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Cinema

Una buona abitudine

Trieste Film Festival 2011

trieste film festivalCi sono certe confortanti abitudini che non ti deludono mai. Frequentare il Trieste Film Festival è una di queste. Decine di appassionati cinefili si sono puntualmente presentati all’appuntamento che ogni gennaio offre una panoramica sui segnali di tendenza più originali nelle cinematografie dell’Europa centro-orientale. Spesso attinti da produzioni che difficilmente riescono ad affacciarsi al mercato della grande distribuzione, o da archivi impolverati, magari ancora sigillati col marchio di una qualche censura totalitaria.

La manifestazione, svoltasi dal 20 al 26 gennaio 2011 tra Teatro Miela e cinema Ariston, si è riconfermata un irrinunciabile banchetto per amanti del cinema impegnato, topi da cineteca e ghiotti di chicche d’autore. Ma anche per chi, più semplicemente, è attento e curioso nei confronti del diverso, dell’attualità dell’altrove che si fa immagine. Lo scorrere dei fotogrammi ci ha portati dalla fredda Lituania di Indigene d’Eurasie all’affascinante desolazione dell’ex cava serba di Tilva Roś, dalla Parigi bohemienne di Chantrapas alla Vienna underground di Vinyl.
E una volta che le luci si riaccendono, rimane il solito buon retrogusto. Quello che in genere lascia la qualità di un lavoro fatto bene, con serietà e passione, nonostante i tagli al budget. Capita che il sapore di alcune pellicole lo si conosca già, ed è un felice riassaporare, perché se un regista torna ad essere riproposto, in genere è una conferma che i suoi ingredienti piacciono. Ma ciò che rende davvero raffinata la degustazione è l’estrema varietà di sapori. Assaggiando qua e là tra le classiche sezioni in concorso – lungometraggi, cortometraggi, documentari – o tuffandosi in golose indigestioni di retrospettive, anteprime italiane, omaggi e incontri, lo spettatore si trova a passare dall’asettico rigore documentario di un Loznitsa ai prodigi di un coinvolgente cinema di animazione forte del genio musicale di Čajkovskij, in un continuo alternarsi di portate dolci e amare, che toccano differenti sapidità emotive, estetiche e intellettive.

Novità poco convincente di quest’anno, però, è stata la decisione di attribuire i premi di ciascuna sezione competitiva sulla base del solo giudizio del pubblico. Una scelta ufficialmente motivata dalla volontà di responsabilizzare gli spettatori sul voto e di attirare l’attenzione dei distributori sulle pellicole premiate, forti di un giudizio popolare e quindi passibili di potenziale successo commerciale nelle sale. Scelta che molti hanno interpretato come risposta a una banale assenza di fondi, alla quale si è ovviato tagliando i costi che avrebbe comportato la presenza dei giurati. Magari sarebbero tutti stati più solidali a sentire tale motivazione, maggiormente credibile. Tanto più che, nelle edizioni precedenti, una delle più apprezzate peculiarità dei verdetti era proprio la possibilità di confrontare il giudizio tecnico artistico degli addetti ai lavori e classifica di gradimento degli spettatori, quasi sempre sensibilmente divergenti.

Tanovic

La kermesse si è aperta in bellezza con la proiezione fuori concorso di Cirkus Columbia, ultimo film – già proiettato lo scorso autunno in anteprima all’ultima Mostra del cinema di Venezia – del premio oscar Danis Tanović. Il regista bosniaco, che vinse la statuetta nel 2002 come miglior film straniero con No man’s land, torna a parlare della guerra nei Balcani. Stavolta siamo però nel 1991, nella fase pre-implosiva del conflitto, in una Jugoslavia che non pare realmente consapevole della violenza che sta per scatenarsi. Per la sceneggiatura Tanović si è ispirato all’esordio letterario del giornalista croato Ivica Ðikic, da cui il film prende il nome, assoldando attori della statura di Miki Manojlovic, celebre volto dei film di Kusturica qui prestato al riuscitissimo personaggio di Divko, e di Mira Furlan, nota al grande pubblico per i ruoli interpretati in alcune serie televisive cult come Lost e Babylon 5.

