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Percorsi

Cronache transiberiane (IV)

Da Irkutsk a Ulaanbatar

Segue da Cronache transiberiane (III)

Lasciamo l’alloggio di Irkutsk alle ore 4.30 del 12 maggio. Un autista silenzioso ci accompagna alla stazione e, sempre tacito, aspetta insieme a noi l’arrivo del treno che ci porterà fino alla capitale della Mongolia. Che sollievo non dover comunicare a quell’ora del mattino! Seduti accanto a lui nella sala d’aspetto affollata di turisti e senzatetto, sonnecchiamo in attesa del treno.

Lungo la transmongolica

Non ci facciamo più illusioni sulle comodità che troveremo durante il viaggio. Ormai abbiamo capito che l’Ural era un eccezione e, in prevalenza, i treni delle ferrovie russe sono come i nostri: essenziali nel migliore dei casi, squallidi nella maggioranza dei casi. Il treno che ci porterà ad Ulanbataar è, fortunatamente, essenziale.

Appena saliti allestiamo le cuccette e ci riposiamo un po’ che tanto, nel primo tratto di strada, il treno costeggia il lago Bajkal e noi possiamo permetterci di non contemplarlo per il terzo giorno di fila; ci abbiamo messo le mani dentro le sue acque, abbiamo passeggiato lungo le sue fredde sponde, Andrea ha fatto centinaia di foto: che rammarico possiamo avere se non lo guardiamo da dietro il vetro del finestrino di un treno?

Al nostro risveglio ci dedichiamo ad un primo bilancio del viaggio, visto che si sta per concludere la nostra permanenza nello stato russo, la prima nazione che visitiamo. Siamo contenti: non abbiamo avuto contrattempi, siamo riusciti a vedere tutto ciò che ci eravamo prefissi, possiamo affermare di conoscere la Russia, almeno un po’. E siamo stufi dei pelmieni, cioè dei ravioli ripieni che in Russia si trovano dappertutto.

Già che il tempo non ci manca, ci abbandoniamo anche a riflessioni a sfondo sociale. Per esempio, ci ha lasciati piuttosto perplessi l’usanza tipicamente russa di bere per strada, usanza che coinvolge tutta la popolazione: giovani, meno giovani, professionisti, lavoratori di tutte le categorie, mamme con bambini. A dire il vero, vedere stuoli di persone con la bottiglia in mano ci ha anche un po’ impressionato. La conclusione cui giungiamo è che questa è un’abitudine proprio diseducativa. È migliore la nostra abitudine di bere chiusi nei bar che, così, almeno per strada, sembrano tutti sobri! O è solo più ipocrita?

Formuliamo anche buoni propositi da realizzare al nostro ritorno: innanzitutto ricordarsi di comprare una bottiglia di vodka Brilliant all’aeroporto di Mosca durante il viaggio di ritorno, che questi discorsi ci hanno fatto venire sete. Naturalmente da bere comodamente chiusi nella nostra casa, mica per strada. Quindi, una volta ritornati, imparare bene l’inglese. Questa è un’evidente illusione, un sogno che non si realizzerà ma che l’entusiasmo per i futuri viaggi che faremo rende quasi credibile. Infine, visto che i treni russi non sono tutti belli come l’Ural, informarsi sulla crociera al Polo Nord.
Con il passare delle ore, il paesaggio esterno comincia a cambiare: ci sono sempre meno alberi che lasciano più spazio a verdi distese. La taiga della Siberia si sta trasformando nelle steppe della Mongolia.
Il tratto che dobbiamo compiere non è molto lungo: tra Irkutsk e Ulaanbataar ci sono più o meno 600 chilometri, eppure ci metteremo più di 24 ore. La ragione sta nel fatto che dobbiamo attraversare il confine tra la Russia e la Mongolia: sono previste 5 ore di sosta nella parte russa e altre 4 in quella mongola.

