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Palcoscenico

Jesus Christ Superstar

Ammettetelo. Lo ammetterò anch’io insieme a voi… Alzi la mano chi, al primo attacco – ancestrale, onirico e stridente dell’Ouverture della (forse non soggettivamente) più grande opera rock, sulla (oggettivamente) più grande Storia di tutti i tempi – non ha provato, saldati assieme, il brivido esaltante trasmesso della musica “dannata” della nostra epoca e l’angoscia del dramma che per l’ennesima volta verrà rappresentato, immutato, da duemila anni a oggi?
Il mito, che tale è anche per chi vuole sia reale fondamento della propria fede, è quello del primo “sovversivo” divino della Storia: il figlio dell’Uomo, che nelle sue carni accoglie l’umanità intera. Perciò, come mito, attraversa secoli e civiltà, e riemerge. Sempre. Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, un giorno di ottobre del 1971, forgiano dalla colata alchemica di musica e mito, la pietra filosofale. Una colata presto destinata a versarsi e riversarsi sul palcoscenico di Broadway.
Nuovo salto temporale. Qui e ora, sì, ma anche altrove, ovunque. Perché stiamo parlando di un’opera che, per sua natura, finisce in nuovi alambicchi, per rinascere nuova e sempre uguale. Il laboratorio, stavolta, è quello di Massimo Romeo Piparo. Ormai sposato alla “sua” opera da 15 anni, la irrora di volta in volta di nuova linfa, passione, professionalità. Ad oggi, con riferimento al “solo” lavoro di Piparo, sono un centinaio gli artisti avvicendatisi nei vari ruoli, tre le diverse edizioni, un migliaio le rappresentazioni andate in scena e un milione gli spettatori che hanno assistito al suo Jesus Christ Superstar.

Jesus Christ Superstar

Il Politeama Rossetti, dopo la rappresentazione del 2004 (anche se lo storico debutto triestino fu quello di una compagnia americana, al Castello di San Giusto nel 1988), ha voluto rinnovare il classico appuntamento con le emozioni che il musical infonde, e lo ha fatto premiando proprio il lavoro di questo gruppo in continuo mutamento, ma solido nella struttura e nella motivazione.
La compagnia diretta da Piparo, andata in scena il 19 e 20 settembre 2010, ha regalato due serate a pieno regime (per il sottoscritto entrambe volute e appaganti). Il pubblico triestino ha così ri-visto quella vecchia conoscenza (in tutti i sensi) di Gesù, interpretato da un navigato Paride Acacia, completamente a suo agio nel ruolo e ormai difficile da immaginare privo della veste immacolata. Insieme a lui, altra vecchia conoscenza del proscenio del Rossetti,  Cristian Ruiz impersona un energico e fisicissimo Simone, che duetta e contralta con maestrìa la figura tormentata del Cristo.
Tutti gli interpreti sono dotati di peculiarità e vita propria ma all’interno di una coralità dell’opera che magicamente non fa posare lo sguardo dello spettatore su un ruolo principale piuttosto che su uno minore: sono tutti parti di qualcosa che è maggiore della loro somma. Così, Piparo ìdea un tecnologico e insieme “cantieristico” palcoscenico, dotato di uno schermo a led sul quale, per tutta la durata degli eventi, scorreranno frasi del vangelo, immagini astratte, fotografie di eventi e personaggi storici. Su di esso, quasi 30 persone si muovono con puntualità e sicurezza, in particolare l’affiatato ensemble di preparati e giovanissimi ballerini, che hanno il non facile compito di dare dinamismo alle “folle” che seguono il Messia. E lo fanno proprio bene.

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L’idea di gruppo artistico affiatato e corale è ulteriormente consolidata dalla scelta del regista di presentare in primo piano l’intera orchestra in smoking (diretta dall’ottimo Emanuele Friello) a preparare il tessuto connettivo, la tela sonora su cui si muoveranno, ad appena qualche metro, corpi e voci. Già, perché nel contenitore (allestito nelle scenografie da Giancarlo Muselli e nei costumi da Santina Ferro) alla sostanza corporea, alla materia visiva, al movimento e ai colori si accompagnano voci femminili, maschili, acute o basse o stridule, suadenti e vellutate, cori sincronizzati con grande cura che coprono tutto lo spettro dei registri vocali. E così, alternata agli acuti ammonitori del Cristo, (che alla fine non risorgerà poiché per Webber e Rice egli è, come recita il pezzo cantato da Maria Maddalena, veramente “just a man…”), ci colpisce la ridda di voci scandalizzate e sibilline dei sommi sacerdoti, tanto inquietanti quanto simpatici (ammettete anche questo, sì), stretti nei loro costumi eccessivi, baroccheggianti, quasi al limite del sado-style. Hanna, uno di essi, è un attento Massimiliano Giusto che con movenze e gorgheggi striduli indirizza il cognato, il sommo Caifa, verso la decisione drastica da prendere nei confronti del sedicente Nazareno. Il sottoscritto, nel (ri)vedere questi antesignani Gatto e Volpe che giocano con la vittima predestinata, Giuda, ha gongolato non poco: Ciccio Regina, un gigante di quasi due metri e chioma vichinga, ha “spettinato” le prime file del parterre con toni bassi e potenti, padroneggiati sapientemente, e con altrettanta imponenza corporea. Chapeau.
Ulteriore intuizione dell’esperto Piparo è quella di circondarsi di interpreti di calibro e in qualche modo “insoliti”, ovvero provenienti dal mondo della musica leggera contemporanea. Assistiamo così alla performance di un sorprendente Mario Venuti nei panni del Governatore romano che condanna Gesù: il mantello porpora e una corazza che ne risalta il fisico roccioso, uniti al colore “soul” della sua voce, ne fanno un Pilato ironico e beffardo, più che crudele. Un cattivo tutto d’un pezzo, al contempo debole e forse in parte inconsapevole – in omaggio al relativismo con cui Webber e Rice “riabilitano” le colpe degli antagonisti di Gesù (Giuda ed Erode compresi) – ma non per questo meno colpevole.

