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Percorsi

Ultima scala Avana

Segue da Fame del libro a L’Avana

Casa della Cultura

Sborso di tasca mia quattro dollari per saldare l’entrata dell’intera compagnia. In cambio, ognuno riceve sul dorso del polso il timbro all’inchiostro “Casa de Cultura”. Mi sembra strano leggere, sotto il poco chiaro di luna che avanza, quelle lettere da “museo sovietico” impresse giusto per motteggiare abitudini tipicamente in voga nelle discoteche europee.

Cuba

Oltrepassata la porticina, la gente viene costretta in un budello oscuro, quasi irreale. Il naso riconosce sin dalle narici il sentore umido dei muri scrostati. Percorro il viatico con il petto attaccato alla schiena di Vanessa e con il seno di Giselle, che premendo sulla schiena, mi sguinzaglia strane idee per la testa. Un attimo dopo avverto il tiro dell’adrenalina: immancabile compagnia per un viaggiatore che s’infili, al buio, in vicoli stretti, angusti, ed esageratamente lontani da casa. Il pizzicorio sale lungo la colonna vertebrale simile a un timido risveglio della kundalini. Quasi un labirinto incastonato nel cuore del dedalo nottambulo di Habana Vieja.

Solo adesso mi rendo conto, essendo Bandera il capofila del manipolo, quanto i cubani siano abituati a muoversi nell’oscurità notturna: si sono forse fatti gatti, abituandosi ai black out inaspettati che si impongono giusto dopo il tramonto? “Dove cazzo ci stiamo infilando?” Il quesito mi rimane per sempre inespresso sulla punta della lingua nel momento in cui l’utero del passaggio si allarga improvvisamente dipanando qualsiasi rebus: “Davvero undergrund!” Ecco cos’era quello: un covo, un ricettacolo dell’antica e onirica anima Avana. Un rifugio atomico, colmo d’un’intera miriade d’atomi habaneros tradotta in volti sconosciuti e intelligenti. Non riesco ancora a capire bene dove stiamo sfociando. Dopo l’attraversamento di quel budello ombelicale, dove diavolo siamo sbucati? Di primo acchito, l’ombelico dove ci troviamo sembra sepolto sotto terra, ma non è così. L’impressione undergrund del luogo è dovuta, probabilmente, alla scarsa illuminazione: lumini, candele dappertutto e la luna, porca miseria! C’è la luna qui dentro! Un bellissimo chiaro di luna si diffonde attraverso falle aperte nel soffitto altissimo.

L’insieme infonde sensazioni indefinibili, appiccicandomi addosso l’assoluta certezza che questo luogo-chiesa-tempio o casa diroccata, sia pregno d’uno spirito superiore e sensitivo, dove l’uso delle macchine fotografiche è tacitamente vietato. Questo edificio a cielo aperto, sprofondato nelle viscere della terra per lunare illusione ottica, tradisce presenze strane quanto invisibili. Da un momento all’altro mi aspetto di veder saltar fuori da ogni crepa sui muri una schiera di Orishas Yoruba; quei figli di Yemayà, eredi dell’animismo africano che scelgono apposta luoghi desolati, ma ben radicati al suolo per officiare i loro riti magici. — Che te ne pare? — vuole sapere Bandera, quasi fosse fiero di mostrarmi una sua creatura. Affascinante è l’unico aggettivo che mi sale spontaneo alla bocca, facendosi largo tra l’aridità delle mie parole.

CubaCi troviamo all’interno d’un edificio che i tempi “moderni e castrati” hanno ereditato da quelli spagnoli, rinominandolo Casa de Cultura. La corona d’Aragona e Castilla, eleggendo L’Avana come formidabile testa di ponte per la colonizzazione del continente sudamericano, aveva fortemente voluto la costruzione d’un pulpito che fosse faro illuminante della sua cultura. Il viceré di Cuba, allora, su preciso ordine della regina madrileña, diede il via all’opera cinquecentesca d’un palazzo barocco capace d’accogliere un gran numero di nobili, ufficiali, letterati ed ecclesiastici, quanti insomma fossero in grado di contagiare il nuovo mondo, appena scoperto, con l’intellighenzia di quello vecchio. Purtroppo quel fine regalmente femminile non vide il porto d’attracco, causa il continuo flusso di ricchezze, oro e argento che proveniva dai territori strappati ai precolombiani. La cosa, infatti, provocò nei conquistatori un forte disincanto per la cultura, favorendo l’insorgere d’un’esagerata bramosia per i tesori. A quel punto, il palazzotto barocco fu trasformato in un deposito di metalli nobili che gli spagnoli adibirono perennemente all’uso di forziere: La Casa de Cultura.