Naushki

A metà mattina raggiungiamo Zaudinski dove abbandoniamo la transiberiana per seguire la linea transmongolica che ci porterà fino a Pechino.
Alle 18.00 del 12 maggio raggiungiamo Naushki: l’ultima città russa prima della Mongolia. E qui dovremo superare i controlli della dogana russa. In prossimità della stazione ci consegnano dei moduli da compilare dove, eventualmente, segnalare beni da dichiarare. Naturalmente questi questionari sono scritti in inglese e richiedono anche il visa number, ma stavolta non ci casco e con noncuranza inserisco il numero del visto.

Piuttosto trasecolo quando leggo l’elenco dei beni da dichiarare: wild life objects, medicines, newspapers ed altre cose: ma quindi devo dichiarare i due sassi che ho raccolto lungo le sponde del Bajkal? E la scatola mezza vuota di antibiotici comprati a Ekaterinburg? E la copia gratuita de The Moscow Time? Andrea, più assennato di me, mi fa notare che non sono certo questi beni che possediamo ad interessare i doganieri. Ma io, finchè non superiamo il controllo, sudo freddo e ho la tachicardia.
Quando il treno si ferma, i doganieri ritirano i passaporti a tutti i passeggeri. Possiamo finalmente scendere e sgranchirci un po’ le gambe. Il cielo è lattiginoso e una patina giallastra ricopre tutto. All’aria aperta capiamo che è a causa del vento che trasporta la sabbia. Alle spalle della stazione, costituita da nuovi e imponenti edifici, non c’è praticamente niente: qualche casetta, una strada polverosa, un negozio di alimentari. Siamo in mezzo al nulla. E senza passaporto!

Più o meno 4 ore dopo risaliamo sul treno, i doganieri passano di scompartimento in scompartimento a restituire i documenti e a perquisire i bagagli. Speriamo che non guardino nella tasca del piumino dove tengo quel bel sassolino bianco…
A stento mantengo un atteggiamento indifferente, ma effettivamente aveva ragione Andrea: non mostrano molta considerazione e molto interesse per noi turisti. Passiamo indenni il primo posto di blocco.
Dopo 20 km il treno si ferma nuovamente. Siamo a Sükhbaatar. Ci aspetta la medesima procedura: ritiro dei passaporti, attesa, controllo dei bagagli. Sono un po’ più tranquilla. Nel mio immaginario la polizia di frontiera mongola è più buona e tollerante di quella russa. È anche più veloce: ci fermiamo solo 3 ore!
Finalmente, passata la mezzanotte, ripartiamo. Siamo in Mongolia! Ancora poche ore e raggiungeremo Ulaanbaatar.

Ulaanbaatar: croce e delizia

Al nostro risveglio stiamo giungendo ad Ulaanbaatar. Intorno a noi pochissima vegetazione. Un paesaggio collinare si stende a perdita d’occhio. È appena iniziata la primavera. Nel fulgore di questa stagione, le distese che ora vediamo marroni sono verdi di erba.

Riserva di Bogdkhan Uul a Ulaanbaatar

Ma anche così desolato il paesaggio è molto affascinante. Ogni tanto fanno capolino degli accampamenti di nomadi. Le tende rotonde in cui abita la maggior parte della popolazione mongola si chiamano ger. Si trovano anche nella periferia della capitale: tra le case di lamiera ne spunta ogni tanto qualcuna. Dagli anni Novanta, quando il regime comunista che governava il paese si è pacificamente trasformato in una democrazia, tanti nomadi hanno deciso di trasferirsi in città ma si sono portati dietro anche il loro stile di vita, a cominciare dall’abitazione.