Ad aggiudicarsi il premio come miglior film del Concorso Internazionale Lungometraggi, tutti in anteprima italiana, è stato il bellissimo Besa. Una vittoria annunciata per un veterano della storia del cinema dell’ex-Yugoslavia come Srdan Karanovic, il cui Sjaj u ocima era stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2003.

Nella Serbia di inizio Novecento, la giovane e bella sposina del preside, chiamato alle armi agli albori della Prima Guerra Mondiale, viene affidata alle cure di uno schivo e analfabeta bidello albanese, interpretata dall’onnipresente (e meno male!) Miki Manojlovic, che promette al marito di occuparsi lei, impegnandosi appunto con una ‘besa’, parola albanese utilizzata per siglare una promessa da mantenere anche al costo della vita. Inizia così una convivenza forzata tra due universi molto distanti per background culturale ed estrazione sociale, destinati però ad avvicinarsi. Il film, candidato dalla Serbia anche agli Oscar, non propone innovative visioni estetiche, non è sperimentale, non gioca su una sceneggiatura particolarmente originale, non svela talenti emergenti nella recitazione. Eppure conquista proprio perché, nella sua semplicità, è un film fatto bene. Bravi gli attori, classica la struttura, convincente il messaggio, tramesso con quel giusto dosaggio di humor ed emozione che ti lascia in volto un sorriso buono.

Besa

Erano altri sette i film in concorso, contro i dodici proiettati in anni non vessati da riduzioni di spazi e fondi, molti dei quali già visti nei principali festival europei, tra cui il tedesco La malattina della giovinezza Krankheit der Jugend), di Dieter Berner, piacevole prova attoriale di sette studenti freschi di scuola di recitazione HFF (la pellicola è il loro saggio di diploma) senza però troppo spessore; l’estetico film ungherese di Kornel Mundruczo, in concorso anche a Cannes, Tenero figlio – Il progetto Frankenstein Szelid Terentés – A Frankenstein-Terv), che offre alcuni spunti interessanti ma nel complesso convince poco, soprattutto nel debole finale, e La rosa di Kawasaki, pellicola che arriva dalla Repubblica ceca a firma di Jan Hrebejk, sospesa in un difficiole equilibrio tra memoria e ricostruzione.

Dalla sezione un Certain Regard dell’ultimo Cannes, arriva anche Pal Adrienn (Adrienn PAl) di Ágnes Kocsis che, con sguardo originale, racconta l’alienata solitudine dell’obesa infermiera di un reparto geriatrico che assiste malati terminali. La macchina da presa pare seguire asettica questa vita ai margini che rimane tutto sommato misteriosa, solo qualche piccola increspatura ne turba la adiposa superficie, fatta di gesti meccanici e di spaventosa ripetività. Eppure questa strana donna, pur facendoci un po’ orrore, suscita una forma di compassionevole rispetto, per il ruolo sociale che “sopporta”, più o meno dignitosamente, perchè “bisogna abituarsi”. Perchè anche lei un tempo è stata alle elementari, perchè anche lei un tempo, forse, assomigliava a quell’infermiera che adesso, per il momento, mangia timidamente un solo pasticcino, non quattro come la protagonista, e le sta accento mentre impara il mestiere, seduta in quella asettica sala monitor dove la vita è un pallino verde che improvvisamente smette di salire e scendere. Eu cand vreau sa fluier, fluier (Se voglio fischiare io fischio) è l’opera d’esordio del romeno Florin Șerban, girata con attori non professionisti, alcuni provenienti da un riformatorio, e Gran premio della giuria all’ultimo festival di Berlino.

