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Percorsi

L’isola dei pini e del Tesoro

Nomi camaleontici al passo con i tempi per un’isola di pirati

Nel giorno di San Lazzaro — Babalù Ayè — ricorrono i 175 anni dalla fondazione di Nueva Gerona, capoluogo dell’isola della Gioventù. Nel 1978, il movimento giovanile chiese a Fidel Castro il permesso di ribattezzare con questo nome quella che allora era l’isola dei pini. Il fronte della gioventù cubana propose di fondare sull’isola scuole di lavoro per studenti provenienti da tutto il paese, cosa che il lider Maximo accettò di buon grado.

Nuova Gerona

La finca de El Abra gode dell’ombra d’una ceyba enorme. É un albero strano, mi confida doña Maria mentre sorseggiamo un succo di limone gelato. È nata da un seme piccolissimo che mio padre ha piantato, quasi per scommessa, quando avevo quattro anni. I raggi del sole non filtrano nella sua chioma sempreverde. Nessun fulmine l’ha colpita e mai nessun uccello flagello, in grado d’inaridire un albero nel giro d’una stagione, non solo non vi ha mai nidificato, ma non si è nemmeno posato sui suoi rami. Un luogo piacevole dove discorrere sulla storia dell’isola. Se si ruotasse di novanta gradi, in senso antiorario, una qualsiasi cartina geografica dell’isola dei pini si scoprirebbe l’assoluta coincidenza con la mappa dell’isola del tesoro inventata da Stevenson nel suo omonimo romanzo: ai tempi del colonialismo spagnolo, l’isola fu sicuramente un covo di corsari e pirati assoldati da Francia e Inghilterra affinché abbordassero i galeoni della corona di Castilla e Aragona con rotta a Siviglia. Anche se Stevenson l’ha sempre negato, è lampante che la Tortuga ambientata nella sua isola del Tesoro corrisponda con l’isola dei pini. Vi sono delle località nell’isola della Gioventù che hanno addirittura lo stesso nome di quelle narrate nel romanzo. Una cosa è certa: Morgan e Flinn si rifugiarono per mesi tra le insenature dell’isola dei pini. Quando i loro “legni” necessitavano riparazioni, li mimetizzavano facilmente nelle insenature avvolte dalla fitta vegetazione, di cui si utilizzava la resina per riparare eventuali falle. Al largo e sul fondo della punta françes, giacciono almeno tre galeoni spagnoli. Era l’ultimo sperone d’America che anticipava la lunga traversata atlantica in grado d’infondere negli equipaggi malinconie andaluse: non esisteva punto più vantaggioso per l’abbordaggio dei pirati.

