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Percorsi

San Giacomo della luce

Segue da Santiago lo scuro

 Nel cimitero di Sant’Eufemia a Santiago de Cuba, dove è sepolto Josè Martì, con cadenza di trenta minuti la guardia d’onore esegue il cambio piantone presso il sepolcro. Una cerimonia impeccabile.

statua di Jose Marti

Colui che è considerato il padre della Patria era massone, ma nel contempo fervente cristiano, intellettuale, filosofo, poeta, e, in ambito politico, comunista rivoluzionario. Dopo solo cent’anni un uomo che riassuma in sé in modo talmente etico queste differenti, e nel contempo, amalgamate forme dell’essere non esiste. È inimmaginabile. Ariel ci ha condotto qui di primo mattino. Parla con calma, quasi meditando: quella legata alla massoneria, che implica in sé un alto concetto di “costruzione” della vita sociale a favore del bene comune piuttosto che dell’interesse privato, fu una linea di pensiero che, tra l’Ottocento e il Novecento, infiammò parecchi movimenti indipendentisti e libertari nelle più disparate regioni del continente americano, Stati Uniti compresi. Fu proprio dagli Stati Uniti che Josè Martì, durante i suoi lunghissimi anni d’esilio, guidò e alimentò a Cuba le speranze d’una rivolta indipendentista, sostenendo, nel contempo, l’idea architettonica di un mondo migliore. Da questa puntualizzazione dovuta, ma che pochi raccontano, si può comprendere perché la terza guerra d’indipendenza cubana guidata da Josè Martì fu principalmente un moto massonico.

La coscienza delle classi popolari, contadine, operaie e socialiste nacque subito dopo, quasi naturale confluenza e “fertilizzazione” delle idee massoniche seminate in origine. La famiglia Allende, in Cile, più che i Castro a Cuba, ad esempio, costituì quella che a ragione va considerata la linea ereditaria più aderente alle idee originarie nate con Martì; ma lo stesso avveniva anche in Europa, con Mazzini nel regno di Savoia, o con figure simili a Lord Byron, morto in Grecia per la causa ellenica. Poi va da sé che, con il tempo, “La Storia delle barricate e degli interessi” sia riuscita a distorcere e a strumentalizzare qualsiasi verità, sia da una parte che dall’altra delle barricate.

Sul sepolcro a base esagonale in marmo di Carrara, la candida statua di Josè Martì è rivolta a est. Su ogni lato dell’esagono gli stemmi delle sei province di Cuba: L’Avana, Piñar del Rio, Santi Espiritu, Camaguey, Olguin e Guantanamo. Nell’ovale in cui il sepolcro è inscritto, e che regge una cappella finemente lavorata, le quattordici bandiere degli stati sovrani americani, Stati Uniti compresi. Attorno a quella del padre della Patria cubana, Ariel ci indica tombe di massoni più o meno noti; tutte contrassegnate da simboli: la C del grande architetto, la squadra simbolo di rettitudine, e il compasso, rappresentazione di quel passo che un uomo può dirigere su un cammino onorabile.

Il cimitero di Sant’Eufemia accoglie una moltitudine di massoni i cui tumuli bianchi brillano nel sole d’oriente. Poco oltre quello di Josè Martì, il sepolcro di Bacardi: di origine catalana, anch’egli fu massone e uomo dell’indipendenza cubana. La sua famiglia, rinomata nella distillazione della canna da zucchero, a quei tempi produceva il rhum più famoso al mondo. Dopo la rivoluzione castrista ritirò la patente manifatturiera e si autoesiliò a Portorico dove tutt’ora i Bacardi continuano a produrre rhum. Lo Stato cubano sostituì la loro patente utilizzando le stesse strutture lasciate a Cuba dai Bacardi, e fondando l’etichetta Havana Club. Esiste un contenzioso — eternamente irrisolto — tra i Bacardi e lo Stato di Cuba, che non riguarda soltanto la produzione di rhum.

BayronPasseggiando nel cimitero con Ariel in un’atmosfera di raccoglimento totalmente aliena da qualsiasi altro ambiente cubano, finisco per incuriosirmi su queste storie di massoneria. La massoneria a Cuba è una sorta di fratellanza popolare in cui vige la logica di una solidarietà rivolta ai più bisognosi, indifferentemente se appartengano o meno alle confraternite. Niente a che vedere con le logge potenti e segrete presenti in altri paesi.

