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Cinema

Avatar: Ritorno alle origini

Tanto si è detto e tanto si è scritto sull’ultima fatica di James Cameron. Forse troppo. A scatenare l’irrazionale e prematuro urlo al capolavoro sono state le dichiarazioni di un’attrice autorevolissima (Sigourney Weaver festeggia adesso il trentennale di Alien), i numeri (400 milioni di dollari, 5 lustri di lavorazione), e infine l’imponente apparato di lancio e promozione che hanno regalato una prospettiva tridimensionale ancora prima di indossare gli occhialini.

Una scena del film

La stessa critica si è mossa in una sorta di timorosa riverenza, quasi intimidita da un parto così sofferto e ambizioso, e ha finito per promuovere il film sulla base della stessa “eccezionalità tecnologica” che ha pilotato la poderosa tempesta mediatica. Comprensibile; e a dire il vero, dopo 162 minuti di proiezione, Cameron spinge ogni tipologia di spettatore nell’angolo finché non si decide a dire “wow”. Eppure adesso, fuori da questa sorta di torpore onirico, qualcuno muove timide perplessità a fronte di un precipitato emotivo forse non del tutto soddisfacente. D’altra parte èdifficile negare il fatto che l’atmosfera di visione di questo attesissimo kolossal sia stata inquinata sin dall’inizio: gli addetti ai lavori hanno subito pensato a una rivoluzione epocale all’interno della fabbrica del sogno, pronti ad aprire un nuovo capitolo nei manuali di Storia del cinema; e, per un momento, anche le griglie d’interpretazione classica sono sfuocare di fronte all’abbagliante luce di un’era “post — avatariana”. Non è questione di poco conto: in sala, la sensibilità dello spettatore si è orientata non tanto sul testo filmico ma sull’aura di febbricitante aspettativa che ha certamente condizionato il vissuto dell’intera pellicola. Così, lo sforzo pubblicitario e il rumore di tutti i canali disponibili ha chiesto prima di tutto a chi guarda la conferma (o sconferma) di una tesi, la tesi della cesura storica. A luci aperte, sui titoli di coda, lo abbiamo sentito tutti il bisbiglio eccitato dalla regia “e allora?”. Ma in realtà, a conti fatti, non è poi così difficile riportare il satellite Pandora vicino alla Terra, nonostante i 4,4 anni luce, perché l’operazione di Cameron rappresenta uno di quei varchi ciclici e necessari che riportano il cinema alla sua funzione primitiva. Se la parola “kinema ” significa movimento, essa rinvia di fatto all’essenza originaria del mezzo: il cinematografo in fondo fu prima di tutto l’invenzione di un dispositivo capace di simulare il movimento reale; e dopo il suo debutto, tutti i grandi capitoli della settima arte sono stati segnati da un salto di tecnologia: l’introduzione del colore, la rivoluzione del sonoro, la recente evoluzione digitale, non sono altro che passaggi tesi ad implementare gli indizi di realtà, e a potenziare quella che in gergo viene chiamata sospensione d’incredulità.

Locandina di AvatarQuesta volta, è stato Cameron a ridurre ulteriormente la spanna che separa il vero dalla sua mimesi. La missione “Avatar ” ha senz’altro raggiunto l’obiettivo, confezionando un testo di pura spettacolarità visiva ed esasperando la dimensione dello stupore grafico; in questo senso Pandora è contemporanea esibizione di fondali illusionistici, lanterna magica di nuova generazione. Ma la decisione di plasmare sulla tecnologia l’intero senso del film ha ridotto necessariamente il potenziale artistico globale: l’HD, il 3D, il perfezionamento del performance capture, il reality camera system mirano ad avvolgere e intridere lo spettatore di una sostanza visionaria che forzi il distacco con il reale, quasi ad azzerare la distanza critica in favore di un sorta di “allucinazione epidermica”. Accanto a questo indubbio spostamento, assistiamo altresì ad una narrazione che sfrutta le potenzialità ludico — immersive del videogioco in un tentativo (solo parzialmente riuscito) di trasformare l’estetica dell’immagine in sinestesia prospettica. La creazione di un’ intero mondo “virtuale” ha sicuramente il merito della novità sperimentale, una novità che domani potrà aprire nuove frontiere linguistiche, ma qui resta la questione del resto, degli altri piani del discorso filmico che non possono essere obliterati di netto a fronte di una resa di immagine inarrivabile. Quando potremo toccare Sigourney Weaver, o avere la sua riproduzione accanto, avremmo comunque bisogno di una storia, altrimenti al cinema dovremmo dare un nuovo nome. Qui l’esasperazione del registro spettacolare porta ad una regressione forzata di tutti gli altri elementi: la storia segue binari volutamente prevedibili che si appoggiano a generi mainstream largamente consolidati. Solo per dare una cornice generica: l’esotismo di Pochaontas — chiamato in causa in più di un occasione — si sposa alla scoperta — conoscenza — accettazione del nuovo mondo di Balla coi Lupi, senza rinunciare all’ingrediente avventura di film come Braveheart o L’ultimo Samurai. La contrapposizione freddezza futuristica — antico panteismo regala una visionarietà notevolissima, ma il substrato simbolico, che poteva avere un suo contenuto autonomo, è banalizzato ancora una volta dall’urgenza di mostrare e spiegare tutto in un movimento che paradossalmente atrofizza le proiezioni immaginifiche interne.

Una scena del film

Curioso anche l’utilizzo degli attori, che mettono alla prova la memoria collettiva sul “personaggio” cinematografico. In qualche modo tutti i protagonisti lavorano in sotterranea, sfruttando una sorta di auto-referenzialità funzionale: impossibile non sovrapporre la dottoressa Grace Augustine ad Ellen Ripley, solo per fare l’esempio più eclatante. Ma questa operazione di economizzazione nella caratterizzazione finisce per offrire solo delle icone enunciative, piatte e ingabbiate nello stereotipo. Anche l’estrema semplificazione della sceneggiatura provoca un bizzarro rovesciamento: la sovranità dell’immagine e degli elementi rumoristici — qui torna il discorso sull’origine — atrofizzano la parola a tal punto che un Avatar muto sarebbe stato egualmente comprensibile nelle sue strutture narrative fondanti. Cameron sfrutta dichiaratamente tutto il potenziale sperimentale e commerciale disponibile per raggiungere un’eccellenza che si esaurisce nella potenza grafica. Va detto, certo, colpiscono senza dubbio la qualità del dettaglio (la pelle del drago, il pistillo del fiore), le panoramiche (le luci e le ombre che investono le montagne sospese) e l’espressività dei volti, ma si percepisce l’accorpamento — a volte caotico e ridondante — di sequenze sempre visivamente “esplosive” che non danno respiro all’occhio e che addirittura finiscono per “normalizzare” l’impatto dell’immagine 3D.

Insomma, l’industria americana sa ormai come muoversi: grande investimento pubblicitario, casting selezionato, un plot da “viaggio dell’eroe”, e se possibile, una sorpresa tecnologica. Tanto basta ormai per assicurare grandi cifre al botteghino e una visibilità certa ai più importanti festival internazionali. Lo spettatore sicuramente conviene sui dieci euro spesi, forse anche perché può dire la sua, ma l’analisi critica impone delle scissioni: anche se la pupilla dilata nello sfavillio di un grande fuoco artificiale, il fattore originalità rimane di fatto debole e sfilacciato. Chi ha masticato tanto cinema resta della convinzione che la tridimensionalità psicologica di una storia convincente sia cosa più complessa di un’illusione prospettica ad alta definizione.

Una scena del film

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