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Omnia

Mantova, Festival della Letteratura 2008

Ricerche, creatività e assaggi

Arriva il Festival della letteratura a Mantova, e la patria del tortello di zucca e della torta “sbrisolona” si lustra. Come ogni fine estate, a settembre la deliziosa cittadina ha accolto un festival iniziato quasi per sfida diversi anni fa, e divenuto oggi appuntamento culturale tra i più seguiti ed attesi del Nord Italia. Già a fine agosto la gente inizia di notte a fare la coda per accaparrarsi i biglietti e, nel primo pomeriggio, le poltrone per gli incontri più gettonati sono già esaurite.

Code al Festival di Letteratura di Mantova

Le vie del centro, sulle quali si affacciano gli antichi palazzi ancora splendenti per il nobile passato gonzaghesco, si affollano per gli incontri, le letture e la ricerca disperata dei libri alle bancarelle. E per chi di ricercato avesse non solo il gusto letterario, ma anche il palato, una nota di merito va al Pensatoio: bookshop e formaggeria assieme, offriva per l’occasione all’interno delle sue sale un percorso ragionato del festival, libri e minibiografie con cui farsi compagnia mentre si gustavano i più pregiati formaggi italiani. Il tutto accompagnato dalla mantovanissima mostarda alle mele.

Sono stati quest’anno presenti al festival molti romanzieri, saggisti e studiosi, soprattutto volti ormai noti del panorama culturale nazionale: da Baricco a Michele Serra, da Corrado Augias a Piergiorgio Odifreddi, da Stassi a Gatti. Non mancano poi gli habituè stranieri come Daniel Pennac o Chuck Palahniuk. Marcata è anche una sensibilità organizzativa sempre più multiculturale, e anche Medio Oriente, Messico, Nord Europa e Africa hanno il proprio spazio e rappresentanti d’eccezione.

Si cerca di indagare il paradigma delle potenzialità della scrittura secondo diverse prospettive — creativa, comica, storica o scientifica. Numerosi sono gli appuntamenti per i bambini, le letture (Toni Servillo) e gli eventi dedicati a generi artistici extra letterari — da segnalare la presenza di Gillo Dorfles, storico d’arte di origine triestina e fondatore, assieme tra gli altri a Bruno Munari, del Movimento per l’arte concreta. Tutti concentrati nella cittadina per discutere sulle potenzialità della parola, più o meno scritta, nell’epoca contemporanea.

Baricco al Festival di Letteratura di Mantova

Una parola che può divenire veicolo di ricordi e di trasmissione di una memoria storica — pensiamo a Boris Pahor e al suo Necropoli, libro agghiacciante sul campo di concentramento di Natzweiler-Struthof sui Vosgi, e pubblicato in Italia dopo 20 anni; o creare mondi fantastici, che ci abituano a sognare e a rendere un po’ magica la vita di tutti i giorni. La parola non è solo immagine fedele di ciò che vogliamo dire, bensì tramuta, attraverso le sue potenzialità, ogni forma di sapere. E, indipendentemente dalla forma prediletta — romanzo, saggio, poesia… — parla di noi stessi e rimane un incredibile e delicato mezzo di introspezione.

Pensiamo a chi per primo fece della scrittura la sua vita, e della sua vita stessa un romanzo indimenticabile: Marcel Proust, a proposito del quale è uscito un curioso e brillante libretto intitolato Il cappotto di Proust (ed. Portaparole, 2008), frutto delle ricerche dell’appassionata Lorenza Foschini. “È Proust stesso ad affermare che gli oggetti spesso servono per dire cose che a voce non potremmo spiegare” racconta l’autrice “Magari servono a riscattare la vera vita e le opere di un autore non compreso a causa ad esempio del perbenismo dell’epoca”.

La Foschini, giornalista e conduttrice di programmi di successo come Misteri o Il filo di Arianna, arriva all’incontro coi lettori in compagnia del giornalista del Sole 24 Ore Stefano Salis, che presenterà assieme a lei il libro. Il sorriso accattivante e l’energia della Foschini fanno colpo, ed il libro è il primo a fare sold-out sulle bancarelle del Festival della Letteratura. Il perché si capisce in fretta: la storia è originale, fresca, incuriosisce. Non riguarda Proust in prima persona, bensì il collezionista che ha permesso fossero salvaguardate gran parte delle opere dell’artista, del mobilio e degli oggetti a lui più cari: Jacques Guerin, ricco imprenditore francese e importante bibliofilo, la cui collezione vantava originali di Apollinaire, Rimbaud, Picasso, Coucteau, e chi più ne ha più ne metta. Un uomo originale e brillante, omossessuale, con uno charme e un fiuto impareggiabili (caso vuole che fosse proprietario di una delle più importanti aziende di profumi dell’epoca).

