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Musica

Current 93, Honeysuckle Æons

Current 93, Santiago da Compostella, Spain, May 2009. Photo: Giulio Di Mauro

Ci sono gruppi, progetti e artisti che restano in una zona di semi-ombra per tutta la loro carriera, indipendentemente dalla durata. Vengono definiti “di nicchia”, e le motivazioni che li portano ad essere fruiti solo da una ristretta cerchia di ascoltatori possono essere le più varie, ad esempio: c’è chi propone musica radicalmente sperimentale, senza curarsi dell’impatto sull’audience, c’è chi, per sua natura, tende ad evitare di rimanere inglobato nei meccanismi del music business, che stritolerebbero la sua personalità. David Tibet e la sua creatura Current 93 rappresentano una via di mezzo, una mediazione fra queste due strade. La sua voglia di proporre musica diversa è ben rappresentata dalla sua stessa storia e dai suoi repentini cambiamenti, che però sottendono sempre una cifra stilistica coerente. Allo stesso tempo, la sua riluttanza ad assumere atteggiamenti e pose tipici della scena musicale imperante è confermata da alcuni vezzi, tipo quello di non concedere interviste. Ricordo sempre un mio ingenuo tentativo di contatto per una intervista, se non sbaglio in occasione dell’uscita dell’album Soft Black Stars, contatto avvenuto rigorosamente attraverso la posta tradizionale, vista la scarsa confidenza di David  con i mezzi elettronici, che solo di recente sembrano essere entrati nelle sue corde, alla stregua dell’amico/collega Douglas P. Dopo un paio di settimane ricevetti una busta con una lettera scritta a mano su carta personalizzata, un specie di pergamena recante in filigrana la copertina di uno dei suoi capolavori, Thunder Perfect Mind, uno dei primi dischi del periodo folk. Nella missiva, scritta a mano in calligrafia bella e antica, vi era semplicemente un cortese rifiuto alla mia profferta. Ma quello che colpiva era la forma, la sensazione che tutto fosse guidato verso una volontà di essere esclusivo anche nelle cose più piccole, di voler evitare ogni forma di stereotipo, rifiutando la modernità a favore di una dimensione mitica, dove l’artista sembra essere un pellegrino seduto sulla riva di un fiume ad osservare, superiore e incurante, lo scorrere della vita nella civiltà moderna, con la sua frenesia e le sue miserie. Rimanendo all’interno di questa metafora, tuttavia, ultimamente, David sembra aver voluto bagnarsi i piedi in quel fiume, concedendosi alle ultime tendenze della comunicazione e inserendo nella sua carriera musicale elementi di psycho hard rock, come avvenuto nel bel Aleph At The Hallucinatory Mountain.

Copertina Honeysuckle Æons

Vista l’uscita del nuovo album Honeysuckle æons, è proprio sulla sua carriera musicale che vale la pena spendere due parole in più, anche perché quest’ultima fatica è figlia diretta del suo percorso artistico e contiene numerose reminiscenze di alcune sue opere precedenti.  Nato in Malesia nel 1960, David Michael Bunting, questo il suo vero nome, ha sempre legato a doppio filo la propria arte musicale con diversi aspetti dell’esoterismo e occultismo britannico e non, attingendo, tra l’altro, alle dottrine di Aleister Crowley (Current 93 non è altro che la corrente di Thelema) e dell’artista, scrittore e mago Austin Osman Spare.

In questo contesto iniziale nascono le prime opere a nome Current 93, fra cui spicca il capolavoro assoluto dell’artista, datato 1984, Nature Unveiled, vero e proprio compendio dark industrial di anticristianesimo militante, colonna sonora della venuta dell’Anticristo, qui identificato con il Cristo stesso. Fra urla di dannati, canti gregoriani che suonano incredibilmente sinistri, drones elettronici che non lasciano passare alcun filo di speranza, si erge il soliloquio scomposto di Tibet, vero e proprio marchio di fabbrica che si perpetuerà per l’intera sua carriera,  quasi a voler, attraverso la voce recitata e non cantata, sottolineare e dare maggiore peso alla liriche.

