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Palcoscenico

Amanda Sandrelli

Xanax

Lo Xanax è uno psicofarmaco tranquillante e ansiolitico. Serve soprattutto a calmare i cosiddetti attacchi di panico. Ed è ciò che scoprono presto di avere in comune due colleghi che a malapena si conoscono ma che restano bloccati in ascensore il venerdì sera, quando ormai tutti hanno abbandonato gli uffici.

pillole di Xanax, psicofarmaco ansiolitico e tranquillante

Laura (Amanda Sandrelli) e Giorgio (Blas Roca Rey) si ritroveranno così costretti a dividere non solo acqua e aria in quello spazio angusto che per tre lunghi giorni li imprigiona, ma che, inaspettatamente, anche un po’ li libera. Come succede le volte in cui gli imprevisti della vita ti costringono a interrompere quel ritmo frenetico che copre l’insoddisfazione.

Scritto e diretto da Angelo Longoni, Xanax è uno spettacolo molto attuale ed allo stesso tempo universale, che colpisce e coinvolge profondamente, e che proprio per questo, continua ad essere riproposto in tutta Italia con successo. La coppia Sandrelli-Roca Rey, unita da dieci anni sulla scena ma anche nella vita, interpreta con grande ironia e sensibilità due personaggi che ormai, dopo 4 stagioni trascorse ad indossarne i panni, sono diventati anche un po’ loro.

Cristina Favento (CF): Per Fucine Mute abbiamo il piacere di avere con noi gli interpreti di Xanax, che porteranno in scena al Teatro di Monfalcone questa sera, uno spettacolo che è stato presentato in anteprima nazionale addirittura nel lontano 2001, al Festival di Todi, e da allora ancora sta girando nei teatri italiani; qual è il segreto di tanto successo? Ve l’aspettavate? Come mai, secondo voi, arriva così tanto al pubblico?

Amanda Sandrelli (AS): Non so se me l’aspettavo… Credo sia uno spettacolo con un ritmo che raramente ho trovato in un testo, così preciso, ben equilibrato tra momenti di tensione e momenti di comicità. È una situazione di emergenza e, come in tutte le situazioni di emergenza, ad un certo punto ci si spoglia di tutte le varie maschere che tutti usiamo quotidianamente. Si mostrano i lati più fragili e più veri delle persone. Credo sia questo il motivo della longevità dello spettacolo. Abbiamo anche fatto un paio d’anni di pausa perché nel frattempo è nato un secondo figlio e ci siamo fermati per un paio di stagioni. Però è uno spettacolo che non invecchia ogni volta che lo riprendiamo…

Blas Roca Rey (BRR): In compenso siamo invecchiati noi! (ridono, nda)

AS: Già, un po’, ma cerchiamo di non pensarci…

Amanda Sandrelli e Blas Roca Rey

BBR: Anche in questo senso però diciamo che non ci sta stretto. Il nostro avanzamento di età non fa male allo spettacolo, anzi, forse lo migliora. Ho sempre trovato che avesse delle particolarità interessanti. Parecchia gente che lo vede dice che la situazione è limite ma inconsueta e accattivante. Mi rendo conto che da spettatore dev’essere strano vedere uno spettacolo che si svolge interamente in un paio di metri quadrati, non di più, perché la scenografia è un ascensore: noi non usciamo mai e non c’è intervallo. Per gli attori è sicuramente una scommessa tenere desto l’interesse, e se riusciamo a farlo è grande merito di Angelo Longoni, il regista.

E poi ha un’alchimia abbastanza fortunata fra i due piatti della bilancia, del drammatico e del comico, tipica delle situazioni estreme, perché appunto qui è molto tirata la situazione, quasi al limite delle possibilità per due esseri umani che stanno per tre giorni chiusi in un ascensore senza mangiare e senza bere praticamente.Quindi c’è una continua doccia scozzese tra una situazione e l’altra che al pubblico piace molto.

