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Cinema

127 ore

127 ore - LocandinaChi è Danny Boyle? Uno sperimentatore inesausto? Oppure un abile opportunista, capace sia di congegnare, a dispetto di un budget contenuto, pellicole destinate a divenire fenomeni generazionali (Trainspotting), sia d’imbastire sequenze luculliane studiate per fare incetta di Oscar (The Millionaire)? La verità, probabilmente, sta nel mezzo. Di certo si presume che a un professionista pronto ad accogliere sollecitamente in The beach un Di Caprio reduce dai trionfi di Titanic il successo e il profitto non dispiacciano. Come, d’altra parte, è ragionevole suppore in Boyle una costante tensione al cambiamento e all’evoluzione del proprio linguaggio.

Prova ne è quest’ultimo cimento, 127 ore. Accantonati i barocchismi in salsa Bollywood, il regista britannico, affiancato ancora una volta nella scrittura del copione da Simon Beaufoy (il cui esordio come sceneggiatore fu l’astutissimo Full Monty), in questa coproduzione anglo-statunitense si misura con la storia vera dell’escursionista Aron Ralston, narrata nel libro autobiografico Between a rock and a hard place. Centoventisette ore di prigionia nei recessi dello Utah, ingoiato da una gola del Canyon, nella quale il giovane – intrepido amante della natura selvaggia e brulla – precipita durante un fine settimana di volontaria alienazione dalla routine metropolitana.

Aron è un tipo in gamba, spiritoso e goliardico, piazzato bene in società grazie a una professione brillante. Non è un asceta né un mistico con vocazione all’eremitismo, solo uno sportivo con abitudini e passioni rischiose, che in precedenza, però, non avevano mai sortito grattacapi. Questa volta si troverà, invece, a trascorrere oltre cinque giorni intrappolato con un masso a paralizzargli il braccio destro – per compagne, solo la sua videocamera digitale e l’attrezzatura grama del suo zainetto (una borraccia, un coltellino) – intento a carpire il disperato quarto d’ora di sole concesso dalla posizione della gola, ridotto a bere la sua stessa urina quando l’acqua finisce. Periodo che segnerà la progressiva caduta dell’anima, dopo quella – rovinosa – del corpo, verso una stazione intermedia tra lucidità e incoscienza, dissoluzione e speranza, memoria e vaneggiamento, ma che favorirà pure la scoperta, sul fondo dell’abisso, di una resistente voglia di riemergere e di vivere. Aron consegna un ultimo, torrenziale messaggio ai filmati che gira da sé, autoriprendendosi. Filmati che stimolano i ricordi, le tracce indelebili di un vissuto che nulla gli porterà via. I genitori, la sorella musicista, la fidanzata, le due ragazze conosciute nel Canyon poco prima dell’incidente. I frammenti di un’esistenza che non cede.

Boyle e Franco, foto di Chuck ZlotnickCon un’operazione mimetica (o quasi) dell’esplosiva personalità del protagonista, Boyle punta non soltanto su una narrazione sconnessa e discontinua, che alla cronaca dolorosa del presente alterna sprazzi mnemonici del passato o immaginate proiezioni nel futuro, ma anche su una cifra estetica accattivante e mordace. Lo split screen tripartito con cui, nella sequenza d’apertura, viene salutata l’uscita di Aron da casa, prima dell’inizio dell’incubo, rappresenta solo un assaggio delle prodezze che accompagneranno pellicola e pubblico fino all’epilogo. L’immagine spesso e volentieri si smembra, dissolvendosi in un altrove o accogliendo l’innesto di fotogrammi nel fotogramma. La videocamera di Aron diviene parte integrante del racconto e della composizione registica, testimonianza ossessiva dell’ineluttabilità della condizione del personaggio e della tentacolarità mediatica contemporanea. Aron è un ragazzo dei suoi tempi. Dei nostri. Il montaggio sdrucciolevole di stimoli visivi disparati lo dichiara senza recalcitranze. E il dilemma riaffiora. Chi è Danny Boyle?  Un alchimista di forme innovative (ma non troppo, in fondo: quanti split screen abbiamo visto negli ultimi anni?) o un prestigiatore ammaliante? Ma, soprattutto: l’indiscutibile pregio formale del film racchiude un’anima?

Purtroppo, la sceneggiatura offre pochi appigli per suffragare quest’ultima ipotesi. Nell’assistere alla ritualità diligente con cui Aron, poco alla volta, sgretola con il suo coltellino la roccia, viene spontaneo scomodare archetipi impegnativi. E ripensare al protagonista di Un condannato a morte è fuggito, impareggiabile capolavoro di Robert Bresson, che, una porzione al giorno, rode la porta della sua cella: attività nella quale individua un simulacro di senso, meschino e avvilente come la sua ingiusta detenzione, ma indispensabile per non soccombere. Paragone che non giova all’opera di Boyle. Se, infatti, Bresson riusciva – con l’austerità stilistica che caratterizza tutta la sua produzione – a porre in circolo interrogativi cruciali sull’essenza dell’uomo, sulla relazione con il tempo, sul significato dell’essere nel mondo (era Bresson!), Ralston si limita a civettare con lo spettatore attraverso facezie che lo rendono simpatico e a languire nello sconforto delle ore che passano, scandendo il procedere di un film che non ha molto da dire, dopotutto.

Le retrospettive esistenziali si riducono a un santino familiare e familista: chi ricorda il terribile Millions non può negare la confidenza di Boyle con il mieloso. La riflessione sul rapporto tra uomo e natura, poi, è programmatica e sterile (il Canyon non si emancipa dallo status di magnifico set cinematografico), lontana molte leghe dalla potenza di un film come Into the wild di Sean Penn, che non si esauriva nel documentare lo smarrimento di un uomo nelle immensità dei territori vergini, ma meditava, cosa che 127 ore non riesce a fare, sulla vulnerabilità umana e sui limiti costipanti della civiltà. Le civetterie sopra menzionate, più che segnare un punto a favore dell’opera, testimoniano della formidabile presenza scenica di James Franco, uno degli attori più versatili della sua generazione (insignito del Free Spirit Award), impegnato in un autentico one man show da cui esce a testa alta.

Candidato a sei statuette dall’Academy, ma uscito a mani vuote dalla cerimonia di premiazione, il film si qualifica, di diritto e ancora una volta (già!), come la fiera delle vanità di un cineasta disinibito e modaiolo, padrone impeccabile del mezzo, eclettico sofista e… fermiamoci qua. A ogni spettatore, il suo dilemma.

127 Ore

Regia: Danny Boyle
Cast: James Franco, Kate Mara, Amber Tamblyn, Sean Bott, Treat Williams, John Lawrence
Sceneggiatura: Danny Boyle, Simon Beaufoy
Durata: 94′

www.127ore.it

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