Il fatto non arrecò fortuna né alla corona, né al palazzo stesso. In poco tempo gli spagnoli disintegrarono il loro immenso impero e la casa della cultura finì per essere sede d’un’assurda congrega di domenicani esaltati dall’inquisizione che amavano infliggere ai veneratori di Babalù Ayè: schiavi deportati che si erano tirati dietro dall’Africa nera il ricordo di antiche divinità. L’effetto, a insaputa dei domenicani, avrebbe fuso nel DNA cubano la propensione alla Santeria. La Casa de Cultura ci mise poco a sgretolarsi definitivamente, assieme al dominio iberico, fino a quando una rinvenuta frenesia per l’arte di fine Settecento, stavolta per il neoclassico francese e catalano, ispirò a qualcuno la ricostruzione di una chiesa su quei rimasugli barocchi. Così si fece, e il luogo di culto mantenne il suo lustro fino al crollo di Batista, marionetta USA e getta. Insondabili motivi vollero che la successiva vittoria de Los Barbudos revolucionarios finisse per spogliare La Casa de Cultura di qualsivoglia interesse politico o architettonico.

Per destino comune a quello di molti edifici di L’Avana, il posto approdava sulle sponde del secondo millennio, dopo aver mal sopportato quarant’anni d’un procelloso naufragio, subendo desolazione e demolizione, lente, ma perpetue. Diroccata e bombardata dal tempo e dall’incuria degli uomini, la Casa de Cultura lasciava scoperte, ma ben visibili, le fondamenta e i muri portanti d’architetture progettate in tempi passati e trapassati remoti; costruzioni neoclassiche e barocche in grado di mantenere pressoché intatto il formidabile colonnato ionico che reggeva su il timpano. La copertura della chiesa, invece, se n’era ormai andata in malora — inesistente — se non fosse stato per lo scheletro del tetto che aveva resistito all’oblio dei decenni.

Cuba

Quelle travi le conferivano l’aspetto d’una chiglia di nave incantata che fosse rimasta appesa là sopra — capovolta- e pronta a sfidare -“Hasta Siempre”- forze gravitàzionali e uragani settembrini. Quella volta aperta, quasi una soluzione architettonica, donava un non so che di speciale, una sfumatura in grado di rendere affascinante quel luogo adibito a tempio sacro del ballo e della salsa per i giovani di Habana Vieja; salsa undergrund che, fuoriuscendo dalle mille crepe alle pareti, cercando lo spazio siderale, approfittava del soffitto divelto per unirsi in matrimonio mistico con l’aria scura e notturna dell’olvido. Ecco cosa mi stava succedendo. Stavo sprofondato nel patrimonio architettonico e musicale di L’Avana, nuda proprietà dei suoi giovinastri scapestrati.

C’ero finito dentro perdendo l’orientamento, similmente a quanto spesso mi era capitato percorrendo certe strane strade della capital. Giselle mi inizia al ballo nel brodo primordiale, e riesce a farlo con delicatezza ed estrema destrezza assieme, tanto da farmi credere che il merito dei rapidi progressi sia tutto mio. È ben consapevole, infatti, che a guidare i miei passi non è certo un movimento salsero, nonostante quella cosa che muovo tra punte e calcagni possa assomigliargli. In certi momenti sembro davvero dimenarmi quanto un culattone. Ch’io lo sia davvero? Eppure, con il passare dei minuti, prendo fiducia, miglioro il passo e trasmetto comandi sempre più marcati e sicuri. Il cocktail più sano di L’Avana sta ottenendo il suo effetto.