CF: Si parlava di invecchiamento, dello scorrere del tempo.. è cambiato qualcosa dalla prima rappresentazione? C’è stato un lavoro di modifica, di evoluzione? Intendo sia nella sceneggiatura, sia da nella recitazione: lo considerate più vostro?

BRR: Molto, per noi è cambiato molto. Magari per chi lo vede non ci sono dei cambi così radicali ma è una cosa che succede normalmente a uno spettacolo…

AS: Direi abbastanza amgica in questo caso però, nonostante succeda sempre.

BRR: È una bestia strana, che ti continua a vivere dentro, anche quando non lo fai per due anni. Poi lo vai a rispolverare e a rimettere in scena e lo trovi cambiato.

AS: Trovi cambiato il personaggio…

BRR: …perché ti ha lavorato dentro, è un po’ come una decantazione. Non è una cosa intelletualoide o di metodo, è la verità. Succede che curiosamente, magicamente, in maniera anche mefistofelica i personaggi ti lavorando dentro e vanno avanti. A parte che poi oggettivamente abbiamo cambiato il finale, nelle ultime due parti. Noi sono quattro stagioni che lo facciamo e,nel corso delle ultime due, siamo riusciti a convincere l’autore perché ci siamo resi conto proprio facendolo, sul campo, che il finale poteva essere migliorato. L’evoluzione è anch merito del lavoro di un team molto molto affiatato, costituito da noi due, Amanda ed io, e da Angelo, col quale lavoriamo spesso e faremo il nuovo spettacolo questa stagione.

AS: Un’altra cosa bella dello spettacolo è che — attraverso due persone, due individui, con tutte le loro ansie e paure e fragilità- non parla solo di due individui ma di un momento storico, di una società (termine quasi un po’ abusato). Essendo noi due giornalisti (nella rappresentazione, nda), siamo due persone poco soddisfatte, poco integrate, che fingono, che si adeguano, che fanno quello che più o meno devono fare ma non stanno comode…

Amanda Sandrelli e Blas Roca Rey, interpreti dello spettacolo teatrale Xanax

BRR: Nascondono un disagio sicuramente.

AS: A me sono sempre state più simpatiche le persone più disagiate, un po’ inadatte alla vita. Forse perché, come Angelo Longoni dice in uan battuta, credo che la vita a volte sia sbagliata e che quindi lamentarsi, cercare, significa sperare che le cose vadano diversamente. Se fossero tutti contenti e soddisfatti forse non ci si muoverebbe più. Raccontare attraverso le ansie e le paranoie, anche stupide, di due persone mediamente integrate — almeno in apparenza, per quanto riguarda la famliglia, un matrimonio e un lavoro che dovrebbero funzionare — fa capire che, nel momento in cui si trovano in una situazione di emergenza, si rendono conto che, insomma, c’è ben poco che funziona. E questa credo sia una situazione che, ahimè, mi piacerebbe pensare legata alla mia età che avanza e quindi mi rende meno facile a illudermi e all’idealismo, ma che invece appartiene anche ai giovani, che sembrano stare anche peggio di noi, giustamente. Non perché siano loro ad avere dei problemi ma perché è ciò che c’è intorno ad averne, e quindi per fortuna stanno scomodi. Non per fortuna loro, mi piacerebbe che fossero felici e comodi così come vorrei esserlo io, però trovo che questa loro infelicità sia invece un buon segno.

CF: Penso che un grande merito dello spettacolo siano i temi che sviscera: l’inadeguatezza, l’iperproduttività, la mancanza di intimità che ci circonda…

BRR: Anche l’arrancare, l’inseguire die modelli difficilmente raggiungibili. E che spesso uno non ha nessuna vogli di raggiungere soprattutto! Questi due personaggi si rendono conto a un certo punto che non è quello che cercano ciò che hanno, che la vita che fanno non è quella che vorrebbero.

AS: Ma non solo: si rendono conto che probabilmente l’hanno sempre saputo…

BRR: Non hanno mai avuto il coraggio di dirselo né tantomeno di dirlo a qualcun altro.