Toda e Stefan, due amici che hanno in comune la passione per lo skateboard e per la sensuale amica Dunja, sono invece i protagonisti di Tilva Roś, vincitore lo scorso anno del Sarajevo Film Festival e in lizza anche a Locarno. Trascorrono assieme l’estate dopo la maturità a Bor, nella parte orientale della Serbia, dove si trova la collina sventrata che ospitava una delle più grandi miniere di rame d’Europa, ormai dismessa, che dà il nome al film. Sullo sfondo delle tensioni giovanili degli alienati protagonisti c’è la generazioni dei padri, operai licenziati che scioperano, protesta portatrice di valori al posto dei quali nel presente pare esserci solo il grande buco dell’ex miniera. Il regista Nikola Ležaic ha preso i suoi attori dalla strada e si è ispirato a serie tv come Jackass e Dirty Sanchez e a film “maledetti“ come Gummo e My Own Private Idaho (Belli e dannati). Il risultato è un film fresco e originale, molto distante dagli stereotipi balcanici, costruito su un’ottima fotografia e supportato da un’azzeccata colonna sonora indie rock.

TILVA ROŠ di Nikola Ležaić

In concorso c’era anche il lungo e difficile Aurora, di Cristi Puiu, visto all’ultimo festival Cannes nella sezione Un Certain Regard, che segue il vagabondare di Viorel, ingegnere metallurgico quarantenne, divorziato e padre di due bimbe, durante l’iter di preparativi per un assassinio feroce. Il regista, vecchia conoscenza del festival, più volte in concorso con tutti i propri film, 5 anni fa vinse il Premio Trieste con The death of Mr. Lazarescu.

Fra i 17 cortometraggi selezionati a concorrere per il Premio Mediterraneo Cinema, meritano menzione gli italiani Rita di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, già selezionato a Cannes, e Storia di nessuno, di Manfredi Lucibello, dove un inquietante Luciano Manzalini (del duo ‘Gemelli Ruggeri’) veste il ruolo di un sicario passato indenne attraverso gli avvenimenti che hanno segnato l’Italia di ieri e oggi. Senza dimenticare Hanoi – Varsavia della polacca Katarzyna Klimkiewicz, miglior cortometraggio ai recenti European Film Awards 2010.

Il primo premio nel concorso cortometraggi è andato al divertente Il piccolo nazista (Der Kleine Nazi) di Petra Lüschov. Il corto scelto dal pubblico aveva tutte le caratteristiche in regola per provocare un forte impatto nello spettatore. Spiritosa, caustica e asciutta, la trama racconta di un Natale particolarmente nevrotico in casa Wölkel. La nonna, in preda a un viaggio d’innocenza candida nella memoria, scopre in casa la scatola degli addobbi tanto cari nel periodo della sua infanzia, mostrandoli fiera al nipotino, un biondissimo bimbo di circa sei anni. Figlio e nuora viaggiano, in arrivo carichi di regali, discutono proprio dei recenti segnali di squilibrio della nonna, che sembra non connettere più come prima, mentre la figlia maggiore della coppia telefona annunciando a sorpresa che al gran pranzo porterà con sé il fidanzato recentemente acquisito. Papà e mamma scherzano in ascensore sul fatto che si tratti di un ragazzo israeliano, rilanciandosi battute su un possibile riproporsi della situazione del film Indovina chi viene a cena – dove un cinico Spencer Tracy e una combattiva Catherine Hepburn affrontano i propri tabù rispetto all’integrazione razziale di fronte all’arrivo in famiglia del fidanzato nero della figlia nella splendida interpretazione di Sidney Poitier. All’arrivo in casa, i due si trovano di fronte all’incubo fattosi realtà: il loro figlioletto indica entusiasta l’albero addobbato da bellissime e luccicanti palle con la svastica e una splendida punta a forma di angelo il cui braccio si estende apertamente nel saluto nazista. La sceneggiatura, impeccabile e precisa, i dialoghi serrati e i personaggi tratteggiati alla perfezione, ne fanno un piccolo gioiello di concisione narrativa, tratteggiata con sguardo ironico e intelligente.

