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Cinema

Thanos Anastopoulos

Una lettera d’amore senza idealizzazione

Un uomo esce di prigione. Come un moderno Ulisse, inizia un vagabondaggio in un’Atene contemporanea, popolata da migranti, senzatetto e altra umanità che vive ai margini della società.

Scena di Correction, del regista greco Thanos Anastopoulos presentato al Trieste Film Festival 2009

Sulla sua strada incontra una donna e una ragazzina. Sono i membri di una famiglia sfasciata o semplicemente vittime e persecutori di una società violenta, dominata dal conflitto, che impedisce loro di vivere assieme?”. Questa è l’enigmatica presentazione di Diorthosi (Correction), pellicola in concorso alla ventesima edizione del Trieste Film Festival. Ed è proprio un’ambiguità insistita, che smaschera i pregiudizi e ribalta le aspettative dello spettatore, uno dei punti di forza del film di Thanos Anastopoulos. “Amo il cinema riflessivo, anche se ha la pessima fama di essere noioso!” — scherza l’autore — “ho cercato quindi di creare dei continui ribaltamenti, sia per catturare l’attenzione di chi guarda, sia per combattere possibili preconcetti — anche miei — perché non ho mai apprezzato gli stereotipi, né al cinema, né nella società”.

Il regista greco riesce ad essere molto attento sia alle qualità formali di questo suo secondo lungometraggio — un lavoro appassionato e curato in tutte le sue fasi di realizzazione — sia alla materia viva alla quale attinge: una metropoli “dove la violenza nascosta dei gruppi nazionali è in crescita e dove le cose essenziali rimangono celate come un segreto”. Correction è intensamente aderente alla realtà e, muovendo dalla dimensione personale e intima del protagonista, interseca un contesto sociale ben delineato e molto attuale. Lo fa soprattutto attraverso tre momenti chiave, come spiega lo stesso autore: la partita allo stadio, la parata “militare” degli scolari e la processione religiosa. “Sono elementi forti, che caratterizzano la società greca contemporanea e fanno pensare”, dice Anastopoulos, presente a Trieste per incontrare il pubblico. E aggiunge “il film è una lettera d’amore alla Grecia, ad Atene, ma senza idealizzazione”.

Cristina Favento (CF): In Correction i luoghi sono spessissimo in primo piano, intendo anche in senso letterale. Personalmente, ho molto apprezzato il modo in cui ci ha restituito Atene, perché non ne ha fatto un ritratto convenzionale ma un luogo con una sua identità, da poter effettivamente riconoscere nella quotidianità. La scelta di evitare una rappresentazione patinata e di dedicarsi a delle immagini molto più “intime” della città è riconducibile ad una cifra stilistica che le appartiene o è piuttosto legata a questo film?

Thanos Anastopoulos (TA): Ci sono tre personaggi, ossia un uomo, una donna e una bambina, ma c’è anche la città di Atene, ed è effettivamente lei la quarta protagonista. Senza questo quarto elemento non sarebbe stato lo stesso film. Certo si potrebbe ambientare ovunque ma non avrei potuto girarlo io. Atene è città che conosco meglio e la scelta che ho fatto è stata quasi una non scelta. Abbiamo girato nel vecchio centro della città, in una quartiere che ora non è periferico ma quasi, e che certamente non è turistico. Ci ho vissuto quasi tutta la mia vita e ho potuto osservare i profondi cambiamenti che ha subito, in particolare negli anni Novanta, quando è arrivata la prima onda migratoria, proveniente soprattutto dall’Albania. L’identità del luogo ha iniziato ad evolversi, di questo luogo in particolare perché era centrale ma relativamente economico e ci si poteva più facilmente permettere di pagare un affitto lì piuttosto che altrove.

Osservare queste evoluzioni è stato come vivere al contrario una storia di immigrazione. Nel senso che i greci sono emigrati ovunque — negli Stati Uniti, in Canada, in Australia, in Germania, Francia, Svizzera, Belgio — ma non erano abituati al contrario, a ricevere altri in casa propria. Quando è iniziato ad accadere è stato una sorta di choc, e il risultato si vede proprio negli spazi della città, come se queste trasformazioni sociali li avessero plasmati, sia dall’interno che dall’esterno.