Mentre l’attitudine anticristiana si attenuerà rapidamente fino a diventare semplice fastidio anticlericale, l’ubriacatura industrial proseguirà per alcuni dischi, fra cui Dog Blood Rising e In Menstrual Night. Dopo un paio di album di transizione, negli anni Novanta si assiste alla prima svolta nella carriera musicale di Tibet, con l’approdo alle atmosfere folk di dischi come Thunder Perfect Mind, Of Ruin Or Some Blazing Starre e la trilogia di The Inmost Light. Come se, dopo aver esorcizzato i mali del mondo, Tibet avesse deciso di rifugiarsi in una dimensione mitica, recuperando umori e atmosfere della vecchia Inghilterra. Non è un caso che fra le sue influenze ci sia anche Noddy, buffo personaggio creato dal disegnatore Enid Blyton, che rappresenta, nella mente di Tibet, la purezza incontaminata dell’infanzia, altra sorta di rifugio dai mali del mondo. La trasformazione musicale è anche accompagnata da un arricchimento degli interessi filosofici dell’artista, che comincia ad appassionarsi al Buddhismo e pure all’escatologia cristiana e al cristianesimo esoterico.

Quando i Current 93 sembrano avviati a rimanere una bandiera del folk apocalittico, ecco che nel 2000 arriva la svolta intimista con Soft Black Stars, disco per pianoforte e voce, scioccante nella sua semplicità. Da qui in poi Tibet sembra aver preso una strada libera da qualsiasi vincolo stilistico e di coerenza, alternando dischi sperimentali (Faust) a commosse dediche al padre (Sleep Has His House), fino a giungere alle sferzanti scudisciate elettriche di Aleph At The Hallucinatory Mountain. Le contraddizioni e la longevità della carriera di David Tibet caricano ogni nuova uscita di un sano interesse per capire la direzione della sua rotta musicale, rendendo la sua vicenda artistica importante, anche se di nicchia.

Sembrano essersene accorti numerosi artisti che hanno deciso di prestare il proprio talento alla realizzazione delle sue opere. In ordine sparso: Nick Cave, Will Oldham, Björk, Tony Wakeford (Sol Invictus), Douglas P. (Death In June), Ian Read (Fire + Ice), Shirley Collins, Freya Aswinn, Thomas Ligotti, Marc Almond, Cosey Fanni Tutti e molti altri. Questi special guests hanno impreziosito l’opera di sapienti artigiani del suono che hanno accompagnato Tibet nel corso degli anni. Su tutti è degno di menzione Michael Cashmore, fine cesellatore di partiture chitarristiche che hanno fatto la fortuna dei Current 93.

David Tibet, foto Eric Leiser

Negli ultimi anni, David ha ampliato notevolmente la pattuglia di musicisti al suo fianco. In questo nuovo capitolo del suo cammino iniziatico e spirituale, perché ormai è così che vanno considerati i lavori dei Current 93, i musicisti che lo accompagnano sono quasi gli stessi dei dischi precedenti, con le pesanti eccezioni della chitarra di James Blackshaw, che pareva ormai essere diventato il naturale sostituto di Michael Cashmore, e del violoncello di John Contreras. L’insostituibile pianoforte e le tastiere di Baby Dee vengono stavolta accompagnati dall’indiano Armen Ra al theremin, da Lisa Pizzighella alla karimba e Eliot Bates al oud, bendir e erbane.

Strumenti particolari e disparati, che forse compaiono per la prima volta in un disco della Corrente, quasi a voler dare un taglio al passato o forse a mascherare qualche lacuna compositiva che sembra affiorare nell’opera di Tibet. Honeysuckle æons, infatti, pur essendo uscito da poco, ha già diviso la critica. Nessuno lo considera un capolavoro ma, mentre per alcuni è un disco totalmente inutile, per altri è comunque un lavoro sopra la media delle uscite odierne. La verità, sempre soggettiva, probabilmente sta nel mezzo.

Honeysuckle æons viene dopo la monumentale trilogia conclusasi con il precedente Baalstorm, Sing Omega, quella che annovera anche l’immenso Aleph At The Hallucinatory Mountain e Black Ships Ate The Sky. Tutti e tre i titoli appena citati hanno poco in comune fra di loro, se si eccettua la capacità di stupire e, soprattutto, la volontà di mandare all’aria qualsiasi aspettativa. In questo senso Honeysuckle æons colpisce nel segno. I primi brani, Kingdom, Moon e Persimmon rimandano direttamente a Soft Black Stars, il disco di pezzi per pianoforte e voce del 2000. Ognuno di essi rappresenta ovviamente un’accezione diversa della materia musicale.