– Come si fa per farne parte? Chi è interessato deve consegnare una foto al proprio contatto. Questa foto verrà fatta conoscere a tutti gli appartenenti alle altre logge. È un modo semplice e antiquato, ma che permette alla società di riconoscere persone malintenzionate, magari già note per comportamenti e azioni poco etiche. Persone sconosciute agli stessi massoni non vengono accolte. La rettitudine è il primo valore per un massone, al di là di qualsiasi altra qualità o patrimonio personale

-E la cosa funziona? Più di quanto s’immagini. La foto dell’aspirante fa il giro di tutte le logge. È sufficiente che uno solo dei massoni, indipendente dall’ordine e il grado, si opponga alla sua ammissione — giustificandola con prove serie — per impedirne l’ingresso.

– Ed è possibile che uno straniero possa entrare a far parte della massoneria cubana? Che io sappia non è mai accaduto, ma non vedo cosa potrebbe impedirlo se lo si conosce bene.

– E tu come ci sei entrato? Facevo parte dell’Armata comunista dell’esercito regolare. Come ingegnere del genio ho partecipato alla guerra in Angola, dove sono caduti cinquemila cubani; lì sono stato gravemente ferito. Rimpatriato, per mesi non ho ricevuto visite, né ufficiali, né di cortesia da parte dei miei compagni. Lo Stato è sparito. Completamente abbandonato, ferito, reduce privo di qualsiasi sostentamento e troppo giovane per la pensione, ho deciso di congedarmi e ripartire da capo. Grazie a Gregorio che mi conosceva sin dai tempi del militare, sono entrato nella massoneria. Il taxi che hai visto e che mi permettere di tirare avanti non è mio, ma di una professoressa, una vicina di casa. Lei è troppo anziana per guidare, così abbiamo fatto un patto: quando le serve la macchina sono io ad accompagnarla dove vuole, quando non le serve, posso usarlo come taxi.

– E durante la tua convalescenza non hai ricevuto conforto da alcun ordine religioso? Sono un animista del Palo Monte. Gli unici che venivano a confortarmi sono stati i testimoni di Geova, i religiosi più perseguitati a Cuba.

In mezzo ai filari di tombe si erge un mausoleo rotondo, enorme: È il monumento ai caduti cubani in Africa. Ve ne sono sepolti circa 40.000, molti non hanno nome, militi ignoti dei quali si sono raccolte ossa, divise e gradi, niente di più. Quel che bastava allo Stato per innalzare una delle tante apologie ideologiche. È molto probabile che lì dentro ci sia finito più di qualche amico che non sento né vedo dai tempi della guerra.

Noto sul volto di Ariel, normalmente gioviale e aperto, che una linea di stanchezza ne sta attraversando i lineamenti. Io credevo nei valori della rivoluzione, ne ero convinto. Da piccolo mi raccontavano spesso le gesta di Frank Pais Garcia. Faceva parte dei miei miti, come Ettore il troiano. Sono cresciuto a riso, fagioli ed eroi. A ventitré anni Frank vive già in clandestinità. È il capo dell’unità di Santiago del Movimento 26 Luglio. Lavora con Fidel Castro, organizza colpi di mano e conquista, il 30 novembre, la stazione di polizia della città. Quando avviene lo sbarco del Granma, che a causa del mare grosso subisce quasi un naufragio, è lui ad occuparsi della logistica a terra. Recupera gli uomini, ne seleziona altri e li invia nella Sierra Maestra in appoggio al Che. Era una figura semplice, lo sguardo magnetico, anche se sembrava sempre addormentato. Intelligentissimo. Un uomo bianco, dolce, amabile; quasi impossibile riconoscerlo come il comandante del Movimento 26 Luglio. È stato ucciso, a causa di una delazione, dalla polizia di Batista nel Callejon del Muru il 30 luglio del 1957. Lo stesso giorno sono nato io.