AS: Lo sanno ma ciò che, ahimè, un po’ succede anche con l’età è di dire: quello che posso fare lo faccio ma il resto è inutile che continuo a cercare di farlo. Qui sta la marcia in più che hanno e che devono avere i giovani. Io continuo ad essere idealista — grazie a dio, non potrei vivere altrimenti — con sicuramente un po’ più di senso di realtà e con qualche paura in più per i miei filgi, però, ripeto, finchè i giovani credono che si possa cambiare qualcosa, e nonostante tutte le prove contrarie continuo a crederlo anch’io, c’è una speranza. Se non c’è più quello, se si adeguano e sono contenti così allora davvero è finita!

CF: Il contatto che si percepisce con i temi trattati e il messagio che state dando credo sia importante, in questo caso, dal punto di vista del rapporto con la contemporaneità e il teatro. Pensate che il successo di questo spettacolo sia anche un indice di buona salute del teatro italiano? Come lo vedete e come lo state vivendo?

BRR: Mi sono accorto, rivoltando un po’ la domanda, che sicuramente diventa interessante uno spettacolo che sulla carta forse poteva esserlo meno. Non è un classico, non è una sotria convenzinale ma strana, che parla di due personaggi che non sono eroici ma facilmente riconoscibili nella società, proprio per il loro disagio che è molto comune. In questo credo stia la forza del teatro che, come diceva Shakespeare, tanto per non citare uno sconosciuto, deve essere lo specchio dei propri tempi. E in questo senso credo che questo spettacolo sia un po’ lo specchio del nostro tempo, e che sia per questo interessante. Anche perché, come sempre, presenta un punto di vista, non è oggettivo.

Amanda Sandrelli con il marito Blas Roca Rey

Esprime un giudizio che può essere in quelche modo preso, approvato, condiviso dal pubblico. Questo ci fa piacere perché penso che uno dei doveri dell’attore — o di una qualsiasi persona che fa teatro, o spettacolo, e che si rende riconoscibile e si mette in gioco — sia prendere una posizione, sempre. Perché una posizione va sempre presa, che sia giusta o sbagliata ma è la tua in quel momento e va difesa. Il palcoscenico va usato per dire qualcosa, ma questo non è sempre scontato nel teatro italiano. Non sempre in uno spettacolo c’è qualcuno che ha qualcosa da dire e lo dice.

AS: Io credo che il teatro sia ancora uno dei pochi luoghi dove si può pensare, dove si è stmolati a farlo. Ciò non significa ovviamente che qualunque spettacolo teatrale possa riuscire in questo intento. Sono d’accordo con Blas, credo che il nostro mestiere sia fatto soprattutto di cose da dire, soprattutto di semi da gettare che possano poi far germogliare dei pensieri. Anche perché poi è più interessante stimolarli i pensieri piuttosto che darli già belli e fatti inomma. Però è difficile vederlo, in questo momonto non c’è tanta voglia di far pensare le persone. Mi sembra che tutto giochi al contrario, dalle cose più stupide come i giochini che impegnano i ragazzini dalla mattina alla sera — che per carità sono anche divertenti ma sono sempre e comunque una cosa subita e passiva, non sono mai una cosa agita. Come tutti, non ho mai demonizzato i mezzi, non credo che ci sia qualcosa di sbagliato in sé, nemmeno la droga. È sbagliato e pericoloso l’uso che se ne fa. Ci sono alcune cose più pericolose di altre: la droga è pericolosa, la televisione anche, il teatro un po’ meno, credo. Forse è uno spazio ancora meno colonizzato, meno invaso…

BRR: Ci provano eh! Ci provano spesso…

AS: Si, anche qui è diventato difficile fare dei progetti che non abbiano la cosina, il nomino, il particolare curioso, il fatto che ti spogli, si vede una coscia, si vede una tetta, come dice nello spettacolo Longoni. Insomma tutto il nostro mondo è abbastanza condizionato dalla vendibilità, la visibilità, tutte queste parole terrificanti…
Però poi resta tanta gente che viene a teatro perché ha volgia di pensare. E a me fa molto piacere vederla in faccia quando mi viene a salutare in camerino, ci fa star meglio.