Mentre Kingdom è sostanzialmente una introduzione, Moon si presenta come il primo brano vero del disco, con una melodia lieve dettata dal piano e supportata dal sibilo inquietante del theremin, che fanno da sfondo al delirio recitato di Tibet. Lo stesso schema si ripete con Persimmon, ispirata e malinconica, degna di poter comparire nel capolavoro Soft Black Stars. Con il proseguire del disco, lo scopo di Tibet sembra essere quello di arricchire sempre di più il sound dei pezzi, aggiungendo via via più strumenti  per raggiungere un climax emotivo paragonabile a quello sovente raggiunto negli album precedenti. Nobile scopo che però non viene ottenuto appieno. Troppe sono le pause, troppi i momenti in cui l’autore sembra imprigionato nelle sue elucubrazioni sempre più oscure e intricate.

Se nel precedente Baalstorm, Sing Omega Tibet tornava indietro ripescando le atmosfere folk, qui sembra muoversi senza gran costrutto fra Medio Oriente e Occidente, fra un souk di Algeri e i paesaggi innevati del Nord Europa senza trovare precisa collocazione. Jasmin, per esempio, è un fischio di theremin che traccia una linea melodica minimale con reminiscenze folksy a sottolineare il soliloquio intimista di Tibet, sullo stile delle Murder Ballads del duo Harris-Bates. Il risultato è solo noioso.

Al contrario, Pomegrenate usa gli stessi ingredienti ma mescolati in modo più appropriato: al carillon iniziale rispondono l’inquieto theremin e un pianoforte commovente, che rende il brano disperato, malinconico e intenso, nella migliore tradizione della Corrente. E poi emoziona l’organo di Lily, che rimanda direttamente a Sleep Has His House (il raffinato album dedicato alla memoria del padre, come accennavo), maestoso e intelligente a partire dall’allitterazione del titolo, a suggerire levità e silenzio. Il ponte fra Oriente ed Occidente di cui parlavo prima è ben presente in Cuckoo, che approfondisce alcuni temi già presenti in Baalstorm, Sing Omega.

Il viaggio senza meta di Tibet prosegue fra episodi più o meno riusciti, come se l’autore non riuscisse a dare sfogo a tutte le idee che girano nella sua testa. D’altronde questa impressione è emersa molto spesso nel corso della storia musicale dei Current 93. Le moltissime uscite discografiche che hanno caratterizzato – e caratterizzano tuttora – il progetto sembrano essere un tentativo di far uscire tutti gli spunti presenti nella mente creativa del suo autore, ma alcune di queste risultano a volte confusionarie e superflue. Nonostante ciò, ogni uscita di Current 93 porta in sé il seme del genio e della follia, a volte palese, a volte nascosto.

Honeysuckle æons è un disco in alcuni casi emozionante, in altri solo noioso, autoreferenziale all’eccesso, svogliato ed estroso. Un disco alla Tibet, quindi, sorprendente nel bene e nel male, che non tocca le vette di Black Ships Ate The Sky o Soft Black Stars (solo per citare i dischi del nuovo millennio), ma non lascia indifferenti, e soprattutto lascia la voglia di ascoltare ancora musica dalla Corrente, un po’ come le nuvole che, citando il Poeta, “lasciano nell’aria voglia di pioggia”.

Honeysuckle Æons

Coptic Cat 2011

Tracklist

Kingdom
Moon
Persimmon
Cuckoo
Jasmine
Lily
Pomegranate
Honeysuckle
Sunflower
Planet
Queendom

www.copticcat.com

Per farsi strada tra la sterminata discografia dei Current 93

www.copticcat.com

Commenti

Un commento a “Current 93, Honeysuckle Æons”

  1. Buona recensione, condivisibile.
    Credo che però debbano esser citati anche lavori come Imperium o Island e dare maggior rilievo alla duttilità ed alla capacità di resa live di David Tibet, unico regista-compositore-performer di musicisti-attori che riesce a far lavorare sempre come egli crede.
    Magia?

    Di giuseppe | 28 Novembre 2013, 21:11

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