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Omnia

Il lavoro etico della parola

Il lavoro, nonostante sia una parte integrante della vita quotidiana di ognuno di noi, una dimensione con la quale ci si ritrova ad avere a che fare per mangiare, è un sostantivo che nasconde, sotto il coperchio degli ingranaggi sociali, una serie di scatole cinesi concettuali, poli-sinfoniche: la parola lavoro, infatti, ben al di là di venir letta nell’accezione comune come motore di sussistenza, nasconde concetti del diritto e del dovere di fondamentale importanza.

Operai sul traliccio

A prima vista, parrebbe che l’umanità ne abbia fatta di strada da quel primo insegnamento elementare – ti guadagnerai il pane con il sudore della fronte – coinciso con la cacciata dal Paradiso e l’apparente azzeramento di qualsiasi eredità divina nella natura umana. Da quel punto in poi, la ricerca dell’uomo si è rivelata costante, come se l’umanità avesse intuito che, proprio per mezzo del lavoro, si sarebbe potuta riappropriare della più affascinante peculiarità divina: la creazione dal nulla – o per lo meno, da forme elementari – di qualcosa di utile, bello, concreto, funzionale e in armonia con il tutto già esistente. Operazione alchemica che avrebbe redento la condanna in luce.

Oggi, chi si dedica a leggere l’odierno come risultato della storia si accorgerà facilmente che qualche granchio è stato ben preso: la peculiarità divina del creare, secondo determinati canoni, si è purtroppo confusa, o accantonata più o meno consapevolmente, favorendo nell’umano il rinvigorimento di una seconda caratteristica, tipica delle divinità: il potere. Ecco allora che, in questo senso, anche il lavoro ha preso nel corso della storia, come prende tutt’ora, una brutta piega.

Foto Karl MarxC’è chi – e con buona pace di Marx e dei suoi studi, bollati sin troppo superficialmente, come antrocomunismo – ha capito che il potere fa il pari con il denaro, non certamente nuovo creato Dio, ma sicuramente deus ex machina dei tempi moderni, colui che tutto può e tutto dispone. Va da sé, quindi, che una concezione del lavoro basata su tali principi ripropone, in machiavellica evoluzione, situazioni d’inciviltà che si credevano ormai superate, e mi riferisco a contratti capestro che permettono utili inimmaginabili a pochi, e vite prive di dignità per molti; servizi sempre più scarsi, qualità della vita giù in picchiata; mancata realizzazione dell’individuo, lontano dal sacrosanto diritto dell’uomo, che fa addirittura riaffiorare casi di schiavitù – più o meno latenti – in sacche omertose e interne a quelle stesse società che si appannano il diritto di definirsi civili e civilizzate.

A molti è ormai noto che l’ottanta per cento della ricchezza mondiale è appannaggio del solo nove percento dell’umanità: armonia zero. Proprio un bell’affare, non c’e che dire! Ma il concetto del lavoro, allora, quel tipo di lavoro, mi dico io, dov’è finito? E cosa si può fare per redimerlo, attorniato com’è da tante divinità potenti, affiorate lungo il corso della storia? Riavvolgiamo il nastro in un rewind di percorso?

È più o meno assodato che la scintilla della civiltà sia scoccata nella Grecia del V secolo a.C., quando un certo Platone intuì che la peculiarità divina dell’uomo stava nelle sue idee. Nulla veniva creato senza averlo pensato prima, mediante l’idea. L’idea diventa un vero e proprio laboratorio, dove provare ciò che poi si tenterà di realizzare con la creazione; ma l’idea è già creazione embrionale? L’idealismo, al tempo, non si limitava, quindi, al significato più o meno folcloristico imposto oggi, quando, recuperando un’immagine del Platone fabulatore, l’idealista vive bellamente tra le nuvole; Platone è autore di una Repubblica che nessuna società democratica è ancora riuscita ad avvicinare né a realizzare. Di chi è il limite? Utopia, potemmo ribattere, come se l’utopia, ossia la tensione verso la perfezione, non fosse l’unico volano che permetterà a un’umanità d’imperfetti di riappropriarsi, dopo l’ingiusta cacciata dal Paradiso, proprio di quella peculiarità divina che è la forza creatrice.

Statua della Venere di MiloE su questa terra, non da altre parti, come vorrebbero altri tipi di favole, ben più meschine e inutili, in grado non solo di causare gravi danni all’umanità stessa, ma di rallentarne addirittura il corso evolutivo. Ben prima di Platone la radice etimologica di poesia, poiesis, non riguardava, come succede oggi, soltanto i poeti. Poiesis significava cosa ben fatta, a regola d’arte, ossia utile, bella e piacevole. Poeti, a quel tempo, venivano chiamati anche i mastri d’ascia, i ciabattini piuttosto che i legislatori del diritto. Dietro il termine poesia, quindi, esisteva un lavoro che se ne andava a braccetto non solo con il piacere che la creazione elargiva al beneficiario del bene ma, in particolar modo, con quello che procurava al suo stesso creatore.