Frank Pais GarciaPiù che l’esempio di Castro era il ricordo di questi uomini a tenerti su il morale, anche in Angola: una guerra terribile. Poi l’esperienza di “giovane reduce” e quella successiva della vita quotidiana in un sistema che soffoca qualsiasi progresso, hanno fatto il resto. Fino a poco tempo fa ci si arrangiava. Ti faccio un esempio: una persona lavorando in una fabbrica di fiammiferi, alcune scatole se le imboscava e le vendeva per proprio conto. Era avvilente, ma sopravvivevi. Oggi nemmeno questo è più possibile. Si sono intensificati i controlli e non esce più un ago dagli stabilimenti statali. Come se non bastasse i prezzi dei generi alimentari sono decuplicati da un anno all’altro. Come vivere?

Angeli o Demoni?

Quando raggiungiamo la Casa delle Reliquie Dafoules, o casa della Santeria di Santiago, Ariel e Inercy mi avvertono che appena varcata la soglia incontreremo gli Orishas più importanti, quelli che già sull’entrata di qualsiasi edificio lo proteggono dal passato, dal presente e dal futuro. Elegguà, Sant’Antonio, signore dei cammini e dei sentieri. I suoi colori — il rosso e il nero — rappresentano gli antipodi della vita e della morte. Padrone del destino e dell’esistenza d’ogni uomo, lui solo può alleviargli il peso. È il primo santo da onorare e salutare quando ci si trova di fronte a una casa degli spiriti. Protegge gli umani dagli influssi negativi di Echun, colui che dissemina la vita di difficoltà e dolori.

Catàloù, figlio di Atocha, invece, il cammino lo chiude, sempre. Ama il miele e i dolci, il gelsomino, l’aguardiente e le candele.

Strade di Santiago de Cuba

Vive nelle pietre dei fiumi e in quelle del mare. Si comporta come un satiro impazzito. Solo a lui, similmente alle moire greche, spetta il compito di spezzare il filo di ogni esistenza.

Ochosì: protettore dei prigionieri si presenta con manette arco e frecce. È “Il Cacciatore”. Si veste di viola, bianco, verde e marrone. Con le sue prede provvede a sfamare tutti gli Orishas. Considerando la vita come una parentesi di prigionia all’interno di un’eternità spirituale, Ochosì è colui che dona nutrimento ai prigionieri della vita, cacciando e procurando cibo. La casa delle reliquie, via di mezzo tra museo e caravanserraglio di statue e feticci santeri, nella penombra ti spinge addosso un’energia occulta. Di qualsiasi natura essa sia, è impossibile non avvertirla.

Dopo la trinità maschile s’incontrano le tre entità femminili più sacre: Ochun, vergine della carità e del rame. Nata il 6 gennaio, i suoi colori sono il giallo e l’oro. Dea dell’amore, ama il miele con il quale si cosparge il corpo per attirare con atteggiamenti civettuoli Changò, suo amante. Rammento e comprendo solo adesso ciò che spesso udivo lungo le vie di Habana Vieja, quando gli uomini sottolineavano l’avvenenza provocante di una donna attraente: se ne va per la calle spargendo miele qua e là. Mi sembra davvero di scoprire un profondo sincretismo tra il costume popolare e la figura di Ochun. Alla santa gli accoliti offrono in dono miele e girasoli. Chi dovesse offrirle dolci deve prima impastarli sul proprio corpo.

Yemayà, festeggiata il sette di settembre, è dea oceanica. Virgen de la Regla, vestita d’azzurro, rappresenta la madre primordiale della vita giunta dal mare. Esiste anche una divinità delle profondità abissali, un aspetto più oscuro della stessa Yemayà: Yemayà Olochun priva di volto quanto un sogno. Le vesti preziosissime che di norma la ricoprono vengono sempre bagnate sulle rive del mare, in una sorta di liturgia purificatrice.

Infine Obatalà, Virgen de la Mercedes, la cui ricorrenza è il 24 settembre. Dea della testa, la guida madre e pensante della famiglia. Gli accoliti che ne curano il cabildo sono sempre ventuno. Ventun uomini e ventun donne. Le spose si vestirebbero di bianco proprio per onorare Obatalà. Simbolo di purezza e tranquillità, è l’essenza e il segno opposto al carattere irruento di Changò. Si identifica nelle colombe. È incoronata con piume di pappagallo, di norma sedici.

