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Omnia

Dalla malinconia alla noia

Percorso filosofico su alcuni stati d’animo fondamentali

Melancolia di DurerBistrattata dal senso comune in chiave esclusivamente “dispregiativa”, ad un’accurata riflessione, la noia si mostra come stato d’animo essenziale per l’essere umano, capace di costringerci a riflettere sulla nostra stessa esistenza. Si tratta di un sentimento tipicamente moderno, che trova nella tradizione medievale un corrispondente nell’acedia, l’accidia, forse il peggiore dei peccati capitali perchè induce il soggetto all’inattività e all’indifferenza nei confronti del mondo. Nel Rinascimento, l’accidia diventerà “melanconia”, acquisendo una propria specifica nobiltà che la cultura occidentale si porterà dietro fino al Romanticismo.

La malinconia è uno stato emotivo o condizione spirituale diffusa tra gli uomini; la possiamo distinguere dalla nozione più arcaica “melanconia” in quanto la seconda avrebbe una matrice clinica più esplicita, definendo l’effettiva degenerazione patologica di uno stato psicologico. Originariamente, nelle teorie mediche greche, la melanconia apparteneva alla categoria degli “umori” e si assumeva come autentico male da curare. Nel corso dei secoli questa visione si è complicata sempre più; basti pensare a l’immagine di Albrecht Dürer intitolata proprio Melencolia I, dove l’artista realizzò una sintesi di implicazioni teologiche, emotive e scientifiche, mettendo in mostra Saturno, il pianeta mitologicamente legato alla melanconia e le connessioni alchemiche tra razionalità e creazione artistica.

L’intrinseca difficoltà a cui ci sottopone la malinconia per venire interpretata è perciò nota da secoli: essa non può essere ridotta a un mero sentimento (come canterà Francesco Guccini parecchi secoli dopo: “La malinconia non è uno stato d’animo”), ma piuttosto a una sorta di condizione spirituale, uno stato fondamentale che è capace di varcare la classica opposizione duale soggetto-oggetto, che è capace di proiettare la soggettività nell’ambiente, mentre allo stesso tempo il soggetto stesso resta investito dall’atmosfera che lo stringe in un rapporto di reciprocità complementare.

Col passare dei secoli, si è creata una apparente dicotomia tra malinconia, concepita esclusivamente come “depressione momentanea”, e la melanconia. Non è un caso, però, che entrambe palesino un ceppo etimologico comune. Questa comunanza, e perciò la possibilità di ricondurre le due terminologie a un significato unico, è stata teorizzata da Sigmund Freud in Lutto e malinconia (opera indicativamente diffusa coi due titoli Lutto e malinconia o Lutto e melanconia). Dinanzi a un evento traumatico, alla perdita di una persona cara ad esempio, il soggetto può accettare l’evento e perciò ricordare (elaborando autenticamente il lutto), oppure tentare di arginare il dolore del ricordo attraverso l’azione. L’azione così intesa è però una pericolosa manifestazione di nevrosi (coazione a ripetere), che potrebbe sfociare in terribili conseguenze. Altro approccio comunque nefasto per il soggetto è quello della “melanconia”, o malinconia, ovvero l’esclusione dell’azione per aderire a uno stato di frustrazione personale, un perpetuo domandarsi senza risposta. La melanconia segna uno svilimento del soggetto, una sua condanna all’infelicità, perchè essere malinconici significa rimpiangere nostalgicamente il tempo trascorso ritenendolo migliore di ciò che è realmente stato. In questa maniera, si resta vittima del passato, idealizzandolo.

È interessante notare, come fa Ricoeur in La memoria, la storia, l’oblio, come il concetto di melancolia/malinconia abbia attraversato la storia assumendo diverse sfaccettature: originariamente concepito come un male medico, poi come un’affezione dovuta alla volontà del demonio, per arrivare, col Rinascimento ma soprattutto col Romanticismo, all’idea della malinconia come qualcosa di “nobile”, caratterizzante gli animi tormentati dei grandi geni e dei grandi artisti.