Gli ellenici, erano così distanti dal paradiso? A dirla tutta, sembra quasi che la creazione fosse completamente sganciata da benefici di tipo economico, che indubbiamente remunerava, tanto più importante era la soddisfazione personale del creatore: il suo piacere, l’estasi divina che quel lavoro donava, a se stesso e agli altri. Socrate, maestro di Platone, ne fu un esempio estremo, divino e divinizzato.
Per la parola come mezzo d’indagine della verità, Socrate nutriva un amore smisurato, che lo portò ad operare senza badare a interessi o vantaggi personali. Erano tempi in cui la parola serviva per confrontarsi in un ambito, considerato sacro, proprio perché circoscritto all’ambito umano, anzi, divinamente umano. Riti sacri (religione ad immagine e somiglianza dell’uomo), Teatro, Tragedia, Commedia, Verso, ma pure dibattito politico, confronto sociale e Filosofia, esistevano perché esistevano arnesi del mestiere per la parola. L’ellenismo stava vivendo l’apice del suo fulgore democratico.

Ecco allora che il retore era la persona dotata di un linguaggio efficace, differente dal retorico – osteggiato dallo stesso Socrate – che invece utilizzava il discorso per fini di mero vantaggio personale, intellettuale o economico che fosse; il polemikos fungeva da arnese per dibattere e confrontare punti di vista differenti, sotto l’egida della logica, dell’etica, e dell’aderenza al vero, non certo del potere o del denaro. Si era creato, in un solo concetto dalle mille sfaccettature, il lavoro etico della parola. La dittatura che ne seguì, totalmente allergica a tale principio perché ammaliata dall’altra peculiarità divina, ossia l’oscuro potere politico, firmò la condanna di Socrate a quella morte che, anziché soffocarlo, la ha reso eterno. Oggi, infatti, ricordiamo e riconosciamo il valore del lavoro socratico, non certo quello dei despoti che lo condannarono.

Tali riflessioni personali, che m’accompagnano sia nella vita, sia nel mio rapporto con la parola scritta, sono state particolarmente ispirate dal numero che Fucine Mute presenta questo mese. Innanzi tutto per il lavoro stesso dei collaboratori del webmagazine che, al di là di qualsiasi tornaconto, propongono, puntualizzano e sviluppano, su quest’isola felice, argomenti sentiti in maniera viscerale, permettendo, proprio qui, un approfondimento che solitamente non paga da altre parti. Con questi presupposti, ad esempio, è nata la recente Chartacea, un progetto che punta a recensire libri di valore.

E con questo spirito, alcuni collaboratori hanno seguito a tappeto, invece, la terza edizione di Absolute Poetry di Monfalcone, in occasione del centenario di vita dei Cantieri navali. Partendo da questa realtà territoriale nasce l’intenzione da parte degli organizzatori del festival, Lello Voce e Luigi Nacci, di fondare, in una sorta di ideale gemellaggio, i Cantieri Internazionali di Poesia, densamente documentati da Fucine con le video-interviste degli anni scorsi, che hanno ritratto molti dei protagonisti internazionali della poesia performativa.

Alcuni dei protagonisti di Absolute Poetry 2008 fotografati durante le prove

Parola, Informazione, Lavoro, Etica, Cultura: un sacrale pentagramma che, prendendo il la da questi temi, mi porta a svilupparne altri, non per sentito dire, ma per via di un’esperienza personale quanto meno attenta. Al di là del fatto, valente, di occuparsi di poesia, e delle sue diverse forme di espressione, il festival diverte, rendendo spettacolare un’attività invisibile come quella del poetare, che teme davvero pochi confronti. Una formula intelligente che non accavalla gli appuntamenti giornalieri, permette a qualsiasi persona di seguire, digerire e meditare gli stimoli artistici.

Ebbene, c’è chi è riuscito a scrivere su quotidiani regionali d’importante tiratura che l’apertura del festival è iniziata in sordina, senza tener conto che una manifestazione del genere, se apre a ritmo tranquillo, ma garantendo dibattiti e visioni di qualità eccelsa, opera come fa un’overture rispetto al tema sinfonico. Solo il giudizio afrettato di chi scrive, allora? Affaracci di chi li stipendia, verrebbe da dire se l’informazione non fosse bene pubblico e veicolo etico di fondamentale importanza, che riceve, in base alle leggi sull’editoria, un succoso contributo statale. Se dunque il giornale lo paghiamo due volte, alla fonte e alla foce, non sarebbe il caso di leggerci sopra almeno qualcosa di sensato, nonostante gli spazi risicati? Se poi, alla fine del Festival, viene ventilata l’ipotesi d’aver assistito all’ultima edizione di Absolute Poetry perché l’evento è messo in pericolo dalla presenza di un assessorato alla cultura di destra, dopo tante parole, c’è davvero da lasciarsi andare alle vertigini.