BRR: Sono delle conferme, danno senso al nostro lavoro.

AS: Significa anche che la gente non è tutta come te la dipingono, non è tutta così, non è tutta rimbambita e non ha solo voglia di ridere, di distrarsi. Ha molta voglia di ridere, distrarsi e pensare.

BRR: C’è spesso un equivoco di fondo per il quale si ritiene che uno spettacolo dove si pensa sia una rottura di scatole micidiale, ma in questo caso, per esempio, ci sono dei passaggi estremamente comici, perché la vita lo è. È drammatica ma è anche altro.

AS: Poi noi siamo due pagliaccioni come tutti gli attori, principalmente la gente si deve divertire, deve stare attaccata alla sedia a guardare sennò… non serve a neinte, allora uno scrive un saggio e l’altro se lo legge, ma non è questo il nostro lavoro ovviamente. Però non può essere neppure solo, solo divertimento, altrimenti uno va al luna park.

CF: avete già accennato al prossimo spettacolo: ho letto appunto che, di nuovo per la regia di Angelo Longoni, presenterete nel 2009 Col piede giusto, di che cosa si tratta? Potete anticiparci qualcosina?

BRR: Poco perché è uno spettacolo che ha molte sorprese nel testo. Anche lì si va un po’ a mettere il ditino nella piaga della volontà di apparire e di raccontare la mancanza, il fatto di raggiungere dei traguardi senza alcun merito ma per altre strade. Si gioca molto, si scandagliano le psicologie umane, i rapporti tra le persone, è una storia molto particolare ma un di respiro un po’ più ampio, nel senso che non si svolge dentro a un ascensore ma in un ambiente normale, non di emergenza. Saremo quattro attori, noi due (Blas roca Rey e Amanda Sanrdrelli, nda) assieme a Simone Colombari ed Eleonora Ivone. Debutterà alla Sala Umberto a fine stagione e faremo la tournée il prossimo anno.

Amanda Sandrelli interprete dello spettacolo teatrale XanaxAS: Il tema credo sia, in parte, “quanto il fine possa giustificare i mezzi”. In alcune cose, perché poi gli autori hanno delle tematiche loro e Angelo sicuramente non è una persona che sta comoda in questo mondo appunto, quindi c’è sempre qualcosa di profondamente radicato nel momento in cui viviamo. C’è di mezzo anche la politica. E se in Xanax erano i giornalisti ad essere protagonisti non in senso totalmente positivo, in Col piede giusto saranno anche i politici. La bravura, ciò che a me piace molto di Angelo, è il fatto che non parla mai delle cose in modo diretto. Non sono mai dei proclami o delle teorie raccontate o supportare attraverso battute; sono sempre più sensazioni, cose, modi di pensare la vita che poi alla fine te la condizionano, anche se tu sei convinto di vivere in un altro modo. Se stai per dieci anni in un giornale che is occupa di chi si è rifatto le tette eccetera, poi alla fine non hai più il senso di dove sei, di quanto poi la vita ti possa cambiare se in qualche modo non reagisci e non prendi una posizione, alla fine la vita ti porta via, ti fa scivolare…

BRR: Si torna sempre lì, vedi, al prendere una posizione.

AS: C’è una battuta molto bella (del mio personaggio in Xanax, nda), quando dico che infondo mi piace quello che faccio, la mentalità vincente, il fatto di sapere che servono cinismo, le conoscenze giuste, servilismo, tutte queste belle “qualità”. Allora dico “Mi piace. Be’, mi piace… mi ci sono abituata. E ho scoperto che è molto piacevole l’abitudine”. Ecco, credo che in questa battuta ci siano molte delle paure profonde di Angelo, e sicuramente anche nostre.

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