Alle 7.40 scendiamo dal treno e ad attenderci c’è un simpatico autista che, prima di accompagnarci all’alloggio, ci scarrozza per gran parte del centro alla ricerca di una banca dove poter cambiare i dollari in tugrik, la moneta locale. Ci si presenta una città variopinta. Tra case edificate in epoca comunista, uguali ai condomini russi già incontrati nel nostro viaggio, si stagliano nuovi grattacieli ancora in costruzione che fanno ombra a vecchi templi buddisti sopravvissuti al regime.
Variopinta e caotica. Il traffico già di prima mattina è congestionato: i semafori non regolano nulla visto che, al comparire del rosso, le macchine non si fermano ma iniziano a suonare il clacson per avvertire i temerari pedoni che forse verranno investiti. Attraversare la Peace Avenue, la strada principale della città, è un’impresa che, se riesce, merita di essere festeggiata perché si è ancora vivi. Non a caso i muri lungo i marciapiedi delle vie principali sono tappezzati da poster che invitano gli automobilisti alla prudenza: pubblicità-progresso corredate da cruente immagini di pedoni non sopravvissuti all’impresa di attraversamento. Stranamente sono un po’ spaventata. Come ci verrà spiegato nei giorni successivi, i mongoli, cavalieri per tradizione, guidano le automobili come se stessero cavalcando. Non stento a crederci.

Nomade in abiti tradizionaliAbiteremo in uno dei condomini di epoca comunista. Qui non esistono sofisticate chiusure. Anzi, il portone d’ingresso di ogni palazzina rimane sempre aperto. Ci ospita una famiglia di quasi solo donne che coprono almeno tre generazioni: la nonna, la figlia, la nipote, una neonata che, quando l’abbiamo sentita piangere la prima volta, abbiamo scambiato per un gattino. Per farci posto, dormono tutte insieme in un letto matrimoniale. C’è anche un nipote. Un adolescente che rientra sempre tardi e prima di andare a dormire mangia pane e nutella. È l’unico che parla un po’ di inglese. Meno male. Mi sento decisamente sollevata dal non dover intrattenere discorsi in questa lingua che, più mi rendo conto di non sapere, più odio.

Qui a Ulaanbataar facciamo le colazioni più strane di tutto il viaggio: un giorno la vecchia signora ci offre noodles (spaghetti) con la trippa, un altro minestra di verdure. E queste cose le mangiamo alle 7.30 del mattino. Visto che abbiamo fame non ci lamentiamo.

Ad Ulaanbataar vivono quasi un milione di abitanti. L’intera Mongolia ne ha due milioni e mezzo. I nomadi hanno iniziato a trasferirsi in città negli ultimi vent’anni. Ma la città non si è preparata ad accoglierli. Non esiste un piano regolatore del traffico o dell’edilizia. Più che in democrazia sembra di essere in anarchia. Gran parte dei nomadi immigrati si è mal adattata ai ritmi della città o non ha trovato lavoro, rimanendo ai margini della società e in povertà.

Ulaanbaatar

Molti vivono di escamotage. È assolutamente usuale che, se sei in attesa di un taxi, si fermino decine di macchine, anche con famiglie intere all’interno, per offrirti un passaggio che ti fanno pagare il doppio di quanto sarebbe dovuto. Intercettano le chiamate ai tassisti, fatte, per esempio, nei ristoranti a fine cena, e si appostano all’uscita pronti ad accalappiare clienti ignari. Come noi. Per strada, collegati al proprio cellulare, offrono telefonate internazionali a prezzi concorrenziali. Poi si offrono anche di pesarti in cambio di un modico compenso.

Questo sovrappopolamento ha creato un vertiginoso aumento della criminalità proprio negli ultimi anni. Ce ne siamo accorti. Qui hanno tentato di derubarmi aprendomi lo zaino. Qui siamo stati protagonisti di spiacevoli episodi di molestie da parte di ubriachi e piccoli mendicanti.
Quasi con sollievo lasciamo la città dopo cinque giorni, stanchi del continuo stato di vigilanza in cui dobbiamo muoverci. Tra l’altro — come si dice? La classica ciliegina sulla torta — rischiamo di perdere il treno per Pechino. L’autista che avrebbe dovuto accompagnarci dall’alloggio alla stazione non si è presentato perché ha avuto un incidente. Motivo plausibile. La nostra gentile ospite ci ha chiamato un taxi, che febbrilmente aspettiamo mentre inesorabile il tempo trascorre. Naturalmente si presenta un taxi abusivo che la signora paga anticipatamente raccomandandogli di portarci velocemente alla stazione. All’autista quei soldi non bastano. All’arrivo ne pretende altri e noi, vista la fretta che ci attanaglia, non siamo certo in condizioni di discutere. Paghiamo e, se non ricordo male, diciamo anche qualche parolaccia. Questa la croce di Ulaanbaatar.