La cultura ha forse un colore o un partito politico? Il lavoro artistico, nella sua accezione più nobile, è utile, concreto, esteticamente valido per forma e contenuti, soltanto a seconda del livello ideologico di miopia di chi lo guarda? Al di là del fatto che l’Absolute Poetry, occupandosi di poesia, ha dimostrato una certa coerenza con l’antica poiesis greca – i suoi cantieri hanno elargito piacere sia ai creatori dell’opera, sia a chi ne ha goduto – mi sembra corretto metterlo a confronto con altre manifestazioni culturali che, in Friuli Venezia Giulia, ricevono finanziamenti pubblici ben più corposi.

Lydia Lunch ospite di Absolute Poetry 2008

Sia Dedica che Pordenonelegge, a Pordenone, pur garantendo una partecipazione di eccellenza, si sono trasformati in baccanali fieristici del libro, senza capo né coda. I festival iniziano e finiscono senza dar la possibilità, a chi ne usufruisce, di capire chi c’era da seguire. Impossibile non perdere qualche appuntamento importante. E il costo di tutto questo? So da fonti certe e affidabili che alcuni eminenti scrittori contatti dalla meno nota Associazione Culturale di Via Montereale, che si occupa di far interagire diversi movimenti culturali, sono stati poi scritturati da Dedica in quanto poteva offrire compensi più importanti. Sono assolutamente contrario al gettone di presenza per gli artisti quando toccano cifre esorbitanti, a meno che non siano elargiti da sponsor simpatizzanti privati, sempre presenti in tali ambiti; questione etica di confronto tra retori e retorici, o soltanto la naturale riflessione che se c’è una crisi, i sacrifici li debbano fare i pezzi da novanta, prima degli altri? Se non si aiuta il nuovo a crescere e maturare, anche la cultura rischia d’impantanarsi su qualche laguna commerciale: e non è sufficiente la già insopportabile televisione di tal risma?

Non meno importante il fatto che sarebbe davvero bello distinguere chi si impegna perché l’arte l’ama davvero, e chi lo fa, invece, solo per batter cassa a fine programma. Credo che esistano molti che si muovono ancora perché non ne possono fare a meno, come Socrate fu portato a fare quel che ha fatto perché toccato da fuoco sacro (a proposito di divinità); non disdegno, insomma, un certo allineamento tra l’eccellenza artistica e l’eccellenza dell’umano: una rivalorizzazione dell’opera nella storia dell’arte, piuttosto che una valorizzazione dell’individuo impegnato a crearla. Utopia? No, soltanto propensione al perfettibile su un cammino costellato di meditazioni quotidiane.

Tiziano Terzani

Chi, invece, ha optato per un saggio dietro front rispetto al fatto di proporre mercati in fiera a tutto tondo, è sicuramente l’Associazione Vicino e Lontano di Udine. Giunta alla IV edizione del Premio Terzani, si è messa in evidenza per tre apprezzabili iniziative: scorporare su due periodi diversi dell’anno le proprie iniziative (il premio Terzani è ora staccato dal contenitore Fuori Rotta, dedicato ai libri di viaggio); ridurre gli eventi in modo da rendere più fruibile il palinsesto; integrare i programmi con eventi minori legati alle realtà regionali. Tutti e tre ottimi sintomi e sinonimi d’attenzione. Attenzione sempre presente, ad esempio, nei festival cinematografici dedicati ai film dell’est europeo di Alpe Adria a Trieste, e ai film di produzione orientale di FarEast a Udine.

Ahi me, totalmente da rivedere, invece, la formula del festival latinoamericano di Trieste che, nonostante il ventiduesimo anno di vita, sembra ancora alle prime armi. Oltre a carenze dal punto di vista tecnico, con le pizze prelevate direttamente dal festival di L’Avana, il più censurato al mondo, manca completamente di un ufficio stampa che faccia cassa di risonanza, di un evoluzione che riguardi incontri con gli autori o eventi collaterali, come se fosse, e forse lo è, un importante affare di famiglia per chi lo gestisce, e non l’occasione di crescita e di nuove collaborazioni, almeno sul fertile territorio giuliano.

Quando le cose stanno in questo modo, risulta difficile spiegarsi come mai le stesse Fucine Mute rischino di vedersi tagliare i finanziamenti che le permettono l’organizzazione di Catodica, e la messa in rete di una certa qualità d’informazione, franca da qualsiasi tipo di pubblicità o vincolo commerciale. Quel tipo di qualità che ci permette d’ospitare i portavoce di un limpido giornalismo etico. Carmen Lasorella nel numero precedente, Fabrizio Gatti in questo che presentiamo, in uno dei prossimi, Angela Terzani Staude. Il tutto, affinché il lavoro etico della parola, possa essere sinonimo di confronto, sensibilizzazione d’opinione pubblica, evoluzione culturale; per fare in modo che le parole non si limitino ad essere soltanto vuote parole.

Poetry Slam ad Absolute Poetry 2008

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