Pauperes Christi insula e i loro eretici

Babalù AyéNotte santa di Babalù Ayè. L’antica avenida barocca pullula tra mangiafuoco e piccoli ambulanti con i loro banchi dei dolci e le griglie di carne. Per pochi pesos spilucco una cena da strada, mentre in piazza l’orchestra fa sculettare la gente a suon di merenghe e salsa baciata. Il primo che conosco tra la folla è Nicolas, un suonatore di trombone dalle idee filo governative: se accogliessi un turista straniero a casa mia, lo registrerei immediatamente all’ufficio immigrazione. Il blocco del sud dell’isola? Lo considero un modo per salvaguardare il nostro prezioso territorio e guadagnare denaro grazie al turismo. Ho visitato Germania dell’Est, Russia e Cecoslovacchia, e non ho mai notato la libertà che si può godere a Cuba. Uno qui, se ne ha bisogno, può anche non recarsi al lavoro per settimane, e questo tipo d’assenteismo lo considero un sintomo della libertà cubana: poter disporre del tempo come meglio ti pare. Nicolas è particolarmente euforico. Dopo aver suonato nell’orchestra che festeggia San Lazzaro e Nueva Gerona, volerà a Cayo Largo, dove — dice — le suonerò ai turisti. Tra la folla conosco, Margherita, 23 anni, nuotatrice, apneista — subacquea e Daniuska, 20 anni, professoressa di fagotto. Per come sono agghindate all’ultima moda con tanto di scarpe a punta, le ragazze più che cubane sembrano spagnole. Sono accompagnate da Junior, un rapper scatenato vestito come un dandy. Sostiene di vivere in Italia dove, grazie alla salsa, si è fatto l’harem: Ti piace Margherita? Si può fare, se vuoi puoi corteggiala, guaisce Junior in modo che l’amica comprenda il senso delle sue parole.Sono queste uscite, gratuite e imbarazzanti, a farmi rasentare la nausea. Battute grossolane che denotando un maschilismo scontato, irreale, come se i ragazzi si riducessero a controfigure d’allucinati lucignoli, recintati nell’isola della Gioventù, attratti soltanto dall’effimero. Rammento quelli incontrati nel pomeriggio ritornando a Nueva Gerona dalle sponde nere di Playa Bibijagua. Sembravano interessati soltanto ai boxer e alla maglietta che indossavo, neanche fossi stato un manichino in bicicletta vestito con i capi d’una nota marca d’abbigliamento. Se ci parli assieme, abbassano tutti il pick up sul solito disco, ribadendo che se l’isola di Cuba è piccola, figuriamoci l’isola della gioventù. Tutti vorrebbero andarsene all’estero, forse più per la curiosità insita nella propensione al viaggio che per una scelta ponderata e matura: i paesi del mondo è bello conoscerli di persona non solo alla tv — affermano, convinti che il mondo di fuori sia un paese dei balocchi che si differenzi dal loro solo perché pensato “alla grande”. Chissà se è proprio Babalù Ayè, ben attento alle invisibili giaculatorie che gli rivolgo, a offrirmi in cambio della vita una qualsiasi via d’uscita, quando in mezzo alla gente finisco per imbattermi nel volto ironico di Roberto Arias, detto el chino. È uno scrittore di novelle e poesia, e quasi indovinando il mio stato d’animo, mi accompagna alla casa della cultura dove, per i 175 anni di Nueva Gerona, si è organizzata una mostra d’arte d’opere plastiche. Mi parla d’un suo poema che ha per protagonista un cristo cubano in Habana Vieja: Il Messia. Ci commuoviamo entrambi quando scopro d’aver di fronte il giovane poeta che già dieci anni fa, a L’Avana, Damian declamava con entusiasmo.

Habana Vieja

Nel poema Roberto immagina che Cristo, nato a L’Habana Vieja, sia messo dal Sinedrio di fronte a un quesito apparentemente senza via d’uscita: è giusto che i cubani guadagnino lo stipendio in pesos, sebbene obbligati a spendere in dollari? Ispirato da un sottile parallelismo con la famosa risposta del messia “a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio”, Roberto opera una singolare analogia tra la figura del Cristo giudaico e del suo cubano, messi entrambi di fronte al trabocchetto tesogli dal Sinedrio, ossia, se sia giusto o meno confondere il sacro con il profano e pagare dazio al potere politico. Anche il Cristo habanero, similmente a quello giudaico degli evangeli, subodorando la trappola, esplicita che gli è impossibile rispondere senza infrangere la legge: “Se rispondessi che sia giusto guadagnare in pesos dovendo vivere in dollari, affosserei il popolo, mentre affermando il contrario violerei le leggi dello Stato”. A quel punto estrae di tasca un biglietto da venti dollari annunciando: paga quello che puoi pagare in moneta nazionale e quello che non puoi in dollari americani. Roberto ha un’idea sincretica della spiritualità cistica tutta sua: penso che “El Cristo habano” per salvare il suo popolo dovrebbe distribuire sotto forma d’energia denaro in abbondanza alla gente che ne ha necessità. Io vorrei diventare ricchissimo con il solo scopo di porgere aiuto alla mia gente, evitando per controsenso la corruzione del denaro. In questo contesto mi confida che tali illuminazioni le deve a un percorso di meditazione associato all’assunzione di funghi allucinogeni, sorta di esperienza speculare a quella di Castaneda con il peyote.