Io che, infilandomi in quel posto, avevo pensato di fare un regalo alla compagnia di Bandera, mi rendo conto, invece, che il regalo lo stanno facendo loro a me, per soli quattro dollari americani. I miei piedi non esistono più, m’immergo e m’irradio nella melodia del ritmo, mentre tutt’attorno i volti sconosciuti dei ballerini vanno e vengono come una parata d’esseri onirici, di molecole ipotermiche libere di muoversi nello spazio circostante. Gli orishas continuano a officiare i loro riti facendo fluire giù dal tetto divelto della Casa de Cultura più luna possibile, per poi mescolarla al sudore di quelli che vi ballano sotto, menando punte e tacchi tra le ombre madreperlacee, cera e luce di candele tra sorrisi al cuba libre. E poi c’è Giselle, la mulatta: sembra il fulcro femminino di quel mondo.

Cuba

Grazie al tocco delle mani che permettono il contatto, Giselle mi trasmette un continuo flusso di energia basica, simile a un soffio proveniente dalle radici della terra, energia che stimola il primo chackra, ispirando movimento. Io non conosco il ballo, eppure — in quel modo santerico — Giselle mi insuffla la conoscenza profonda dell’istinto femminile, quella che contrariamente alla tecnica del razionale conosce senza sapere, senza volerlo, inconsapevolmente. Il conseguente subbuglio del primo chackra agganciandosi al secondo, risveglia il potere creativo, sessuale, terreno: non penso più a miei passi, smetto di scrutarli mentalmente come avrei fatto da bravo allievo di una qualsiasi scuola di ballo, fidandomi e affidandomi — invece — all’atmosfera magica di tutte quelle piroette, intrecci, passaggi sotto la schiena e di fianco che la masnada di ballerini sta scatenando e creando là dentro, là sotto, là in mezzo.

Dalla terrazza dell’Hotel Englaterra

È la mia ultima notte a L’Avana; sono ben certo che si tratti dell’ultima, nonostante abbia la netta sensazione di viverla davvero, come se fosse la prima. Che razza di testa coda hanno compiuto questi miei viaggi, senza capo né coda. Stanotte Elvira si è dispersa nel labirinto dei suoi sentimenti, delle opportunità mancate, delle speculazioni filosofiche, dei grovigli letterari, con l’angoscia di non poter più partire da qui, di lasciare l’isola per sempre. È così che ha sdoganato me, che invece partirò domani, rendendomi libero di gravitare, issato a bordo come sono, di questa Argo tutta habanera spinta sicura ben oltre le Simplegadi della notte.

Cuba

Ultima notte di giri e di balli che prosegue senza sestante nel cult rasoterra dei giovani di Avana, quel futuro della Capital che farebbe carte false per l’ammutinamento, pur di abbandonarla definitivamente. La odiano e la amano, tutti, allo stesso tempo. Approfittando di un attimo di noncuranza da parte della mia compagnia mulatta, mi avvicino alle balaustre marmoree della terrazza principale, dove si balla e si canta tutta la notte sotto gli occhi dell’angelo isso tra le guglie del dirimpettaio gran teatro Garcia Lorça. Proprio qui sotto mi fermai la prima volta a scrutare L’Avana, zaino in spalla, dopo esser fuggito dall’hotel Sevilla. Ho talmente vissuto questa città da non riuscire più distinguere dove si trovi il bene o il male, senza saper più pensare a niente.

Giselle me la trovo al fianco, di colpo, leggera come un fantasma; angelo o lucifero, non so, forse entrambi o un misto dei due: quassù inizia e finisce il mio mondo. Visto da qui, l’infinito di Habana Vieja sembra davvero a portata di mano, allunghi un braccio e t’illudi di sfiorarla. Com’è ben definita dal Paseo del Prado, quella striscia di marmo bianco che mi vide centometrista; assomiglia a un confine tirato diritto verso il fondo, fino a toccare il brulicante Malecon, baluardo ultimo del mare luccichiccio. Le terrazze dell’Englaterra! Da quant’è che non ci venivo, così vicine alle cupole del teatro Garcia Lorça e al Capitolio… e lì ci dev’essere anche l’accademia, la mia amata scuola di salsa. Per un pugno di dollari — straniero — questo mondo può essere tuo!