Molto divertente è stata la visione della nuova selezione non-competitiva di corti, che ha presentato 13 opere di animazione provenienti dai paesi dell’Europa Centro-Orientale.

Anche il Concorso Internazionale Documentari, curato da Fabrizio Grosoli in collaborazione con Matilde Composta, ha proposto solo film in anteprima nazionale. Erano 16 le pellicole provenienti dalle nazioni che fanno parte delle aree tradizionalmente investigate dal Festival.
Tra questi Katka, l’ultima opera della Treštíková, omaggiata l’anno scorso dal festival, che racconta la storia di totale emarginazione di una junkie dipendente da varie droghe, ripresa dall’età di 19 anni (era il 1997) a oggi; Tutto per il bene del mondo e di Nosovice, di Vít Klusák, sugli effetti devastanti di una nuova megafabbrica della Hyundai in una zona rurale e remota della Repubblica Ceca; Capitalismo – come abbiamo migliorato la formula, di Alexandru Solomon, sui nuovi faccendieri al potere in Romania, e L’altro Chelsea. Una storia da Donetsk, sul miracolo calcistico della squadra ucraina dello Shaktar Donetsk, che l’anno scorso ha vinto l’Europa League e quest’anno si è già qualificata per gli ottavi in Champions League, attraverso la quale il regista tratteggia in realtà la vicenda di un piccolo ‘oligarca’ ucraino che ha sfruttato spregiudicatamente nello sport soldi di dubbia provenienza, legati allo smantellamento delle storiche miniere di carbone.

Mila Turajlić

A vincere meritatamente il concorso è stato però l’irresistibile Cinema Komunisto della serba Mira Turajlic, che ha offerto uno sguardo fresco e divertente, corredato di straordinarie immagini d’archivio del cinema jugoslavo, sulle ambizioni cinefile del Presidente Tito, ritratto in compagnia di dive nostrane come la bella Sofia Loren ma anche di star hollywoodiane come Richard Burton e Liz Taylor, Yul Brinner, Orson Welles e Kirk Douglas.

Fabrizio Grosoli ha curato anche la retrospettiva completa dedicata a Sergej Loznitsa, grande documentarista celebrato all’ultimo festival di Cannes dove ha presentato il suo primo lavoro di finzione, Scastje moje (La mia gioia), che ha vinto anche il Grand Prix al recente Black Nights Film Festival di Tallin. Il film, cupo e potente, è stato proiettato a Trieste come evento speciale fuori concorso. Il regista, lungi dall’essere un esordiente, si è imposto fin dalla fine degli anni ‘90 come un grande documentarista, anche se i suoi lavori sono ancora poco conosciuti. La retrospettiva ha presentato 12 suoi film, dal ‘96 a ora, molti dei quali già ospitati in passato a Trieste nel concorso-documentari con l’intento di ricostruire il complesso percorso creativo dell’autore, nato in Bielorussia, cresciuto in Ucraina, maturato tra le scuole di Mosca e San Pietroburgo, emigrato (dal 2001) in Germania.

Tra le novità di quest’anno, spicca l’istituzione del Premio Corso Salani, istituito in memoria di un cineasta, prematuramente scomparso nel giugno scorso, “che più di ogni altro in questi anni ha saputo creare un cinema straordinariamente innovativo coniugato a un modello di indipendenza esemplare rispetto a ogni esigenza di mercato”. Il riconoscimento, pensato perché il ricordo non sia malinconico ma volto al futuro, è stata assegnato da una giuria tecnica che ha scelto tra 5 progetti selezionati: Lasciando la baia del re di Claudia Cipriani; Manga kissa di Titta Raccagni; Portraits de villes – Milano Porta Venezia di Gabriele di Munzio; Sessioni di primavera – Antigone di Andrea Caccia e Palazzo delle acquile di Stefano Savona, Alessia Porto, Ester Sparatore, che ha vinto raccontando i giorni della lunga occupazione, da parte di diciotto famiglie di senza-casa, del Comune di Palermo. La giuria ha apprezzato il film perché esplora l’incompiutezza del sistema amministrativo italiano, la vuota verbosità della parola politica, l’esasperazione degli ultimi. “Lo sguardo di Stefano Savona – dicono i giurati – conserva per tutta la durata del film un equilibrio ammirevole, quella ‘giusta distanza’ che sola unisce il rispetto per la persona alla coscienza di quella situazione gattopardesca per cui tutto cambia per restare immutabile’.