CastanedaTale traiettoria lo rende potente, attivando un lato oscuro e profondo che gli permette, tra l’altro, di amoreggiare con cinque ragazze contemporaneamente. Ovviamente nemmeno gli artisti sono esenti dall’influsso di Sodoma e Gomorra che l’isola della Gioventù infonde. Ciò che solo in un secondo momento mi rendo conto, sorprendendomi, è riconoscere nei ragazzi che stanno assieme a lui, gli stessi che nel pomeriggio mi avevano preso per un manichino alla moda. Semplici amici o discepoli? Roberto mi chiede dove alloggio: da Gerardo? Ma è un mio amico! I discepoli se ne vanno, mentre Roberto mi trascina ne El Rombo, una sala da ballo che concentra assieme tutti i giovani incontrati in Avenida. Filosofeggiamo a sorsi di rhum. Rientro che è notte inoltrata. La borachea que me marea non m’impedisce d’accorgermi che la luce del terrazzo, dove ho steso ad asciugare la roba di marca, è accesa. Sul momento non ci faccio caso. Il mattino seguente scoprirò che è stato rubato tutto. Questo il pegno pagato a Babalù Ayè per le mie giaculatorie?

Perché Gerardo non mi ha avvertito del rischio, invece d’assicurarmi la totale tranquillità dell’isola? Lo strano, poi, è che solo a furto avvenuto mi offra un quadro dell’isola del tutto opposto: la delinquenza è aumentata proprio tra i giovani attratti dagli usi e costumi europei. La gente del centro sa tutto di te, che usi la mia bicicletta e che hai rischiato di fartela rubare lasciandola incustodita fuori da un negozio, mentre acquistavi due bottiglie d’acqua. Non è successo solo perché e stata riconosciuta come la mia bicicletta. Rabbrividisco, tanto mi sembra d’essere finito dentro una gran trama a delinquere. Gerardo mi confida di non uscire nemmeno più di casa. Lavora cercando di mettere da parte duemilacinquecento dollari all’anno con i quali si permette una vacanza in una località di Cuba ogni volta diversa: lo faccio per conoscere il mio paese. Il resto delle serate le passo davanti al computer scaricando musica e film; accedendo in quel mondo che mi viene negato.

