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Scrittura

L’uomo bambino su Timbuctù

Alba africana

L’alba del sole: unico autore di contrasti e chiaroscuri appena levigati sul dio d’acqua. Riprendiamo le correnti spinte per inerzia verso nord, assieme ad altre pellegrine pinasse che durante la notte hanno trovato approdo attorno a noi. A bordo, capitani avvolti in taghelsmud, ed equipaggi che appaiono richiami d’ulissiche ciurme a puntare il sole basso uscito dal fiume. Timbuctù, stamane, fa da sirena per tutti.

Alla barra, per proteggersi dal vento apparente il giovane Amadu è incappucciato come un francescano. Se incrocio lo sguardo degli occhi allungati ad odalisca, il volto da saggio trascura per un attimo serietà profonde, quasi inadatte alla sua età, per ritornare bambino e sorridere sincero. Sorride di nulla, in fondo, per sola empatia umana, rispondendo allo stimolo con riflesso istintivo. Il ragazzo pur non sapendo quando è nato, se lo confronto nella mia mente con uno qualsiasi dei suoi coetanei occidentali, si erge a gigante, a eroe d’una saga mitica distante anni luce da realtà euro centriche che, osservate da qui, o da ben dentro il suo punto di vista e sorriso, finiscono per infrangere i nostri idealismi liutati, spesso retorici, e le nostre fragili teorie sull’esistenza, contro gli scogli d’una praticità tutta densità, propensa al fare e al divenire. Amadu, ragazzo invisibile che mena la barca, come accade per gli uomini mitici e gli eroi leggendari, è impossibile comprendere quando sia nato, forse perché esiste da sempre quale erede ereditario del tempo radicato a questo continente, che più d’altri rappresenta la madre terra. Il punto di origine.

clessidraMi rendo conto, così, quale distanza abissale esista tra europei e africani, nel concepire e interpretare la dimensione del tempo, metronomo della vita di qualsiasi essere vivente. Per loro è uno strumento utile a cercare di realizzare l’uomo del presente nel presente, rivitalizzando, con praticità artigianale, tradizioni passate. Da noi, invece, lo si confonde spesso, o lo si allinea con la storia, capace di riparametrare su di noi, come per formula alchemica, date e fatti di altri, che finiscono per scandire un confronto continuo. Ma cosa rappresenta un tal tipo di rapporto, se non la somministrazione di un analgesico, utile soltanto a farci sentire meno soli di fronte all’infinito? Per assurdo, attaccati come siamo alla storia, ne apprendiamo in modo maniacale dati e atti, senza per altro impararla, e trarne così insegnamento ed esempi correttivi utili alla nostra stessa vita. Perdiamo, di fatto, il solo dono disponibile. Ecco allora che chi scrive di un viaggio verso Timbuctù (e vi sfido a verificarlo) ritorni irrimediabilmente ai viaggi di Barth e Clissè, immancabilmente, tentando un confronto inarrivabile tra noi e loro, tra passato e presente, che comunque non ci esenta dal diritto di sentirci, non solo sulle loro tracce, ma perfino loro eredi per cultura comune. Non esiste niente di più assurdo. L’africano, invece, in ogni suo atto quotidiano non considera la storia, bensì il mito che essa contiene, come se preferissero al contenitore, la storia, il suo contenuto, cioè quel mito capace di re-incarnare di nuova vita semi ancestrali e radici d’esistenza passata nel presente

L’impressione è che l’occidentale usi la storia per “passatempo” (per passare il tempo) o gioco, mentre l’africano usi il passato mitico “travestito” da storia, per rinverdirlo e replicarlo in nuova vita. Ecco allora perché, sulla via liquida per Timbuctù, non mi azzardo a scrivere di Barth, come fanno in molti, né lo farò mai, ma alzo inni all’invisibile Amadu: l’uomo bimbo che ci timona “realmente” verso una città mitica come nessun ragazzetto europeo che s’incanti d’Ulisse sarebbe in grado di “fare”. Una città mitica che potrebbe rivelarsi, nel presente quotidiano del nostro vagabondare, nulla più che un’illusione della nostra stessa storia. Un riflesso sbiadito che si abbia il bisogno di caricare, come un feticcio, di valori e ideali perduti, perché mai vissuti, né re-incarnati.

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