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Omnia

Dove andiamo stando

È semplicemente meraviglioso che la quantità di notizie di ogni giorno sia proprio quella necessaria per riempire i giornali.
(Jerry Seinfeld)

Sigla di apertura tg1

Paradossale, ma in Italia non è propriamente una battuta.
Qui i telegiornali durano circa 30 minuti, più della metà dei quali spesi in notizie su clima (l’imprevedibile caldo estivo e i consigli degli esperti, senza i quali andremmo in spiaggia a mezzogiorno col pastrano), spettacolo (generalmente spot della fiction o del reality a seguire, alzi la mano chi ricorda servizi su tournée teatrali o concerti sinfonici), fenomeni da circo d’oltreoceano (il totano gigante periodicamente scongelato al largo di qualche isola del Pacifico) e rubriche fisse di medicina, gastronomia, e (facile) costume.

Questi servizi sono trasmessi in chiusura di un telegiornale che, generalmente, si è aperto con la tragedia di cronaca del giorno e gli ineluttabili morbosi approfondimenti: gli indispensabili singhiozzi convulsi di madri che hanno perso i figli, o la testimonianza dell’autorevole vicina di casa di un assassino che rivela – inaspettatamente – che fino al giorno prima il responsabile della strage fosse una persona “tanto per bene, tanto a modo, che mai – mai! – potevo immaginare”.
Nei pochi istanti che rimangono, trovano risicato spazio i temi politici e fugaci accenni alle vicende giudiziarie del Presidente del Consiglio.
D’altronde lo sappiamo, tutto il resto del mondo lo sa: c’è poco da stupirsi se l’informazione non è obiettiva.
Escludendo la TV via satellite, che non può ancora essere considerata allo stesso livello di diffusione di quella via cavo, e le reti Mediaset, di cui è proprietario, restano i tre telegiornali realizzati dalla televisione pubblica, il più importante e seguito dei quali, che negli ultimi anni non si distingueva certo per coraggio e originalità, ha fatto pubblico voto di fedeltà al premier la scorsa estate, liquidando come gossip da parrucchiere le dichiarazioni della appena maggiorenne Noemi Letizia sulla propria amicizia con Silvio Berlusconi e la reazione, più imbarazzata che furente, della moglie Veronica Lario.

In Italia la libertà di stampa è formalmente tutelata dall’articolo 21 della Costituzione, secondo il quale la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.
In pratica, il possesso da parte del Presidente del Consiglio o di membri della sua famiglia della fetta più consistente dei mezzi di informazione (accanto ai canali e i siti internet Mediaset ci sono quotidiani e riviste del gruppo Mondadori e Il Giornale) e il controllo indiretto che con la sua autorevolezza egli sembra esercitare su buona parte di quella restante fanno sì che sorga almeno un dubbio sulla completezza e l’imparzialità delle informazioni come ci vengono date.

Molti, tuttavia, specie a giudicare da come gli Italiani si sono espressi l’ultima volta che si sono recati alle urne, non credono che sia così. Credono, piuttosto, che le invettive contro la monopolizzazione dell’informazione e la polemica sul conflitto di interessi siano le vuote critiche cui gli avversari politici di Berlusconi sono ridotti, non potendogliene muovere altre.

Ripetitori mediaset

E proprio questa è la prova lampante della manipolazione dell’informazione e del livello di diffusione della “versione dei fatti” del premier.
Certo – miei piccoli lettori – si potrebbe obiettare che sia una dimostrazione tautologica, ma per sapere che non lo è basta dare uno sguardo alla TV (e alla stampa) estera, quella che il nostro Presidente del Consiglio non controlla.
Quella che gli domanda esplicitamente se non abbia intenzione di dimettersi dopo lo scandalo delle escort; che riporta che fu condannato per aver negato in tribunale di essere appartenuto alla loggia P2, sebbene fosse titolare della tessera 1816; che lo giudica “inadatto a governare”; che allibita constata – per tornare al nostro argomento – che la condanna di David Mills per aver mentito a favore di Berlusconi, dal quale era stato corrotto, non solo non ha sconvolto la nostra situazione politica, ma non ha neppure avuto la risonanza che ci si sarebbe aspettati nei TG della sera, molto presi, al contrario, dal dare risalto alle dimissioni di Veltroni da leader del PD.
Secondo la classifica di Reporters sans frontieres, valutata in relazione alla libertà di stampa, l’Italia è quarantesima di centosettantatré e in un articolo del 2 ottobre, si dice che Silvio Berlusconi è in procinto di essere compreso nella lista dei prédateurs de la liberté de la presse.
Lo scorso febbraio, l’Associazione dei Giornalisti Tedeschi ha assegnato il premio per la libertà di stampa; negli anni precedenti era stato vinto da Miroslav Filipovic, serbo, e da Olga Kitowa , russa. Nel 2009 è andato a Marco Travaglio, torinese: segno che l’Italia è diventata un paese in cui fare informazione è un lavoro coraggioso e difficile, che richiede uno sforzo e un impegno da lodare.

Eppure si dice sempre che “la gente vuole sapere”.
Le persone vogliono essere informate, ma pochissime cercano le informazioni, perché pensano di averle. Lo spettatore medio presume che se un telegiornale si occupa del programma di adozione degli esemplari ritenuti non idonei a far parte delle unità cinofile, vuol dire che non ci sono notizie più rilevanti.
È lo stesso meccanismo dell’assumere grandi porzioni di verdura durante le diete dimagranti: ci si illude di mangiare come sempre, riempiendo lo stomaco di massa poco nutriente. Finché non ci si abitua a saziarsi con molto meno, praticamente niente.