Cartina di Cuba

Per la prima volta comprendo il disagio che Maite, anni fa, mi aveva confidato: quel non potersi fidare di nessuno poiché tutti, qui, al di là delle parole, potrebbero essere colpevoli o complici. Gerardo che non mi ha avvertito di nulla. Tutti i suoi amici in città sanno benissimo che affitta il secondo piano della sua casa, raggiungibile durante la notte con una semplice arrampicata tra i tetti. Tutti sanno che abito da lui, tutti si sono ingolositi di quelle due magliette “alla moda” che mi sono portato sull’isola del tesoro. Tutto ciò significa che un visitatore dell’isola, o sceglie il circuito ufficiale ovattato e protetto, oppure deve nascondersi, arrivare quasi nudo con miseri stracci addosso, acquistare cibo povero per pochi pesos, cancellare qualsiasi tipo di ricchezza, pena la sua trasformazione automatica in uno specchio per le allodole, o per meglio dire, per quelle gazze ladre che potrebbero essere le stesse persone conosciute, legate le une alle altre con un filo di complicità e invisibilità che nemmeno ci si immagina. Ma come si potrebbe viaggiare escludendo qualsiasi contatto, evitando d’offrire qualcosa, nascondendosi? La vera anomalia sembra che nessuno consideri anormale ciò che è avvenuto. Iniziando da Gerardo, che non si sente per nulla responsabile di quanto è accaduto, considerandolo il frutto d’una mia leggerezza. Come è capitato spesso, nell’intimo del viandante si scatena l’idiosincrasia dei chiaroscuri cubani. Nella medesima notte, mentre il furto non mi è piaciuto per niente, l’Ode a Whitman di Garcia Lorca che Roberto ha recitato a memoria al El Rumbo, prima di lasciarci, mi ha estasiato. Il bello è che Roberto potrebbe essere il fulcro schizofrenico sul quale siano ruotati eventi di verso opposto. Ma questa anomala normalità, pur se compresa, lascia allibiti. Cose del genere non possono nemmeno venir giustificate dallo stato di povertà profondo su cui versa l’isola. Sono fatti che accadono, non dove la gente è più povera, ma proprio dove il contatto e il contagio con l’occidente è quotidiano, e il conseguente testa coda, rocambolesco e parabolico. Chissà se i ragazzi cubani si vestono alla moda proprio grazie ai furti perpetrati ai danni dei turisti? L’isola è una terra franca senza regole. Il comandante in Jefe di questa bagnarola ne dovrebbe rispondere, invece di sperperare e lasciare all’abbandono patrimoni artistici e umani soltanto per concentrarsi, lui anticapitalista, proprio sul bene supremo dei figli del capitalismo in vacanza. Permette al cubano di vendersi tutto, al di là di norme puramente formali e di facciata, stracciando qualsiasi sentimento etico. Il bene supremo di Cuba — turisti e viaggiatori — sono obbligati a comparire e scomparire come un agnello sacrificale che s’infili tra un branco di lupi. A Cuba si viaggia tra due estremi assurdi: o subissato e depredato nei tuoi averi dalle organizzazioni del turismo statale “a colpi di carta di credito”, oppure alla mercé della miserabile tessitura a rizomi, che tenta d’arrotondare le entrate del “popolo particular”. Miserabile, non perché nullatenente, si badi ben, ma perché moralmente svende valori del rapporto umano fondamentali a qualsiasi latitudine, e dei quali i cubani sono male ineducati all’ennesima potenza.

Bibijagua

Un’isola dei pirati depredati, senza saperlo, di qualsiasi tesoro. Un venditore di collane di denti di squalo, incontrato sulla spiaggia nera di Bibijagua, mi ha detto che sull’isola della Gioventù i ladri non esistono. Esattamente l’opposto di quanto affermato da Gerardo. Senza che gli accenni nulla della mia vicenda, mi spiega che sull’isola della gioventù sono gli stessi proprietari delle case particular a organizzare piccoli furti ai danni degli ospiti. S’inventano poi la storia di un’isola infestata dalla delinquenza per giustificarsi e crearsi un alibi. Ma dove si è arrestata la verità?

Pace fatta a suon di banda

Basta un concerto della banda municipale nella Casa della Cultura per stipulare la pace con Nueva Gerona; grazie a un’orchestra di diciotto elementi che eseguono temi tradizionali della musica classica cubana, il cui immancabile Son è colonna vertebrale. Daniuska e il suo fagotto ne costituiscono l’elemento più giovane. Quando l’orchestra attacca si accende la meraviglia: le note cristalline dei fiati, la gravità del contrabbasso, del sax basso in contralto all’oboe e l’agilità delle percussioni aprono le porte d’un altro mondo; la stessa Casa della Cultura diventa e si fa, per incanto, altro mondo. Gli spettatori saranno anche di generazioni perdute rimaste ormai in secca sulle coste della vita, eppure movimentano atmosfere felliniane. Questi anziani brillanti si presentano all’appuntamento in ghingheri, rispolverando abiti anni trenta, ventagli e cappellini. Sull’attacco d’ogni tema, riconoscono la musica e formano le coppie: una nonna invita a ballare il nipotino di sette anni che indossa un pullover azzurro con su speedy Gonzales. Un vecchio rinsecchito, ma tutto pepe, si curva su una bella signora che sembra indossare la tappezzeria di casa. Il vecchio porta dei pantaloni bianchi, ma senza cintura, cosa che lo induce a essere più dinoccolato. Una matrona dalla chioma turchina ci da dentro nonostante una vistosa fascia le avvolga una distorsione alla caviglia. La banda offre qualità musicale arricchita dagli assolo di tromba, flauto traverso, batteria. Impeccabili, e la gente applaude entusiasta.