Scena di Correction, del regista greco Thanos Anastopoulos presentato al Trieste Film Festival 2009

Un’altra ragione che mi ha spinto e che mi ha motivato a rappresentare questi luoghi, anche perché la cosa mi faceva arrabbiare, è stato notare che non venivano fatti vedere da nessun’altra parte. Né in altri film greci, né tanto meno in televisione. Come se si trattasse di una realtà che non esiste, o che non vogliamo far vedere. Ad esempio, il ristorante dove sono state girate diverse scene del film è un souvlaki bar, ossia un posto dove qualsiasi greco va a mangiare almeno tre o quattro volte a settimana. Eppure questi posti al cinema non li vedi! Magari li considerano troppo scontati, non lo so. Nel mio caso c’era comunque la necessità di essere vero.

CF: Dal punto di vista formale, viene dedicata particolare attenzione sia alla luce — penso alla scena nel sottopassaggio oppure a quello splendido terrazzo sopra i tetti dei palazzi — sia alla messa a fuoco, molto particolare in alcuni momenti. Che tipo di impegno ci avete messo in questo senso — intendo anche assieme al direttore della fotografia Ilias Adamis — e come avete lavorato per costruire le inquadrature?

TA: Ero molto consapevole che il digitale avesse una grandissima profondità, ossia mentre filmi una persona in primo piano si vede anche un lontanissimo dettaglio dietro… E se pensiamo ad Atene, così caotica, dove è assolutamente impossibile controllare tutto, la cosa avrebbe potuto avere risvolti spaventosi!

Anche perché volevo concentrarmi sul protagonista, soprattutto all’inizio, nel momento in cui sta per uscire di prigione e rientrare nella società. Lui ha però una sorta di visione distorta, non è molto “limpido”. A ciò corrisponde espressivamente una sorta di continua focalizzazione e de-focalizzazione. Poi, verso la fine, quando le cose sono finalmente un po’ più chiare, ho voluto cambiare punto di vista, assumendo prima quello della donna e poi quello della bambina. L’idea di base era proprio rendere linguisticamente un cambio di prospettiva.

Per ovviare all’eccessiva profondità di campo, abbiamo preso un adattatore da 35 millimetri e lo abbiamo messo di fronte all’obiettivo. In alcune sequenza, inoltre, abbiamo usato delle lenti fotografiche, per ottenere un effetto simile a delle foto un po’ datate, vecchio stile. Non è stato semplice ma è stato bello poter lavorare con questi nuovi strumenti.

CF: È stata una sorta di scoperta anche per voi quindi?

TA: Ad esempio, nella scena dentro l’appartamento, quando lui arriva — anche se è semplicissima, si tratta solo di un uomo che entra — abbiamo dovuto girare più volte. Normalmente si girerebbe piuttosto velocemente ma abbiamo voluto provare diverse soluzioni prima di trovare il grado giusto di luce.

Scena di Correction, del regista greco Thanos Anastopoulos presentato al Trieste Film Festival 2009

Parlando invece della scena sui tetti, devo dire che semplicemente siamo stati davvero fortunati! Ci sono volte in cui bisogna aspettare giorni e giorni per poter girare una scena proprio come la si vuole. Cielo e sole sono elementi dei quali ovviamente non si può disporre a comando.

CF: I dialoghi, la parola, hanno un ruolo assolutamente marginale nel film; come abbiamo appena detto, a farla da padrone sono le immagini, la luce, i giochi di sguardo. In particolare il protagonista, Yorgos, tranne pochissime battute, rimane in silenzio per quasi tutto il film. È una scelta legata a questo personaggio?

TA: Personalmente credo che il cinema sia una forma espressiva che opera attraverso immagini e suoni piuttosto che attraverso le parole. Non ho niente contro i dialoghi: ci possono essere modi validi e creativi di fare un cinema molto parlato, come ad esempio quello di Woody Allen, che è super-verbale! Io però preferisco concentrarmi sugli sguardi, sui visi, sui corpi e sul loro modo di muoversi. Attraverso questi elementi di può dire già tantissimo.

Inizialmente la sceneggiatura prevedeva alcuni dialoghi in più che, però, sono stati tagliati durante la realizzazione del film. Ci siamo resi conto mentre giravamo che alcune cose erano superflue, altre sono state tagliate in fase di montaggio. Non è un processo conscio, si sviluppa in corso d’opera. All’inizio c’è bisogno di scrivere anche per far comprendere meglio, poi, invece, lavorando sul campo, si capisce che un gesto, un’interpretazione o un dettaglio dicono tutto quel che c’è bisogno di sapere e le parole diventano non necessarie. Abbiamo cercato un equilibrio, alcune frasi importanti sono rimaste, altre la abbiamo tolte.