In linea, insomma, con quello che giustamente Piparo definisce ‘un musical tutt’altro che religioso’. “Jesus Christ Superstar è, infatti – dichiara il regista – una messinscena laica. In essa Gesù stesso è solo un uomo, e non il figlio di Dio. Non fa miracoli. Soprattutto muore senza risorgere. E proprio la mancanza della resurrezione non ha consentito alla Chiesa Cattolica di accettarlo pienamente».

Jesus Christ Superstar

Lo spartito di Webber, coinvolgente ma tutt’altro che facile, musicalmente obliquo, con tempi dispari e melodie dissonanti, viene però affrontato anche dagli altri cantanti-attori (volutamente in quest’ordine) su cui scommette il regista. E nell’arruolamento del cast, continuiamo a  trovare interpreti pop, contemporanei e non. Tre infatti sono i pezzi affidati alla ex-front woman dei quasi dimenticati Dirotta su Cuba, Simona Bencini, in grado di unire un registro vocale praticamente perfetto a una carnalità dirompente, che le fa indossare di diritto i panni della discussa e umanissima ‘prima seguace’ di Gesù.
Ancora, Erode Antipa. E chissà se etimologicamente si può far derivare l’aggettivo “antipatico” dal suo nome. Nel film è personaggio assolutamente sgradevole e disturbante, emblema di dissolutezza e vuoto morale. Qui al Rossetti, uno dei ballerini lo impersona, sostituendo un evidentemente impossibilitato Max Gazzè, altro cantante e interprete che sarebbe sicuramente “stato sul pezzo”. Ne esce un esilarante numero in pura atmosfera Folies Bergères, con abbondanza di pizzi, struzzi rosa e omaccioni villosi in guepièrre e tacchi vertiginosi. “Esci dalla mia vita!”, urla Erode, stizzito ed effeminato, al Cristo.
Lasciato volutamente in fondo, resta proprio Giuda, nei cui panni, all’inizio quasi intimorito poi sempre più esplosivo, si muove Matteo Becucci. Chi è lo sapranno in molti: vincitore di X Factor 2009, dotato di una potenza vocale non comune, l’ha messa a disposizione di un mondo che potrà continuare a forgiarlo anche in altri aspetti, accrescendone l’esperienza. Vestito di bianco, ad un certo punto dello spettacolo, emerge dal fondo del teatro: in una sorta di “resurrezione confiscata” (o redenzione?) coinvolgerà nell’ultimo pezzo un pubblico già prima in visibilio nell’udire la rabbia, il dubbio, il senso di colpa, la paura e la disperazione, tutte racchiuse nelle sue corde vocali.
Le 39 frustate a Cristo, sono un momento toccante. Il martirio viene sottolineato da 39 diapositive che rappresentano i martiri dei nostri giorni. Sulla trentanovesima frustata compaiono le immagini dei giudici Falcone e Borsellino. Chi vuole, apprezzi, chi no, no.

Jesus Christ Superstar

È la catarsi finale. Ci si dirige al Golgota. Prima però, ve ne era già stata una: IL tradimento, IL suicidio. Messi in atto dal catalizzatore, e narratore (è suo il punto di vista) di tutta la vicenda. Giuda Iscariota appunto, troppo umano, critico verso il Messia, che cerca di disinnescare il meccanismo di predestinazione, il Disegno, che alla fine esigerà il tributo di sangue di entrambe le pedine. Tutto è compiuto. Conclusa la rappresentazione, nella più genuina tradizione teatrale, buoni, cattivi, amici, traditori, giudici, conoscenti, soldati – ora attori fuori dalla scena, in quello spazio senza tempo tra realtà e rappresentazione – tutti assieme lasciano il proscenio tristi e increduli, salutandosi o abbracciandosi con il cuore e l’anima affranta, come se sulla croce silenziosa potesse esserci chiunque di loro. È finita, andiamo a casa. Ma nell’intimo di ognuno l’eco del dubbio resta: “lui chi era? Chi di noi l’ha ucciso? Perché? Era soltanto un uomo”.

«Un mito eterno per un popolo che ancora oggi non ha smesso di subire il proprio martirio ma ha visto moltiplicarsi la serie di martiri diretti o indiretti – commenta Piparo nelle sue note – si continua a morire perché altrove, in questa terra, è deciso così. Non cercate di trovare segni in questa “messinscena laica”, né confronti con epoche, fasi storiche: c’è l’eterno, intramontabile senso di angoscia per una umanità che da sempre elegge i propri messia per poi mandarli al martirio, crea i propri miti per poi distruggerli, professa la propria ideologia per prontamente rinnegarla».

Commenti

2 commenti a “Jesus Christ Superstar”

  1. concordo pienamente caro gabrieli, il trasporto della tua recensione rende onore alla Storia, allo spettacolo, ala colonna sonora, forse una delle più conivolgenti per quanto riguarda il mondo del musical e per chi ama la versione teatrale inglese con la voce di Ian “the scream” Gilllan (quello dei deep purple)il godimento è doppio

    Di loki | 31 Gennaio 2011, 11:06

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