Scorcio di Nueva GeronaC’è chi vende una bottiglia di vino? Chi? El flaco al tavolo. Quanto? Otto pesos? No, no, dieci: è Pinero! C’è chi sussurra piano che sono straniero, ed è strano perché alle nove e mezza di sera, di solito, gli stranieri aprono la caccia non certo dove una banda imbastisce musica per anziani scatenati. È qui che conosco Alexaeis, tecnico per le normative di sicurezza e maestro al trombone. L’empatia è istantanea. Nasce un’amicizia, forse l’unica a Nueva Gerona. È lui che mi offre la prima birra. Quando poi incontriamo Roberto la offro io a loro, pago la mia entrata a El Rumbo, rimanendo senza il becco d’un pesos. Al Rumbo sarà Alexaeis a rifornire il trio di rhum dorado e cola. Che strano trio: un impiegato vagabondo, un tecnico al trombone e un poeta del Cristo Santo di L’Habana. Tra chimere e sirene mulatte impegnate in funamboli, Alexaeis mi spiega che a Cuba esiste una profonda tradizione bandistica, soprattutto nelle regioni orientali e in quella di Guantanamo particolarmente. Tra le bande si effettuano selezioni di musicisti che poi messi assieme finiscono per girare il mondo a suon di tour. Per contraccambio e trapasso mi confido, narrandogli delle mie traiettorie in Habana Vieja, di Pretesto, della Casa Alta di Elvira. Finisco per scoprire che anche lui è di L’Avana: e chi non lo è? Ride come un pazzo quando affermo d’essere l’habanero più derubato in quest’isola felice di pirati e tesori. Risate che si fanno sganasciate quando ammetto di non aver più soldi per le escursioni notturne proprio perché sono stato costretto a comperarmi un paio di magliette, al fine di non dover girare nudo come Babalù Ajè, rimpiazzando, così, quelle che avevo steso ad asciugare sulla terrazza di Gerardo. Sul tema dei ladri a Cuba si fa letteratura – afferma Alexaeis – e nonostante Fidel predichi che la situazione sociale è ottima, in Habana dei turisti sono stati perfino uccisi per un paio di scarpe nuove o dei jeans stracciati. Drammaturgia a vene aperte, nonostante il caso più divertente sia senza dubbio quello che è accaduto qui a Nueva Gerona.

Ni cagando.

Alexaeis racconta il caso d’una mulatta che, abbindolato l’eterno viaggiatore notturno e passata assieme l’intensa notte d’amore, appena lui s’addormenta, come una mantide religiosa lo deruba di tutto ciò che possiede: due bigliettoni da cento dollari con il ritratto di Benjamin Franklin. Quello, al risveglio, quando se ne accorge, è più furioso d’Orlando, e la va a cercare a casa, dove la ragazza è già in amore con un nuovo amante. Urla, pretende i suoi soldi, glieli scova, ma lei prima di cederglieli riesce a ingoiarli. Lui tenta d’aprirle la bocca, le infila le dita in gola per recuperare il denaro che gli serve per rientrare a L’Avana e in Europa.

Habana Vieja

Lei deglutisce, li manda giù e più lei ingoia più lui s’imbufalisce, deciso a non mollare. Ha un’idea: recarsi da un medico e tentare di recuperare i soldi “mangiati” dalla donna. La metà del denaro la donerà a chi lo aiuterà. Il pensiero di rivolgersi alla polizia non lo sfiora nemmeno. Trova il medico che, per prima cosa, tenta di recuperare le banconote con una pinza, ma invece di agganciarle finisce per spingergliele nello stomaco. Al problema, se ne aggiunge un altro: la tipa non deve assolutamente mangiare, altrimenti i succhi gastrici dilanierebbero i ritratti verdi di Benjamin Franklin e il loro valore. A quel punto sorge una sorta di complicità tra medico e derubato. Non resta altro da fare che attendere che la mulatta li defechi, per dividersi il bottino. Passa un giorno, passano due, ma la santa donna resiste. Il ragazzo, con o senza soldi, non può attendere l’eternità. In qualche modo deve rientrare a L’Avana e pigliare quel benedetto aereo.