CF: Con riferimento alla storia, com’è nata e come avete sviluppato questi continui ribaltamenti che permettono di mantenere costantemente una certa ambiguità nel racconto?

Scena di Correction, del regista greco Thanos Anastopoulos presentato al Trieste Film Festival 2009

TA: Questa storia nasce nel 2004, quando la nazionale greca vinse il Campionato europeo di calcio in Portogallo. La vittoria fece un sacco di clamore e provocò grandi moti d’orgoglio: dopo quel trionfo all’estero ci sentivamo i re d’Europa (tono ironico, nda). In settembre, però, bisognava nuovamente mettersi alla prova per le qualificazioni ai Mondiali del 2006. Per uno strano caso, la prima partita di qualificazione che la Grecia dovette affrontare fu a Tirana, contro l’Albania, una squadra considerata molto scarsa. Noi arrivammo lì con l’arroganza dei vincitori e, invece, perdemmo la partita.

il regista greco Thanos Anastopoulos presente al Trieste Film Festival 2009

Quella sera centinaia, forse migliaia, di immigrati albanesi invasero le strade di Atene per festeggiare la vittoria della propria nazionale. Ci furono diversi scontri nel centro della città e il risultato fu la morte di un tifoso albanese. Dopo un paio di giorni di clamore, la notizia, però, fu presto archiviata. Anche perché la nazionale greca fu eliminata e la vicenda rappresenta ancora oggi un episodio vergognoso da dimenticare. I fatti realmente accaduti quell’anno sono stati insomma lo spunto iniziale.

Mi interessava, però, anche analizzare l’interazione tra un uomo, una donna e una bambina; avvicinarmi a quella strana fede che emana il concetto di famiglia, anche se non necessariamente i protagonisti lo sono. Mi piaceva l’idea di seguirli nelle proprie solitudini — che si intrecciano ma sono indipendenti — per le strade di Atene.

CF: Al di là dei suoi luoghi e della sua città, c’è qualcos’altro di suo, di personale intendo, che le appartiene nella storia di Correction?

TA: Grazie per questa domanda perché, in oltre un anno di partecipazioni a diversi festival nel corso dei quali ha rilasciato diverse interviste, nessuno ha mai osato pormela. Un altro elemento chiave, in effetti, è questo senso di colpa che il protagonista si porta addosso. E questo ha a che fare con me, in qualche modo mi riguarda. Chiunque sia onesto con se stesso riconosce che, in qualsiasi opera, si insinuano degli elementi personali, intimi. Può accadere consciamente o meno, ma di certo accade sempre. Quindi si, ci sono comunque molti elementi, di tutti e tre i personaggi, che mi appartengono (tono volutamente vago, nda).

CF: Ci sono dei modelli letterari — penso banalmente a Dostoevskij — o anche dei riferimenti cinematografici che la hanno influenzata in questo lavoro?

TA: All’inizio non avevo niente di specifico in mente. Non dico di aver inventato qualcosa di innovativo perché naturalmente la mia storia ha a che fare col senso di colpa, con le conseguenze morali di alcune scelte, eccetera. Ma l’intera cultura occidentale è comunque imbevuta di queste tematiche. Certo nel film saranno confluiti tutti i libri, i film, i dipinti, le rappresentazioni teatrali e la musica che ho visto e sentito, però non avevo un modello in particolare.

CF: Ci ha raccontato di aver incontrato a teatro Yorgos Symeonidis, l’attore che ha poi interpretato il protagonista del film. Com’è avvenuto questo incontro e quali sono i suoi rapporti con il teatro?

TA: Per molti anni ho fatto resistenza all’idea di dirigere una rappresentazione teatrale, perché ritenevo la cosa piuttosto noiosa. Per il fatto di ascoltare e riascoltare le stesse scene… E anche per un motivo un po’ più scomodo da confessare, ossia per il fatto che al cinema il regista è pur sempre il regista e alla fine in qualche modo mantiene costantemente il controllo delle cose, mentre il teatro è il regno assoluto degli attori. Puoi anche essere il miglior regista al mondo, ma se gli attori non sono dell’umore giusto oppure non funzionano, allora non funziona niente. E poi sei sempre lì a parlare dentro queste scatola…

Insomma avevo un rapporto conflittuale col teatro, almeno fino al giorno in cui un mio amico scrittore mi presentò alcune foto che aveva scattato di senzatetto in giro per Atene. Ispirandosi alle foto, aveva scritto anche dei testi, creando una sorta di monologo, inventato. L’idea mi piaceva e quando mi chiese di rappresentare la cosa e mi sono detto: “perché no?”. Così ho trovato tre attori, uno dei quali era appunto Yorgos, e la cosa ha funzionato bene, è stata una bella esperienza. Inizialmente non era un progetto necessariamente teatrale, ora mi ritrovo invece addirittura a dirigere tragedie!