Ogni santo ha una sua ciotola — la sopera — con la quale i devoti lo nutrono offrendogli doni a lui graditi; quella di Obatalà viene riempita di pietre avvolte nel cotone bianco. La sopera di Obatalà non va mai chiusa perché, di fatto, è il luogo e l’alveo della nascita. Sempre serena, non bisogna mai comparire al suo cospetto dopo aver esagerato con l’alcool per non scatenarne le ire improvvise, potenti. Avvicinandosi al suo cabildo, per non offenderla, si deve fare attenzione a non calpestare il cotone che lo circonda.

Connesso a Obatalà è Osun, il divinatore, l’unico indovino e mago del parnaso Orishas: protettore delle abitazioni, si manifesta e si rappresenta nei cani e nei galli. Quando la sua immagine cade dall’altare dei santi è l’avviso che qualcuno della casa sta per essere colpito da una disgrazia: nella santeria non esiste casualità. Lo si nutre con sacrifici di piccoli animali da cortile. Di lui si avvale Elleguà per prevedere il destino degli uomini.

Ma sicuramente Santa Barbara, nata il 4 dicembre, pur non essendo il più potente dei Santi — con la sua doppia identità maschio feminina — esercita un’influenza impressionante, oltre che sugli uomini, su un’ampia cerchia di Orishas. Si tratta infatti di Changò vestito di rosso e bianco, simboleggiato dalla palma reale, l’albero più bello che cresca sull’isola. Ha la forza di un guerriero ed è signore del lampo e della tempesta. Pietra dello scandalo del parnaso, Orishas, dio guerriero del ballo, signore delle forze libidiche più sfrenate, è sposo di Oyà e amante di Ochun.

Da questa seconda relazione illecita sono nati los megis oymaua, satiri ebbri delle selve. Ochun, sua amante, è in realtà sposa di Oun. La leggenda vuole che Oun venne avvisato del primo amplesso tra Changò e Ochun mentre i due amoreggiavano in un’alcova. Per sfuggire alle ire di Oun che lo cercava per ucciderlo, su stesso suggerimento di Ochun, Changò si travestì da donna per non essere riconosciuto, riuscendo a dileguarsi.

Per questo motivo Changò assume l’aspetto sia dell’uomo che della donna: vive sei mesi da uomo e sei mesi da donna. Un androgino dunque, essenza dell’ambiguità, di libertà e d’un lignaggio libertino che paiono altrettanto amati ed incarnati dagli stessi cubani, spesso travolti da complicate e funamboliche storie d’amore. E pensando alla sua situazione politica e sociale, l’isola non sembra proprio governata dai capricci di Ochun e Changò, condannati eternamente a un rapporto d’attrazione e repulsione in grado di renderli amanti e nemici al contempo?

Santiago de Cuba

Changò ha due compagne ufficiali. La prima è Oyà Ansà, una sposa dai tratti fortemente maschili che, in battaglia, si trova sempre al fianco di Changò ritratta con una risata beffarda in volto (famoso l’inno che Manolin, il medico della salsa, infilava, come un intercalare, nei testi delle sue spericolate canzoni: a la batalla). Obba è invece la primordiale sposa di Changò, divinità dei cimiteri pagani d’origine campestre, signora di lagune e paludi. Fedelissima al guerriero, ha un gran senso del sacrificio. Si tagliò le orecchie per nutrirlo quando trovò lo sposo riverso e in fin di vita sul campo, subito dopo una battaglia.

Agayu Solà è padre, padrino e protettore di Changò: Dio del Vulcano e signore del magma. Io che spesso credevo di riconoscere tra i barocchi di L’Avana l’energia tellurica degli Orishas, qui me ne sento completamente sopraffatto. È incredibile come riesca a percepirne la forza, e quando confido la cosa ad Ariel lui ci sorride su. Changò si trova al centro della casa della Santeria di Santiago, come un fulcro, simile al re d’una corte.

