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Scrittura

Carlo d’Amicis, La guerra dei cafoni

Alla conquista della mediocrità

Copertina de La guerra dei cafoni
Titolo: La guerra dei cafoni
Autore: Carlo D’Amicis
Anno di pubblicazione: 2008
Editore: Minimun Fax, Roma
Collana: Nichel
Pagine: 224
Prezzo: 13,00 Euro
ISBN: 9788875211738

Questo è il mondo”, sputa infine. “La società. Il progresso. Intorno a noi, Francisco Marinho, tutto sta cambiando”. Serro la mascella. Conto fino a dieci. Mi ostino a fissare il marchio delle mie Adidas — semplicemente perfetto — e mi chiedo cosa ci sia da cambiare. In che cosa dovrebbe consistere ‘sto benedetto progresso.

Magari, se tutto cambia, tu sei pure contento, eh Lucavià?”, sibilo sarcastico. Con un ghigno mi volto a osservarlo. Sono più amaro dell’amaro Petrus, ma la sua faccia da filosofo oggi non riesco proprio a digerirla.

Che c’entra?”, sbuffa. “Non è che sono contento”. Poi si guarda intorno come a cercare le parole. “È che… non possiamo continuare a combattere in eterno questi quattro straccioni. Nella vita bisogna evolversi, Francisco Marinho. Cercare altri obiettivi.”.

Lo guardo inorridito. E ciononostante, per il bene che gli voglio, per la stima e la fiducia che ripongo verso il mio ufficiale, mi sforzo di capire. “Ma di cosa stai parlando? Ma quali altri obiettivi, Lucaviale? La nostra missione è dividere il bene dal male, il virtuoso dall’empio, l’Alfa Romeo GT dalla Otto e cinquanta”.

Carlo D’Amicis, La guerra dei cafoni

Senza por tempo in mezzo, e senza mezze misure, il libro di D’Amicis è una scoperta. Vera. Uno stile scoppiettante che non lascia tregua, un respiro largo e ritmato di scrittura che solleva ed eleva, una leggerezza che traina e porta a casa la storia di un tempo, di una generazione, di un’era italiana passata, le cui conseguenze si stagliano pesanti sull’Italia di questi anni. La vicenda si svolge nel paese di Torrematta, località fittizia del Salento, nel pieno degli anni Settanta, come ci dice nelle prime pagine l’eroe principale, quell’Angelo Conteduca attraverso gli occhi e la voce del quale assisteremo all’intero dipanarsi dei fatti. Soprannominato Francisco Marinho per via della supposta somiglianza con l’allora famosissimo giocatore di calcio, e, per derivazione fonetica ma soprattutto per definizione caratteriale, detto anche il Maligno. Tutti i personaggi hanno un nome e, soprattutto un soprannome, in questa storia. La loro identità è prima di tutto inscritta nel nomignolo, segno inequivocabile che tratteggia in una sola breve e incisiva pennellata la loro storia, il loro aspetto fisico, la loro appartenenza. Perché, nella guerra di D’Amicis, l’appartenenza è tutto.

In quegli anni o si è signori o si è cafoni. In quel luogo di vacanza si espletano tutti i conflitti di una separazione fra classi che altro non è che il riflesso della società di allora, lontana dalla barbarie della metamorfosi che tanto efficacemente Baricco ha illustrato nel suo recente pamphlet, emblema della modernità. Lontana ma sull’orlo del cambiamento.

Foto di D'Amicis con un cane

D’Amicis, attraverso la guerra fra i suoi adolescenti schierati per nascita, descrive l’abisso incombente ed epocale che ci ha portati dove siamo, quell’attimo esatto in cui i cafoni si appropriano degli strumenti dei signori, in cui le carte si mescolano spareggiando i mazzi. Il punto esatto in cui il “cafone ” comincia ad ordinare l’aperitivo al bar “come se il suo problema (nel giro di un’estate, di un battito di ciglia della Storia, di una rotazione del sole intorno all’asse terrestre) non fosse più togliersi la fame, ma farsela venire ”.

Tutto, nel libro, rispetta la logica dei tempi, e chi quei tempi ha vissuto, da bambino o adolescente appunto, ne ritrova caratteristiche ed idiosincrasie perfettamente riproposte. La banda dei signori, capitanata dal Maligno, scende a Torrematta, al mare, ogni estate dalle città. I cafoni, a Torrematta, ci abitano tutto l’anno, esclusi da quella civiltà dei consumi e del benessere che è loro preclusa per destino immutabile, per nascita, appunto. E l’odio d’una fazione per l’altra, la guerra, serve a che le cose rimangano così come sono, a mettere i paletti, a stabilire il privilegio del più forte. Ai signori, serve per affermare la supremazia guadagnata col denaro. Ai cafoni, è necessaria per sancire il dominio del territorio, per allontanare l’invasore.

Nel racconto tuttavia si fa più chiara la progressiva inutilità ad opporsi al cambiamento, al fallimento strutturale di una divisione così netta fra due poli, alla fine non così distanti. Si delinea man mano quel divario fittizio fra due schiere di poveri, fra quella classe media illusa da un benessere passeggero e labile e la sua controparte già pronta ad appropriarsi di beni non così inaccessibili, ché il consumismo deve necessariamente chiamare a sé il maggior numero di possibili acquirenti.

Naturalmente, si tratta anche della guerra di passaggio verso l’età adulta, degli ultimi fuochi di ribellione alla crescita, della resistenza a diventare i propri padri perdendo per strada il sogno d’essere diversi. L’ultimo capitolo della saga è illuminante in questo senso, un triste resoconto del com’è andata a finire, con lo stile dei titoli di coda di alcuni film in cui brevi frasi scritte sullo schermo ci dicono cos’è stato dei vari personaggi dopo gli eventi della narrazione. Degli eserciti di Torrematta, non si salva nessuno. Men che meno i capi e i generali, di una fazione e dell’altra. Tutti prigionieri di destini conformi, e mediocri. Come mediocre sembra essere il presente, e il futuro che si intravvede, delle generazioni adulte del nostro tempo.

La Torre

Carlo D’Amicis (1964), vive e lavora a Roma. Ha pubblicato i romanzi Piccolo Venerdì (Transeuropa, 1996), Il ferroviere e il golden gol (Transeuropa, 1998, selezione Premio Strega), Ho visto un re (Limina, 1999, Premio Coni per la letteratura sportiva), Amor Tavor (Pequod, 2003). Per Minimum fax ha pubblicato Escluso il cane (2006) e La guerra dei cafoni (2008).

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