Quando ho iniziato a lavorare con Yorgos ho capito che mi piaceva molto il personaggio e l’ambiente che lo circondava. Abbiamo lavorato sull’idea di un senza tetto, che esce di prigione ed ha bisogno di riabilitarsi, che deve fare i conti col suo passato e ricominciare da zero. Si trova un po’ nella stessa condizione di un immigrato infondo, e questo era un aspetto che volevo mettere in evidenza nel film.

Scena di Correction, del regista greco Thanos Anastopoulos presentato al Trieste Film Festival 2009

Ho pensato che Yorgos fosse semplicemente la persona adatta ad interpterare questo personaggio. La sua vita è interamente dedita al teatro. Vive in un appartamentino e trascorre le sue giornate in mezzo ai libri e alla musica. Dorme, va a teatro, legge, ascolta musica e poi torna e teatro e poi dorme, legge, ri-va a teatro, e così via. La sua vita è questo, si concentra volutamente su questo. Questo attore meraviglioso aveva insomma la determinazione giusta, quella che caratterizza il protagonista del film. Naturalmente poi è stata una gioia lavorare con lui perché c’è stato uno scambio continuo, un dare e avere costante che assomiglia ad una relazione d’amore. Anche se ti accorgi di quanto è valido come attore già mentre giri, alla fine delle riprese, mi ha sorpreso positivamente rivederlo nelle scene realizzate. Puoi seguirlo, è un attore che ti aggancia in qualche modo. Hai voglia di guardarlo. Mi ha fatto sentire più sicuro accorgermi di questo, perché è necessario. Quando hai davanti una persona seduttiva, allora puoi seguirlo anche nei piccoli dettagli.

CF: Il film affronta con intensità delle tematiche sociali molto forti. Considera l’impegno sociale parte della sua responsabilità di regista? Oppure è un caso che il background sociale emerga così prepotentemente in questo film?

TA: Non credo sia un caso, è stata una scelta conscia. Cerco sempre di ritrarre anche l’ambiente che vivono i miei personaggi. Io vengo da una classe media, i miei genitori erano comuni rappresentati della media borghesia e mi hanno sempre garantito una vita serena. Intendo dire che non ho mai avuto qualcosa di speciale e che neppure mi è mai mancato nulla, quindi, stando nel mezzo, in qualche modo posso guardare sia più in basso che più in alto. Lo considero un vantaggio, un po’ come indossare degli occhiali. Chi ha una vista perfetta, vede tutto in un solo modo, non sa come appare la realtà a uno che ha un difetto e che ha bisogno di un paio di lenti per vedere bene. Chi indossa delle lenti invece, ha a disposizione due modi di vedere la realtà: con e senza gli occhiali.

Mi interessava esplorare un mondo che tanti fanno finta di non vedere. Molta gente vive occupandosi di ciò che la circonda solo in funzione dei propri progetti, di come vorrebbe essere, di come vorrebbe le cose. Io, invece, volevo fare un film che fosse una sorta di specchio. Non è un caso che la prima scena si apra proprio sull’immagine dello specchio, con il suo protagonista davanti.

CF: Chi ha prodotto il film e com’è andata la realizzazione? Com’è stato il lavoro con il resto della troupe, sul set?

TA: Nel momento vero e proprio in cui ho deciso di realizzare il film, abbiamo fatto tutto piuttosto velocemente. Abbiamo subito scritto una sceneggiatura che poi è stata modificata più volte, sia durante le riprese che nella fase di montaggio. La continua rielaborazione fa parte del mio modo di procedere. Non avevamo soldi e, se anche avessi fatto richiesta per essere finanziato dalla film commission o dalla tv greca, sapevo che ci sarebbe voluto parecchio tempo prima di ricevere risposta, mentre io volevo girare subito. Tutto sommato ero tranquillo però, perché, visto che l’argomento trattato, ossia le relazioni tra greci e albanesi, era una sorta di tabù, sapevo che sarebbero stati interessati.