Molteplici sono però le sue delizie. A cominciare dai ristoranti esteri che affollano il centro. La città, in virtù della democrazia, accoglie a braccia aperte gli stranieri che vogliono investire nel paese. E infatti nel centro si respira, insieme alla polvere, un’atmosfera internazionale: scritte mongole sono spesso accompagnate da parole inglesi. In inglese sono scritti i cartelli segnaletici. In inglese si parla nella maggior parte dei negozi. Ci sono ristoranti americani, giapponesi, coreani, internazionali, una pizzeria vera arredata in stile rococò con pianoforte a coda bianco. Ad Ulaanbaatar, Andrea prende l’abitudine di ordinare i piatti che costano il doppio degli altri e che prevedono una quantità doppia di cibo. Ad ogni cena mi vergogno un po’ quando i camerieri ci riempiono il tavolo di pietanze che addirittura riusciamo a finire suscitando lo stupore degli altri commensali.

Deliziosi e interessanti sono i musei della città. Al museo di storia della Mongolia ripercorriamo gli eventi più importanti del paese dall’antichità ai giorni nostri. Da Gengis Khan, la cui statua viene ripetutamente baciata da alcuni visitatori mongoli, alla recente democrazia.
Al museo di Belle arti facciamo conoscenza con Zanabazar, artista e reincarnazione del Buddha vissuto nel XVII secolo, le cui sculture e pitture abbelliscono la maggior parte degli edifici sacri non distrutti dai comunisti. Ci innamoriamo dei tangka, dipinti su stoffa delle molteplici divinità che popolano questa religione. Ci rammarichiamo di non aver approfondito la dottrina buddista prima di partire: non ci resta che intuire le cose e rimandare lo studio al ritorno.

Tempio Gunjiin Sün ad Ulaanbaatar

Deliziosi e affascinanti i templi buddisti. Coloratissimi e ricchi di decorazioni, richiederebbero giorni interi per conoscerne tutte le immagini divine e grottesche che — in forma di statue dorate o come maschere di cartapesta o come immagini dipinte su stoffa — ne popolano gli interni. Ma nonostante l’apparente caos che sembra contraddistinguerli, questi templi incutono rispetto, invitano al silenzio e alla meditazione: ogni parola sarebbe di troppo quando intorno a te è scandita la storia del Buddha e delle sue molteplici incarnazioni, e insieme la storia dell’uomo e la sua via di salvezza grazie alle numerose deità che lo proteggono da ogni male. Più che altro rimani a bocca aperta. E, come nel nostro caso, lasci questi posti curioso di comprendere più a fondo questa millenaria dottrina.

Nel centro della città si trova Choijnlin. È un tempio chiuso al culto e trasformato in museo. Interessante ma vuoto. Il Tempio di Gandam si trova nella periferia della capitale, ospita un convento e un’università buddista. È un viavai di fedeli e monaci, di incensi accesi, di preghiere salmodiate a mezza voce. È non soltanto interessante ma addirittura entusiasmante.

Delizioso è l’ambiente naturale. Circa ad ottanta chilometri da Ulaanbaatar si stende il Gorkhi-Tereli Park: un parco naturale fatto di colline e rocce granitiche di color rosso-bruno che, a causa dei movimenti di ancestrali oceani, hanno assunto le forme più disparate.
Una guida ci accompagna in questa gita alla scoperta delle attrattive più suggestive. Io aspetto con ansia di vedermi apparire davanti la Turtle Rock: è una roccia a forma di tartaruga che io ho conosciuto guardando qualche documentario (Superquark?) e mi è rimasta nel cuore. So che oggi realizzerò il mio sogno di toccarla. Quando mi si staglia davanti più imponente di quanto non immaginassi, alta come una montagna e proprio uguale a una tartaruga, mi emoziono tanto (quanto Andrea davanti alla distesa del lago Bajkal — così siamo pari). Ci giro intorno affascinata e inorridita dalle innumerevoli immondizie che deturpano il paesaggio intorno a questa meraviglia.