Si è rinnovato invece l’appuntamento con When East Meets West (19-21 gennaio), organizzato dal Fondo per l’Audiovisivo del Friuli Venezia Giulia e il Trieste Film Festival in collaborazione con Eave, Antenna Media Torino, Media desk Italia e con il patrocinio di Eurimages per incoraggiare la cooperazione tra paesi dell’Europa orientale, Italia e un altro Paese dell’Europa occidentale. Quest’anno la scelta è caduta sulla Francia e gli incontri si sono focalizzati sul pitching, ovvero le attività di presentazione del proprio progetto e raccolta fondi. Erano 16 i progetti selezionati in collaborazione con EAVE e un Film Forum. L’intento è quello di supportare i cineasti emergenti e di esplorare il panorama audiovisivo dell’Europa orientale e occidentale attraverso tavole rotonde, presentazioni, case study e proiezioni.

Rade ŠerbedžijaSu un binario parallelo scorre il progetto Eastweek, curato da Elena Giuffrida, giunto alla sua terza edizione, che ha portato a Trieste una trentina di giovani registi e sceneggiatori, dando loro l’occasione di partecipare, oltre che al festival, ad incontri, seminari e proiezioni speciali. Come ogni anno le Scuole e le Accademie di Cinema dell’Europa centro-orientale si sono conosciute e confrontate alla presenza di grandi maestri quali il regista Jirí Menzel e l’attore Rade Šerbedžija, che hanno raccontato agli studenti i loro straordinari percorsi professionali. Rade ha presentato al festival anche il suo libro “Fino all’ultimo respiro”, nella stessa giornata in cui, fuori concorso, è passato in sala il film Sedameset i dva dana (72 giorni), da lui interpretato sotto la direzione del figlio Danilo.

È ripreso in quest’edizione del festival anche il progetto Lo schermo triestino, curato dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Trieste e articolato in un percorso quinquennale. Protagonista è stato questa volta una delle firme più prestigiose della critica italiana, il triestino Callisto Cosulich, che ha scelto, per rappresentare il proprio senso del cinema, quattro film di culto. Tra questi, Il ventaglio di Lady Windermere è stato presentato nella versione integrale, recuperata dalla preziosa Cineteca del Friuli che l’ha di recente acquisita dal MoMa di New York, con un piacevole accompagnamento al pianoforte. L’iniziativa dedicata a Cosulich è una piccola anticipazione rispetto ad un omaggio cartaceo, previsto a marzo, con la pubblicazione di un libro dedicato all’autore curato da Elisa Grando.

Altri quattro film “maledetti” – dal regime comunista che li ha banditi immediatamente dalle sale segregandoli per anni negli archivi – sono stati il primo omaggio del festival al grande cinema di Dušan Hanák, straordinario documentarista, ma soprattutto coraggioso autore slovacco che ha saputo come pochi trasmettere attraverso il suo lavoro il clima di un’epoca di pesante totalitarismo.
Il regista, oggi considerato una delle più rilevanti personalità della cinematografia slovacca e della “nova vlnà”, è stata una delle presenze prestigiose che hanno dato lustro al festival con i loro film, accanto a Tanovic, Karanovic, Hrebejk, Mundruczó, Iosseliani e agli altri autori dei tre concorsi internazionali. Classe 1938, sceneggiatore e fotografo oltre che regista, Hanák è oggi autorevole docente di cinema documentario alla Facoltà di Cinema e Televisione dell’Accademia di Belle Arti da lui fondata a Bratislava.