Gli ultimi tre santi, che paiono vegliare la linea di confine tra l’ultramondo orishas e quello dell’abissale Palo Monte, sono in realtà deità potentissime: Babalù Ayè, San Lazzaro, il cui onomastico cade il 17 dicembre. È detto il chulo. Non bisogna mai accoglierlo nel luogo del matrimonio perché è in grado di distruggerlo immediatamente. Adora, e per questo glieli si offrono, mais, riso e fagioli. L’affinità con questa divinità è per gli uomini tra le più delicate ed esige un rispetto assoluto. Qualsiasi cosa si prometta all’Orishas va puntualmente mantenuta, altrimenti si rischia la vendetta del Dio che potrebbe scatenare malattie, se non addirittura la morte. Adora l’aguardiente, e le donne che vogliano avvicinarlo, e che corrispondono alla maggioranza dei suoi accoliti, devono farlo nude e da sole. In trance, i suoi protetti si contorcono come ossessi.

Orula è il Dio supremo dell’Intelligenza, della Sapienza, della Saggezza e della Verità. C’è chi lo associa al Dio dei cristiani o allo stesso Gesù, ma la tradizione lo affratella a San Francesco e lo festeggia il 4 di Ottobre. I suoi colori preferiti sono il giallo e il verde.

Okò, invece, è protettore dell’agricoltura, di tutti i frutti della terra e dei suoi lavoratori. Non è per caso che questa rappresentazione del sacro, incarnato anche dagli ellenici in Artemide, sia l’ultimo araldo orishas che, chiudendo i limiti del parnaso Yoruba, anticipa i misteriosi antri del Palo Monte. Giunti qui, l’addetta che ci accompagna raccomanda di farle un cenno se dovessimo avvertire stati d’ansia o un principio di mancamento: più di qualcuno, qui, subisce sbalzi di pressione o senso di disagio. Ci troviamo nel luogo più potente della Santeria.

Ed in effetti, io stesso mi sento avvinghiato da un senso di spossatezza improvviso, come se le forze venissero risucchiate da ciò che sembra soltanto un intrico ad incastro di rami, terra, polvere, fibre vegetali e pietre. Anche le spiegazioni di chi ci accompagna si diradano, divenendo un sottovoce estremamente cauto. La regola del Palo Monte, di derivazione africana Bantù, ha i suoi centri nevralgici principalmente a l’Avana e a Matanzas. Attraverso questa pratica animistica ci si relaziona fondamentalmente con gli animali, che si credono messaggeri dei trapassati, e anime degli antenati.

Santiago de Cuba

Culto antichissimo trasmesso per eredità orale di generazione in generazione, per i paleros la forza spirituale è insista nelle forme più pure della natura. Ecco perché per trascendere nello spirito, durante i sacrifici, si mescolano soltanto essenze primarie: sangue d’animali e di uomini, terra, cenere, polvere del legno, ossa ed erbe. Nella casa del tempio del Palo Monte, chiamato Abakuà, l’accesso è interdetto alle donne. Le regole sono ferree sino al midollo: un sacerdote scoperto a rivelare le profonde oscurità del mito può venir addirittura sacrificato. Gli accoliti della regola del Palo Monte sincretizzano il loro culto con quello Yoruba, privilegiando un rapporto speciale con l’Orishas Yemayà, la grande dea del mare.

Santiago de CubaOgnuno di questi culti non è un’accozzaglia d’ignoranze e spiritismo, spesso visione con la quale gli occidentali ne minimizzano le profondità, quasi fossero curiosità folcloristiche osservate dalle vette delle loro poderose religioni. In realtà costituiscono complessi rizomi d’una spiritualità ben viva e rappresentata, che si è integrata su innesti ancestrali d’altre correnti di fede. Forme e aspetti di quell’energia che ogni entità vivente conserva e trasmette, ben al di là della sua stessa esistenza ed esperienza terrena, diventando simulacro di divinità, patrimonio comune di forze contrapposte ma inalienabili. La Santeria è una sorta di religione migratoria che nei secoli ha assorbito radici spirituali differenti, rispettandole, cogliendo d’ognuna potenze e leggerezze senza però cristallizzarsi.