Turtle Rock al Gorkhi-Tereli Park di Ulaanbaatar

Un’altra meta è il tempio di Gunjiin Sün. Costruito sulle pendici di un monte, già in lontananza, appare non solo come una meta fisica, da raggiungere inerpicandosi per le pendici del monte, ma anche meta spirituale. Lontano dal chiasso della città e in mezzo a tale maestosa natura, è luogo ideale per la meditazione.
A fine giornata visitiamo un pastore nella sua ger: gli portiamo i nostri regali, sigarette per gli uomini e caramelle per i bambini. Il vecchio pastore è solo, aspetta il ritorno del resto della famiglia. Al posto di una raffigurazione del Buddha, che dovrebbe trovarsi di fronte all’entrata della tenda, c’è la televisione. Anche questa è contaminazione. O progresso. Non sta a noi giudicare. E i pastori non devono per forza rifiutare ogni forma di progresso e tecnologia per far contenti i turisti come noi che vorrebbero tanto fermare il tempo. Degli altri.

Facciamo anche un’altra suggestiva gita. Andiamo a visitare Manzushirkhiid, tempio-museo che si trova a circa cinquanta chilometri da Ulaan Baatar, nella riserva integrale di Bogdkhan Uul. Questa volta ci andiamo da soli. Possiamo permetterci di andarci in taxi e pagare l’autista perché ci aspetti cinque ore all’entrata del parco. Io fino all’ultimo ho paura che l’autista si stanchi nonostante il lauto guadagno che questa giornata di lavoro probabilmente gli porta.
Siamo a duemila metri, il cielo è limpido e c’è il sole, ma l’aria è decisamente fredda. Ci scaldiamo camminando. Non incontriamo praticamente nessuno: nei pressi del tempio un accampamento di ger e un custode che ci fa pagare il biglietto per il museo. Poi, lasciatici alle spalle i bambini che giocano, più nulla. Siamo soli. E intorno si staglia una vasta foresta di larici da una parte e degli aridi monti dall’altra. La natura è grande, maestosa, apparentemente incontaminata. In questa riserva si sintetizzano le caratteristiche dell’ambiente mongolo. Io, però, ho paura degli orsi che popolano la zona e dei falchi che eleganti sorvolano le nostre teste. Non saremo mica noi le prossime prede? Ma — domanda più sensata — quando smetterò di avere paura di tutto?

Raggiungiamo con fatica la cima di una collina. In fondo, a dieci chilometri di distanza, in mezzo al nulla, sorge — unico miraggio di civiltà in questo paesaggio lunare — la cittadina di Zuumod. E sulla sommità della collina — quale sorpresa! — si staglia la carcassa di un furgone. Appunto: natura apparentemente incontaminata.
Questa natura così imponente, così spoglia di vegetazione ed evidentemente difficile da domare per l’uomo-pastore, costretto ancora oggi a spostarsi a seconda delle stagioni, a seconda delle necessità del bestiame e della presenza dell’acqua, ci ha estasiato. Nonostante la poca cura che i Mongoli hanno di un tale bene, la natura della Mongolia è affascinante. Prima o poi pensiamo di tornare ad esplorarla. Queste le delizie della nostra permanenza ad Ulaan Baatar.

Teschio di animale nella Riserva di Bogdkhan Uul

Segue con Cronache transiberiane (V)

Il 26 aprile 2008 Andrea e Giulia si sono sposati. Il 28 aprile 2008 sono partiti per il loro viaggio di nozze: un viaggio di 7000 chilometri che da Mosca li avrebbe portati a Pechino lungo le storiche linee ferroviarie transiberiana e transmongolica.

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