Ride, e facendolo, aderisce con la sua spalla nuda alla mia incamiciata. Giselle insiste lo sguardo esitante, fissando il panorama silenzioso che Habana Vieja dilata, placida e ombrosa nella notte. La perlustrazione felina dei quartieri in black out viene spezzato da sbotti di luce improvvisa: Plaza de la Catedral, Plaza de Armas con El Palacio del Segundo Cabo a ridosso, e alla fine, Plazuela de la Luz. Oltre, il mare e oltre ancora La Fortaleza de la Cabaña. Poi ancora mare, e oltre ancora quell’America che Giselle non ha mai sognato, né desiderato. L’America non è casa sua. Casa sua se ne sta lì, satura di Orishas e puttane, controsensi ed emozioni. Rasentando lo spettacolo puro e semplice, la notte finisce per accarezzare, come alla fine di ogni santo giorno, la sacralità della sua povera città, coprendola quasi con pudore, difendendo dalla critica altrui, la miseria, la polvere, le illusioni in macerie.

Cuba

Non poteva che voler bene alla notte, era come una madre che scendesse a controllare il sonno regolare di tutti i suoi figli, dopo una complicata giornata di lavoro intentato. Complice la luna, che adorna d’ombre e madre perla la maestosità d’una reina sucia: Habana Vieja. È impressionante vedere come appaia più tranquilla durante la notte, no? Pare dormire. Dorme o ribolle la pentola del diavolo? Non so mai che dire della mia città, tanto è strana. Vi sono momenti nei quali uno sente tutto l’amore viscerale che lega a doppia mandata gli uomini a questo posto, un cordone ombelicale di sentimenti inossidabili. In altri, invece, non la sopporti più. La rifiuti fino a odiarla, ne avverti l’allergia mentre ti sale su l’incontenibile voglia di scovare, tra le macerie della città, un’uscita di sicurezza che sia in grado di offrirti la fuga definitiva.

Le nostre braccia si sfiorano ancora, per una frazione di secondo soltanto. Messi come siamo messi, una accanto all’altro, ci strusciamo impercettibilmente, quel tanto che basta per provocare in entrambi un brivido leggero. Ammutoliti, continuiamo a fissare la Capital de Cuba mentre le pelurie si rizzano. Non ci parliamo neanche, eppure sembriamo intuire che, grazie alla presenza dell’altro accanto, potremmo ricevere, nella vigilia di San Valentino, il dono d’una conoscenza occulta e profonda. Il brivido provato dal semplice contatto delle braccia ha il sapore denso della complementarietà: quel tocco mi rende consapevole di quanto Giselle porti inciso nel proprio DNA la sapienza degli Orishas Yoruba; io non sarò mai pronto a scorgerli, ma lei sì. Ci ha ballato assieme per lungo tempo, l’hanno perfino accompagnata negli anni difficili dell’adolescenza sostenendola spesso negli infiniti cento metri corsi in giro per L’Avana. Standole così vicino, quasi sospeso sulle sublimi altezze delle terrazze dell’Englaterra, mi sembra più facile penetrare il panorama notturno della Capital. Mi si presentano con maggior chiarezza, nonostante la notte fonda, mille e più situazioni intricate viste e non viste tra i vicoli di questa città, nei lunghi e pazienti corsi e ricorsi trascorsi viaggiando di palo in frasca come ho fatto finora.

Ultima scala Avana

Giselle spinge il pesante portone che fa da overture all’ennesima delle scale diroccate, proposte, viste e riviste nel corso dei miei sconfinamenti in Habana Vieja. Ho l’impressione d’entrare nell’ultima delle bocche spalancate, sfilate via durante la nostra deambulante passeggiata notturna, aperta dopo aver salutato il resto della compagnia, a notte strafonda. Per me, quello, è il portone finale, l’oscura apertura che divorava gli attimi notturni versati con generosità in Habana Vieja, dalla vigilia di San Valentino. Per Giselle, invece, non è null’altro che l’ingresso nell’atrio di casa sua, mille volte attraversato per salire o scendere, in sistole o diastole, a seconda delle circostanze, la scala musicale del movimento alternato che la fa uscire ed entrare quotidianamente in casa di sua madre, o in Habana Vieja?