Isidra parla fissandomi da dietro le lenti sottili degli occhiali che la fanno sembrare una bidella buona. Dopo averci accompagnato nelle sale del Dafoules, per cinque dollari offre un consulto santero a chi lo desideri. Al momento sorrido con scetticismo, ma poi, un po’ la fila che si forma come se si trattasse di un luminare, un po’ Ariel che mi sussurra e assicura l’eccezionalità della sioreta, mi convincono: Prova almeno, poi mi dirai.

Per non offrirle alcun appiglio o base su cui costruire il palinsesto che mi attendo, le chiedo soltanto di capire chi sono e dove sono diretto. Mi chiede quando sono nato, butta le carte, una sorta di tarocchi caraibici, mi guarda le mani e gli avambracci sino ai gomiti, mi scruta lo sguardo. Quando esco, Ariel ride già nel vedere l’espressione che ho dipinta in faccia.

Che ti ha detto? Cazzo, sapeva di me più di mia madre! Sin nei minimi dettagli. Continuando a ridere, vuol conoscere i particolari. Mi ha letto come una carta geografica aperta: storie d’amore, casini, grovigli e slanci. Mi ha detto che sono caro a Elegguà e Obatalà, quindi fortunato, ma portatore per questo di responsabilità non indifferenti: un guerriero della verità, uno “della luce”, mai stanco d’amare e capire, che a questo sono stato iniziato, superando con prove e ostacoli la parte più ardua della mia vita. Fino adesso, sono stato messo alla prova, allenato, insomma.

E da qui in poi? Arriva il lavoro vero — dice — più duro, ma consapevole e retto. Devo parlare del mondo, ha insistito senza nemmeno immaginare che amo scrivere. Sei uno che ha facilità a comprendere complessità, ma che difficilmente è compreso nella sua profondità. Mi ha prescritto gli ingredienti di un profumo raccomandandomi di non rivelarli a nessuno. Dovrò usarlo solo una volta rientrato in Italia e omaggiare la Santissima Trinità per un anno intero, adornando la mia casa con fiori freschi e bianchi. Se così farò, avendo cura del tempio, la mia vita non avrà nessuna difficoltà a concretizzarsi sulle pieghe del mio spirito. Solo allora materia e spirito si armonizzeranno.

Mi sento frastornato, confuso, ma allo stesso tempo piacevolmente meravigliato e preso in contropiede dall’acume della bidella. Ce ne andiamo con il dubbio se la Casa de Reliquias sia posto d’angeli o demoni.

Metti una sera a teatro

Come promesso, Ariel mi accompagna al teatro danza del Caribe, dove il corpo di ballo del Toque Arsenio Lazaro di Santiago de Cuba lavora ogni santo giorno su due sessioni, una alla mattina, la seconda nel tardo pomeriggio. Un uomo sulla settantina, ma statuario e solare, stringe Ariel nel suo abbraccio. È il grande saggio, ballerino, primo coreografo e maestro del teatro: Eduardo Rivero, un uomo che nel mondo della danza cubana si trova allo stesso livello del mito Alicia Alonzo.

Indossa la perenne calzamaglia sgangherata di chi vive di danza, e le sue movenze gentili e raffinate ne tradiscono le tendenze sessuali. Quasi un classico. Rivero è stato insignito, nel 2001, del premio nazionale per la danza.

Nato all’Avana, dopo essersi laureato alla scuola d’arte superiore, lasciò la Capital: A L’Avana, sostiene, non avrebbe mai potuto sviluppare il lavoro quarantennale svolto qui a Santiago: tipico della danza contemporanea è la miscela di generi in continua contaminazione che a L’Avana si misturano, quasi dogmaticamente, con le sonorità tradizionalmente caraibiche dei balli. Il pericolo di contagio è troppo alto per riuscire a rimanerne immuni.

Santiago de Cuba

Non avrei mai potuto creare qualcosa di differente immerso in quell’incontro “cubista” di musicalità. Non ho mai cercato, sin da giovane, di riprodurre e trasferire in coreografia una tale miscellanea. Con la compagnia del Toque, invece, sono riuscito a mantenere il rigore della danza moderna cubana, quasi come accade in quella classica, influenzandola soltanto con i caratteri dell’Afro e dell’Aborigeno. Le origini primordiali dell’isola di Cuba.