Così mi sono fatto coraggio, sono entrato in banca e ho chiesto un prestito. Non per comprare case o macchine ma per finanziare il film naturalmente. L’abbiamo girato così. Solo successivamente, in fase di montaggio, abbiamo cominciato a ricevere risposte dai finanziatori ai quali ci eravamo rivolti: tutte negative! Ma ormai il film era girato ed io ero soddisfatto del materiale che avevo. Sono stato quasi felice perché altrimenti non l’avremmo probabilmente mai fatto. Infine, quando il film ha iniziato a girare i primi festival, a Salonicco e a Berlino, tutti erano così fieri di noi che è stata imbastita una sorta di “post produzione”, abbiamo insomma ricevuto dei finanziamenti a posteriori purché il film fosse presentato come una co-produzione. La cosa mi ha un po’ rattristato, anche perché non è la prima volta.

In ogni caso, sul set eravamo pochissimi ed abbiamo girato molto velocemente. Eravamo in dodici per le scene di gruppo al ristorante, nell’appartamento o allo stadio. Nelle riprese in giro per Atene eravamo solo cinque, con Yorgos sei. Era piuttosto strano perché sembrava di fare un guerrilla movie! Visto che sei stata ad Atene, conoscerai i problemi di parcheggio che ci sono: per non perdere tempo, ci spostavamo in moto portandoci tutta l’apparecchiatura in spalla. Arrivavamo, mollavamo là i mezzi, tiravamo fuori la cinepresa e quant’altro, giravamo e via, ripartivamo di corsa verso la destinazione successiva! Ci abbiamo messo circa 4 settimane per realizzarlo tutto. Abbiamo fatto piuttosto in fretta. Ma eravamo motivati, appassionati: sentivo che il gruppo condivideva le mie stesse sensazioni e quando succede ti senti davvero fortunato.

il regista greco Thanos Anastopoulos presente al Trieste Film Festival 2009

CF: Al cinema è stata dedicata quest’anno anche una sezione speciale fuori concorso al Trieste Film Festival e so che lei è stato anche coordinatore della sezione greca al Festival internazionale del cinema di Salonicco: che cosa ne pensa dell’attuale panorama cinematografico nel suo paese?

TA: Innanzitutto credo di poter dire che siamo piuttosto fortunati perché in Grecia si producono circa 22 film di finzione ogni anno, che è un buon numero in proporzione alla popolazione. Negli ultimi anni c’è stata un nuova ondata di registi piuttosto interessanti. Non amo questo tipo di generalizzazioni ma in effetti c’è qualcosa che freme e che accomuna diversi giovani film maker. Trattano argomenti diversi ma in modo fresco e diretto. Molti di loro sono presenti con i loro lavori qui al festival. La maggior parte ha iniziato a girare dal 2000 e oggi, non tutti ma diversi, si vedono già in giro, soprattutto ai festival. Si sente che ci sono un bel po’ di cose che stanno per accadere…

CF: …c’è movimento?

TA: Si, sta succedendo “qualcosa”, anche se è facile dirlo dopo. Per quanto mi riguarda, ma è una caratteristica che credo di avere in comune con questi autori emergenti, a volte la gente si sente un po’ a disagio per il ritratto che faccio delle Grecia, dei greci, pur essendo io greco. Eppure il fatto che ci sia un approccio critico è un sintomo che la società è viva. Altrimenti vedremmo solo film rassicuranti, dove tutto è finto e perfetto, senza alcun problema. Vedere, invece, il tipo di film che stiamo vedendo ora significa, secondo me, che c’è speranza. Ma in questo sono totalmente adolescenziale e romantico!

CF: L’ultima domanda, di rito: di che cosa si sta occupando in questo momento? Sta già lavorando ad un prossimo progetto?

TA: Al momento sono nella fase di montaggio di un documentario che è una commistione tra un programma educativo e il mio lavoro di regista. Si occupa di una scuola mussulmana. Poi sono nella fase di scrittura e di raccolta dati per un altro progetto ma sono in qualche modo “superstizioso” e non voglio anticipare niente. Non perché io tema che qualcuno mi rubi l’idea o di non essere all’altezza di ciò che annuncio, ma piuttosto perché parlare del progetto nel quale sei impegnato ti porta a disperdere un po’ le tue energie. Intendo dire che prima c’è un tempo dell’azione e poi verrà la discussione. Altrimenti è come parlare di un flirt che non è ancora in corso con una donna… Prima ci provi e poi casomai ne parli!

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