La ventiduesima edizione del Festival, dunque, ha reso omaggio a questo testimone ostinato, e forse ancora poco conosciuto, di un tempo storico difficile con la proiezione di quattro suoi lavori. “Intanto”, aggiungono gli organizzatori lasciando la frase in sospeso, a sottolineare la parzialità della rassegna ma facendo intendere che, per il futuro, hanno in mente un progetto ben più articolato. A costo di realizzarlo a piccole tappe, dicono, pur di approfondire la conoscenza di un artista eclettico, che è anche autore televisivo, pittore e scrittore.

Questo ‘intanto’, però, fa capire che c’è anche una certa urgenza. Sentita certo per l’obbligo di onorare, oggi, subito, il lavoro di chi ha sempre raccontato le cose come stavano, senza piegarsi alle imposizioni della propaganda di regime, a volte utilizzando l’espediente della fiaba per dire ciò che non si poteva dire. Un doveroso tributo alla carriera, quindi, ma anche un segnale che assume connotati politici nel momento di crisi che stiamo vivendo nel nostro paese.
Il riconoscimento, in ogni caso, è inevitabilmente tardivo, dal momento che i potenti film dell’autore, censurati e banditi dal regime, sono rimasti per anni a prender polvere negli archivi, senza che nessuno potesse vederli. “Ricordo con molta simpatia il mio inaspettato incontro con Dušan Hanák – racconta il direttore artistico del TFF Annamaria Percavassi – fu qualche anno fa davanti a uno dei suoi quadri esposti in un foyer dell’Hotel Thermal, sede principale del Festival cinematografico di Karlovy Vary che in quell’edizione dedicava un omaggio al maestro slovacco. Mi sentivo emozionata e impreparata a un ‘tu per tu’ con l’autore di un film che mi aveva profondamente colpita e consideravo il documento più graffiante e coraggioso da me mai visto sul rapporto tra l’individuo e il potere: Papierové hlavy (Teste di carta)”.
Allora era già in atto a Bratislava un grande lavoro per recuperare, restaurare e dotare di sottotitoli internazionali, anche italiani, le opere del regista, per dare l’opportunità agli spettatori di riscoprire l’attualità e il valore universale di denuncia intelligente e sofferta insito in quelle lontane pellicole. Sono 7 i film di fiction e 18 i documentari realizzati da Hanák, il quale – seppur insignito con prestigiosi riconoscimenti internazionali nei grandi festival – difficilmente ha potuto raggiungere il pubblico per i motivi di cui sopra.

I quattro film proiettati a Trieste, 2 documentari e 2 fiction, sono molto diversi uno dall’altro ed emblematici della vasta produzione dell’autore. Colpisce di Hanák la sua costante e ostinata fiducia nella forza della macchina da presa, cui affida, ad esempio, il racconto della dignità degli ultimi, che sanno vivere in pace con il proprio habitat naturale senza nulla chiedere (Obrazy starého sveta). Il regista dimostra, quando sceglie la lezione della nová vlna e il grigiore della malinconia per raccontare il conflitto interiore dell’uomo che non vuole piegarsi ai ricatti del potere, di credere nella capacità del cinema di mostrarsi e di sentirsi sempre libero. Anche quando viene scelto il linguaggio semplice della favola poetica per far capire quanto sia impossibile costringere un popolo a rinnegare la propria cultura, come vorrebbe la propaganda del regime (Ružové sny). Poter dire la verità è un diritto cui aspirano le straordinarie testimonianze degli slovacchi nel film Papierové hlavy, ultima grande opera.
Hanák è un maestro che ha testimoniato un’epoca, vivendola senza mai emigrare all’estero, e che oggi lascia tracce del suo alto magistero in una promettente generazione di documentaristi che escono dalla sua scuola, alcuni dei quali – ad esempio Marko Škop e Peter Kerekes – sono già noti al pubblico del Festival.

