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Scrittura

Boris Pahor

Necropoli

Copertina del libro NecropoliI casi editoriali, per un motivo o per l’altro, hanno sempre qualcosa di particolare che li contraddistingue e che porta il lettore ad incuriosirsi, a cercare l’opera nelle librerie, ad informarsi sull’autore. Ma Necropoli di Boris Pahor, vero e proprio best-seller italiano nel 2008, si presenta come “un caso nel caso”, e più che particolare potremmo definirlo unico: la nostra penisola scopre in massa un grande scrittore di “appena” novantacinque anni — residente sin dalla nascita a Trieste, già noto e premiato in molti paesi come Francia e Germania ma da noi pressoché sconosciuto fino a pochi anni fa — ed il suo romanzo più importante e noto trova la ribalta nazionale dopo oltre quarant’anni dalla sua prima pubblicazione. Una storia che ha dell’incredibile e della quale molto si è detto e scritto negli ultimi mesi.

Mossi dal desiderio di approfondire il caso, abbiamo voluto arrivare al cuore dell’opera e del suo autore, incontrandolo in una splendida mattinata di inizio autunno presso il Caffé San Marco di Trieste. La nuova edizione di Necropoli è stata il punto di partenza per un interessante viaggio nella memoria di Boris Pahor.

Flavio Landi(FL): Professor Pahor, l’ultima edizione di Necropoli, a cura di Fazi Editore, è la prima con una vera diffusione a livello nazionale in quarant’anni. Come si è giunti alla sua pubblicazione e come mai tale ritardo, proprio nel paese dove lei vive?

Boris Pahor(BP): Partendo dalla seconda domanda, credo che il motivo principale di questo ritardo sia di natura politica. Come ho già detto altrove, forse non si voleva ammettere che nella “italianissima” Trieste potesse esserci un grande scrittore sloveno. Il problema del confine orientale e delle rivendicazioni dei territori di confine si è trascinato per lungo tempo. In verità, la traduzione italiana di Necropoli, battuta a macchina, è rimasta a casa mia per ventiquattro anni. L’ho inviata a tutti gli editori italiani e non ho mai ricevuto nemmeno una risposta. Addirittura Feltrinelli, a suo tempo, me la mandò indietro senza nemmeno aprire la busta.

Poi, molti anni dopo, ci fu il concorso organizzato dal Consorzio Culturale Monfalconese (CCM) per la migliore traduzione dallo sloveno all’italiano. Il mio libro vinse il concorso, secondo me più per la tematica trattata che per il suo valore letterario. Non che non fosse buono, ma c’erano altri libri ben tradotti che meritavano di aggiudicarsi il premio. Il traduttore, Ezio Martin, rifiutò il premio di due milioni di lire perché per lui quel lavoro era stato un atto d’amicizia nei miei confronti. Il CCM decise, quindi, di usare questi soldi, mettendone vicino anche altri, per poter fare una prima edizione che è passata a Trieste e Gorizia. In seguito, ancora il CCM si interessò a trovare un editore di prestigio che potesse far conoscere l’opera, che secondo loro meritava maggiore e migliore diffusione, senza però riuscirvi.

Quando poi iniziai ad essere conosciuto in Francia, in Germania e addirittura negli Stati Uniti, dove Necropoli ha avuto un’edizione molto bella, un amico francese parlò di me alla casa editrice Nicolodi tramite un suo contatto. Con loro ho pubblicato Il rogo nel porto (2001) e La villa sul lago (2002), il mio nome ha cominciato a girare e sono stato un po’ conosciuto anche in Italia. E da qui qualcuno ha detto: “Mah, i tempi sono cambiati, oramai la Slovenia è entrata in Europa, gli sloveni a Trieste sono praticamente riconosciuti”. È stato tutto un insieme di fattori uniti al fatto che i tempi erano finalmente maturi.

FL: Un’attesa molto lunga per un’opera che, in quanto autobiografica, risulta ancora più drammatica e toccante e la cui scrittura, immagino, sia stata anche molto dolorosa. Qual è stata la motivazione che l’ha spinta a scrivere Necropoli? Nel corso della narrazione, spesso descrive il suo stato d’animo come un desiderio di voler fare qualcosa per cambiare le cose senza averne la forza e l’opportunità, di smettere di essere solo spettatore di ciò che accadeva. Al suo ritorno dalla prigionia ha sentito l’impulso di non tacere, di testimoniare, di far girare il messaggio alle nuove generazioni?

Pahor autografa libri ai fan

BP: Dopo la guerra passai quasi due anni a Parigi per curarmi la tisi al polmone destro. Già lì cominciai a prendere nota di ciò che mi era successo. C’era un bisogno di annotare ciò che avevo vissuto, un bisogno personale e non di scrivere pensando che qualcuno mi avrebbe poi letto. Ma in quell’inizio di scrittura non c’era ancora l’esigenza di trasmettere e di raccontare. Solo in seguito si risvegliò anche la mia parte di scrittore ed al ritorno pensai che sarebbe stato giusto mettere tutto su carta. Sentii come una specie di necessità di confermare che c’era stata questa distruzione assoluta dell’uomo, nel corpo e nella psiche. I nazisti volevano umiliarci, farci sentire delle nullità, sia a livello organico che psicologico.

