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Omnia

La razionalità mitica di Claude Lévi-Strauss (e Babbo Natale)

levy_strauss_pere_noel_supplicieSi è spento l’antropologo francese Claude Lévi-Strauss (Bruxelles, 28 novembre 1908 – Parigi, 30 ottobre 2009), colui che introdusse l’antropologia e l’etnologia nel cuore delle scienze sociali nel corso degli anni ‘60.

Fu infatti il suo pensiero a cambiare radicalmente la prospettiva degli studi sull’uomo e sulla sua organizzazione sociale, attraverso l’applicazione del concetto di strutturalismo, introdotto nella linguistica da Ferdinand De Saussure.

Studiare la società come una struttura significò all’epoca cambiare completamente i modelli di studio dell’etnologia. Capire una società, una popolazione, un gruppo di persone, d’un tratto ebbe ben poco a che fare con la semplice osservazione. I comportamenti singoli, infatti, per essere compresi, dovettero essere ricondotti al sistema che regola le dinamiche delle società: qualcosa che, come illustrava Saussure nel caso della lingua, è invisibile, relazionale, oggettivo.

Immettere lo strutturalismo nell’antropologia voleva dire eliminare un approccio fenomenologico dei fatti (basato quindi sui dati immediati della coscienza), umanista (perché la struttura precede e determina il comportamento del singolo, e non viceversa), psicologista (perché è il sociale a determinare le norme e soprattutto i deviamenti dei singoli).

La prima opera conosciuta di Lévi-Strauss, Les Structures élémentaires de la parenté (1949), è un esempio di come funzionino gli apparati teorici dell’antropologo. Mentre gli antropologi inglesi sostenevano che la parentela dipendeva da una diretta discendenza da un antenato in comune, Lévi-Strauss sostenne che essa era basata su uno scambio, quello della sposa, che da un gruppo familiare slittava ad un altro per evitare il tabù dell’incesto, creando così una sorta di alleanza tra famiglie. La donna viene allora interpretata come un simbolo, un valore di scambio al pari delle monete per esempio, dell’arte; scambi finalizzati al mantenersi compatto della società. Un simile approccio deve molto ad uno dei maestri di Lévi-Strauss, Marcel Mauss. Scrive Lévi-Strauss a proposito del suo maestro, nell’introduzione a Teoria generale della magia (1950): “L’analogia con il linguaggio, così decisamente affermata da Marcel Mauss, ha consentito di scoprire le regole precise secondo le quali si formano, in un tipo qualunque di società, cicli di reciprocità, le cui leggi meccaniche sono ormai conosciute, permettendo l’uso del ragionamento deduttivo in un campo che sembrava sottoposto all’arbitrio più completo”.

Claude Lévi Strauss

Lo strutturalismo non può prescindere da un altro importante concetto utilizzato da Lévi-Strauss: quello di inconscio. Formulato soprattutto all’interno de Il pensiero selvaggio (1962), l’inconscio non viene presentato con accezione freudiana, ma piuttosto come potenziale di messa in relazione tra il singolo e la società, la natura e la cultura. Soprattutto, l’inconscio è un modo di pensare generale, collettivo, che non differenzia più gli indiani dell’America dell’Ovest dagli abitanti di Parigi, ed anzi permette di capire gli uni in funzione degli altri, come vedremo tra poco. Il pensiero selvaggio «codifica, ossia, classifica rigorosamente – appoggiandosi sulle opposizioni ed i contrasti- l’universo fisico, la natura vivente, e anche l’uomo quando si esprime tramite le sue credenze e le sue istituzioni. Trova il suo principio in una scienza del concreto, una logica delle qualità sensibili, come quella che si ritrova in alcune attività come il bricolage1».

Così, se dapprima gli elementi erano studiati come singoli produttori di senso, Lévi-Strauss inizia a considerarli come effetti di un sistema più vasto, simbolico, disciplinato da dettami impliciti, al cui studio devono dedicarsi etnologi e linguisti. Le regole che utilizza nei suoi saggi più famosi, ed esempio quelli sulle maschere o sui miti, corrispondono a quelle di comparazione e commutazione tipiche degli studi della fonetica (a cui Roman Jakobson lo iniziò).

Per Lévi-Strauss, il mondo aveva dunque un senso, e questo senso era ricostruibile tramite la ricerca di ripetizioni e differenze. “In seguito ad una trasformazione, il cui stadio non dipende dalle scienze umane ma dalla psicologia e dalla biologia, si è verificato un passaggio da uno stadio, in cui niente aveva senso, ad un altro, in cui ogni cosa ne possedeva uno… ma la conoscenza, si è messa in cammino molto lentamente2.” Un pensiero creativo, anticipatore, che riuscì ad abbracciare e stravolgere tutti i concetti più importanti del nostro secolo. Ma un pensiero così complesso non poté essere compreso ed apprezzato immediatamente.

