossa, l’accoglie nella casina di fronte, quando la sua è occupata dagli “ospiti”. Sono amiche, anzi, madre e figlia adottive. Come Berta aiuta Elvira, così la giovane poetessa le passa pesos e sigarette quando l’anziana non riesce a tirar innanzi con i quattro dollari di pensione: diritto dovuto per aver fatto su sigari per cinquant’anni.

Lezioni di viaggio

Habana 326 si tramuta in mandracchio di partenza, ed Elvira in un Virgilio che mi darà modo di mettermi a nudo e crudo, come volevo. Confronto e incontro in contemporanea. Senza zaino, privo di macchina fotografica, con i capelli lunghi, due stracci addosso e le ciabatte ai piedi, approfittando dell’abbronzatura sivigliana, inizierò a sparire nel dedalo di Habana Vieja? Da lì le traiettorie, gli allacci, gli abbracci, i setacci di gioie e dolori, i controsensi e i contromano che non mi abbandoneranno più lungo la reincarnazione, conseguenza di un lento sgretolamento. Elvira mi fa vivere alimentando la voglia di sopravvivere come un cubano. L’unico mio vantaggio? La consapevolezza di dover e poter lasciare quella latitudine, prima o poi.

L'Avana, foto di Paolo Ghiotto MarinCosì cambio dollari in pesos cubani e ci mettiamo in fila, per ore, prima di entrare in certi empori, più ricchi di vuoti scaffali in legno stagionato che di roba da mangiare: due libbre di riso, una di fagioli neri, cumino, tre uova, la firma di Elvira che vale quel ben di Dio. Il mio patrimonio, invece, procura birra nera Bucanero, un rum ambrato senza etichetta, simile a un malvasia che si vende sfuso dalle mie parti. I chili di manzo, la yuca e le banane da friggere, sono la conseguenza delle visite al mercato central: colmo di roba, ma poco visitato dalla gente di Avana. Sono le prime fitte che mi procura il vantaggio a mio pro, per loro incolmabile: con il dubbio dilaniante di partecipare a un gioco che vivo sulla pelle degli altri, figuriamoci se potrei tornare a fare il turista al Sevilla!

L’allegria di cucinare tutto a casa di Berta, con gli urli di chi si sfida fuori a dominò, incuranti della luce che salta. Ma sì, cene romantiche a lume di candela, cosa vuoi che sia? Fa più atmosfera. Noi qui senza luce, per garantirla all’ego di playboy grassoni che negli hotel si accompagnano a modelle mozzafiato. Come fai a dimenticarlo se sei passato di lì? Ci pensi tu e loro no? Berta che ti accoglie perché sei buono e le ricordi vagamente il Che, soprattutto nella malinconia e nella profondità della voce. Ti vuole bene perché ha capito che non se lì per farti Elvira.

E poi L’Avana di notte. È vero che è diversa, come se dalle pietre barocche ancora calde, uscissero spiriti potenti e invisibili, che inneggino alla gioia, al movimento. Gli Orishas Yoruba, mi spiega Elvira, antichissimi, la vera anima di Cuba, altro che Habana Club. I negri schiavizzati dagli spagnoli portarono con sé dalla Nigeria e dall’Angola le divinità protettrici Yoruba, spiriti della terra madre, del mare, dell’albero, della semina, dei fiumi, ma anche del ballo, della nascita e della morte: polifonia animistica ben presente, perché disseminata in qualsiasi elemento naturale e soprannaturale vivente. Gli spagnoli imposero ai loro schiavi la religione cattolica e i suoi santi, imponendo ai neri di dimenticare le ritualità pagane. Gli schiavi glielo fecero credere, abbinando segretamente, dietro a ogni santo, Cristo e Vergine compresi, i loro antichissimi ari protettori, gli orishas appunto, adorando gli araldi d’entrambe le religioni.
Orishas, eredità divine sopravvissute, oscure e profonde, che non amano la visibilità ma la presenza occulta, innestata nel terreno fertile dell’animismo cubano. Ecco cos’è che avverti, e che rende L’Avana così diversa quando tramonta il sole.

Poi via sul Malecon, lungomare sentimentale della Capital dove le confidenze si confondono con i muggiti del mare. È lì che Elvira si schiude: una figlia di quattordici anni, Dayana, che sta partecipando a un campus educativo per studenti. Un matrimonio fallito alle spalle, come i tre tentativi di fuga da Cuba, compiuti assieme alla figlia e ad altri naufraghi, a bordo di semplici copertoni di camion spinti verso il miraggio della Florida. La poesia la sorregge e le permette di sopravvivere, nonostante il “comitato di quartiere di calle Habana” non veda di buon occhio i tentativi e i sacrifici che una donna fa per mantenersi di letteratura.

Labirinti di poesia che s’ingorgano nel ricordo di un suo grande amico, poeta pure lui, Angel Escobar, portatore di handicap, nero e malato, morto pochi mesi prima per suicidio filosofico. Michelstaedter di un’isola sperduta? No, dice Elvira, soltanto genialità dolorosa vittima di un sistema razzista, grossolano e retorico. Cuba razzista? Più di quanto tu possa credere, quando vedrai una donna o un semplice mulatto al potere, avvisami! Per non parlare degli omosessuali, che perfino Guevara avrebbe voluto mettere alla gogna ottenendo il risultato di trasformare l’omosessualità in atto di ribellione politica…

Salta fuori un moroso tedesco che dalla Baviera tenta di farle arrivare un computer per scrivere, nonostante l’accesso a internet qui sia proibito, o di procurarle una borsa di studio in modo da permetterle di presentare la sua poesia anche in Europa. Tanta fede nel mondo letterario e nella poesia mi danno il capogiro, e così finisco per confessarle che anch’io scrivo, senza illudermi però di potermi mantenere.

L'Avana, foto di Paolo GhiottoAnch’io, in Italia, mi prostituisco con un lavoro che non mi piace, però questo mi permette di rendere libera la letteratura che amo o che creo, una testimonianza del tutto privata. Nasce così un ponte levatoio comune che, assieme alle raffiche di vento, simili alla bora, spazzano intere notti sul Malecon, tra i versi di Elvira e quelli di Ungaretti che lei mi cita in italiano: Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie e M’illumino d’Immenso. A ruota le riflessioni sull’etica di Socrate paragonata a quella di Josè Martì.

Io le racconto di un poeta delle mie parti, Biagio Marin, che, se fosse nato qui, non avrebbe dovuto attendere sessant’anni per venir riconosciuto, e che, una volta morto, si sarebbe sicuramente convertito in un Orishas caro a Yemayà, la vergine delle acque e signora di quel mare che il gradese aveva sempre cantato nei suoi versi. Misture di fratellanze adottive sorte nelle nottate passate al Malecon, per non saper dove andare a dormire, senza alcuna voglia, peraltro, di dormire.

Segue con Cuba, eremita in Habana Suite

Foto di Paolo Ghiotto Marin ©

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