Quando tornai al campo la seconda volta, rivedendo i luoghi della prigionia, lì mi venne l’idea definitiva di riunire in un racconto tutta la vicenda. L’idea della testimonianza è stata secondaria rispetto al bisogno di raccontare la mia esperienza. Quello che mi interessava era ricordare coloro che non hanno fatto ritorno, come ho scritto anche nel libro. Loro meritano più di tutto di non essere dimenticati. E lo scrivere poi è stata anche un’igiene per me, prendere ciò che tenevo dentro e gettarlo fuori mi è servito a mettere ordine anche nel mio mondo interiore.

FL: Un bisogno terapeutico della scrittura, un’esigenza salvifica..

BP: Sì, c’era questo bisogno. Ci sono stati tanti che sono tornati e non hanno mai detto una parola, si sono chiusi in se stessi. Molti si sono suicidati perché incapaci di superare il confronto di ciò che avevano vissuto con la vita normale; non sono riusciti a trovare il modo di tirare fuori il male e l’hanno tenuto tutto dentro.

FL: Professore, lei è credente?

BP: Come scrisse Spinoza, io intuisco il mistero e mi inchino di fronte ad esso. Mistero sconosciuto, come sconosciuto, diciamo, è l’inizio dell’esistenza, del mondo, dell’universo stesso. Ho preso dal Cristianesimo l’insegnamento dell’amore e del perdono, e su questo sono d’accordo. Tutto ciò che riguarda, invece, l’istituzione religiosa — di tutte le religioni — credo che sia un bisogno dell’uomo di non sentirsi solo, un bisogno di avere una ragione e di solito questa ragione, almeno dalla parte delle religioni monoteiste (cristiana, ebraica, musulmana) è legata al mondo dell’aldilà, alla speranza che il male lo troviamo qui, in vita, ma non dopo di essa. Io credo che il mondo dipenda tutto dagli uomini, da come lo fanno.

FL: Secondo lei gli “orrori” descritti nel suo romanzo possono ripetersi in futuro o abbiamo imparato la lezione?

BP: Purtroppo la storia ci ha già dimostrato che dopo la seconda guerra mondiale gli orrori si sono ripetuti. Vedi, ad esempio, il Vietnam ma anche altrove: in Asia, in Sudamerica, nella ex-Jugoslavia.

FL: Lei a pag. 246 del suo libro scrive: “Occorre modificare l’ambiente e non dare il colpo di grazia all’assassino che è stato guastato dall’ambiente.”

BP: Sì, perché il mio amico francese, che aveva condiviso con me la prigionia, nel libro che scrisse dopo la guerra parlava di distruggere il popolo germanico perché colpevole d’aver creato Hitler. Invece, io credo che non si debba distruggere il popolo dal quale uno od un gruppo di persone ha scatenato una guerra, altrimenti avremmo dovuto uccidere tutti nella nostra storia umana…

Bisogna eliminare, se possibile, il dirigente, il dittatore, il leader che spinge il popolo ad agire in base ad una sua ideologia. Il popolo già dall’infanzia viene educato ai principi imposti dal dittatore, vedi Mussolini in Italia. Se l’educazione secondo una determinata ideologia inizia già dall’infanzia, il bambino ci crede e la fa sua in età adulta.

Pahor al Festival della letteratura

FL: Secondo lei, oggi le élite europee stanno agendo in questo senso nella costruzione dell’UE, secondo una vera visione d’Europa unita?

BP: Il mondo europeo oggi propone un senso nuovo di convivenza tra i popoli. Anche se siamo sempre in dipendenza dei fattori economici, si nota questo modo nuovo di unire tenendo ben saldi i principi, i valori, le tradizioni di ogni singolo paese. Si cerca di trovare se non proprio una fratellanza, una specie di convivenza, cercano, ad esempio, di sostenere la diffusione culturale, la conoscenza tra i popoli. Questo tipo di iniziativa in parte sta toccando anche me. Ho saputo che in un’ottica di scambio di autori tradurranno alcune mie opere in tedesco e poi sceglieranno le opere di un autore tedesco da tradurre in sloveno.

FL: Nel rispetto del motto dell’UE “Uniti nella diversità”, cioè preservare e rispettare le proprie radici, tradizioni e diffonderne la conoscenza tra i popoli senza snaturarle con iniziative di unione, di fusione culturale…

BP: Sì, e questa è una cosa positiva. Speriamo che i singoli popoli, e nel nostro caso l’Italia, non tornino indietro. A parer mio l’Italia non ha fatto ancora una vera confessione dei propri errori, delle proprie vittime. Cosa che la Germania invece ha fatto. Fini adesso si dichiara antifascista ma quando è venuto qui a Trieste con Violante anni fa, non ha mica detto “ci dispiace per quello che ha fatto qua il fascismo”. Non ha detto una parola. Si parla solo delle foibe dimenticando tutto il resto, dimenticando gli esuli dell’istria e tutto quello che c’era prima. Non è stata fatta quella pulizia che getta le basi per un futuro.