Copertina dell' istant book Papi, uno scandalo politico di Marco TravaglioPer ora, qualche trasmissione d’approfondimento ci salva dall’anoressia informativa, ma anche queste se la sono vista brutta.
Annozero ha rischiato di non andare in onda perché il contratto di Travaglio (appunto) doveva continuamente essere valutato dai vertici Rai. Lo stesso Travaglio, durante un incontro a Pordenone per presentare l’istant-book Papi, uno scandalo politico, lo scorso settembre, ha spiegato che, essendo Michele Santoro fermamente intenzionato a non rinunciare al suo collaboratore, il braccio di ferro con la rete sarebbe stato lungo e l’inizio del programma rimasto incerto; prova ne era il fatto che gli spot che ne reclamizzavano la ripresa non sono stati trasmessi per tempo, al fine di non far percepire al pubblico la lacuna nel palinsesto (poi il programma è iniziato con Travaglio in qualità di ospite, perché gli spot avevano spopolato su Youtube e cancellare o posticipare la messa in onda era diventato impossibile).

Sorte incerta, sempre all’epoca dell’intervento pordenonese, anche per Milena Gabanelli e la redazione di Report , minacciate dalla mancanza della tutela legale, senza la quale la trasmissione, in pratica, non avrebbe potuto essere realizzata.
A fine settembre lieto fine anche per l’avventura di Report, ma non è meno allarmante che oggi si sia dovuto lottare per ottenere ciò che avrebbe dovuto essere, ed era sempre stato, scontato.
Se non ci sono le prove per affermare che le vicessitudini di queste trasmissioni siano dipese dall’influenza di Silvio Berlusconi sulle reti pubbliche, è invece innegabile che sia stata la sua presenza alla puntata di Porta a Porta del 15 settembre a determinare lo slittamento della prima puntata di Ballarò, che avrebbe altrimenti potuto portare via audience alla trasmissione sulla consegna delle prime unità abitative alle famiglie abruzzesi colpite dal sisma. La discussa scelta si è in seguito rivelata inutile poiché la trasmissione di Raiuno non ha ottenuto gli ascolti desiderati, superata, nell’ordine, dalla fiction trasmessa da Canale 5 (ironia della sorte?), dal telefilm di Raidue e dal sottovalutato film – c’è del sottile umorismo: una pellicola sul regime nazista – andato in onda proprio su Raitre.

Ancor più dei disegni di legge che mirano a impedire la pubblicazione degli atti giudiziari (peraltro già pubblici, per quanto difficilmente disponibili) affinché non diventino di pubblico dominio misfatti che potrebbero invece, con qualche accortezza, restare in un’aula di tribunale, a spaventare è piuttosto la manipolazione di quanto ci viene detto, presentato – come un prodotto in vendita – sotto un’unica luce, che ne magnifica le doti e ne nasconde i difetti, ed enfatizzando le carenze della “concorrenza”, sospetta, inaffidabile e dagli inspiegabili calzini turchesi.

In una recente intervista, rilasciata a booksblog.it, Dacia Maraini constata amaramente che oggi tutti vogliono essere scrittori, mentre quasi più nessuno è lettore.
Eppure leggere è importante.
Si imparano un sacco di cose, leggendo. Si impara una lingua, si perfeziona la propria, si forma il proprio gusto e il proprio stile espressivo, si conoscono le opinioni degli altri e si considera, nei casi più fortunati, di poter eventualmente rivedere le proprie.
E poi si viene a conoscenza dei fatti.
Ad esempio, leggendo Madame Bovary si impara che l’arsenico sembra zucchero, ma uccide tra dolorosi spasmi. Opinioni di un Clown ci insegna che il brandy non va tenuto in frigorifero e Saltatempo che un completo intimo in pizzo rosa pesca fa molto più colpo della biancheria di cotone. Sono cose che nella vita possono sempre servire.

1984, invece, dice che la televisione ci spia. Tecnicamente non è proprio così, eppure chi trasmette i programmi sa ugualmente quello che facciamo: non ci osserva attraverso gli schermi, ma condiziona le nostre opinioni e i nostri comportamenti fino a poterli prevedere e dirigere.
Gli Italiani raccontati da Videocracy, che fanno la fila per apparire a loro volta in TV, sono i primi su cui l’esperimento ha funzionato. E sono un elettorato fedele.
La carta stampata, invece, è un po’ come la bicicletta con le ruotine, è più sicura perché è difficile che sfugga al controllo del fruitore.
È vero anche per i giornali: ci si può soffermare più a lungo su una notizia anche se è relegata a un trafiletto a pagina dieci, cercare – gratis e velocemente, grazie ad internet – come viene trattata da altre testate, confrontare e conoscere, almeno, quello che giornalisti intraprendenti hanno faticosamente portato alla luce.
E si possono accartocciare stagionate rivelazioni pruriginose dentro la pu nta di scarpe sorprese dal diluvio.

Copertina di Opinioni di un clown di Heinrich BollL’esortazione a preferire la lettura, fatta da chi scrive, suona sempre vana: sia perché non è il pulpito adatto, sia perché la predica è ascoltata da chi è già convertito.
Eppure l’urgenza si fa sempre più forte. Ogni giorno di più, sembra che dobbiamo sbrigarci a leggere, finché siamo è in tempo.
Leggere: per sapere e per interpretare.
E, possibilmente, per ricordare; prima – e per evitare – che arrivino davvero i tempi di 1984 e che il bipensiero riscriva la Storia.
Prima – e per evitare – che si compia definitivamente il silenzioso Fahrenheit 451 già in atto, in cui i libri (e i giornali) non vengono bruciati, ma subdolamente, inesorabilmente, ci vengono fatti abbandonare.

E non serve neanche un orobilogio per accorgersene.

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