Tra le sezioni maggiormente apprezzate dal pubblico giovane è tornata anche la splendida “Muri del Suono”, dedicata ai film a tema musicale prodotti nella solita area europea di riferimento. Protagonisti sono stati rock, punk, techno, ma anche cori partigiani, musica etnica e popolare, sperimentale, senza trascurare una puntatina – che racchiude il senso della selezione – nella musica d’avanguardia. Un viaggio che parte dalla Polonia con Battiti di libertà di Wojciech Slota e Leszek Gnoinski, documentario che racconta il rock polacco dagli anni ’50 fino alla caduta del comunismo attraverso rari materiali d’archivio commentati da un giornalista musicale inglese, e arriva sino alla Romania di Alexandru Mavrodineanu, che ha La musica nel sangue, e di Matei-Alexandru Mocanu, che mostra la techno e la musica tradizionale degli zingari unite in The shukat collective project.
Tra i documentari della sezione musicale è stato proiettato anche un lungo di fiction, Tutto ciò che amo di Jacek Borcuch, storia di punk, amore e crescita ambientata nella Polonia di Solidarność, presentato al Sundance e che rappresenterà la Polonia agli Oscar.

Sconfinato. Storia di Emilio

Zone di cinema ha ospitato, come consuetudine, alcuni tra i più interessanti esempi della produzione cinematografica strettamente collegata al territorio. Il premio del pubblico è andato al documentario Sconfinato – storia di Emilio di Ivan Bormann. I cinque lavori selezionati parteciperanno anche al festival cinematografico ungherese di Pécs, capitale della cultura europea nel 2010, affratellata a Trieste da un comune destino di confine.
Ai cinefili joyciani è invece dedicata la presentazione ufficiale del volume “Rollaway the Reel World. James Joyce and Cinema”, che ha concluso un progetto dedicata al rapporto tra l’autore, il cinema e la città.

Tra gli eventi speciali di questa edizione, è passato sugli schermi del Miela anche Indigene D’Eurasie (Nativo d’Eurasia), girato tra Francia e Lituania dall’affascinante Sharunas Bartas, autore originale e rigoroso di film premiatissimi, qui nella veste inedita di autore e attore protagonista. Accanto a lui, in un thriller metropolitano a forti tinte che non tradisce la sua vocazione di ritrattista della società baltica e di sconfinati e suggestivi paesaggi, c’è anche la splendida top model Elisa Sednaoui. Guillaume Coudray, che ha lavorato e vissuto con il regista lituano e ha voluto filmare un suo ritratto, ha presentato invece Sharunas Bartas, an army of one, nell’intento di farci capire chi sia realmente il carismatico protagonista.

A chiudere il festival, il 26 gennaio, è stata l’ultima opera del geniale regista georgiano Otar Iosseliani, presentata con successo anche all’ultimo festival di Cannes. Chantrapas è una favola autobiografica ambientata tra la Georgia e Parigi, che alterna presente e il passato. Un “ritratto collettivo di cineasti”, lo definisce Iosseliani stesso, che coinvolge Paradjanov, Tarkovski, Panfilov, in contrapposizione quelli vicini al regime. È un’opera di geniale raffinatezza estetico-espressiva, che raggiunge apici poetici e metacomunicativi. Iosseliani vi compare anche come attore, impersonando se stesso.

L’ultimissimo fotogramma proiettato è spettato però al divertente film d’animazione russo Gadkij utenok (Il brutto anatroccolo), diretto da Garri Bardine, Palma d’oro per il miglior film d’animazione ricevuta a Cannes nel 1988 grazie a Vykrutasy. La pellicola, presentata in anteprima italiana al Trieste Film Festival e passata quest’estate anche al festival di Locarno, ha spiritosamente sceneggiato la fiaba di Andersen giocando su creatività e montaggio, costruito con grande abilità sulla potente struttura musicale di un capolavoro come il lago dei cigni di Čajkovskij. Un piccolo gioiellino la cui cura al dettaglio e originalità hanno richiesto ben 6 anni di lavorazione.

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