Mentre Rivero parla, ho la sensazione che tra danza e Santeria il limite sia del tutto invisibile, dove il semplice riscaldamento dei ballerini appare come un dialogo tra Orishas. Il padre della danza moderna cubana, dove la salsa non ne costituisca la base, è Ramiro Guerra. Il genere nacque a L’Avana all’interno della Compañia Nacional dove, per la prima volta, vennero innestati elementi di danza moderna nelle profonde venature di quella classica. I giovani per potersi iscrivere ai corpi di ballo delle compagnie devono essere diplomati alla scuola superiore d’arte, e superare i dodici livelli di studio previsti. Queste compagnie sfornano ballerini che lavoreranno sia a Cuba che all’estero. Del corpo di ballo che compone attualmente la compagnia Toque Arsenio Lazaro di Santiago, ad esempio, ben sei sono stati già contattati da compagnie europee.

Ballare è come fare l’amore, un’unione assoluta di corpo e anima, ed io ho sempre danzato per vocazione — afferma Rivero, non senza poesia. Quando ero piccolo mia madre aveva un unico dubbio: non sapeva se sarei diventato ballerino o boxeur, il movimento era quello, innato. Oggi continuo a danzare cercando di trasmettere lo stesso spirito ai ballerini e alle mie lezioni. Ho sempre ballato con corpo e anima. Oggigiorno è comunque diverso. Chi si avvicina a questo mondo lo fa mirando a un traguardo: per guadagnare qualcosa, per avere la possibilità di lavorare ad alto livello, soprattutto all’estero. Insomma, i ballerini diventano ballerini con una finalità che non è del tutto spirituale.

Ma esistono delle eccezioni: Reinaldo Fernandez, ad esempio, originario del quartiere del Cristo che Rivero mi indica, anche se non servirebbe, vista la bellezza monumentale e il carisma che emana in mezzo agli altri. Sorridendo, Rivero mi racconta la sua vicenda: approdò e crebbe nella compagnia quasi per sbaglio, ma con naturalezza, semplicità e senza aver studiato danza. La madre era cuoca del teatro scuola e si portava dietro il figlio. Il bambino, mentre lei lavorava, aiutava a tagliare l’erba del giardino. Poi fece amicizia con gli allievi provando con loro qualche coreografia. Gli stessi ragazzi del corpo di ballo me ne segnalavano la stoffa, giurandomi che in testa non aveva nient’altro che il ballo, e allora, siccome la madre mai avrebbe avuto il coraggio di propormelo, lo misi alla prova.

Un giorno, senza spiegargli il motivo, Eduardo Rivero invita a Santiago un maestro della scuola superiore di L’Avana, suo vecchio amico, per seguire assieme la funzione pomeridiana. Con largo anticipo e senza preavviso si presentano in sala prove dove l’intera compagnia sta ballando. Reinaldo è con loro. Il maestro di L’Avana è folgorato dal ragazzo, lo crede un fenomeno, un professionista del Ballet di Santiago.

Era entusiasta. Gli sembrava incredibile di non ricordarsi di lui… perché doveva aver frequentato per forza l’Università di L’Avana! Quando gli rivelai la verità mi consigliò d’incorporarlo immediatamente nella compagnia, e così feci. Reinaldo non aveva il minimo orientamento né l’impostazione del ballerino. Tecnicamente faceva tutto il contrario di quello che gli si chiedeva di fare. Con il tempo la teoria e la sua applicazione nella pratica l’ha imparata. Oggi è il primo ballerino del corpo, ma quella sua origine “profana” gli ha permesso di conservare un carattere primitivo e una sensibilità eccellente, fuori dal comune, topica negli autodidatti. Non dimenticherò mai quanto pianse la prima volta che, assieme alla compagnia, lasciò Cuba per una Tournée all’estero. Confessò di piangere per nostalgia della madre e della sua terra. “Qui non è la stessa cosa” singhiozzava. “Non riesco a sentire la musica”, e invece danzava divinamente. Gli mancava il contatto, tutto lì. Siccome all’inizio ballava come Michael Jackson, fu soprannominato Michael Yerba, a causa del suo “avviamento” alla scuola come giardiniere.