Jean Malaurie, direttore della collezione “Terre Humaine” in cui apparve Tristi Tropici (1955), racconta in un’intervista apparsa il mese scorso su Philosophie Magazine: “Quando lo incontrai, nel 1953, stava attraversando un periodo di crisi. La sua candidatura al Collège de France era stata di nuovo rimandata; si era visto rifiutare vergognosamente la direzione del Museo dell’Uomo. Le sue ricerche innovatrici sulla struttura della parentela erano oggetto di critiche… ho incontrato un uomo scosso, vulnerabile… ha scritto Tristi Tropici in fretta, ispirato da una vertigine, da una violenza interiore… il libro ha conquistato un vasto pubblico, ed ha assicurato a Lévi-Strauss una fama internazionale, ma egli non era completamente a suo agio con quest’opera; avrebbe preferito diventare celebre per la sua teoria delle strutture, piuttosto che per questo libro singolare, simbolo di una crisi esistenziale.”

Andiamo quindi ad analizzare ciò che è stato prodotto dal pensiero strutturale di Lévi-Strauss nello stesso periodo di Tristi Tropici, e rimasto per questo un po’ in ombra. Le père Noël supplicié (1952) è un saggio abbastanza sconosciuto e di cui lo stesso numero di Philosophie Magazine ha deciso di pubblicare alcuni estratti.L’articolo inerente ai riti di Natale è intrigante”, continua Jean Malaurie. “Oggi possiamo parlare presso gli Amerindi di un Cristo indianizzato, o “inuitizzato”, esattamente come possiamo dire del rito natalizio che esso è fortemente impregnato del pensiero pagano.” È in effetti un articolo molto interessante, pubblicato integralmente in Italia nel 2002 da Sellerio, in cui vengono messe in evidenza tutte le caratteristiche del pensiero di Lévi-Strauss, a partire dalla comparazione tra sistemi culturali completamente diversi se non opposti tra loro. Nello specifico, Lévi-Strauss si occupa di analizzare la crescente ondata di odio che la Chiesa dimostra verso la figura ambigua di Babbo Natale, chiedendosi se tale rabbia potesse trovare motivazione più o meno conscia nell’origine pagana della più importante festa religiosa. Così, Lévi-Strauss propone un suggestivo confronto tra gli spiriti Katchina degli indiani Pluebo (America dell’Ovest) e le nostre tradizioni più intime, ad esempio con quella di far arrivare doni ai bambini tramite un vecchio paffuto che scende dal camino.


I Katchina rappresentano in realtà le anime dei bambini morti, che minacciano gli indiani di portare via la loro stessa progenie. I bambini reali sono quindi esclusi dal rito e riempiti di doni perché rappresentano in qualche modo i morti da allontanare, e non viceversa. Sono esclusi dalla mistificazione perché essi rappresentano la realtà con la quale la mistificazione deve sviluppare una sorta di compromesso. È difficile non pensare alla festa di Halloween, in cui bambini vestiti da morti vanno a bussare per le case chiedendo regali. Così come è difficile non pensare al Natale, quando gli adulti devono far credere ai bambini che i regali vengono “dall’aldilà”. In realtà, la necessità è quella di far simbolicamente circolare gli oggetti dai morti verso i morti. C’è dunque un principio di restituzione e sacrificio, da parte dei vivi, per mantenere uno stato di pace con l’aldilà.

Ecco il modo di procedere dell’analisi di Lévi-Strauss: attraverso il confronto tra realtà completamente diverse, di cui si mettono in luce le somiglianze, i riti arrivano ad esprimere uno statuto differenziale tra bimbi da una parte, ed adolescenti ed adulti dall’altra. Esso rappresenta anche un’opposizione più profonda, tra morti ed esseri viventi.

In questo senso, attraverso questa sorta di “pareggio dei conti”, il rito vuole essere un omaggio alla dolcezza della vita infantile, quella che non deve ancora fare i conti con l’idea della morte.

La sua grande sensibilità nell’analisi e nello studio dei fenomeni della vita quotidiana, l’acuta capacità di leggere in essi gli attributi di un pensiero collettivo, di un’egemonia culturale, fa di Lévi-Strauss uno dei più grandi teorici dell’ultimo secolo, e della sua scomparsa un momento tragico nella storia del pensiero internazionale.

Stupisce quanto la lucidità e la razionalità di tali riflessioni siano sempre accompagnate ed anzi animate da una passione per il simbolismo, il pensiero inconscio, la mitologia.

“Mauss ritiene ancora possibile elaborare una teoria sociologica del simbolismo, mentre occorre evidentemente cercare un’origine simbolica della società [3].”

Una simile affermazione ci fa capire quanto sia ancora oggi affascinante la teoria di Lévi-Strauss.

Ed è questo che vorremmo più marcare della sua antropologia: cercando di razionalizzare il pensiero mitico, Lévi-Strauss è riuscito in qualche modo a rendere intrigante e suggestivo il percorso razionale della scienza.

Note

1 Il Pensiero Selvaggio
2 Introduzione a “Teoria generale della magia” di Marcel Mauss
[3] Introduzione a “Teoria generale della magia” di Marcel Mauss

Bibliografia

Le strutture elementari della parentela (1949); Claude Lévi-Strauss , Feltrinelli 2003

Di Lévi-Strauss, Introduzione al libro “Teoria generale della magia” di Marcel Mauss (1950), Einaudi 2000

Tristi Tropici (1955), Claude Lévi-Strauss, Il Saggiatore 2008

Il Pensiero Selvaggio (1962), Claude Lévi-Strauss, Net 2003

Babbo Natale Giustiziato (1952), Claude Lévi-Strauss, Sellerio 2002



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