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Scrittura

Silvia Gaia Pelagatti

Le dee in me

Le dee intorno a me, come una collana intorno al collo. Ognuna di loro è una perla luminosa che irradia ciascuna il suo colore. Al centro Afrodite, il suo pendaglio sfiora sempre il mio cuore. Chi, se non lei, al centro?

Artemide

Le dee in me, opera prima di Silvia Gaia Pelagatti, è un libro particolare perché sfugge ai canoni soliti della narrativa. Si presenta come un’indagine interiore su base autobiografica legata però a grandi tematiche in cui tutti, specie le donne, si possono riconoscere. Le vicende sono analizzate secondo degli archetipi mitologico-psicoanalitici in cui si ritrovano le principali componenti della personalità femminile. Ecco che dunque le dee del titolo prendono corpo e ogni capitolo è dedicato a una di loro che guida e “impera” in una particolare momento della vicenda umana dell’autrice. C’è Artemide, decisionista e concreta; c’è Atema, combattiva e vitale; c’è Estia, il fuoco che scalda nel profondo l’animo umano; c’è Afrodite con il suo portato di amore e sessualità. Ogni dea convive con le altre nello spirito di una donna ma spesso una prende il sopravvento sull’altra e informa di sé quel particolare periodo esistenziale. Riconoscerle è già un primo passo per saperle gestire e non subirne passive l’influenza.

Simone Piazzesi (SP): Descriviti in poche battute: chi è Silvia Gaia Pelagatti?

Silvia Gaia Pelagatti (SGP): Una donna appassionata, inquieta, curiosa con la voglia di condividere le sue scoperte, ma anche solitaria, introversa un po’ “orsa”. Innamorata dell’arte in tutte le sue forme, della bellezza, anche quella che fa male. Una sognatrice con i piedi per terra.

SP: Tu hai fatto vari lavori — regista, attrice… — che in un modo o nell’altro avevano a che fare con l’arte. Solo adesso però sei arrivata alla scrittura. Parlaci di questo percorso.

SGP: Ho iniziato a recitare perché avevo una gran necessità di esprimermi e anche di apparire. Le prime parti che mi furono affidate erano tutte di donne arrabbiate, isteriche. Fu estremamente terapeutico per me che credevo di essere una persona tanto tranquilla. La rabbia lasciò il posto ad altre interessanti caratteristiche. Lavoravamo molto sulla mitologia greca, da lì iniziò la mia passione. Era affascinante entrare nei panni di Nausiaca o di Circe, forza e sensualità insieme. L’ultimo personaggio che recitai fu Elena di Troia, una grande soddisfazione, che non mi impedì però di smettere. Avevo voglia di entrare dietro le quinte, di decidere e non più di eseguire. Mi capitò un’occasione perfetta, aiuto regia per uno spettacolo di giovani provenienti da situazioni disagiate. Molti di loro che non avevano mai fatto niente in teatro si dimostrarono pieni di talento, furono davvero tante le sorprese. Lo spettacolo ebbe un successo favoloso e girò mezza Italia.

Silvia Gaia PelegattiCon loro misi in pratica tutto quello che avevo imparato recitando ma soprattutto realizzai il mio primo corso di espressività corporea. Parallelamente al teatro avevo frequentato vari corsi di massaggio, meditazione, cura del corpo (in quanto tempio dello spirito). Unii il tutto con l’intento di creare un metodo che facesse dell’attore un artista in armonia con se stesso e gli altri. Per molti anni ho organizzato corsi di questo genere, mettendo in scena anche mie scritture, a volte recitavo. Altro mio forte interesse era (ed è) la cultura femminile. Credo a quel filone storico-archeologico che approva la passata esistenza di una società matriarcale in cui le donne avrebbero avuto un ruolo predominante soprattutto a livello spirituale. Ritrovare quel potere sarebbe importante per le donne e per il mondo, non per ricreare il modello antico bensì per dar vita ad una nuova modalità di vera parità ancora inesistente. Il mondo ha bisogno di energia femminile in quantità superiore a quella attuale per bilanciare gli eccessi di quella maschile.

SP: E questo libro?

SGP: Per sette anni, oltre ai corsi per attori ho organizzato corsi per donne. Nel libro ho spiegato come ho interrotto il mio lavoro, il dolore che ho sentito ma anche l’inevitabilità della cosa. A volte sento tutta insieme la stanchezza, come i bambini che si addormentano all’improvviso ovunque sono. Gioco in modo così appassionato, dando tutta (troppa) me stessa, il mio dare diventa sdare, e crollo. Ma nessun crollo è un caso, porta con sé tante verità. La mia nuova verità era la voglia di ritirarmi nella tana. Da lì, per un po’, non ho voluto dire niente a nessuno, poi tutto ciò che scrivevo per me ho desiderato comunicarlo ad altri. L’urgenza, sempre quella, che ti chiama da qualche parte dentro di te e preme finché non l’ascolti, finché non accetti di essere incinta e di partorire i figli suoi. Il percorso è stato più o meno questo, dalla tana comunicare è bello attraverso la scrittura, puoi arrivare a tanti in un altro modo. Questo è il mio primo libro pubblicato, anche se scrivo da quando ero bambina. Non so immaginare la mia vita senza la scrittura, per me è “incontrarmi” e “donare”, e non potrei fare a meno né dell’uno e né dell’altro.

SP: Le dee in me è il tuo primo libro, difficilmente catalogabile. Non è un romanzo, non è un saggio di psicologia e non è totalmente nemmeno un diario. Come lo potresti definire?