Pubblico al Festival di Letteratura di Mantova

Il libro indaga il delicato rapporto tra scrittore e lettore, e mette in luce la dinamica che si innesca quando, ossessionati dalle opere di un artista, ci rivolgiamo anche alla sua vita privata per cercare risposte, curiosità e particolari che non possiamo trovare altrove, che ci permettono di capire qualcosa in più, quindi, non qualcosa di diverso rispetto all’opera stessa.
Ma c’è anche dell’altro, racconta l’autrice: “Quando toccai il cappotto di Proust ebbi l’impressione di entrare in stretto contatto con lui, fu come toccare qualcosa di intimo. Feticismo?” e sorride.

Ad un altro tipo di ricerca, quella dei romanzi gialli, è dedicata buona parte del festival. Parte dell’iniziativa tematica sono gli appuntamenti con le scrittrici del giallo made in Scandinavia, finalmente scoperte dall’editoria italiana: Anne Holt ad esempio, avvocato ed ex ministro di giustizia a Olso, che ha di recente pubblicato con Einaudi Quello che ti meriti; o Maj Sjowall, che negli anni ’60 sconvolse la Svezia affidando ai romanzi gialli la critica al neocapitalismo social-democratico.

E, a proposito di detective, segnaliamo un altro curioso evento, Gli occhi di Maigret, che ha proposto un divertente parallelismo tra le dinamiche specifiche di un genere letterario e quelle della creatività in senso lato. La connessione? L’assunto di base è che lavorare nel mondo del visual sarebbe in realtà un impegno per veri e propri investigatori: come in un buon giallo che si rispetti, fin dal principio, sulla scena ci sono già tutti gli elementi della storia — luogo del delitto, attori, moventi. Ma bisogna imparare a vedere tutto ciò che a prima vista è ben celato per riuscire a creare una campagna di comunicazione che funzioni.

Festival di Letteratura di Mantova

Ad intrattenere il pubblico con gag esilaranti sono i due graphic designer, Massimiliano Pisi e Matteo Bologna, che lavorano uno a Milano, l’altro a New York. Pisi crea nuovi font tagliuzzando pezzetti di lettere qua e là, edifica suggestivi spazi espostivi traslando le forme ed i concetti dell’oggetto in mostra nello spazio espositivo che li raccoglie. Bologna, invece, oltre alla cura dei concept per catene di ristoranti ed esclusivi marchi di biancheria intima, realizza centinaia di copertine per le collezioni Rizzoli. Il suo segreto? “Non aver mai aperto uno di questi libri prima di lavorarci sopra. E magari nemmeno dopo” sorride. Commento azzardato a un festival di letteratura, ma a sentirlo parlare, si direbbe proprio che stia scherzando.

“Il romanzo serve a rivelare gli elementi giusti” sostiene Pisi, prima di confessare che i creativi-detective sono allo stesso tempo irrimediabilmente e piacevolmente colpevoli: dopo aver scoperto gli assi nella manica, ossia le tendenze internazionali della cultura contemporanea, e aver rovistato nei retroscena di un brand e di un target di mercato, sono loro a commettere il crimine finale, a creare campagne inedite che colpiscano i consumatori. È l’istinto, il fiuto del creativo, o per dirla con Wittgenstein: “Ciò che io vi do è la morfologia di un’espressione. Vi dimostro che essa ha usi che non vi eravate mai sognati. Suggerisco possibilità alle quali non avevate mai pensato”. Il trucco sta insomma nel proporre in maniera inedita e suggestiva. Non è fondamentale riuscire a creare cose nuove, quanto avere dei concetti fittizi che ci permettano di capire quelli che abbiamo già.

Festival di Letteratura di Mantova

Inaspettata ma decisiva la chiusura del festival con la presenza di Roberto Saviano, al cui libro Gomorra va il merito di aver aperto gli occhi del mondo sulla più scomoda e vergognosa realtà italiana contemporanea, la mafia. Un libro, diventato anche film, grazie al quale ora non possiamo più fare finta di non sapere, che ha spopolato in tutto il vecchio continente: le librerie parigine non smettono di mettere in vetrina Gomorre e di ricordarci quale pessimo esempio siamo noi per la politica europea.

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