L’ingresso angusto mi trasmette il senso delle rotondità, quasi fosse il corpo basso di un’ampolla alchemica che si affusoli, pochi metri dopo, verso gli appartamenti dei piani superiori, grazie a una scala irta e stretta, accompagnata da un corrimano in ferro battuto. L’atrio sorprende per la sua rotondità, accoglie come il grembo d’una madre, come il seno di un’amante, come la tana di un animale. Varcata la soglia, le zone buie d’insondabili sottoscala accerchiano la rampa ai lati. Se esiste davvero, è lì che si raggruppa la gang di Yoruba, schiamazzante e rumorosa all’inverosimile.

Cuba

Eccoci nella Suite danzante e stonata in scala Avana. Dall’unico oblò fissato a mezza altezza quanto un’icona marinara, entra quel tanto di luna che ci permette di scorgerci nella semioscurità. Un po’ l’atrio diroccato che la luce leggera carezza, un po’ le rotondità architettoniche che ci cullano, finiscono per ispirarmi un senso d’intimità quasi irreale. Sento il corpo della mulatta pulsare, fremere, mentre si unisce all’invisibile danza del baccanale di Yoruba. Giselle mi chiama a sé — eppure — non è soltanto questa giovane donna a espandere il suo canto suadente. Il richiamo sembra giungere dalla medesima città, dal femminino ancestrale della terra che si appresta a toccarmi l’anima, trapassando la suite danzante e stonata nel giro di do minore in scala Avana. Giselle, al chiaro di luna, si scioglie conturbante — eppure — di quel mondo, non è nient’altro che un’ambasciatrice, la sacra sacerdotessa d’una dimensione onirica quanto carnale.

Allora? Mi vuoi salutare prima che me ne vada a casa o no? La sacerdotessa si offre calda e mielosa nell’ampolla bassa d’una scala in frantumi. Un barlume di comprensione mi trapassa da parte a parte, permettendomi d’indovinare, solo per un attimo, le danze propiziatrici degli Orishas: l’intero bailame d’amplessi amorosi ai quali le femmine d’Avana si lasciano andare così di frequente, poteva essere che venisse ispirato dalle invisibili danze degli Orishas Yoruba? Quanti secoli avevo buttato alle ortiche, intellettualizzando il tutto cubano in modo cosi esagerato? Quanti millenni sprecati dall’intero mondo civilizzato, ma non per questo civile, nel vano tentativo d’interpretare e leggere righe e pieghe d’un’isola zattera alla deriva.

CubaQuanto amore ho rifiutato nell’andirivieni scandito dal metronomo fin troppo preciso, dei miei ultimi quattro anni spesi in andate e ritorni? Ne era valsa la pena, se quell’intero casino finiva per incagliarsi nella risposta, semplice e naturale, che Giselle s’apprestava ad offrirmi in un piatto diroccato, servito senza mille preamboli nell’atrio ad ampolla della sua casa Avana? Le pietre curve dell’atrio iniziano a confondersi con quelle di Giselle, la quale senza nemmeno attendersi una risposta, mi si avvicina vertiginosamente. Aspiro il profumo mulatto di lei, caldo, massacrante. Sento il miscuglio di carne e anima aderire e venire incontro al mio corpo, inevitabilmente.

Non mi vuoi proprio salutare? Gli Orishas si sono ormai tramutati nella danza di un uragano ebbro di vento e umidità, avvolgendo l’intera scala stonata e diroccata. Steccano tutte e sette le ruote dell’unico e impossibile ingranaggio di nottambule note allo sbaraglio. Sette note, come sette è il numero sacro dei chakra. La luce lunare offre il miraggio mellifluo degli occhi di Giselle, ne scruto la bocca, turgida quanto avida. Si avvicina con uno sguardo enorme che ha il potere di sprofondarmi in modo inarrestabile e inarrivabile al contempo. Si avvicina fino a farmi provare la tostatura morbida dei seni e delle sue labbra. Solo aggrappandomi, riesco a non cadere dentro un vuoto insondabile.