L'Havana

Caga maledetta! — iniziano a imprecare i maschi. Ni cagando se lo voy a regresar el dinero – ribatte lei… e la vince! Il giorno dopo che il derubato ha lasciato l’isola — dopo tre giorni d’evangelico digiuno — la mulatta “partorisce” i due verdoni. Duecento dollari cagati intatti per poter mantenere i due figli a carico. L’aneddoto ha del comico, ma non lo è per nulla, e niente ha a che fare con tutta l’allegria e i concetti di povertà dignitosa, predicata dal regime, e con i quali, in Europa, s’imbottiscono letteratura e reportage su Cuba, pena l’ostracismo. Una realtà che Roberto e Alexaeis paventano come lo stato fallimentare impostato da Castro. Il rhum dorado misto a cola e l’aria di festa sciolgono e ispirano confidenze: a Nueva Gerona sono di casa perché ho lavorato come tecnico dei lavori, quando la scuola municipale è stata restaurata. Ho eseguito gli impianti elettrici, quelli fognari e dell’acqua potabile a regola d’arte, in modo che non creassero problemi una volta in esercizio. Terminato il mio compito non solo sono stato messo alla porta, senza ricevere alcun compenso, ma mi è stato addirittura vietato l’accesso. A Cuba non esiste alcun rispetto per l’opera e le competenze individuali: è il lavoro collettivo — dicono — che conta! Una volta spremuto sei fuori. Per quel che mi riguarda è la musica che mi salva la vita, e me la fa sopportare, quotidianamente. Sono anche stato responsabile d’un comitato giovanile comunista, ma dopo anni ne sono uscito totalmente disilluso. Oggi non ne voglio più sapere, nonostante molti della mia generazione portino addosso nomi sovietici. Solo con quelli abbiamo imparato a convivere. Per sentirci urliamo; al Rumbo la bolgia impazza nel reggaeton, sorta di misto salsa e hip hop. Il fatto di denunziare l’assenza, nelle mie tasche, d’ogni peso cubano diverte i miei compagni di traversata notturna esimendomi dall’ascoltare qualsiasi canto di negre sirene. Un idillio odisseico. A notte fonda, mezzi sfatti dalla vita e dal dorado rhum ce ne vaghiamo per Nueva Gerona in bicicletta. Raggiunto il mare, dove Alexaeis intona il suo trombone alla luna, tento di spiegargli chi sia Vinicio Capossela. Chi ne ha voglia rubi pure i miei stracci, sorta di crisalide inutile e inservibile, stesi ad asciugare nella terrazza di Gerardo.

Il Demon arenato su spiagge nere

Disteso al sole a Bibijagua, seguo la voce di Roberto Arias: l’artista cubano d’oggi non è immerso nel corso della storia. Tutto ciò che esterno alla propria intimità lo conosce soltanto in teoria, non certo per esperienza personale. E se un artista viene privato dell’esperienza diretta sulle cose e i fatti del mondo che artista è? A Cuba, mediante una ferrea censura, è in atto un controllo capillare sulla produzione artistica. La Casa de las Americas, monumento rappresentativo della letteratura latinoamericana, accoglie opere di scrittori provenienti dall’intero continente, ma la qualità che ne emerge è davvero bassissima. I cubani, ad esempio, ne sono esclusi se non appartengono a una ben delineata nomenclatura politica. La Casa de las Americas è ormai ridotta, a mero amplificatore, testa di ponte della propaganda e delle relazioni politiche con apparati culturali di sinistra d’altri paesi, latinoamericani o europei che siano. Ho conosciuto più di qualche scrittore accolto da questa “grande madre”: più che scrittori sembrano burocrati delle lettere, facoltosi della scrittura ideologica senza fascino e privi di genio.