Altra celebre declinazione novecentesca della malinconia, che ci introduce alla trattazione del concetto di noia, ce la offre Jean Paul Sartre nel suo capolavoro narrativo La nausea; per l’appunto, nella sua riflessione, quel misto di sentimento e condizione spirituale che angustia la coscienza e l’anima di molti di noi assume il termine di “nausea” implicando differenti elementi filosofici. Roquentin, protagonista del romanzo, scopre l’insensatezza della propria esistenza, che coincide con l’assenza di autentici rapporti umani e di condivisione con gli altri; sperimenta il sofferto stato d’animo della nausea quando si trova a contatto col silenzio del mondo, con la brutalità delle cose e della loro gratuità insensata, ai quali si contrappone l’indeterminatezza dell’eterna apertura di senso del sé in quanto soggetto.

Jean Paul SartreLa nausea è la consapevolezza della nullità del proprio agire, dell’assenza di un ordine trascendentale che possa garantire senso al mondo, dell’impossibilità di perseguire un giorno un appagamento e di scoprire la ragione intima degli eventi che caratterizzano la nostra esperienza. Questa opera di Sartre, tipico “romanzo di formazione” (ma che è lungi da una effettiva formazione, in quanto ne è la dichiarazione stessa di fallimento), è un libro che interpreta un’epoca e un sentire collettivo, una riflessione amara sull’assurdità delle nostre vite:

L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente; gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare, ma non li si può mai dedurre. […] la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare… ecco la Nausea.

Possiamo così giungere, dopo essere passati attraverso la malinconia e la nausea, a un sentimento o condizione psicologica apparentemente più banale, meno grave e drastico, sicuramente più affine all’esperienza quotidiana dell’uomo contemporaneo. Si tratta della “noia”; la nozione di noia attraversa la letteratura europea di epoca moderna assumendo molteplici forme: dall’ennui di Baudelaire e Huysmans, fino all’inettitudine di Svevo, o ai tanti che hanno parlato di «tedium vitae» ereditando un lessico che risale alla letteratura latina di Seneca e Orazio, tra gli altri. D’altronde, con l’Ottocento, la noia ha assunto una connotazione propriamente sociologica: le ritmiche e le tempistiche dell’impiego industriale hanno incentivato tale sentimento, che contraddistingue la meccanicizzazione del lavoro. Con la catena di montaggio e la turnistica dell’impiego professionale, le masse operaie lavoravano fino allo sfinimento per un determinato numero di ore; il problema diventa capire come poter investire quel margine di “tempo libero” che nell’esperienza precedente contadina e provinciale era totalmente sconosciuto.

Ci teniamo a precisare innanzitutto che la noia è qualcosa di diverso dalla malinconia: non ha a che fare con la nostalgia o il rimpianto, ma con lo svuotamento di senso del presente, e l’accesso diretto al tempo che passa. Dal momento che il tempo non si subordina all’attività umana, esso evidenzia tutta la sua pesantezza amplificando la sua natura: si mostra per ciò che è.

Questo intuirono alcuni tra i grandi della storia della filosofia, come Blaise Pascal e Arthur Schopenhauer: per il primo, la noia rappresentava la condizione opposta al divertimento, deleterio tentativo dell’uomo di disinteressarsi delle sue sorti e del suo stesso rapporto con Dio. Attraverso la noia, per Pascal, l’uomo avrebbe potuto prendere coscienza della sua condizione umana per offrirsi alla fede; questo motivo sarà ripreso da Kierkegaard, che vedeva nella noia la possibilità per uscire dalla fase “estetica” per approdare alla “fede”.

In Schopenhauer, la noia è la sventura che caratterizza la specie umana in quanto tale, che oscilla inesorabilmente tra questo sentimento e quello del dolore: evitare la coscienza di essere destinati a soffrire in eterno significa compiere gesti ripetitivi, svolgere azioni che danno un appagamento solo momentaneo, ma che sono destinati a indurci al tedio.
Tra gli altri autori che hanno toccato il tema della noia come categoria filosofica citiamo anche Lévinas e Jankélévitch, e per chi volesse approfondire l’argomento segnalo il volume La filosofia della noia di Lars Fr. H. Svendsen. Vorrei però soffermarmi sul filosofo moderno che ha maggiormente riflettuto sull’argomento, ovvero Martin Heidegger.