A Giselle non riesce di ripetere ancora il quesito chiaroscuro e diretto: Non mi vuoi pr… Le serro la bocca di colpo, con un bacio improvviso. Le labbra si schiudono al contatto delle sue, labbra dure e saporite quanto susine. Giselle risponde al bacio esplodendo un’energia che esplora la mia lingua con i movimenti decisi della sua. Tutto si eccita; gli Orishas, il bacio degli amanti, l’atmosfera nel portone, il canto dei galli in lontananza, la traversata dei pesci volanti sul barlume celestiale di un Habana Vieja prossima all’alba. Le mie mani sono guidate da un istinto superiore come mai mi è capitato prima. Inizio ad accarezzarla, a scoprirla dei pochi vestiti che una cubana solitamente porta addosso. I seni sbocciano alla luna, sgusciando fuori dalla camicia bianca senza maniche, riflettendo rotondità misteriose e sode. Capelli di medusa mi avvolgono nel bacio.

Girando le spalle al portone, Giselle mi costringe a distendermi sulle scale; il suo corpo scende a leccarmi il petto, il centro dello stomaco, l’ombellico europeo, e aprendomi la patta, sorride, rendendosi conto che non c’è bisogno di leccare più giù. Tutto accadde come se non ci fosse più tempo, come se l’alba, ormai imminente, potesse polverizzarci entrambi allo scoccare dei primi bagliori struscianti sui muri diroccati. Deglutisco quando mi rendo conto che le gambe d’ebano, ormai aperte su di me, fanno scendere cadera y cintura, rivolgendo il bacino di lei verso il centro del mio primo chakra. A contatto con l’umido calore, mi sembra d’entrare per la prima volta nei meandri segreti di una Habana Vieja che ho da sempre cercato d’intuire e immaginare, ma che non ho mai compreso fino in fondo.

Cuba

È lei a prendermi a fondo, invece, scandendo il ritmo in perfetta sintonia con il baccanale che gli spiriti Yoruba lasciano intravedere soltanto allo sguardo penetrante della sacerdotessa, giovane mulatta nata in Capital. Spingiamo il ballo sulla scala stonata, percorrendo le note, rabbrividendo i chakra d’entrambi, unione in brividi del mascolino e del femminino lasciati in bilico sugli ultimi confini della notte, vigilia di San Valentino. Sento l’energia arrampicarsi all’improvviso, salire su da memorie inesplorate, sin da profondità oceaniche avventuratesi in apnea ben oltre l’inconscio, quasi rasentando il livello d’una coscienza intrauterina delirante, anzi, probabilmente da molto più in là: dal luogo fondo in cui l’acido desossiribonucleico e ribonucleico intrecciandosi, con abilità architettonica simile a quella della kundalini, permette a entrambe le metà di un lombrico, tagliato in due, di ricostruire in modo mirabile le parti mancanti: questioni di memoria, di vagabondaggi in quella memoria insondata e insondabile che è l’universo.

L’energia universale viene su grazie al movimento in grazia di Dio menato dalla cadera di Giselle, che continua, che continua, che continua e continuerà come se danzasse, senza smettere, fino al filtrare illuminato dei primi raggi di sole incisi sulla finestra dell’atrio. Continua a ballare sopra di me fino all’esplosione, all’overture del giorno di San Valentino, mescolando assieme gli umori in salsa d’uomo e donna, chiudendo il grido al godimento di me e di se stessa con un bacio ancor più deciso e mordente. Ci siamo conosciuti così, lì, nella suite danzante e stonata su scala Avana, circondati dal tripudio degli Orihas Yoruba e dai versi colori d’un’alba rubizza di galli in lontananza.

Segue con Itaca con vista su L’Avana

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