L'HavanaBe’, così a L’Avana, ma qui, in quest’isola distante dal mondo dovrebbe andar meglio, no? Apro gli occhi per cogliere la reazione al mio quesito, trovandomi puntato addosso lo sguardo ironico d’un satiro disteso al mare: nella casa degli artisti di Nueva Gerona esiste un solo computer a disposizione di scrittori e poeti. Possiamo anche inviare delle e-mail, certo, ma l’accesso a internet è vietato. Viviamo blindati, esclusi dal mondo; per noi è impensabile, ad esempio, pensare di trasferire i nostri scritti in file word e spedirli ai quattro venti simili a messaggi in bottiglia. Non ci resta che una visione intimista della vita poco rappresentativa della realtà oggettiva, che dovrebbe costituire, invece, il volano principale dell’arte. Hai ben visto le opere esposte nella sala della cultura, no? Trasmettono sempre e soltanto una mistura tra intimismo e filosofia, incanalata verso il fruitore mediante codici dell’introversione artistica. È arte che non parla dei fatti di Cuba e della sua vita, e pertanto difficilmente condivisibile. Tutto è come se fosse congelato o inaridito. Ti offro un aneddoto emblematico: nel 2003 alcuni cubani dirottarono un aereo per fuggire in Florida. Catturati, alcuni vennero giustiziati, altri condannati alla catena perpetua. Gli stessi, tra l’altro, che sono stati ripresi e intervistati assieme a Fidel Castro da Oliver Stone nel suo lavoro “Comandante”. Durante quei fatti, Nueva Gerona stava ospitando Juan Andrés, un giovane scultore straniero. Le notizie che i canali televisivi passavano senza tregua, gli ispirarono un’opera magistrale: modellò un aeroplano di gesso che pose al centro della sala circondandolo, poi, con le fotografie dei volti di chi si trovava a bordo dell’aereo mentre era bloccato sulla pista di L’Avana. Intitolò l’opera “Sogno fratturato”. La creatività di quell’europeo materializzava davanti ai nostri occhi, in un’opera d’arte, il riflesso d’un fatto che stava accadendo realmente nel nostro paese, e ci emozionò sino al midollo. Gli artisti non possono cibarsi solo di storia arcaica, di miti passati, ideologie ed esercizi accademici. Juan Andrès con quella, solo apparente, improvvisata, ci stava alimentando d’un’ambrosia sconosciuta. E cosa accadde dopo? Quali le conseguenze? Quesito politicamente corretto! La sala dove si espose l’opera, le cui dimensioni avrebbero comportato parecchie ore di lavoro affinché venisse smantellata e asportata, venne chiusa il giorno dopo “per restauro”. Juan Andrès, una volta interrogato, venne invitato a lasciare il paese. Artisti stranieri non possono venir puniti o rieducati, soltanto perché andrebbero a scalfire delicate relazioni diplomatiche, mica per altro. Il conto è stato presentato, invece, ai cubani coinvolti nella vicenda: l’intero staff che gestiva la casa della cultura è stato esonerato e sostituito. Il responsabile, un neo laureato in architettura, non so nemmeno come, ma probabilmente con l’aiuto dello stesso Juan Andrès, è riuscito a lasciare Cuba alla volta della Norvegia. In patria è considerato un disertore. In Norvegia, ironia della sorte, “restaura” chiese ed edifici antichi. È talmente stimato che dopo solo pochi anni gira per lavoro gran parte dell’Europa. Ma allora, chi a tradito chi?