FL: I concetti di cittadinanza e di nazionalità, di rispetto di una diversa cultura come si presentano oggi a suo parere?

Primo piano di PahorBP: Questa è ancora una questione aperta in Italia. Resta irrisolto il problema tra cittadinanza e nazionalità. Se lei guarda la sua carta d’identità, vedrà che non c’è spazio per la nazionalità. In alcuni moduli si trova, ogni tanto, e lei cosa scrive? “Italiana”. Però, da parte mia, non posso scriverlo, perché la mia è slovena. La cittadinanza è italiana e la nazionalità slovena. Doveri di cittadino ma allo stesso tempo diritto di parlare la propria lingua, di avere scuole, libri, stampa. Oggi, per fortuna, per queste cose possiamo dire di aver ottenuto riconoscimento. Le cose cambiano pian piano.

FL: È fondamentale conservare la propria lingua per preservare la propria identità culturale?

BP: È necessario per lo sviluppo normale di un individuo. Sin da piccolo, la mamma parla al bambino nella propria lingua, che rappresenta poi la sua crescita, il suo sviluppo, permea la sua cultura, lo forma come individuo. E questo vale per tutti. A Trieste, invece, durante il fascismo, abbiamo dovuto rinunciare, rinnegare la nostra lingua.

FL: Una curiosità riguardo a Necropoli: confrontando le diverse edizioni, ho notato lo stesso tipo di impaginazione fitta, senza divisione in capitoli, con pochi capoversi, una scrittura tutta d’un fiato, che incalza senza quasi mai andare a capo. È una sua scelta precisa?

BP: Sì, questa è una mia scelta. Solo nell’edizione americana non è stata rispettata, ma l’ho saputo in seguito e non ho potuto farci nulla. La mia intenzione era di far risultare l’insieme del racconto come una fiumana del male. Non è un modo nuovo, altri scrittori scrivono così. Io nei miei libri non ho questa tendenza di solito, ma in questo caso volevo che fosse una specie di male unico, riunire tutto il male in un blocco unico. Tutto il male nazista.

Una cosa che ripeto sempre è che noi eravamo prigionieri politici e nulla abbiamo a che fare con l’Olocausto. Non se ne parla mai ma io non mi stanco mai di dirlo. Qualcuno ha anche detto che sono antisemita ma non è vero. Io non posso mettere le nostre morti nella grande cupola dell’Olocausto. Non è vero e non è giusto per nessuna delle due parti. La mia intenzione era ed è quella di dire che non è esistito solo l’Olocausto ma anche altri tipi di prigionia, altri campi oltre ai soliti noti.

FL: Professore, a novantacinque anni, c’è ancora un sogno che vorrebbe poter realizzare?

BP: Sì, ma non so se ci riuscirò. Vorrei poter raccontare in un’opera di 100 pagine di quello che era il fascismo che ho vissuto io, che è stato praticamente l’inizio di tutto ciò che è venuto dopo. Va sottolineato che l’inizio della letteratura di destra è riconducibile qui a Trieste. Hanno iniziato qui, due anni prima di andare al potere. Hanno iniziato bruciando le nostre case di cultura slovena, imponendoci con la forza di dover diventare italiani e di rinnegare la nostra lingua. Per un bambino come ero io a quel tempo è stato uno shock molto forte, che ha fortemente condizionato i miei anni di scolaro, bloccandomi per dieci anni.

FL: Cosa le preme raccontare in particolare?

BP: Mi interessa raccontare il lato psicologico più che quello storico, partendo dalla mia esperienza personale. Io non riuscivo ad imparare l’italiano. Ricordo il maestro a scuola e il “tema d’italiano”, che era qualcosa di impossibile per me. Mio padre mi aiutava con il dizionario e ricordo che su suo suggerimento scrissi questa frase in un compito “il piroscafo che s’annegò”, tutta la classe scoppiò a ridere. Ora ne rido anch’io ma quella volta non avevo il coraggio di andare a casa e non sapevo cosa dire a mio padre.

Pahor autografa libri

FL: C’è qualcosa che, in questo periodo di frenetiche interviste, avrebbe voluto le fosse domandato ma che ancora non le è stato chiesto?

BP: Ma sa, io sono contento così. Dopo il dialogo avuto con Fazio in televisione (nel corso della trasmissione Che tempo che fa di Raitre) sono stato invitato ad almeno una trentina di incontri in tutta Italia. La cosa bella è che mi è stato chiesto ovunque di parlare dei miei anni giovanili ai tempi del fascismo. E questo interesse della popolazione di conoscere questa verità, per me è stata una delle soddisfazioni maggiori. Mi ha molto consolato che gli italiani, a distanza di molti anni, abbiano dimostrato desiderio di conoscere la verità, di accettarla.

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