Niurca Aguero, invece, è l’unica ballerina, nata e cresciuta al Toque che, pur vivendo e lavorando in Italia, ogni anno fa ritorno a Santiago per proporre degli stage formativi ai componenti del corpo di ballo. Un atto che diventa celebrazione d’un legame inossidabile, un cordone ombelicale mai reciso. Il vero problema del mio rapporto con chi danza nel corpo del Toque Arsenio Lazaro, è la discontinuità, la scarsa affidabilità, la quasi endemica propensione alla mancanza di metodo e disciplina, seppure siano tutti ragazzi nati per ballare. Statue da ballo. Quale cubano non lo è? I ragazzi, dotati d’un talento spaventoso, sono capricciosi ed è molto difficile vederli presenti a due funzioni consecutive. Soltanto Michael Yerba non ne salta una. Non si è nemmeno mai ammalato. Un record.

Io seguo, prendo appunti infilando scarabocchi nel mio Moleskine nero. Rivero se la ride, ma intuisce che dentro il suo teatro, enorme quanto un hangar, ci sono finito davvero. Ti farò assistere ad alcuni passaggi di due pezzi classici, anzi tre. Il primo è un cerimoniale della danza Yoruba: completo dura un’ora e mezza, serve ai ballerini per riscaldarsi e per connettersi con gli spiriti della danza, morti o non presenti. Seguirà la “Suite de Blues”, un dolce pasto che va consumato lentamente, tecnicamente difficilissimo. I movimenti coreografici delle dieci coppie sono rallentati. L’effetto che si vuol rendere non è soltanto quello di una danza quale totem erotico, scontato e sin troppo banale, quanto un matrimonio mistico tra i metodi espressivi dei volti e dei corpi, e l’incrocio di fumi muscolari che lo spirito delle coppie riesce a creare vincolandosi assieme.

Per ultimo un “Sol Cary”: su un’antica danza d’origine senegalese abbiamo innestato il sincretismo della cultura Yoruba di radice nigeriana. Nella coreografia i ballerini non rappresentano soltanto le statue degli Orishas, lo diventano veramente. Vedrai come le espressioni dei volti, con gli occhi fissi e spalancati, costituiranno l’unico elemento immobile della danza. I loro corpi, invece, si muoveranno come statue che, risvegliandosi dal sonno, nonostante il movimento riescano ancora ad alimentarsi grazie alla posizione dei piedi che, simili a radici ancestrali e profonde, si nutrano del contatto con la terra scura.

Tutto ha inizio, con i musicisti, un gruppo composto da puri percussionisti, a cantare i temi della “protesta di Paraguà”, quella che diede inizio alla guerra rivoluzionaria comandata da Antonio Maceo a colpi di macete. Le danze incorporano un’energia terrena, catartica, ipnotica. Libidine di una forza emozionale espansa. Lo scenario del teatro si trasforma, con le luci basse, in tempio. Un luogo del movimento armonico che sposa sofferenza e gioia in un connubio onirico, tanto reale da poterlo toccare. Rumba dannata che muta i ballerini in uno stato d’estasi in grado di trattenere qualcosa di sacro e indefinibile; certo possiede chi danza, ma s’impossessa anche di chi rimane seduto, ammaliato e ammutolito.

cartina di Cuba

Quando tutto finisce Rivero chiede un passaggio ad Ariel verso casa. Fuori dal teatro, più che un mago infilato nella calzamaglia che gli si è incarnita addosso, appare come un indigente invaghito da una gentilezza perenne e fuori luogo. Troppo diverso per essere vero. Quando scende, Ariel mi confida: Ha ricevuto l’ordine Felix Barela di primo grado, firmato e consegnato per mano dello stesso Fidel Castro. Il titolo onorifico gli dà diritto a una remunerazione di cento dollari all’anno. Fino a poco tempo fa, rientrava a casa in taxi e il premio finiva tutto lì. Da poche settimane ho deciso d’accompagnarlo io, ogni sera, per tre dollari al mese. Mi è sembrata una questione d’onore.

La “sgangherata” di Ariel infila il buio di Santiago mentre i miei pensieri riflettono parole confuse e senza senso: Metti una sera e Teatro.

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