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Fumetto

Michele Medda

Caravan

Copertina CaravanÈ uscita a giugno l’ultima serie della Bonelli che, come i precedenti Volto Nascosto e Gea, sarà autoconclusiva. In dodici numeri si dipanerà la vicenda di Caravan ideata dall’ormai noto Michele Medda. Il padre di Nathan Never, Legs Weaver e Digitus Dei stavolta si cimenta con un soggetto che, almeno da quel che si ricava dal primo numero, è calato nel qui e ora di una cittadina statunitense. Nest Point, infatti, viene improvvisamente coperta da strane nubi e subito dopo è colpita da un black-out generale. La mattina successiva, l’esercito impone a tutta la popolazione di lasciare le proprie abitazioni per partire in una marcia verso destinazione ignota. Il caravan del titolo sarà il mezzo su cui viaggerà una famiglia come tante che, insieme a vicini e colleghi, sarà costretta a questo strano esodo. Cosa si nasconde dietro quelle nubi minacciose e innaturali? Cosa attende la carovana ignara di cittadini comuni? Ne abbiamo parlato con l’autore.

Simone Piazzesi (SM): La prima volta che lessi il nome di Michele Medda avevo quindici anni e aspettavo ansioso l’uscita del primo fumetto di fantascienza italiano che avessi mai conosciuto: Nathan Never. Quanta acqua è passata sotto i tuoi ponti da allora?

Michele Medda (MM): Molta, e non solo per noialtri come persone (io e Serra non eravamo neanche trentenni, Vigna era di poco più grande). Era un’altra epoca: il fumetto italiano viveva ancora il boom di Dylan Dog. Oggi ci si rallegra per le presenze al Salone Internazionale di Lucca, raddoppiate o forse triplicate dal fenomeno cosplay. Ma ci si è dimenticati che a cavallo tra gli anni ottanta e novanta qualsiasi manifestazione fumettistica non aveva bisogno dei cosplay per raccogliere un vasto pubblico. È stato un momento magico, e non credo che tornerà.

SP: Nathan Never ti vedeva co-sceneggiatore insieme a Serra e Vigna: la cosiddetta “banda dei sardi”. Tu però lavori spesso anche da solo, quali sono le principali differenze fra sceneggiare in team e in solitaria? Quale metodo preferisci?

MM: A dire il vero, abbiamo scritto “a sei mani” non più di cinque o sei sceneggiature. Credo che l’ultima sia stata Oltre le stelle, il numero 13 di Nathan Never. Ed è stato difficile scriverla perché Antonio Serra si era già trasferito a Milano. In pratica, abbiamo scritto insieme finché abbiamo abitato tutti nella stessa città, cioè a Cagliari, e quindi era possibile vederci. Dopo, giustamente, ognuno ha percorso la propria strada. Ma anche se fossimo rimasti tutti a Cagliari, a un certo punto dividersi e scrivere singolarmente sarebbe stato logico, avendo maturato interessi diversi.

SP: Parliamo di Caravan, la tua ultima creazione. Da dove hai tratto spunto per questo soggetto?

MM: Ormai è risaputo che lo spunto iniziale è nato da una canzone di Springsteen, Seeds, che avevo frainteso. Pensavo che parlasse di una famiglia in fuga da non so quale apocalisse (la canzone di Springsteen che parla di una famiglia in fuga da un’apocalisse misteriosa è Roulette, outtake di Born in the USA, pubblicata ufficialmente in Tracks nel 1998, ndr). Ma in realtà l’idea di scrivere una storia che avesse per protagonista una famiglia mi ha sempre affascinato. Solo che da ragazzino pensavo che avrei scritto una saga western monumentale come La Storia del West di Gino D’Antonio. O La conquista del West vista in Tv, quella con James Arness.

Caravan

SP: Come altre testate Bonelli, anche questa sarà una mini-serie autoconclusiva. Personalmente sono particolarmente attratto da questa “formula” editoriale. L’eterno Tex, o l’eterno Dylan Dog (per non parlare di Nathan Never per cui la parola “eterno” potrebbe assumere tante sfaccettature…) alla lunga tendono ad annoiare il lettore, è quasi inevitabile. Tu come la pensi riguardo queste due opzioni narrative?

MM: Penso che sia l’una che l’altra formula funzionino benissimo, a patto che i lettori non pretendano l’impossibile, cioè che una serie mensile come Dylan Dog rimanga sempre uguale a se stessa — sempre fresca, brillante, originale — per vent’anni. In un arco di tempo molto minore una persona normale cambia casa, lavoro, automobile, si sposa, ha dei figli. In poche parole la sua vita cambia completamente, ma lui si incavola a morte se il suo fumetto preferito “non è più come una volta”. È ridicolo. Non si può leggere lo stesso fumetto mese dopo mese per venti-trent’anni. So che c’è chi lo fa, ma per me non è normale. Quanto alle miniserie, abbiamo riscontrato che le “mini” bonelliane piacciono. Ma non sono così “mini”, è sempre un carico enorme di pagine che è difficile gestire. Quindi auspico che diventino “mini” nel vero senso della parola. Come autore, vedrei come formula ideale una durata da tre a sei albi. Ma ovviamente queste sono considerazioni che spettano all’editore.

SP: Dopo la lettura del primo numero di Caravan non ho potuto non pensare alle previsioni che la Nasa ha fatto sulla maxi tempesta elettromagnetica proveniente dal sole che, si dice, potrebbe colpire la Terra nel 2012 con conseguente black-out globale. La realtà potrebbe superare, anche questa volta la fantasia?

MM: Tocco ferro!

SP: Caravan sarà un fumetto corale, senza un eroe, o un anti-eroe, principale. Che difficoltà, e che soddisfazioni dà gestire un intreccio con tanti personaggi “alla pari”?

MM: La difficoltà cresce proporzionalmente al numero di pagine. Quindi scrivere Caravan non è stato difficile… fino al quinto albo. Dopo, le cose si sono decisamente complicate. D’altro canto, in proporzione al numero dei personaggi crescono le possibilità narrative, e si aprono strade che all’inizio non riuscivi nemmeno a intravedere. Quindi diciamo che difficoltà e soddisfazioni si bilanciano.

SP: I testi di fantascienza, o comunque fantastici, spesso si sono rivelati profetici. Senza citare il solito Verne, penso al recente telefilm The Lone Gunmen che, alcuni mesi prima dell’11 settembre 2001 ne anticipava gli eventi. Ti è mai capitato che un tuo testo fosse, anche in minima parte, profetico? E se non ti è capitato, di quale profezia ti piacerebbe essere padre?

CaravanMM: Va bene che l’ego di ogni scrittore è spropositato, ma non ho mai pensato a me stesso in termini di “profeta”! Caravan è uscito a ridosso del terremoto in Abruzzo, quando molta gente, purtroppo, si è trovata a vivere in macchina o in roulotte dopo avere abbandonato la propria casa… ma insomma, mi sembra esagerato definirlo profetico. A parte questo, se non una profezia, una piccola anticipazione forse l’ho imbroccata. Intorno al 2000 avevo letto di una specie di “club di vampiri”, diciamo dei fanatici del vampirismo, che aveva preso piede negli Stati Uniti. Avevano i loro riti e i loro ritrovi. Bene, in quella descrizione c’erano molte analogie (omicidi a parte, fortunatamente) con il gruppo di giovani vampiri che avevo descritto qualche anno prima in una storia di Nathan Never, I figli della notte.

SP: Quali progetti bollono nella pentola di Michele Medda?

MM: Finire Caravan e poi riposarmi per un mese intero.

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