SGP: Il libro è la testimonianza di un percorso, il fatto che sia il mio ha poca importanza. Offro uno strumento che può essere utilizzato da qualunque donna abbia voglia di leggere le proprie vicissitudini con un tipo di percezione diversa. La spiegazione simbolica delle dee è stata per me una grande rivelazione e penso lo possa essere per tante. Ogni donna porta in sé una specie di nostalgia senza sapere veramente di cosa. Nella lettura di certi significati è come se trovasse riposo questa mancanza. Ho sperimentato più volte negli anni con le tante donne che ho conosciuto questo non meravigliarsi bensì la frase “…ecco sì, è proprio così!”. Lo scopo del libro è condividere.

SP: L’amore, la morte, i figli, le delusioni sono temi universali da sempre trattati dalla letteratura. Perché hai sentito il bisogno di indagarli alla luce della tua esperienza personale?

Le dee in me di Silvia Gaia PelegattiSGP: Nel momento in cui rielaborare un periodo di intenso dolore diviene indispensabile per andare avanti. Possiamo farlo solo per noi stessi, ma credo nel riciclaggio, anche del dolore. Se il mio dolore può servire a qualcun altro, perché no? Allora non può bastare comprendere bensì deve compiersi un atto creativo, e tutto si trasforma in dono. Non so se sono riuscita in questo però sono felice quando incontro qualcuno che mi dice che nel leggere il mio libro ha trovato coraggio.

SP: La tua città è Firenze, una piccola metropoli, però, leggendo il libro sembra che i luoghi importanti della tua vita siano tutti immersi nella natura. La città sembra uno sfondo quasi marginale, di passaggio. È un caso?

SGP: Firenze l’ho vissuta tanto! Non c’è una zona della città che non abbia per me un ricordo. Ho abitato a Coverciano, studiato a Novoli e in Santo Spirito, ho fatto la babysitter alle Cure, i miei primi due figli sono nati a Fiesole, sono passata a cresima in duomo (da grande altrimenti non avrei potuto sposarmi), ho in centro un sacco di amici, il primo studio di massaggi vicino a piazza Beccaria e potrei continuare ancora e ancora. Firenze l’amo da morire ma non la vivo più. Ogni tanto vado a vedere una mostra, uno spettacolo, un incontro che mi interessa, ma non la frequento assiduamente. Mi stanca e poi desidero sempre di più la natura, riempirmi di silenzio e colori. Il periodo che ho descritto nel libro è stato veramente all’insegna di luoghi meravigliosi, luoghi che mi hanno accolta e nutrita, il mare soprattutto mi manca, il suo respiro, la sua voce. L’unica città che compare nel testo è Barcellona, la seconda “madre” di mio figlio, come non posso tener conto di lei? Comunque sia il mio paese è Calenzano, alle porte di Firenze, sentimenti ambivalenti mi legano a questo strano luogo, dove ho sempre percepito disgregazione ma anche tanta originalità come in un’aiuola selvaggia. Ora abito a Sesto Fiorentino con il mio compagno e i nostri figli, ma scappiamo spesso verso il verde. È vero Firenze resta ai margini della mia vita ma il ricordo dei lungarni all’alba mi fa venir voglia di piangere.

SP: Nel tuo libro mito, psicologia e intimismo si fondono insieme. Quando ti è venuta l’idea di ri-organizzare la tua esperienza di vita in questo particolare modo letterario?

SGP: Parlando di me sento di essere vera e sincera anche se ci sono sempre mille verità e opzioni nel commentare il proprio vissuto. La stessa circostanza magari ora la racconterei in modo diverso. Se affrontassi uno dei temi trattati non dal punto di vista personale, potrei dare molte più informazioni, ma amo l’umanità e anche il limite. Mi sembra che parlando di me chi legge trovi più aderenze alla propria realtà. Altra motivazione di tale indagine è che amo farlo, mi “indago” spesso e con le dee è più facile perché ognuna di loro è “addetta ad un settore”. Ognuna ti parla dei tuoi talenti e delle tue ombre, delle potenzialità inespresse e degli eccessi. Trovi il filo conduttore anche degli errori commessi.

SP: Per un esordiente pubblicare il primo libro è sempre difficile. Come sei arrivata a Pagnini Editore?

SGP: Ho incontrato casualmente, dopo tanti anni, l’amica giornalista Anna Ciarapica, le ho parlato del mio libro, della voglia di pubblicare per la prima volta. Lei, che nel frattempo aveva iniziato a collaborare con l’editore Pagnini, lo ha letto, le è piaciuto ed è diventata la mia curatrice.

SP: Pensi che questa tua esperienza con la scrittura continuerà? Hai già altre pubblicazioni in programma?

La Venere di BotticelliSGP: In questo momento sto occupandomi della mia bambina di cinque mesi e della presentazione del libro. Ho veramente poco tempo per scrivere, ma ho nella testa e nel cuore qualcosa da realizzare al più presto. Anche se scrivo da sempre io non sono una scrittrice, non ho basi letterarie che facilitano la stesura di un testo. Per me è più faticoso scrivere per essere letta, ma spero che dove non arrivano i miei talenti letterari arrivi la mia passione. E poi, chissà, magari un giorno farò davvero la scrittrice! Un progetto che vorrei realizzare riguarda gli uomini e i loro dei. L’energia femminile nell’uomo è l’anima ecco perché è importante un viaggio in quella direzione.

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