L'Havana

L’ultimo dopo cena

Offro la cena a Roberto e Alexaeis, sulla terrazza di Gerardo, proprio dove sono stato derubato degli unici capi alla moda che mi ero portato a Cuba: quando vi capiterà, perché accadrà, di vedere qualcuno girare per Nueva Gerona con le margherite del Guru disegnate sulle magliette, spero soltanto che mi ricorderete con piacere. Il nostro dopo cena compie un primo giro notturno alla fiera del Coco, dove Alexaeis è impegnato in concerto con il gruppo Capitolo 10. Per la prima volta mi rendo conto quanto Alexaeis, che fa vibrare il trombone e si muove sul palco come un componente della ben più famosa Charanga Habanera, assomigli a MalcoM X. Quando cerco Roberto, è già lì a civettare con una ragazza che pare forgiata sull’ebano morbido. Capitolo 10 carica la notte come una molla e Alexaeis propone di proseguirla all’aperto, allungandola fino alle cinque e mezza, quando dovrò recarmi al porto per l’appuntamento con il traghetto che lascerà l’isola. La cocinita è una vecchia costruzione con cucina frequentata la notte da anime vagabonde: un giovane pittore aveva dipinto, tra uova fritte, negritos y cristianos, mojitos e panini, i volti di Josè Martì, Che Guevara, Cienfuegos, Antonio Maceo e altri eroi della rivoluzione. Un murales che immortalava — con una certa poesia — anche storie popolari di gente comune passata alla cocinita: un santuario per chi è abituato a pagarsi i pasti in pesos cubani. L’Autorità ha deciso di tingere e coprire tutto di bianco, mi confessa, con una vena di tristezza, Alexaeis, mentre io mi chiedo che differenza ci sia tra queste scelte e quelle che spinsero il regime di Pinochet a occultare, in Santiago del Cile, i murales del Camino Popular. Forse è proprio questo contrasto a spingermi a dar fondo a tutti i miei averi per investirli in una despedida — come Dio comanda — proprio in questo baracchino del divertimento periferico: due bottiglie d’anejo tres anos Habana Club, coca cola, e sigarette per tutti. Diventa facile, allora, tramutarsi nell’uomo della festa per questa gente che, pur dichiarando un netto anti-castrismo, non ci pensa neanche di lasciare il proprio paese. Siamo patrioti, ma d’una resistenza invisibile. Vivemos para aguantar duro, esperando (Viviamo per resistere duramente, sperando). Chi parla, è il musicista rasta Dennys Ramon Arteage Gutierrez, che fa in tempo a rilasciare l’ultima denuncia, prima che lasci l’Isola della Gioventù: il sei febbraio del 2003, in occasione del compleanno di Bob Marley, a L’Avana si organizzò il festival internazionale musicale “Rasta Fari”. Il D.T.I., sorta di F.B.I. cubana fece scattare una retata in grande stile. Sono stato arrestato e trattenuto per nove mesi e diciotto giorni nel “Combinato dell’Est”, il carcere di maggior rigore. Senza alcuna prova, né indizio, sono stato interrogato due volte al giorno per nove mesi e diciotto giorni. Mi hanno rivolto soltanto due domande: a) quali rasta cubani conosci? b) che vincolo esiste tra i rasta cubani e il mercato internazionale della droga? Per nove mesi e diciotto giorni, più del tempo d’una gravidanza, mi sono sentito ripetere soltanto queste due domande; da mattino a sera, una tortura psicologica senza eguali. Ascoltandolo, riesco a rivolgergli una sola domanda: perché racconti proprio a me questa cosa? Perché ti ho visto prendere appunti, e spero che tu possa pubblicare le mie parole da qualche parte, una volta ritornato nel tuo paese. Anche il tuo nome? Certo, per dimostrare che la denuncia di certe ingiustizie vale molto più di un nome.

L'HavanaAlexaeis mi accompagna all’imbarcadero, da dove il Mexico II mi traghetterà nuovamente sull’Isla Grande. Ci scambiamo indirizzi mail, promettendoci di scriverci, parliamo di donne, della bellezza d’esser vivi a qualsiasi latitudine del pianeta. L’ultimo abbraccio anticipa l’immagine del mio amico che se ne va in bicicletta con l’astuccio del trombone a tracolla e di traverso, come un’arma di resistenza, lo strumento di quella musica che gli salva la vita. Ancora non so che non lo rivedrò più.

PS. Nonostante per anni abbia tentato di scrivere, sia a Roberto, sia ad Alexaeis, e continui ancora a farlo, non ho mai ricevuto una risposta. Che siano loro i ladri delle mie magliette rubate a Nueva Gerona?

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