Martin HeideggerAl pari dell’angoscia (Angst), la noia (Langeweile) è ritenuta da Heidegger[1] uno degli “stati d’animo fondamentali” capace di rivelarci l’essere nella sua autenticità. Heidegger distingue però tre differenti modalità della noia; la prima forma è definita da Heidegger “Venire annoiati da…”, ed è la forma più semplice, esperibile nel corso della quotidianità da ciascuno di noi. Tale “noiosità” si ha quando qualcosa di determinato diventa noioso: il tempo si fa più lento, insopportabile, asfissiante; diviene necessario interrompere l’attività che ci costringe alla noia o porvi rimedio con uno “scacciatempo”. Heidegger precisa da subito come la noia non debba venire interpretata come uno stato d’animo esclusivamente soggettivo per il quale l’oggetto sarebbe in fondo un mero pretesto, e come, allo stesso tempo, ci sia evidentemente impossibile ritenere la noiosità una qualità intrinseca delle cose. La seconda forma di noia ci pone ulteriori problemi e interrogativi, si tratta della “caccia al divertimento”: l’intera situazione si configura come scacciatempo, e riesce nel suo intento. Piuttosto che porsi in ascolto della noia, di comprenderla e assumerla nel suo rigoroso significato, la soluzione che preferiamo adottare è quella di interrompere per un determinato lasso di tempo tale condizione, concedendoci un “rilassamento”: “In questo non cercar altro, che per noi è ovvio, noi stessi in un certo senso ci scivoliamo via[2].

Le due forme di noia finora enunciate, perciò, possono spesso e volentieri rappresentare utili diversivi per l’uomo che intende tenersi lontano dall’intima verità della noia autentica. Ma nella terza forma di noia, l’uomo si trova a contatto intimo con l’esserci. L’uomo assume su di sé la noia, che, privata di una motivazione rigorosa, ormai pervade ogni ambiente e ogni situazione. Tutto precipita nella noia, noi stessi siamo costretti in essa. In questo modo ogni ente è privato della possibilità del fare: la mente e lo sguardo si sporgono sul vuoto, che non è nulla bensì possibilità del possibile:  “Si tratta di essere desti […] È un obiettivo molto strano per noi che di solito cerchiamo di combattere la noia e, in fondo, dovremmo solo essere contenti se ‘dorme’. Se Heidegger vuole ridestarla è perché ritiene che anche noi ‘dormiamo’ nel nostro quotidiano tentativo di passare il tempo e che questo sia un sonno molto dannoso perché ottenebra le nostre autentiche possibilità“[3].

La noia riesce così a manifestare la sua potenzialità, capovolgendo il suo significato e offrendosi all’apertura originaria, e quando Heidegger parla del tempo peculiare di tale terza forma di noia, si riferisce a un’unità inscindibile di passato, presente e futuro. Infatti, l’ente si nega sottraendosi al principio di usabilità e al dominio del soggetto, liberando il tempo dell’esserci che è attimo, nel quale il senso può venire istituito. Così emerge una prospettiva decisamente produttiva e positiva della noia: illuminando la nostra condizione di esseri mortali gettati nel mondo, la noia è il vuoto dal quale possiamo costruire senso, e l’evidenza dell’impossibilità di avere garantito un significato esemplare del nostro esistere. Con la noia, tutto ci appare per quel che è: inutile, vago, vano. Ed è a partire da qui, da questo “attimo” che coincide con l’acquisizione della coscienza di tale stato, che possiamo trovare la forza e la volontà di direzionare altrimenti la nostra vita.

Note

[1] Per approfondire il tema dell’interpretazione heideggeriana del concetto di noia, applicato al cinema, rimando al mio La “noia” come categoria estetica, in “Fata Morgana”, 2010, ed. 12, pp. 47 – 58.

[2] M. Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica, Il Melangolo, Genova 1999, pp. 157 – 158.

[3] L. Fr. H. Svendsen, Filosofia della noia, Guanda, Parma 2004, p. 129.

Commenti

2 commenti a “Dalla malinconia alla noia”

  1. Bisogna però strae molto attenti per non confondere la melanconia con la nostalgia, ben diverse tra loro…

    Di Traslochi Roma | 18 Maggio 2011, 21:32
  2. argomento interessante ed attuale

    Di antonio | 24 Settembre 2015, 19:37

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